L’assassinio della fantasia (di quasi 40 anni fa)

Ricevo da Gabriele Villa: “Ciao Alessandro, ho appena inviato un commento al tuo Assassinio della fantasia. Ti allego fotocopia di un articolo che inviai a Lo Scarpone con lo stesso titolo. Fu pubblicato ma non ricordo esattamente l’anno, credo inizio anni’ 80. La mia riflessione di allora assomiglia alla tua di oggi, almeno nelle conclusioni. Io ero “nessuno” in campo alpinistico (come oggi del resto) ma seguivo tutto ciò che era alpinismo e poi arrampicata sportiva e mi spaventava tutto ciò che, almeno secondo me, avrebbe portato all’assassinio della fantasia. Come tu ben concludi nel tuo articolo, forse oggi quel momento è arrivato“.

L’assassinio della fantasia (di quasi 40 anni fa)
di Gabriele Villa (istruttore di alpinismo del CAI Sez. Ferrara)
(pubblicato su Lo Scarpone, primi anni ’80)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

Peccato che l’alpinista «medio» non prenda più spesso la penna in mano per dire la sua al fine di non lasciare sempre e soltanto andare le cose come vuole l’élite che, oltretutto, si va sempre più facendo condizionare dalle industrie del settore e dai media e quindi propone purtroppo una sua verità interessata.

A volte sedendomi alla scrivania traggo dai cassetti fotocopie di vecchi articoli particolarmente interessanti che mi avevano colpito e li rileggo assieme ai miei appunti e alle mie riflessioni trascritte in diari e lascio che il tutto si mescoli alle esperienze che sono venuto maturando; è in questi momenti che parlo con me stesso cercando di capire il senso delle cose che mi stanno intorno.

Una volta pensavo che l’alpinismo, per me come per gli altri, fosse una cosa e la vita di tutti i giorni un’altra cosa completamente diversa: vivevo il primo come mezzo di fuga dalla seconda e la seconda come sacrificio indispensabile per potermi permettere la prima, alla pari di un cane che si morde la coda alimentavo una crescente frustrazione. Conoscevo la storia dell’alpinismo a menadito, i suoi protagonisti e le filosofie che questi avevano portato avanti, ma non è che mi curassi molto dell’etica alpinistica, delle polemiche sui chiodi a pressione, delle direttissime dalla linea della goccia cadente: per me non era poi un grosso problema l’assassinio dell’impossibile, era lontano da me quasi come la luna.

Qualcuno andava dicendo che bisognava salvare il drago (1), che avrebbe dovuto venire una nuova generazione di giovani alpinisti che liberandosi dalla vecchia zavorra avesse saputo camminare su nuove strade, finalmente libera da condizionamenti per scrivere una nuova pagina d’alpinismo, meno «eroica» ma più autentica.

A me non sembrava poi così importante tutto questo e, sbagliando, non me ne curai; il tempo passò e vennero i «sassisti», prima timidamente poi prepotentemente lasciarono esplodere la fantasia, la voglia di vivere e di arrampicare senza schemi preconfezionati da altri, senza l’obbligo della vetta, senza staffe e chiodi a pressione, senza la filosofia del sacrificio e della «lotta con l’alpe».

I fondovalle si popolarono di figure colorate che scalando sassi di ogni forma e dimensione diedero corpo a una rivoluzione silenziosa che sembrava destinata a dare a tutto l’alpinismo, anche a quello della vetta, una dimensione gioiosa e fantasiosa che mai aveva posseduto.

Dalle ceneri del drago ucciso stava prendendo vita una farfalla variopinta che volava senza posa e senza traiettorie prefissate seguendo unicamente il proprio istinto e la propria fantasia. Sembrava impossibile che il vecchio alpinismo venisse scosso fin nelle fondamenta, che tutto fosse messo in discussione, che le vecchie certezze si squagliassero come neve al sole, che la favola a lungo sognata stesse per diventare realtà. Cosi il sassismo visse la sua breve stagione felice, una troppo breve stagione, per bruciare presto le sue promesse sull’altare di nuovi miti. Arrivarono i free-climber, poi i clean-climber e cominciarono a dettare nuove regole, ancora più ferree e restrittive di quelle che erano state scritte prima che venisse ucciso il drago; alle staffe sostituirono la magnesite, ai chiodi a pressione sostituirono i friend, i rurp, gli sky-hook, alla «lotta con l’alpe» sostituirono «all free» e diventarono i teorici dell’allenamento intensivo, i Pigmalione di se stessi: nulla doveva essere lasciato al caso per poter spingere la prestazione ancora più in là dell’ultimo limite raggiunto in nome della nuova «evoluzione» dell’alpinismo. Ma dietro questa «evoluzione» tanto sbandierata altro non stavano (e nemmeno tanto nascosti) che nuovi miti da sostituire a quelli vecchi, nuovi idoli da osannare e da imitare, nuovi «migliori prodotti dell’ultima generazione alpinistica», tutto in linea con i dettami e i modelli della società consumistica, fino a giungere al ripetersi del grande inganno: la via chiodata a pressione e questa volta dall’alto. Cosi come dieci anni prima si era ucciso il drago in nome della stessa evoluzione, con lo stesso consumato cinismo ora si sta uccidendo la farfalla. Non più il piacere dell’arrampicata per se stessa e per se stessi, non più la libertà di una scelta che può spaziare dal fondovalle fino alle cime più alte e la fantasia all’origine del proprio andare in montagna, ma l’ottusa irreggimentazione al seguito dei nuovi sacerdoti del clean-climbing e dei nuovi miti da loro imposti: esasperazione della tecnica e delle difficoltà.

Quello che ora conta è la difficoltà estrema, l’VIII grado è la nuova fede e per questa fede non si deve badare al sacrificio, alla nuova frustrazione. Tutti in palestra tra pesi e bilancieri, tutti sui muri a secco, sui tralicci, sui campanili delle chiese; avanti con il training, lo yoga, la meditazione trascendentale, tutto pur di raggiungere la nuova frontiera. Non ci è bastato sentirci falliti svuotati di sostanza (2) per fermarci a pensare, non ci è bastata l’esperienza della morte (3) pur così drammatica, per bloccare la nuova follia e sostare per dare una risposta definitiva ai nostri dubbi.

Ma ora è giunto il momento di dire basta, non si può tacere per non diventare complici e anche se la voce è debole, anche se non ha sponsor che la possono amplificare a dismisura, ugualmente bisogna dire qualcosa, bisogna almeno tentare. Basta dunque!!

Decontraiamo i bicipiti ipertrofici gonfiati da ore e ore di bilanciere, rilassiamo gli avambracci deformati da interi giorni di allenamento sui muri a secco, apriamo le dita bianche di magnesite per lasciare fuggire nuovamente la farfalla, lasciandola volare e ritroviamo assieme ad essa un nostro alpinismo finalmente a dimensione umana, un alpinismo dove non ci siano regole calate dall’alto e dall’esterno alle quali sottostare, ma ci siano solo le regole del buon senso dettate dal nostro essere uomini il più possibile liberi ed equilibrati, le regole che noi sentiamo dentro di noi.

Facciamolo ora, facciamolo subito!! Ritroviamo la strada perduta prima di macchiarci di un nuovo assassinio che si ritorcerà inesorabilmente e definitivamente su noi stessi.

Note
(1) L’assassinio dell’impossibile di Reinhold Messner su Rivista Mensile del CAI, 1968
(2) I falliti di Gian Pietro Motti su Rivista Mensile del CAI, 1972
(3) Testimonianza per il Gruppo Sassisti di Sondrio di Giuseppe Miotti su Rivista Mensile del CAI, 1981.

2
L’assassinio della fantasia (di quasi 40 anni fa) ultima modifica: 2018-11-03T05:38:39+00:00 da GognaBlog

4 pensieri su “L’assassinio della fantasia (di quasi 40 anni fa)”

  1. 4

    Concordo pienamente con Carlo.

    La riduzione a sport delle attività alpine le banalizza distruggendone il fascino dell’avventura,del sogno della filosofia

  2. 3
    paolopanzeri says:

    Oh, bene, un pò di “lotta armata”, ma senza spargimento di sangue!!!!

  3. 2
    Carlo Crovella says:

    Viva la fantasia! E’ la vera anima dell’andare in montagna: senza “fantasia”, l’andare per monti è solo praticare uno sport (da qui ecco il proliferare delle gare, sia di arrampicata che di skyrunnig e, peggio che mai!, di scialpinismo), oppure è una ricerca esasperata e fine a se stessa del “sempre più difficile”… Con tutti gli annessi e connessi, che in estrema sintesi sono due: 1) la frenesia spinge troppo vicino al limite del non ritorno (incidenti, etc) e 2) quando ti accorgi che non riesci più a migliorare…inevitabilmente ti stufi e cambi sport.

    Solo facendo riferimento a quest’ultimo meccanismo sono riuscito a dare una spiegazione al fatto che così tanta gente per qualche anno (in genere 4 o 5) appaia “esagitata” dell’alpe, non può vivere senza fare uscite tutte le domeniche (a volte anche con cadenza bisettimanale), quando li incontri sembrano dei drogati in crisi di astinenza e poi….improvvisamente, dalla sera alla mattina, la montagna, per loro non esiste più e con la stessa frenesia si mettono a praticare un altro sport.

    Invece chi vive la montagna con fantasia troverà sempre un elemento che gli fa venir voglia di andarci, modulando tale desiderio con la sua evoluzione personale, cioè quella anagrafica, lo stato di salute e i vari impegni “seri” della vita (famiglia, figli, lavoro, etc).

    Come ho già argomentato in altri commenti, sulla base della mia esperienza personale io ho compreso che chi (come me) non riesce più a “salire” di grado (o addirittura sta “scendendo”), la fantasia si esprime attraverso la curiosità dell’esplorazione. Andar a vedere cosa c’è dietro quella cresta, percorrere un vallone poco noto, girare intorno a una montagna… ecco come si rinnova la mia personale fantasia dopo oltre 50 stagioni ininterrotte di alpinismo/scialpinismo.

    Ciò non toglie che rimanga in me un’ammirazione sconfinata per chi riesce a “salire” nella scala delle difficoltà, o quanto meno a mantenersi al top, anche dopo decenni e decenni…

    Viceversa chi uccide la fantasia, attraverso l’approccio che io definisco “sportivo” (sia in termini atletici che di performance tecnica), costituisce un elemento molto negativo per le montagne. Negativo in senso strettamente fisico (sovraffollamento di persone che non “meritano” la montagna) e soprattutto negativo in quanto generano un inquinamento ideologico.

    Personalmente sono giunto alla conclusione che chi “ama” davvero l’andar in montagna dovrebbe contrapporsi all’approccio sportivo, attraverso un impegno attivo (scritti, conferenze, prese di posizioni, al limite anche atti dimostrativi e plateali quali interrompere le gare in corso etc).

    Ciao!

  4. 1
    paolo panzeri says:

    L’evoluzione è sempre molto lenta e di solito fa nascere nuovi esseri da antichi esseri. Pochi non si evolvono e il maggiolino è un esempio: ha milioni di anni di non evoluzione.

    Penso che l’alpinismo esista da tanto tempo e che abbia dato origine ad altre specie che però non riescono a essere totalmente autonome, muoiono o hanno sempre bisogno dei geni dell’alpinismo per vivere o crescere.

    Scientificamente il maggiolino è la negazione del volo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.