Extradiario – 21 – Autunno 1967

Extradiario – 21 (21-24) – Autunno 1967 (AG 1967-010)
(scritto interamente nel 2018)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(2), disimpegno-entertainment(2)

Dopo la sbornia in agosto di salite dolomitiche, dovevo tornare a Genova, prima di tutto per mangiare un po’ e secondariamente per iscrivermi alla Facoltà di Legge. Il fiasco totale dell’Ingegneria, cui già nel 1960 ero destinato per volere di mia nonna, mi aveva convinto a provare giurisprudenza: se non altro avrei ancora rimandato la mia partenza per i lunghi quindici mesi di militare.

Non fu un passaggio facile far digerire ai miei questo fallimento: per quel motivo cercavo di godermi un settembre di belle arrampicate, ma stentavo a trovare compagni.

Monte Candelozzo

Per qualche tempo (ottobre e novembre) fui ligio e frequentai assiduamente le lezioni all’università: ma i miei progetti alpinistici non davano spazio a quello che ben presto diventò prima una noia e poi una non sopportazione.

Il 2 settembre correvo in cima al Monte Candelozzo 1036 m, la cima più alta della Val Bisagno sopra Genova, il giorno dopo andavo per l’ennesima volta in Bajarda, da solo. Questa situazione s’interruppe solo con il ritorno dalle vacanze di Giuseppe Grisoni, che accettò di buon grado di partire con me nel weekend alla volta delle Alpi Marittime.

9 settembre. Dopo una partenza antelucana da Genova, ci ritroviamo a scarpinare nel vallone del Prefouns con in programma alcune belle prime che già avevo adocchiato due anni prima. Risaliamo il vallone fino in fondo, fino a toccare la VI Guglia del Lago Negré. Dal canale divisorio con il Caire di Prefouns saliamo direttamente la parete nord-est di quella che è la Cima Est del Caire 2839 m, tenendoci ben a destra della via Salesi del 1971. Naturalmente crediamo di essere su terreno vergine, così c’innalziamo velocemente su difficoltà che vanno dal III al V+. Solo qualche anno dopo scopriamo di essere stati preceduti, e già dodici anni prima (il 30 settembre 1955, dai torinesi Renato Roberto, Luigi Bàlzola, Carlo Bo e Giacomo Menegatti. Comunemente chiamata via Roberto). Un po’ incerti se scendere e fare ancora qualcosa, alla fine decidiamo di andare al rifugio Questa e di prendercela comoda.

La sezione settentrionale della parete est del Caire di Prefouns (Alpi Marittime). Contrassegnata con “fb” è la via Gogna-Grisoni. Scizzo di Euro Montagna, da guida CAI-TCI Alpi Marittime vol. II.

Il mattino dopo, 10 settembre, siamo però gasatissimi. Rapidamente ci portiamo ancora sotto la parete est del Caire di Prefouns, dove troviamo una bella linea granitica tra la futura via della parete triangolare (1971), a destra, e la via Allemoz-Bottaro-Gounand (1976), a sinistra. Questa via Gogna-Grisoni promette bene già fin da subito, poi mantiene le sue promesse, poi scade un po’ perché termina praticamente a due terzi di parete sulla via Diagonale di Giovanni Guderzo, per la quale scendiamo senza raggiungere la vetta. In realtà si tratta di sole tre lunghezze di corda che, proprio perché difficili, mal si amalgamano con il resto della parete.

Ritrovandoci alla base e con ancora molto tempo a disposizione, ci rivolgiamo a un altro dei miei progetti, la diretta alla Est della Punta Maria. Questa parete di 250 metri l’avevo già salita due volte (la seconda in solitaria) per l’unica via presente, la Guderzo-Pettinati (vedi https://www.gognablog.com/su-marittime-liguri-appennino/ e https://www.gognablog.com/settimana-dopo-gli-esami/), e sempre mi aveva attirato una linea più diretta a sinistra. Ricordo assai poco dell’ascensione con Grisoni, solo una vaga sensazione di benessere e spensieratezza, sempre in arrampicata bellissima e sostenuta. Pare che in seguito su questa parete altri itinerari siano apparsi, ma è poco probabile che abbiano una logica indipendente. Sono stati sicuramente aperti all’oscuro di queste due vie e probabilmente s’intersecano e si sovrappongono.

Il versante orientale della cresta Savoia, Alpi Marittime, gruppo del Prefouns

Appena fatta conoscenza con Alessandro Grillo, di qualche anno più vecchio di me, ci troviamo così bene da decidere gite veloci in giornata nei pressi di Genova. Il 14 settembre 1967 lo porto su un terreno per lui inusuale, vale a dire sulle Rocche del Reopasso. Saliamo lo spigolo della Biurca con il famoso passaggio thrilling, seguito dall’ancora più eccitante diedrino ovest della Carrega del Diavolo, di cui ho già raccontato. Sandro è impressionato dalla lucidità che serve su questa roccia: naturalmente ci ripromettiamo di fare assieme altre uscite. Purtroppo a quel tempo non esisteva ancora il terreno di gioco del Finalese, anzi era distante ancora tre anni. Sarebbe stato proprio Sandro Grillo lo scopritore e divulgatore. Perciò nel 1967 ci si barcamenava con le solite palestrine cui eravamo abituati.

Da sinistra, i versanti orientali di Punta Maria, Punta Giovanna e Punta Mafalda (Cresta Savoia). Via Guderzo-Pettinati=160b; via Gogna-Grisoni=160c; via Guderzo-Pettinati-Podestà (1955)=161d; via Guderzo-Pettinati-Podestà (1954)=161c; via Guderzo-Buscaglione=162f; via Alloa-Magri (1954)=162e; via Calcagno-Gogna (1965)=162c; via Grassi-Sacco (1973)=162a

17 settembre. In una magnifica mattinata ci troviamo in cinque all’attacco della vergine parete est della Torre Castello, al fondo della Valle Maira. Ovviamente l’avevo notata gli anni prima, e ne avevo anche parlato con Gian Piero Motti. Io sono con Gianni Calcagno e Giorgio Volta, lui è con Gian Carlo Grassi. Ci accorgiamo che le possibilità di salire su questa parete sono ben due, così allegramente le due cordate si accingono ad arrampicare in contemporanea su due itinerari logici e paralleli, a distanza variabile uno dall’altro di 20-30 metri. A portata di voce, di scherzi e di battute, è davvero come se salissimo sulla stessa via. Ma alla fine le vie aperte sono due, entrambe bellissime, la via dei Genovesi e la via dei Torinesi. In cima, nella nebbia, grazie all’autoscatto produciamo una foto che non esito a definire emozionale, a causa dei singoli destini. E’ proprio durante la discesa dalla Torre Castello che nasce con Gian Piero l’idea di scrivere una monografia sul gruppo Provenzale-Castello: una guida che vedrà la luce solo nel 1975, dopo una collaborazione esemplare.

Torre Castello (Alpi Cozie, val Maira), Alessandro Gogna, 1a ascensione parete est, via dei Genovesi, 17.9.1967

Silvana Bellini tra alcuni amici della Grignetta. Distinguibili, da sinistra, Dante Taldo, Nando Nusdeo, Angelo Bufera Pizzocolo

La domenica dopo (24 settembre) fu di Grignetta. Con Sandro Grillo, Giorgio Volta e Gianni Calcagno ci trovammo ad arrampicare sulla via normale del Fungo e subito sulla via Accademici al Torrione Lancia. Lì abbiamo incontrato la cordata di Angelo Piccozzi e Silvana Bellini, una ragazza milanese il cui contatto in quell’occasione suscitò in me un amore immediato.

Conoscevo Silvana di vista e l’avevo in qualche modo puntata mesi prima. Sono in possesso di una lettera di Ettore Pagani (datata 15 giugno 1967) che mi scrive: “Mi piacerebbe proprio sapere perché ti interessi così tanto a una fanciulla di Milano… Comunque: si chiama Silvana Bellini, abita in via Vittoria Colonna 39, telefono 497252. Lavora. Chi mi ha dato l’indirizzo non sa che lavoro faccia, salvo che è impiegata in un ufficio. Lavora tutto il giorno. E’ in casa generalmente alla sera. E’ in montagna tutte le domeniche. Negli ultimi dodici mesi ha filato con: Franco Franchini, Vasco Bovolenta (detto Vaschino), Angelo Pizzocolo (detto Bufera). Attualmente arrampica sempre con Giuseppe Ferrari, il Giuseppe del Triangolo Industriale del Nibbio. Silvana ha un fratello militare. Quest’estate sarà a Planpincieux ai primi di agosto. Per ora non so niente di più, spero che basti“.

Non ricordo più come, ma la via dopo fu la parete est della Torre per la via Corti. Feci in modo di legarmi senza alcun ritegno con la Silvana e Angelo, abbandonando i miei compagni che non ricordo più cosa andarono a fare: ma arrivò pure Giuseppe Ferrari che naturalmente, in accordo con le mie informazioni, la stava abbastanza manifestamente corteggiando. Legato con Angelo, Giuseppe ci seguì a ruota, mentre dentro di me lo maledicevo, sulla via normale del Campaniletto. Me ne liberai momentaneamente la salita dopo, la via Molteni al Campaniletto, che feci con Silvana, Angelo, Gianni e Giorgio. Quella domenica ebbe uno strascico serale memorabile. Ovviamente lasciai gli amici genovesi tornare a casa senza di me, perché avevo intenzione di tampinare Silvana in contemporanea con Giuseppe, onde non dargli il minimo vantaggio. Giunti in tre alla Stazione centrale di Milano a ora piuttosto tarda (più o meno mezzanotte), emerse il problema dell’accompagnamento a casa della ragazza. Di taxi e mezzi pubblici manco a parlarne. Io speravo che Giuseppe se ne andasse fuori dai coglioni visto che abitava in Brianza e non era certo arrivato: invece risolutamente si propose di accompagnare Silvana fino a casa sua assieme a me. Partimmo con i nostri zaini e con ai piedi gli scarponi. Abitando lei in via Vittoria Colonna, in zona Fiera, subito dopo piazza della Repubblica nacque la discussione se il tragitto più breve fosse quello via Turati-via Manzoni-piazza Duomo-via Torino-via Meravigli-via Magenta-corso Vercelli-piazza Wagner; oppure via De Marchi-via dei Giardini-via Monte di Pietà-via dell’Orso-via Cusani-Foro Bonaparte-via Boccaccio-piazza Conciliazione-piazza Wagner. Naturalmente non ricordo che soluzione ebbe la meglio, ma ho ben precisa la sensazione di un’incazzatura crescente nei confronti di Giuseppe, ovviamente reciproca. Il percorso si svolse a passo di carica e nel silenzio più gravido d’impaccio, ma ebbe una fine. Dopo il bacetto alla nostra “fidanzata” sulla soglia del suo portone, Giuseppe e io ci salutammo a malapena. Lui si diresse a casa di un amico, io a grandi falcate ripercorsi il medesimo itinerario per andare a bivaccare in Stazione.

Torre Castello, Alessandro Gogna, 1a ascensione parete est, via dei Genovesi, 17.9.1967

Ma il sabato seguente (30 settembre) la ebbi solo per me sulla via Cassin al Medale. Ero raggiante, pieno di gioia la portai il magico giorno dopo sulla Torre Costanza, ma non per un itinerario qualsiasi. Salimmo infatti la via Boga (tra l’altro bella, difficile e pochissimo ripetuta), definendola con orgoglio la prima femminile. Ormai con Silvana eravamo emozionalmente assai legati, sì da telefonarci in teleselezione per metterci d’accordo settimana dopo settimana. L’8 ottobre con Gianni Calcagno, che sotto sotto ghignava del mio innamoramento, andammo a Torino. Raccolta la Silvana che era arrivata lì in treno, andammo con Gian Piero Motti alla Parete dei Militi dove in sei ore salimmo la via De Albertis seguita dalla via Rivero. Dunque una bellissima domenica. Non ricordo più per quale motivo la Silvana non fu dei nostri la domenica dopo, 15 ottobre, che spesi con Gianni Calcagno in un tentativo alla via Marinella al Torrione Magnaghi Meridionale, interrotto probabilmente per pioggia. Di giorno feriale, il 18 ottobre, andai in quel di Sestri Ponente (Genova) alla Cava della Gianchetta dove era stata aperta una via in artificiale, la via Cinzia. Ero con Sandro Grillo e Giorgio Volta.

Con Silvana mi rifeci il weekend seguente. La feci venire in treno a Genova sabato 21 ottobre, poi proseguimmo assieme fino al Solco d’Equi nelle Alpi Apuane con l’intenzione di salire il Pizzo d’Uccello per la via dei Genovesi. Come piccioncini ci coricammo nel rudere dei Cantoni di Neve Vecchia, lo stesso dove avevo passato la notte prima della solitaria alla Oppio-Colnaghi del Pizzo d’Uccello (vedi https://www.gognablog.com/una-casuale-solitaria/). Al mattino, con tempo splendido, attaccammo la via dei Genovesi. Questa si presenta all’inizio con placche di marmo liscio abbastanza abbattute, quindi facili. Eravamo legati ma procedevamo assieme a corda distesa. Gradualmente la pendenza aumentava, mi trovai su un terrazzino con un chiodo e decisi immediatamente di fermarmi per farle assicurazione. La corda era completamente distesa, tanto che feci leggermente fatica a passare la corda nel moschettone che avevo appena agganciato al chiodo. In quell’esatto momento Silvana scivolò con un piede e cadde. La leva del moschettone si era appena richiusa, dunque mi sentii tirare di colpo verso il chiodo e la sua caduta fu immediatamente trattenuta… Certo, una frazione di secondo prima e non avremmo potuto mai raccontarla…

In vetta alla Torre Castello: da sinistra, Alessandro Gogna, Gian Piero Mottti, Gian Carlo Grassi, Giorgio Volta e Gianni Calcagno dopo la 1a ascensione della parete est, via dei Genovesi e via dei Torinesi, 17.9.1967

Questo incidente mi fece parecchio pensare in seguito, sia per la problematica tecnica dell’uso della conserva (quando, come, ecc.), sia per la situazione particolare che stavo vivendo, di eccitazione perenne e di trasposizione della mia attenzione in situazioni innegabilmente più emotive del solito. Abbastanza scossi salimmo la via, uscendo però sulla cresta di Capradossa senza seguire integralmente la via dei Genovesi.

La settimana seguente, 29 ottobre, per la Silvana sempre più viaggiatrice, altra zona ligure: andammo a Riva Trigoso per arrampicare sul mare. Il 4 novembre tentai con Gianni Calcagno la via Eisenstecken alla Roda di Vael. Di certo volevamo testare alcuni capi di equipaggiamento per la ormai progettata prima invernale della Nord-est del Pizzo Badile, ma non ricordo neppure dove arrivammo… di sicuro respinti dal maltempo. Inutile dire che mi rodevo le mani in macchina con lui, al ritorno e a orecchie basse, perché sarebbe stato meglio fare qualcosa con Silvana, no?

In Grigna, novembre 1967

Ma la domenica 12 novembre ero ancora in Grigna con lei. Salimmo la via Comici alla parete est della Torre, una via che non risultava essere mai stata ripresa: prima ripetizione e prima femminile. Ma quel giorno eravamo scatenati, perché usciti in vetta e scesi a passo di carica salimmo alla base ovest della Guglia Angelina per salire la via Castiglioni, altra prima femminile, condita per ultimo con la via Gandin all’Ago Teresita.

Dopo una puntata alla Cava della Gianchetta per la solita via Cinzia con non ricordo più con chi (24 novembre), il 26 ero di nuovo con Gianni Calcagno e Silvana. Ci producemmo sulla via normale al Sigaro con variante finale Vitali-Bartesaghi (un’uscita che non era mai stata ripetuta). Quel giorno Silvana non stava benissimo, così non ci seguì sulla via Gandin alla parete sud-est del Torrione Magnaghi Centrale.

Il 3 dicembre, dopo appuntamento ferroviario alla Stazione di Porta Nuova di Torino, Silvana ed io, non ricordo più con che mezzo ma probabilmente con Paolo Armando che io dovevo vedere per gli ultimi dettagli sulla Nord-est del Badile, andammo a Pinerolo e alla Sbarua. Qui con Silvana salii la temutissima via Armando, seconda salita, prima femminile.

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Extradiario – 21 – Autunno 1967 ultima modifica: 2018-11-06T05:16:08+00:00 da GognaBlog

8 pensieri su “Extradiario – 21 – Autunno 1967”

  1. 8
    Luca Visentini says:

    Più che per romanticismo, per tutelare la tipa.

  2. 7
    Alberto Benassi says:

    Avrei preferito che questa Silvana restasse senza cognome, un ricordo di Alessandro, un nostro sogno.

    Luca sei un romantico. E visto come  oggi usa , sei fuori dal tempo….ma non sei il solo.

  3. 6
    Luca Visentini says:

    Avrei preferito che questa Silvana restasse senza cognome, un ricordo di Alessandro, un nostro sogno.

  4. 5
    Renato Bresciani says:

    Sequel: Silvana Bellini nel 1970 sposò Paolo Armando, che- poche settimane dopo, il 3 agosto- morì precipitando con Andrea Cenerini, durante la discesa a corda doppia, dalla Nord della Gruvetta.

    Nel 1976 Silvana si trasferì in California, dove sposò Claudio Parazzoli ( con lui feci la Colombo e la Rizieri al Sigaro Dones). Silvana ha 2 figli, vive (in)felice e(s)contenta -as usual …- a Seattle.

  5. 4

    Ma alla Silvana gliel’hai detto che sul Pizzo d’Uccello per poco non riuscivi a mettere la corda nel moschettone oppure no? Io non gliel’avrei detto. Bastava che uno solo della cordata fosse in agitazione. Ma tu?

  6. 3
    Andrea says:

    E’ emozionante leggere di queste salite dove Alessandro, grande alpinista, si è legato alla stessa corda di altre 3 leggende dell’alpinismo che ora non ci sono più

  7. 2
    Carlo Crovella says:

    Attendiamo tutti con trepidazione di conoscere il “sequel” di quelle arrampicate-personalizzate…

    Che differenza con l’attualità, dove tutto si sbandiera direttamente su Instagram…

  8. 1
    Ivo Ferrari says:

    Credo che in fin dei conti, se non ci fossero le varie “Silvana”, l’alpinismo sarebbe assai monotono…

     

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