Latok I, the (un)finished business – parte 1

Latok I, the (un)finished business – parte 1 (1-2)
di Federico Bernardi
(pubblicato su http://montagnamagica.com/latok-i/ il 14 agosto 2018

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

“The unfinished business of last generation”, così Jeff Lowe, autore del primo storico tentativo di 100 tiri, su 103 previsti più o meno, definisce la cresta nord del Latok I 7145 m.

Quattro grandi alpinisti americani, Jim Donini, Michael Kennedy, Jeff Lowe e George Lowe, avevano superato le difficoltà maggiori ma brutto tempo e le condizioni di salute dello stesso Jeff Lowe li costrinsero al rientro.

Uno dei più grandiosi fallimenti in stile alpino, che ha ispirato generazioni di alpinisti di tutto il mondo a riprovarci, senza mai avvicinarsi non alla vetta ma nemmeno ai 7000 del 1978.

Jeff Lowe, George Lowe, Michael Kennedy sul Latok I, 1978. Foto: Jim Donini.

Le prime anticipazioni della clamorosa salita di un trio anglo-sloveno, composto da Aleš Česen, Luka Stražar e Tom Livingstone, parlano di una variante che ha evitato la parte finale della cresta; quale sia la via scelta, questa impresa è comunque storica, stupefacente. E’ la seconda assoluta al Latok I.

Basti dire che per Tom Livingstone era la prima grande spedizione, anche se il giovane 27enne gallese ha nel suo carnet un’invernale allo sperone Walker delle Grandes Jorasses, numerose difficili invernali in Scozia, e una spedizione in Alaska. Di Aleš Česen, 36 anni, che dire? Un fuoriclasse capace di scalare tutto in Yosemite, in Himalaya, anche il GIV in Karakorum; Luka Stražar, a 22 anni nel 2011 una prima sul K7 e molto altro.

È con una certa emozione, dunque, che aspettiamo di vedere la partitura scelta in quest’opera, compiuta in una settimana, dal giovane trio che, anche se non chiude l’unfinished business, renderà Jeff Lowe molto contento, anche per il salvataggio del russo Guzov che su Facebook lo stesso Lowe ha seguito e commentato con apprensione: è a lui, a George Lowe, a Jim Donini, a Michael Kennedy, che va il tributo riconoscente e ammirato per un’ispirazione durata 40 anni (Jeff Lowe morirà il 24 agosto 2018, pochi giorni dopo la pubblicazione di questo articolo, NdR).

Scrive Česen: “... ma il nostro pensiero speciale va al giovane alpinista russo Sergey Glazunov, morto recentemente mentre scendeva in doppia, dopo un tentativo con Alexander Gukov, quest’ultimo salvato dopo una terribile settimana in parete da piloti pakistani militari…”.

Secondo le testimonianze di Alexander Gukov, che ha dimostrato un’onestà sincera, Sergey è uscito dalla parete raggiungendo l’anticima del Latok I, appena 50 metri sotto la vetta; Sergey era convinto fosse la cima, ma Alexander, secondo di cordata, dalla sua prospettiva si è accorto che la cima vera era poco più distante. Detto questo, “capiamo come i russi abbiano quasi sicuramente superato il limite raggiunto dagli americani nel 1978 e percorso integralmente la cresta nord” conclude Česen.

Purtroppo, sappiamo cosa è successo in seguito.

Salvataggio in longline di Alexander Gukov sul Latok I. Foto: Askari Aviation.

Anna Piunova, redattrice in capo del prestigioso sito russo mountain.ru, instancabile organizzatrice e punto focale anche per i soccorsi all’alpinista russo bloccato a 6200 metri, ha ricevuto il seguente SMS da Aleš Česen: Abbiamo seguito la cresta nord per due terzi, poi ci siamo spostati a destra, salendo il colle tra il Latok I e II, infine abbiamo continuato sulla parete sud fino alla cima. Per noi, era la linea più logica e sicura in quella situazione. Ci abbiamo messo sette giorni, tra scalata e discesa”.

Latok I (e II, sulla destra dietro alla cresta nord del Latok I). Foto: blackdiamondequipment.

Le vie sui Latok
In una documentata ricerca di Stefano Lovison su alpinesketches pubblicata nel 2014, che riprende a sua volta uno splendido articolo di Montagne360 di Carlo Caccia, troviamo una cronologia dei tentativi al Latok I, per la maggior parte sulla inviolata cresta nord (cit), che riportiamo, integrandola con i tentativi salienti, dal 2015 fino ad oggi. Prima, ringraziando ancora Stefano Lovison, riprendiamo la sua bella mappa fotografica, con indicazione di alcune vie e vari tentativi, aggiungendo le probabili linee delle 2 spedizioni recenti, la russa e la anglo-slovena di questo agosto 2018:

1. Jim Donini, Michael Kennedy, Jeff Lowe e George Lowe, 1978; 2. Cresta nord-ovest del Latok II, Álvaro Novellón e Óscar Pérez, 2009; 3. Tentativo di Josh Wharton, Colin Haley e Dylan Johnson, 2009; Giri-Giri boys, 2010; 4. Tentativo di Fumitaka Ichimura, Yusuke Sato e Katsutaka Jumbo Yokoyama, 2010; Maxime Turgeon e Louis-Philippe Menard avevano tentato la linea nel 2006 fermandosi a circa 5300 metri; a. linee in progetto di Josh Warthon; b. progetto della spedizione russa 2012. In rosso, Glazunov/Gukov, luglio 2018; in azzurro, Česen/Livingstone/Stražar, agosto 2018 (presunte e stimate).Foto:  Josh Warthon.

Luglio-settembre 1975
Un team giapponese guidato da Makoto Hara circumnaviga il gruppo dei Latok via Biafo, Simgang, Choktoi, Panmah e ghiacciai Baltoro. Valanghe e frane impediscono qualsiasi tentativo significativo.

Luglio-agosto 1976
Un team giapponese guidato da Yoshifumi Itatani tenta il couloir tra i Latok I e III (Latok Est), raggiungendo circa 5700 m. prima di tornare indietro di fronte alla caduta di seracchi.

Agosto-settembre 1977
Un team italiano guidato da Arturo Bergamaschi esplora il percorso tentato dai giapponesi nel 1976 ma decide che è troppo pericoloso. Fanno la prima salita del Latok II dal ghiacciaio Baintha Lukpar.

Giugno-luglio 1978
Gli americani Jim Donini, Michael Kennedy, Jeff Lowe e George Lowe tentano la lunghissima cresta nord, impiegando 26 giorni in capsula-style. Raggiungono un punto molto alto, a circa 7000 m.

Giugno-luglio 1979
Un team giapponese guidato da Naoki Takada compie la prima (e finora unica) salita del Latok I attraverso la parete sud. Dopo un lungo assedio e con l’impiego di molte corde fisse e tre campi a sinistra del canalone tra Latok I e III, sei alpinisti raggiungono la cima.

Luglio 1982
I britannici Martin Boysen, Choe Brooks, Rab Carrington e John Yates tentano la cresta nord due volte, la seconda fino ad un punto a circa 5800 m.

Luglio 1986
I norvegesi Olav Basen, Fred Husøy, Magnar Osnes e Oyvind Vlada tentano la cresta nord, fissando almeno 600 metri di corde fisse e raggiungendo i 6400 m dopo 18 giorni di scalata. Passano altri 10 giorni tra bufera e neve pesante prima di arrendersi.

Luglio-agosto 1987
I francesi Roger Laot, Remy Martin e Laurent Terray installano corde fisse sui primi 600 metri della cresta nord. Per una forte nevicata tornano indietro da un’altezza di circa 6000 m.

Giugno 1990
I britannici Sandy Allan, Rick Allen, Doug Scott e Simon Yates e l’austriaco Robert Schauer compiono una serie di ascensioni nella zona ma non tentano quello che è il loro obiettivo primario a causa di condizioni difficili e pericolose e per la molta neve sulla cresta nord del Latok I.

Luglio-agosto 1992
Jeff Lowe e Catherine Destivelle tentano la cresta nord, incontrando enormi funghi di neve sul percorso. Carol McDermott (Nuova Zelanda) e Andy McFarland, Andy MacNae e Dave Wills (Gran Bretagna) raggiungono circa i 5900 m. sulla cresta durante due tentativi nella stessa spedizione.

Luglio-agosto 1993
Gli americani Julie Brugger, Andy DeKlerk, Colin Grissom e Kitty Calhoun tentano la cresta nord, tornando a circa 5500 m a causa del brutto tempo.

Agosto-settembre 1994
Gli alpinisti britannici Brendan Murphy e Wills Dave tentano la cresta nord raggiungendo i 5600 m al loro secondo tentativo.

Luglio-agosto 1996
Murphy e Wills ritornano sulla cresta nord, raggiungendo circa 6100 m metri prima del ritiro a causa della perdita di uno zaino. Due tentativi successivi sono ostacolati a 5900 m dal cattivo tempo.

Agosto 1997/1998
Gli americani John Bouchard e Mark Richey tentano la cresta per tre volte, l’ultima con Tom Nonis e Barry Rugo, raggiungendo il punto più alto a 6100 m. A differenza delle precedenti spedizioni, riscontrano temperature elevate e condizioni di asciutto che portano alla caduta di rocce dalla parte alta della parete.
Seguendo un pilastro di roccia dal fondo della parete, trovano una linea superba con difficoltà fino al 5.10. Torneranno l’anno successivo sulla North Ridge per un altro infruttuoso tentativo a causa del maltempo.

Agosto 2001
Wojciech Kurtyka (Polonia) e Yasushi e Taeko Yamanoi (Giappone) hanno un permesso per la cresta nord ma non riescono ad attaccare a causa di avverse condizioni meteorologiche.
Stein Gravdal, Halvor Hagen, Ole Haltvik e Trym Saeland (Norvegia) raggiungono circa 6250 m. dopo 15 giorni sulla via.

2004/2005/2006
I fratelli Benegas (Argentina) tentano la cresta nord per tre anni di fila. I primi due anni avversati dal cattivo tempo nonostante le ottime condizioni della montagna.
Nell’agosto del 2006 una forte tempesta li ferma a circa 5500 m.

Agosto 2006
Maxime Turgeon e Louis-Philippe Menard (Canada) tentano la futuristica parete nord, ritirandosi da 5300 m a causa del gran caldo e delle condizioni estremamente pericolose della parete. Rivolgono quindi la loro attenzione sulla cresta nord ma si ritirano per la troppa neve fresca.

2007
Tentativo degli americani Bean Bower e Josh Wharton.

Luglio 2008
Secondo tentativo di Wharton e Bowers che tentano la cresta ma sono avversati dal maltempo. Due soli giorni di bel tempo non permettono che il raggiungimento di 5500 m di quota prima del ritiro.

La cresta nord del Latok I, con il tracciato dello storico tentativo americano del 1978

Luglio 2009
Josh Wharton, Colin Haley e Dylan Johnson sono respinti dalla cresta nord del Latok I, dopo aver bivaccato a quota 5830 metri.

Luglio-agosto 2009
Álvaro Novellón e Óscar Pérez tentano la cresta raggiungendo circa i 5800 m per le pessime condizioni della neve.
Decidono quindi di cambiare obiettivo focalizzandosi sul Latok II 7108 m dove riusciranno nella prima salita completa della cresta nord-ovest. Questa notevole scalata purtroppo finirà in tragedia, quando per una caduta durante la discesa rimane gravemente ferito Pérez. Nell’impossibilità di trasportare il compagno, Novellón scende da solo per chiedere aiuto, creando una grande mobilitazione internazionale di salvataggio.
Immobilizzato a 6500 metri sulla cresta nord-ovest del Latok II con una gamba e una mano fratturate, abbandonato alla sua sorte, per Óscar Pérez non fu più possibile alcun soccorso.

Luglio 2010
I Giri-Giri Boys Fumitaka Ichimura, Yusuke Sato e Katsutaka Jumbo Yokoyama si ritirano dalla cresta nord a circa 5900 metri per le condizioni di neve molto pericolose. Prima di questo tentativo la squadra aveva provato l’impressionante parete nord raggiungendo un’altezza di circa 5900 metri.

Giugno-luglio 2011
Ermanno Salvaterra, Andrea Sarchi, Cesare Cege Ravaschietto, Marco Majori e Bruno Mottini, dopo aver passato 6 giorni in parete e aver raggiunto quota 5300 metri circa sono costretti al ritiro per il maltempo e pericolo di valanghe.

Luglio-agosto 2012
Tentativo dei russi Oleg Koltunov, Vyacheslav Ivanov, Shaman Valera e Ruslan Kirichenko.

2015
Thomas Huber rinuncia al tentativo per condizioni impossibili della parete.

Agosto 2016
Thomas Huber al Latok I con Toni Gutsch, Sebi Brutscher, Max Reichel e gli statunitensi Jim Donini, George Lowe e Thom Engelbach. George e Jim, reduci del 1978, assieme a Thom per una scalata commemorativa in un 6000 della zona. Il dramma sull’Ogre II e la scomparsa dei fortissimi Adamson e Webster, spingono Thomas Huber a prendere parte a un tentativo di salvataggio, con salita della cresta a 6200 m sull’Ogre II, dopo le infruttuose ricerche in elicottero. Il team, nonostante Huber volesse fare un tentativo, decide di non affrontare la cresta del Latok I per le condizioni della parete, oltre al segno lasciato dal dramma sull’Ogre II.

Luglio-agosto 2018
Tentativo dei russi Alexander Gukov e Sergey Glazunov. Sergey Glazunov guida da primo l’ultimo tiro su una torre in uscita dalla cresta nord, convinto di essere in cima. Al rientro, Glazunov muore per caduta e Gukov rimane bloccato per giorni a 6200 metri, prima del salvataggio in extremis, compiuto dai coraggiosi piloti dell’Askari Aviation militare, tramite longline. Gukov, dall’ospedale, testimonia che secondo lui hanno scalato tutta la cresta ma che la torre era circa 50 metri più in basso della vera cima. Analizzando la topologia, se verrà confermata questa versione, la cresta nord è stata integralmente scalata. Il team anglo-sloveno composto da Česen, Livingstone e Stražar, compie una salita della cresta nord “per 2/3, poi traversando sul colle tra Latok I e II, transitando sulla Sud per arrivare in cima… la linea più sicura e logica per noi…” . Insomma, una variante della via del 1978 con probabili innesti su vie già percorse, parzialmente, ma comunque seconda assoluta del Latok I.
Anche Thomas Huber rinuncia al tentativo sul Latok I. Decollato ad inizio agosto con il connazionale Rainer Treppte e l’italiano Simon Gietl, il team non ha potuto cimentarsi con la difficile cresta nord.

Thomas Huber, Rainer Treppte e Simon Gietl. Foto: Archivio Huber.

Già nel 2015 e nel 2016 il più anziano dei fratelli Huber si era avvicinato alla montagna, senza però mai riuscire a lanciare un attacco vero e proprio alla vetta. Nella spedizione appena conclusa: “La partenza è stata più che buona, ma poi abbiamo dovuto rinunciare – ha detto l’alpinista tedesco a Mountain.ruero convinto che il riscaldamento globale potesse aver posticipato i tempi proficui per un tentativo alla cresta nord, ma la mia tattica, spostare la data della spedizione alla fine della stagione, non ha funzionato“.

Dopo una prima fase di acclimatazione sul Seimila Panghi Kangri, il trio ha cominciato a salire il Latok III, di cui progettavano di raggiungere la vetta prima di dedicarsi al fratello maggiore, ma intorno a C1 è cominciato il maltempo. Tre settimane di neve hanno arrestato qualsiasi attività, lasciando il gruppo a sperare che una finestra di bel tempo potesse lasciare loro qualche giorno per fare almeno un tentativo al Latok I.

Dopo tante precipitazioni nevose però la cresta nord della montagna, già di per sé complessa, risultava troppo carica di neve fresca, fattore che aumentava ulteriormente la difficoltà e acuiva il rischio valanghe. “Una diretta sulla parete nord è possibile, ma ora la montagna non è in condizione. Però mi piace essere qui. Abbiamo una buona squadra e mi sono divertito“.

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Latok I, the (un)finished business – parte 1 ultima modifica: 2018-10-17T05:10:55+00:00 da GognaBlog

1 commento su “Latok I, the (un)finished business – parte 1”

  1. 1
    Sogni di Renato says:

    Più o meno si può dire che lo sperone nord sia stato salito da due cordate separate e la vetta raggiunta da quella che non l’ha salito tutto.
    Le pareti sono ancora vergini, come quasi tutte lì in giro.

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