Le solitarie di Heinz Grill

Le solitarie di Heinz Grill
di Barbara Holzer (27 aprile 2015)

Ormai hai fatto tante salite in solitaria, credo alcune centinaia e per quanto so, hai cominciato a farne già da giovane. Vorrei chiederti: c’è un aspetto sociale nelle solitarie? Quali erano per esempio agli inizi le tue motivazioni e quali sono quelle di oggi? Come valuteresti l’aspetto sociale delle solitarie? Si può dire che quando qualcuno va da solo in montagna si allontana dal mondo, sfuggendo quasi alla vita di società, oppure si può dire che la solitaria è parte della vita sociale?
Gli alpinisti che salgono una mia via nella Valle del Sarca mi rivolgono relativamente spesso questa domanda. Una volta facevo due terzi delle mie salite in solitaria, mentre oggi non le faccio quasi più. Anche le vie che ho apertoe nella Valle del Sarca portano un essenziale elemento sociale. Non sono state create per me o per un piccolo gruppo di alpinisti, ma in generale in modo che i ripetitori se ne possano rallegrare e sperimentare un arrampicare leggermente esigente ma tuttavia senza (grave) pericolo. Queste vie sono concepite come una specie di preparazione per l’arrampicata in montagna. Sono state sviluppate con uno sfondo sociale, per gli alpinisti.

Heinz Grill

In passato hai fatto in gran parte vie solitarie. Era già presente per te un aspetto sociale in quei giorni, o da giovane era tutto su un altro registro? L’essere solo sulla roccia, l’essere esposto in montagna, in modo da potersi fidare solo di se stessi è una grande sfida. Si può già parlare lo stesso di un aspetto sociale qui?
In passato, quando avevo 14 anni, ho sviluppato le prime solitarie e le ho coltivate forse per più di 20 anni in diverse difficoltà. L’aspetto sociale non mi interessava naturalmente nella stessa maniera di oggi. Non prestavo attenzione nel migliorare una via aperta e far sì che si potessero pulire delle zone molto friabili oppure fare in modo che si potesse migliorare la via, assicurandomi che tutti i chiodi fossero affidabili.

Questo aspetto sociale necessario oggi per lo sviluppo e la frequentazione delle vie nella Valle del Sarca e in minor grado anche per le Dolomiti, non esisteva nel passato. Ma esisteva un altro aspetto sociale che in quel tempo naturalmente non era cosciente in me. Quando avevo 16 o 19 anni, non usavo affatto la parola “sociale”. Tuttavia vi erano altri concetti, che in passato venivano spesso considerati, e questi erano il concetto della relazione con la montagna, con la parete e il concetto del ritmo. Già nella prima giovinezza per me era imperativo studiare e sviluppare l’elemento ritmico dell’arrampicata.

Quanto più peso per esempio gravava su una cordata, tanto meno si poteva creare un ritmo leggero. Con le tecniche di sicurezza il ritmo era quasi sempre limitato per la cordata e infine si trovavano a stento compagni di cordata che fossero in grado di scalare in modo veloce delle vie veramente lunghe. Con i presupposti di allenamento di allora e gli scarponi pesanti da montagna solo pochi erano in grado di svolgere una scalata veramente veloce di una parete di 500 metri. Nella solitaria era però possibile un orientamento ritmico del tutto diverso: nessuna corda bloccava, nessun compagno di cordata faceva rallentare il tempo di salita a causa dei passaggi difficili, riducendo così al minimo i cosiddetti pericoli oggettivi di caduta sassi, colpi di fulmine o condizioni di tempo avverse. In questo modo era possibile terminare una salita senza grande dispendio di materiale, in modo ritmico, veloce e perfino in modo più sicuro.

Tu hai introdotto il concetto del ritmo che a volte ho già letto nelle tue pubblicazioni. Con il ritmo descrivi una certa esperienza che vivi nell’arrampicare, un certo sentimento, una certa relazione con la montagna. Come si può descrivere questo sentimento e quale valore si può attribuire al ritmo? Lo hai anche collegato all’ambito sociale. È un ambito molto complesso: ritmo, relazione, socialità. Come si può creare una sintesi?
La relazione è un presupposto per ogni impegno sociale o per ogni vita sociale. Il ritmo a sua volta è l’espressione di una relazione riuscita. In generale il ritmo nasce per esempio perché c’è un’esistenza terrestre e ce n’è una cosmica. Le stelle danno il ritmo alla Terra, questa è una circostanza che diventa evidente nella crescita delle piante. Ogni crescita sulla Terra avviene a ritmi corrispondenti. L’essere umano è in grado di creare ritmi per la vita o perfino di svilupparli oltre. Anche nella musica per esempio esiste l’elemento ritmico. Chi è in sintonia con un brano di musica, si sente portato da questa musica e si sente più leggero nelle sue membra. Quando si realizza questo rapporto tra una parte superiore, o per chiamarla così una parte cosmica, e una parte inferiore, terrestre, anche l’arrampicare diventa leggero, vivace e sicuro. Si può dire, che quando la condizione mentale verso i differenti obiettivi è in concordanza con la volontà e con le condizioni del corpo, si trova facilmente il ritmo nell’arrampicare. Questi presupposti non possono però subentrare sempre in modo fortunato, bensì devono venire conquistati rigorosamente anche quando si è giovani.

Heinz Grill su L’Ombra e l’Apparizione del Mondo, Coste dell’Anglone, Valle del Sarca

Già da giovane a 19 o 20 anni hai riportato le tue esperienze in un libro. Potresti raccontare un esempio di questa esperienza ritmica? Se ho compreso bene, l’esperienza ritmica risulta dalla relazione con la montagna e questa oggi l’hai trasformata verso il sociale.
L’esperienza ritmica in montagna non è subito presente o data per scontata, ma è sempre stata una conquista da parte mia. Mi ricordo di una solitaria al diedro nord-ovest del Predigtstuhl nel Wilder Kaiser. Questa via è stata aperta da Andreas Schrank e Michael Hoffmann nel 1977 ed è stata valutata in quel tempo di grado VII-. Si tratta di un’arrampicata tipica di fessura ed era molto famosa nel Wilder Kaiser. Su questa roccia calcarea con tanti diedri e fessure in un concatenamento caratteristico, i passaggi con le fessure da un lato erano amati (tra gli alpinisti), ma dall’altro erano anche temuti. In quegli anni non c’erano ancora i friend. Attaccai comunque la via ma non avevo con me né corda né attrezzi, perché completamente senza materiale avrei potuto scalare in modo molto più facile le fessure nei loro punti stretti, dove la corda e magari addirittura lo zaino avrebbero ostacolato non di poco i movimenti.

Dopo aver superato i primi tiri arrivai al punto chiave della via. Mi ricordo ancora le ginocchia tremanti e mi accorsi che non potevo superare il passaggio. La fessura innanzitutto non era adatta per incastrarvisi, ma si apriva verso l’esterno, di modo che aumentava il pericolo di cadere. Comunque scesi, dovevo scalare anche gli strapiombi dell’attacco in stile libero e allora ripiegai su un’altra via di IV grado che portava sul Predigtstuhl. Ma quando arrivai in fondo a questa via più facile, non fui soddisfatto del risultato e congetturavo se il ritorno fosse stato veramente necessario. Allo stesso tempo mi accorsi che l’arrampicata in discesa era riuscita meglio della salita. Con la discesa il ritmo era già entrato un po’ nel mio corpo ed era presente una sensazione verso la roccia. Quindi feci di nuovo i primi tiri della Schrank-Hoffmann sino al punto chiave suddetto e lo potei superare in modo relativamente leggero e senza grande tensione. Mediante i movimenti ripetuti il ritmo era infatti entrato nelle articolazioni.

Mi ricordo di aver vissuto frequentemente simili momenti. Dopo il punto chiave salii con agilità gli ulteriori passaggi del diedro nord-ovest del Predigtstuhl che non sono per niente facili. La difficoltà dello strapiombo finale che nel complesso sporge di quattro metri, non la percepii nemmeno, tanto leggeri erano diventati i movimenti nell’arrampicare. Mi ricordo che quel giorno feci ancora altre due vie in salita e discesa: scesi il diedro Gretschmann-Kadmer e poi seguii il sentiero di discesa fino alla Steinerne Rinne. Lì mi sentivo ancora così leggero per il ritmo portante che istantaneamente potei aggiungere una seconda prima ascensione in solitaria, il diedro nord-est della Fleischbank. Questa mi riuscì così facile che ho pensato che la via era stata complessivamente sopravalutata nella difficoltà. Alcuni anni dopo, quando ripetei questo diedro nord-est della Fleischbank con un compagno di scuola, al quale avevo detto che era molto facile, fui sorpreso del contrario. Non risultò un ritmo perché avevamo attaccato in modo molto sventato e potemmo uscire dalla via solo con fatica all’ultima luce del giorno. Il ritmo non si era instaurato in questa salita in cordata e per questo motivo sperimentavo la difficoltà anche in modo molto più severo e sostenuto.

Il ritmo per me è un compagno portante della via, che però non subentra in modo scontato, ma deve essere conquistato mediante l’entrare in relazione, ripetizione e modestia di fronte alla montagna.

Adesso dai lo spunto della modestia, dell’attitudine dell’alpinista verso la montagna e del ritmo che sembra giocare un ruolo importante. Potresti dire qualcosa in riguardo?
Nella modestia l’essere umano si sente più vicino a se stesso e alle condizioni della natura, mentre nell’orgoglio non giunge o arriva a un raccoglimento nel suo centro e con ciò è facilmente incline a commettere errori. La modestia può liberare delle forze. Ho sempre potuto fare di nuovo questa esperienza in montagna. Si dice facilmente ai compagni: “Questa via la facciamo in quattro e quattr’otto!” Dopo di che però la via si impenna con tutte le resistenze, magari le condizioni del tempo si fanno sempre più brutte e con queste condizioni diviene tutt’altro che una salita facile, così l’alpinista può veramente accorgersi che non deve mai cominciare una via in modo sventato. Sebbene creda di essere all’altezza di una via, è necessaria una certa calma e un raccoglimento in un centro sensibile, affinché si possa sviluppare la visione d’insieme necessaria nell’arrampicare. I sensi diventano effettivamente ciechi, se prevale un atteggiamento orgoglioso nell’arrampicare.

Lalidererspitze, parete nord, via Rebitsch-Spiegl. Foto: Lhotar Klingel

Mi ricordo che ho percorso una volta in solitaria la Via Rovereto di Armando Aste al Campanile Basso. Ho detto alla mia collega Sigrid: “Questa via non è così difficile, è al massimo un VI grado. Aspettami qui, in un’ora sono di nuovo qui”. Faccio la via “in un salto”, come ho detto. Non avevo una corda con me. Misi due fettucce con due moschettoni attorno alla spalla per poter eventualmente affrontare passaggi chiodati con una fettuccia o un moschettone.

Poiché non avevo indirizzato a sufficienza i sensi sulla roccia, e avendo creduto che tutto si sarebbe risolto in un batter d’occhio nel flusso del movimento, persi il tracciato della via spostandomi troppo a destra. Lì la via era diventata più difficile, anche la qualità della roccia era sgradevole e friabile. Infine, capii che avevo sbagliato la via, ma pensavo ancora che insomma, su quella parete si poteva in ogni caso sempre arrampicare, perché la roccia dolomitica è solida. Ma la parete diventava sempre più ripida e alla fine uno strapiombo bloccava il percorso. La possibilità di fare una ritirata ormai era diventata dubbiosa. Arzigogolavo e mi accorgevo come i sensi vengono abbagliati da un comportamento sventato ed esagerato. Dopo alcuni riflessioni mi ritrovai completamente in me stesso e superai gli strapiombi seguenti. Tremante, con le forze esaurite raggiunsi di nuovo la via normale dove potei poi proseguire tranquillamente alla cima. Questa via di Armando Aste, la Via Rovereto al Campanile Basso, fu per me un’esperienza dolorosa nel senso della modestia. Ma non ci fu solo questa via, a volte ho vissuto le conseguenze di un comportamento troppo spensierato ed orgoglioso, nel credere che le possibilità fortunate fossero sempre automaticamente dalla mia parte. La modestia per me è un presupposto essenziale per ogni arrampicata.

Ho sentito che le vie di Armando Aste che hai ripetuto sono tante. Quali preferenze hai nella scelta delle tue vie, quali primi salitori hai preferito e quali tipi di arrampicata?
Ho grandi preferenze nell’arrampicata. Non ero molto incline a fare arrampicate estreme di placche, piuttosto avevo un particolare talento per i diedri, le fessure e i camini. Nelle fessure mi sentivo più sicuro e mi potevo sempre aiutare con la coordinazione dei movimenti. Nella placca o anche negli strapiombi esposti non mi trovavo mai così sicuro.

Ho conosciuto Armando Aste per la prima volta nel 1977 leggendo le guide tedesche. In quegli anni le guide tedesche erano molto imprecise e si trovavano solo frammenti riassuntivi delle descrizioni per esempio delle vie sulla Civetta o sulla Marmolada. Sulle vie in Marmolada per esempio ho letto, che le prime ascensioni sono durate alcuni giorni: la Canna d’Organo quattro giorni, la Via dell’Ideale cinque giorni e la via Ezio Polo quattro giorni. In quei tempi era una grande impresa fare una prima ascensione di queste vie.

Ho provato subito una simpatia per le vie di Armando Aste. Per quanto mi ricordo, ho fatto quasi tutte le sue vie in solitaria. Dalla breve descrizione nella guida già la Via dell’Ideale risplendeva ai miei occhi e quasi non pensavo altro che di attaccare questa via in solitaria. Poi seguirono subito le altre ascensioni; mi ricordo la Via Canna d’Organo, poi la Via Ezio Polo, alla fine la via Aste-Susatti sul Civetta, oppure la via che fece con Josve Aiazzi sulla parete ovest della Cima della Busazza. Questa però non la raccomanderei proprio. Un’altra via di Aste che ho fatto in solitaria è stata la Est di Cima di Pratofiorito. Al Crozzon di Brenta c’è il grande diedro (parete nord-Est, diedro Aste-Navasa) che mi è rimasta nella memoria come una bella via. Per la loro grandiosità e sintonia ben ordinata divenne per me una grande esigenza salire le vie di Armando Aste nel mio stile e senza grande dispendio di materiale.

Lalidererspitze, parete nord, traversata a corda sulla via Rebitsch-Spiegl. Foto: Lhotar Klingel

Hai già accennato prima che andavi molto veloce. Spesso hai salito diverse vie in un giorno, anche in merito al ritmo che hai trovato nel fare la via. Quanto veloce sei stato e quanto lo sei oggi?
Sì, sono stato sempre affascinato nel trovare il ritmo e poi percorrere la via con velocità e leggerezza. Se non trovavo il ritmo, tornavo relativamente spesso indietro all’attacco e andavo a casa. Per una grande via, per esempio la Via dell’Ideale in Marmolada ho calcolato cinque ore nel complesso, “fabbricavo” alquanto per così dire in alcuni passaggi. Dovevo sperimentare e “fare bricolage” in alcuni passaggi nel canalone, a un passaggio bagnato, e per questo la via era diventata quasi un’impresa di una giornata. Altre vie, come la Canna d’Organo, potei percorrerle in due ore. Subito dopo i primi spuntoni trovavo il ritmo e potevo accrescere i miei movimenti e arrampicare con sicurezza leggera attraverso i passaggi, camini, fessure e diedri. E’ stato facile per me fare il traverso a corda, in cui c’erano ancora due chiodi di Armando Aste. Proseguii senza mezzi di sicurezza e per quanto mi ricordi non avevo una corda con me, e così a mezzogiorno potei già prendere la funivia per Malga Ciapela.

Mi ricordo anche del pilastro Fiume sul Monte Pelmo. Eravamo in due e salimmo per la via normale perché il mio collega, Manfred Ruf, quel giorno non voleva arrampicare. Quando arrivai in alto sulla cima mi meravigliai che il mio amico non fosse ancora arrivato per la via normale. Apparentemente la salita era stata veloce, non mi ricordo dei tempi, non guardavo neanche sempre sull’orologio. Anche l’orologio non è indicato per l’arrampicata, perché potrebbe impigliarsi nelle fessure. E perfino quei 100 grammi di un orologio, secondo me non sarebbero di grande vantaggio. Ma in generale le solitarie sono state sempre molto veloci, tanto che gli altri ritenevano impossibile che qualcuno potesse mai arrampicare in questo stile.

Quando descrivi il tuo arrampicare, trasmetti un’esperienza molto intensa. Per me suona così, che sei in una relazione così intensa con la montagna che da essa si sviluppa una vita interiore ricca e meravigliosa. Quando si può percorrere le vie con veloce leggerezza, la velocità ha un significato particolare per l’esperienza?
Sì, la velocità è un risultato del principio ritmico e il principio ritmico a sua volta è un risultato dalla relazione con la parete, con la roccia, con la montagna, forse anche con gli elementi: l’aria, il sole, il vento e infine con la luce e tutte le influenze cosmiche.

In passato non sapevo ancora come le forze agiscono, questo mi è diventato comprensibile oggi attraverso il mio lavoro. Quando si osserva un uccello, esso non si eleva in alto solamente attraverso i battiti d’ala. Non si alza impiegando energia come un aereo, quindi impiegando molto carburante, affinché possa portare il peso nell’aria, ma si alza battendo le ali e perdendosi in ogni momento del movimento in un certo modo nella sfera ariosa. Il battito d’ala dell’uccello in ultima analisi non è altro che un alleggerirsi e un sollevarsi dal peso terrestre. Se si osserva il volo dell’uccello in modo preciso, come compie i singoli movimenti con le ali, si nota, che non lavora all’insù con l’energia, ma che in un certo modo si libera dalla condizione terrestre del fisico.

Un’osservazione di questo tipo sull’uccello si può trasferire ora sull’arrampicata. Questi nessi allora non mi erano coscienti in misura sufficiente, ma ne partecipavo con uno sperimentare incosciente. Doveva avvenire una specie di alleggerimento della pesantezza del corpo. Affinché risultassero il ritmo e la sicurezza leggera, doveva dapprima subentrare una fase di distacco. Questa per esempio non l’ho mai trovata nelle palestre, perché lì mi sentivo appeso alla roccia come un sacco di farina, mentre nelle pareti remote, lì dove l’elemento cosmico si avvicina di più, ho trovato questo distacco. Si può dire che la coscienza e l’animo devono liberarsi un po’ del corpo, devono alleggerirsi un po’, per non restringere il corpo nel suo elemento attraverso troppe preoccupazioni e arzigogoli contorti. Nelle grandi pareti trovavo pertanto questa leggerezza e questo distacco della consapevolezza dal corpo e in base a questi, cioè con questa impostazione ritmica la velocità era quasi una conseguenza naturale.

Lalidererspitze, parete nord, ultima lunghezza difficile sulla via Rebitsch-Spiegl. Foto: Lhotar Klingel

Mi ricordo di una solitaria al Kleines Mühlsturzhorn nelle Alpi di Berchtesgaden. Stranamente quel giorno avevo dimenticato una delle mie scarpette d’arrampicata e di conseguenza dovevo arrampicare con lo scarpone al piede sinistro e con la scarpetta alla destra. Il sentiero di accesso era già abbastanza impegnativo attraverso alcuni canaloni, la via nel complesso era una prima ascensione. Cominciai a salire e dopo aver superato alcuni strapiombi giunsi a delle incrinature molto sottili che dovevo superare con un’arrampicata delicata. In ogni caso uscii dalla via in modo allegro e leggero dopo 600 metri di parete. Le persone che avevano ripetuto questa via erano cadute tutte nel superare queste fessure superficiali e da quel giorno fino a oggi non c’è stata ancora una ripetizione della via. Purtroppo la via attualmente è distrutta e non esiste più a causa di caduta sassi nelle zone inferiori. Era una via straordinariamente elegante e bella in uno stile completamente libero senza chiodi. La mia valutazione della difficoltà non era giusta, perché il ritmo che mi animava me la faceva sottovalutare. Nei passaggi centrali la via era stata valutata dai salitori che l’avevano provata di grado VII+.

Questo elemento leggero e libero l’ho sempre sperimentato in modo particolare nell’arrampicata solitaria. In cordata non posso mai vivere in modo sufficiente questo tipo di libertà e distacco della consapevolezza dal corpo.

Nella solitaria si è molto esposti al pericolo. Ammiro la saldezza dei nervi dei solitari. Come percepivi il pericolo, come l’hai vissuto? E poi la domanda critica: potresti raccomandare la solitaria ad altre persone oppure la sconsiglieresti?
Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, per prima cosa non consiglierei la solitaria a nessuna persona. Per dirla come Anderl Heckmaier, si potrebbe chiamare la solitaria una cosa molto “egocentrica”. Pensando alle mie solitarie, non mi trovo proprio in questa definizione “egocentrica”. Non le consiglierei a terzi, perché arrampicare senza corda è una disciplina così specifica che la si potrebbe raccomandare solo a una certa condizione mentale e d’animo. Andare in solitaria potrebbe anche essere un modo spericolato o un segno di stanchezza verso la vita a e in questo senso certamente non sarebbe una disciplina valida per tutti. Ci sono personaggi che cercano la via solitaria in montagna, sui sentieri come su neve, roccia o ghiaccio. Le zone di ghiaccio mi hanno sempre provocato ansia e solo poche volte mi sono trovato da solo sul ghiaccio, mentre mi sono sempre trovato e immedesimato molto bene nella roccia. La solitaria per me era anzi più facilmente calcolabile nella roccia friabile rispetto alle vie molto lisce, che a causa delle numerose salite si erano proprio “consumate”. Per esempio la roccia scivolosa di uno spigolo sud-est del Christaturm oppure di una parete sud-est del Fleischbank per me era molto più difficile che la roccia friabile e scagliosa del Karwendel.

In arrampicata sulla Pumprisse della Fleischbank (Wilder Kaiser)

So che hai fatto tante vie in solitaria nel Karwendel, molto vicino alla tua patria in Baviera. La roccia del Karwendel è molto scagliosa, come hai vissuto queste vie?
Nel Karwendel ero quasi a casa mia, diciamo però che ero da solo. Dopo che ho fatto la patente con grande impegno e viaggiavo con le prime auto, spesso andavo in questa zona austriaca che a quei tempi come oggi solo pochi arrampicatori vanno a visitare. La roccia del Karwendel non è proprio contraddistinta da grandi strapiombi, persino da passaggi molto ripidi: ci sono grandi placche e fasce friabili oppure pareti a scaglie. Credo di aver fatto quasi tutte le vie nel Karwendel in solitaria, perciò oggi non le posso nemmeno contare. Chiaramente mi ricordo le grandi vie, per esempio la diretta Lalidererspitze di Rebitsch, che ho fatto in inverno e in solitaria, poi la via di Matthias Auckenthaler, poi la via Grubenwand di Schweissheim, che i ripetitori a quei tempi potevano fare solo in due giorni, ma io riuscivo a salirla in tre ore. Poi mi è rimasta in mente una via molto difficile di Hias Rebitsch al Grubenkarpfeiler, di quasi 600 metri, di cui credo di aver fatto la prima ripetizione. Queste vie nel Karwendel per me erano interessanti anche perché non si trovava quasi mai nessuno sulle pareti. Uno si sentiva solo nel senso di una completa solitudine naturale e a intrigarmi erano proprio questi bei passaggi dalla ripida parete settentrionale con i suoi 800 metri fino alle forcelle solari della cresta.

Trascrissi una volta alcune di queste solitarie che avevo fatto nel Karwendel per un giornale e scelsi questo titolo: “Non ci sono limiti.” Per me questa sensazione senza limiti nella solitaria non era importante rispetto al grado di difficoltà. Arrivato in cima al Laliderer oppure sulle altre cime io sperimentavo un’apertura perfetta di fronte alle sfere di luce cosmiche. In queste altitudini per me era possibile fare un’esperienza senza limiti. All’inizio mi sentivo oppresso se la salita delle pareti nord attraversava zone buie, parzialmente muschiose e friabili. Le pareti richiedevano superamento, coraggio e anche una sensibilità molto delicata nel rapporto con la roccia. Poi però, andando in su, le pareti diventavano più leggere, le zone si aprivano e il muschio spariva con le ultime forcelle delle cime. Arrivato in cima, esistevano ancora solo le rocce, un mare di roccia. Queste rocce nel bagliore di luce dei bei giorni, donavano un’esperienza che chiamavo “senza limiti”. Il giornale però che aveva pubblicato l’articolo, aveva inteso “Non ci sono limiti” come un superare grandi difficoltà nel fare una solitaria. Così diverso era il vivere mio, rispetto a quello dello spirito del tempo. Per il giornale era importante sottolineare gli elementi dell’andare oltre i limiti, delle difficoltà e dei pericoli. Stranamente proprio sulle pareti del Karwendel non mi sono mai sentito in pericolo, sebbene queste pareti siano più alpinistiche per esempio della parete sud-ovest della Marmolada oppure di tutte le pareti in Marmolada. Sono la quintessenza di un modo di arrampicare che richiede la più grande precisione e il più delicato sentimento per il movimento. Ma proprio questi elementi mi andavano particolarmente a genio. Non ero portato per il superamento di strapiombi ripidi invece sì nel rapporto sensibile con passaggi di roccia non sempre solidi.

Adesso ti vorrei chiedere anche altri aspetti, affinché il lettore possa farsi un’idea: quante vie hai fatto, che materiale hai portato, su quali gradi hai arrampicato?
Queste non sono domande facili, perché non ho mai avuto un libretto di vetta. Ricordo delle vie importanti, per esempio ricordo bene tutte le grandi solitarie che ho fatto in Val Bregaglia. Nella maggior parte delle vie ho portato con me solo poco materiale. A volte portavo un martello e alcuni chiodi, e in casi più rari ho portato un imbrago, perché non mi sono quasi mai protetto. Per questo motivo non mi serviva un imbrago. Risparmiavo dove potevo risparmiare. A volte era necessario portare una corda per le discese. Per esempio sui monti del Karwendel salivo le pareti di 800 metri e poi discendevo da un’altra via come per esempio lo spigolo nord della Lalidererspitze. Questo era preferibile nei giorni invernali, perché i burroni erano pieni di ghiaccio e di neve. Ho fatto anche alcune solitarie invernali. Nelle Dolomiti molto spesso ho fatto una via in salita e un’altra in discesa, non posso più contarle oggi. Già a 15-16 anni conoscevo quasi tutte le vie nella Wilder Kaiser, sono alcune centinaia, e nella popolare Kampenwand con le sue belle pareti di 150 metri di altezza percorrevo le vie magari per la trentesima volta. Durante un giorno di scuola feci sempre delle combinazioni su queste pareti che hanno tra 50 e 150 metri, fino a 25 vie per giorno. Vivevo nell’elemento del movimento in su e in giù. Una via in su e un’altra di nuovo in giù e così facevo quasi 1500 metri d’arrampicata al giorno. In montagna ero davvero ben sintonizzato con tutti i movimenti, come per esempio un pianista che fa pratica otto ore al giorno, e sebbene non mi sia mai allenato, l’arrampicare così tanto per me è diventato una cosa ritmica e perciò il salire diventò sempre più facile. Però non ricordo più quante vie ho fatto, possono essere 800 solitarie, magari sono di più, magari sono di meno, non posso più dirlo oggi.

Oggi fai tante prime salite, sia nella Valle del Sarca che nelle Dolomiti, e crei le vie in modo che possano anche essere ripetute. Coltivi per così dire le vie, in modo che i ripetitori possano trovare un certo sentimento nella via. Poco prima hai detto che una volta la condizione di una via non era così importante per te, hai avuto altre preferenze. Sembra ci sia una trasformazione delle solitarie di una volta alla creazione delle nuove vie di oggi. Potresti spiegarlo un po’? Inoltre, fai ancora delle solitarie?
Oggi molto raramente vado da solo e poi faccio solo delle vie facili da gestire. Nella Valle del Sarca effettivamente non ho più fatto delle solitarie, a parte il salire velocemente le vie più facili come la Helena o la Aphrodite per controllare la pulizia delle vie. L’ultima solitaria l’ho fatta sulla Prima Pala di San Lucano, lì ho fatto per sbaglio una prima salita in solitaria, una via di De Biasio, presumibilmente è stata una delle prime ripetizioni e un’altra volta ho fatto una via di Massarotto al Torre di Lagunaz, ma oltre a queste ora arrampico con diversi compagni di corda e faccio anche delle vie che mi interessano per il loro stile classico. Non sono un alpinista che supera difficoltà molto alte come per esempio un ottavo grado. Oggi per me è importante, anche se ripeto una via, non salire solo per il mio interesse personale, ma poter comunicare ulteriormente questa esperienza e trasmetterla. L’arrampicata per me è cambiata, dalla “sintonia” con la montagna, come l’ha chiamata Maurizio Giordani, e dalla sensazione cosmica senza limiti, a una esperienza che sia in grado di promuovere bene i rapporti umani. Sono contento se si incontrano degli arrampicatori che non si fermano a discutere sui gradi di difficoltà e sul metodo rotpunkt, ma che cercano di impegnarsi nei rapporti e nello sviluppare un certo senso estetico nel fare queste vie che ho aperto nelle diverse parti delle Dolomiti e qui nella Valle del Sarca. Personalmente provo una grande gioia nel fatto che proprio queste vie hanno creato nell’arrampicata un effetto straordinario di relazione, nonostante sia nata qualche polemica. Nella Valle del Sarca s’incontrano giovani e vecchi che si divertono nel fare queste vie e molto raramente ho sentito da coloro che le ripetono delle parole antipatiche. Coloro che fanno polemiche le faranno sempre e magari ci saranno anche dei motivi per criticare questa disciplina che per così tante persone invece porta gioia.

Heinz Grill

L’aspetto sociale però per me è qualcosa di importante, perché a livello di anima per l’uomo non è importante per esempio il fatto che abbia superato una volta delle difficoltà straordinarie o che abbia fatto uno strapiombo in rotpunkt, bensì se riuscirà a entrare più profondamente in un rapporto con la natura. E se riuscirà a trovare una relazione più intensa con il suo prossimo ne trarrà giovamento per tanto tempo.

Lo sport dell’arrampicata può unire gli uomini. Come la musica unisce nel ritmo gli esseri umani fra di loro, così anche l’esperienza in montagna può unire gli uomini e anzi può guidarli in un rafforzamento della speranza per la vita.

Per quanto riguarda le solitarie, prima hai detto che sentivi una sintonia e probabilmente un ripetitore di una delle tue vie può sperimentare una cosa simile. Conosco le tue vie e posso dire che lì si vive un’esperienza veramente bella e di sintonia, anche se non si può spiegare concretamente! Come viene creata? E sento anche una relazione molto intensa con la natura e con il compagno di corda.
La sensazione di sintonia chiaramente è anche legata all’altezza, perché l’uomo più sale (lasciando le rocce oppure il ghiaccio), e più vivrà l’elemento cosmico e perciò si sentirà un certo essere solitario da potersi fidare solo di se stesso, e questo si potrebbe chiamare anche una sensazione di unità. Qui nella Valle del Sarca si vive un leggero e piccolo bagliore di principi ritmici: accessi brevi, discese brevi, tanti bei passaggi di roccia e lì si può godere di passaggi di roccia puliti e si può progredire un po’ nel ritmo. Si può cominciare con un primo tiro e poi ci si accorgerà come la sicurezza negli arti aumenta e da questo si può sentire un crescere davvero ritmico. Anzi ciò si vede già dalle persone che tornano dalle vie, che non si sono stancate, persino sono addirittura piene di gioia e di simpatia. La solitaria magari è tipica del vero alpinismo, mentre nella Valle del Sarca si trova il bell’elemento estetico e ritmico. Di sicuro sono discipline diverse, ma si possono completare a vicenda perché alla fine l’uomo cerca sempre un’indipendenza per entrare in un rapporto con la natura, cerca un rafforzamento del suo essere personale e allo stesso tempo cerca sicuramente un piccolo luogo, che può trovare nell’universo. In montagna, con l’arrampicata in solitaria o in cordata, l’essere umano cerca anche il suo posto nell’universo.

Ti ringrazio per l’intervista ed anche per la creazione delle tue belle vie.
Grazie anche a te per le tue belle domande che hanno risvegliato qualche ricordo del passato.

Le 20 solitarie più importanti di Heinz Grill
Pumprisse, Wilder Kaiser, 1977
Via Soldà, Piz Ciavazes, 1977
Via dell’Ideale, Marmolada 1978
Via Eisenstecken, Roda di Vael, Catinaccio, 1978
Via Rebitsch, Lalidererspitze, Karwendel, 1979
Via Rebitsch, Grubenkarspitze, 1979
Pilastro Fiume, parete nord del Pelmo, 1979
Via Rebitsch, Lalidererwand, Karwendel, 1980
Via Don Quichote, Marmolada, 1980
Via Ezio Polo, Marmolada, 1980
Via Canna d’Organo, Marmolada, 1980
Via Micheluzzi, Marmolada, 1980
Via Regular Route, Half Dome, Yosemite, 1980
Via Steck-Salathé, Sentinel Rock, Yosemite, 1980
Via Charlie Chaplin, Lalidererspitze, Karwendel, 1981
Via Brandstätter, Pilastro sud diretto, Marmolada, 1982
Via Comici, parete nord-ovest del Civetta, 1982
Via Pilastro Sud, Antelao, 1982
Via Corti, parete sud-est del Pizzo Badile, 1982
Via Aste, Crozzon di Brenta, 1984
 

 

 

 

 

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Le solitarie di Heinz Grill ultima modifica: 2017-05-08T05:37:42+02:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Le solitarie di Heinz Grill”

  1. 2
    Simone says:

    La mia esperienza con il ritmo nell’arrampicare era spesso impressionante. Senza ritmo cado di frequente, con ritmo mi muovo invece leggermente e quasi con sicurezza totale. Per la solitaria questa sinergia tra testa, cuore e movimento mi sembra inevitabile. Il ritmo è un meraviglioso gioco tra le rappresentazioni mentali maturate da una lunga esperienza, l’attività sensoriale di percezione della roccia e il movimento fisico. Tutte le tre insieme fanno sparire il pensiero pesante ed intellettuale. Il ritmo è un ritmo in se stesso e anche un ritmo nel ascolto al terreno, come ha scritto Lorenzo Merlo. Il ritmo stabilizza la presenza. E’ la grande misteriosa forza che lega la visione del futuro con il passato.

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    lorenzo merlo says:

    La direzione proposta da Heinz è a mio parere di valore umano prima che alpinistico.
    La cultura alla quale allude se uscisse dalla nicchia dove risiede ora, temo, produrrebbe una società più vicina a quella alla quale noi tutti aspiriamo quando constatiamo le manchevolezze di questa.
    Con una sola precisazione, capire non basta, ricreare è necessario.
    Ovvero, tutto dipende da noi.

    L’intervista mi ha generato molte considerazioni. Sintetizzo il librone che meriterebbero in un misero elenco.
    “Il terreno dice la verità” è un’espressione scaturita per esprimere che non siamo noi i protagonisti della nostra azione. Semmai esecutori, come il ballerino. Tanto più rispettiamo le indicazioni che la musica/il terreno ci indicano tanto più la nostra interpretazione sarà efficace allo scopo. Sicura.

    Riconoscere questa banalità ha una serie di conseguenze.
    – Esprime che la realtà non è pronta come una piscina nella quale tuffarsi, che essa dipende da noi, che l’efficacia con la quale la nuotiamo è da cercare nella relazione, invece che nella pedestre affermazione. Dovrebbero saperlo bene docenti e terapisti.
    – Permette di riconoscere che senza ascolto non possiamo assumere le informazioni del terreno, fosse anche il compagno.
    – Che se non siamo in ascolto del terreno tendenzialmente lo siamo dei nostri pensieri e giudizi.
    – Che questi facilmente inquinano la purezza necessaria affinché l’armonia possa compiersi.
    – Che se non siamo in condizione di creare armonia è opportuno andare al cinema – rinunciare – piuttosto che in situazioni che richiedono ascolto per divenire meno instabili.
    – Che anche al cinema se la realtà che creiamo è corrotta da pretese e giudizi più facilmente ci creeremo dei problemi, con la cassiera, con la maschera, col vicino.
    – Che essere ritmo è essere tutto, in quanto è una sorta di poesia che esprime integralmente la nostra condizione senza precisare innumerevoli particolari.
    – Che dedicarsi a riconoscere la struttura ritmica di un gesto permette di apprenderlo senza più pensare al “peso a valle” e al “peso a monte”.
    – Che l’esperienza non è trasmissibile e che ad ognuno va concesso il suo tempo per ricrearla.
    – Che pretese e giudizi impediscono di sentire il corpo, di esserlo, quindi di riconoscere che per arrivare al bidito serve prima spostare il peso.
    – Che muoversi solo secondo la struttura ritmica di un gesto o di un passaggio e una parete, cioè senza pensare a cosa si deve fare, libera l’intelligenza motoria di cui già disponiamo. Gli automatismi motori non impegnano la corteccia cerebrale, sede dell’azione volontaria.
    – Che liberarsi dal conosciuto, esperienza e memoria incluse, proprio quanto credevamo fosse necessario coltivarlo, è la conditio per alzare il rischio di scoprire facoltà di noi che i “ciarlatani” hanno sempre detto ci fossero.
    – Che ascoltare il ritmo comporta essere sé, sfruttare la nostra creatività, realizzare soddisfazione, sicurezza.
    – Che non ascoltarlo tende a condurci verso frustrazioni, insoddisfazioni, imitazioni, altro da sé, con tutte le conseguenze del caso, tra cui la permanente incertezza, paura.
    – Che ci permette di scegliere a nostra misura e non a misura di ciò che vorremmo essere.
    – Che ci permette di riconoscere ciò da cui dipendiamo e anche la via per emanciparcene.
    – Che il ritmo ha in sé la storia umana.
    – Che la ripetizione ci conforta.
    – Che nel ritmo ritroviamo ciò che è passato e ciò ci rassicura.
    – Che nel ritmo ritroviamo noi stessi, la base di ogni benessere.

    Il balbuziente lo sa che accomodarsi nel ritmo slega da incertezze che le sue parole interrotte esprimono.
    I bimbi lo sanno “mamma ancora una volta”.

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