L’impatto dello sci di pista

L’impatto ambientale dello sci di pista: una sintesi (2010)
di Simone Guidetti (nel 2010 tecnico dell’Ufficio Tecnico Ambiente del CAI)

Questa relazione è tratta dagli Atti dell’Aggiornamento Nazionale CAI-TAM 2010, da un convegno (Montagna, neve e sviluppo sostenibile: quali prospettive) che si svolse a Leonessa (RI) dal 17 al 19 settembre 2010. Gli Atti costituiscono il Quaderno TAM n. 5.


Dati socio-economici della regione alpina

Normalmente si pensa che le aree di montagna siano aree depresse economicamente e in fase di spopolamento e la richiesta di contributi pubblici per la realizzazione di determinate opere viene giustificata con la necessità di promuovere lo sviluppo di queste aree.

Tuttavia, da un’analisi socio-economica approfondita, emerge un quadro più complesso e parzialmente in contrasto con questa tesi. Infatti, la regione alpina (così come anche alcune aree appenniniche) è un’area mediamente ricca, con un buon tasso di occupazione e in crescita demografica, anche se con profonde disomogeneità territoriali.

Foto: AP Photo/Diether Endlicher
Course workers carry poles after dismantling the the women's giant slalom course in Park City, Utah Friday, Feb. 22, 2002 at the Salt Lake City Winter Olympics. The women's giant slalom was the final alpine ski event in Park City at the Salt Lake City Winter Olympics. (AP Photo/Diether Endlicher)

Considerazioni generali sul turismo nelle Alpi
Le Alpi sono una regione a forte vocazione turistica (tra i 60 e gli 80 milioni di turisti all’anno).

Secondo CIPRA, Il turismo alpino estivo realizza mediamente un fatturato complessivo nettamente superiore a quello invernale (anche se, nelle località a forte vocazione sciistica, il fatturato invernale può essere superiore).

In particolare, il turismo invernale legato allo sci è caratterizzato da una forte stagionalità e concentrazione territoriale (turismo intensivo), a differenza del turismo “estivo” che presenta una durata stagionale maggiore ed è maggiormente distribuito sul territorio.

Tutto ciò si traduce in un numero di presenza turistiche estive che è oltre il doppio di quello invernale. L’Alto Adige, che ha adottato un modello di sviluppo turistico di tipo “diffuso” e “per tutte le stagioni” è, non a caso, la provincia a maggiore vocazione turistica delle montagne italiane e presenta un indice annuale di intensità turistica 4 volte superiore a quello della provincia di Sondrio, dove la stagione più turistica è l’inverno, il turismo si concentra in pochi comuni, e dove il modello di sviluppo predilige le seconde case agli esercizi ricettivi.

Le dinamiche del mercato turistico prevedono:
– una domanda turistica sempre più eterogenea (anche nel periodo invernale);
– un aumento del turismo di giornata anziché di più giorni, nella stagione invernale;
– un prolungamento della stagione turistica estiva, anche a parte della primavera e dell’autunno.

Su tali dinamiche in atto, si faranno sentire anche gli effetti dei cambiamenti climatici.

Cambiamenti climatici e strategie di adattamento
Secondo la previsione dei climatologi, la temperatura media annuale nella regione alpina aumenterà maggiormente rispetto alla media globale (che nello scenario intermedio dovrebbe crescere di +2,8 °C nel periodo 2090-2099 rispetto al periodo 1980-1999).
Nella regione alpina si prevede, inoltre, una riduzione della piovosità estiva e un aumento di quella invernale, ma con riduzione delle precipitazioni nevose. L’affidabilità di una stazione sciistica viene misurata tramite un parametro detto LAN = Linea di Affidabilità della Neve (quota con 30 cm di neve per almeno 100 giorni). Il valore di tale parametro aumenta di 150 m per ogni °C.

Per un aumento di temperatura di 2 °C si stima che il numero delle attuali stazioni con copertura nevosa affidabile si ridurrà del 50%, con conseguente perdita di fatturato (fino a -700 milioni di €/anno nel 2030 rispetto al 2006, secondo il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici – CMCC).

Tra le diverse strategie di “adattamento” per quanto riguarda il turismo invernale, quella più promettente economicamente e più sostenibile dal punto di vista ambientale è senza dubbio la strategia “multifunzionale”.
Le strategie di tipo tecnologica – legata allo sviluppo dell’innevamento artificiale – e adattativa – legata allo spostamento “più in alto” dei comprensori sciistici – sono caratterizzate da alti costi di investimento e di gestione, oltre che da potenziali impatti negativi sull’ambiente di media e alta montagna. Per un approfondimento sugli effetti dei cambiamenti climatici sulla regione alpina si rimanda al documento Dossier sul Climate Change, fonte www.cai.it.

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Impatto ambientale del turismo intensivo invernale

I fattori di impatto legati al turismo invernale di tipo intensivo sono rappresentati principalmente dalle infrastrutture per lo sci alpino (in senso lato), dal fenomeno delle seconde case, dal traffico indotto. Da queste “pressioni” derivano numerosi impatti ambientali (diretti o indiretti, spesso tra loro interconnessi) che possono essere così distinti:
– danni al paesaggio;
– riduzione e frammentazione delle aree naturali;
– effetti sulla biodiversità;
– inquinamento delle matrici ambientali (aria, acqua, terreno) e consumo di energia;
– perdita di identità culturale.

Alcune stime suggeriscono che lo sviluppo totale delle piste sulle Alpi italiane superi i 4.000 km. È evidente l’effetto sulla percezione del paesaggio di versante sulla continuità dei diversi ambienti (boschi, pascoli, praterie alpine, habitat di alta quota), che si traduce in una frammentazione degli habitat. È importante non
trascurare il fatto che un paesaggio di montagna degradato riduce l’attrattività turistica di un’area, specialmente nel periodo estivo.

Gli effetti sul suolo
vanno dall’erosione al degrado chimico (C organico, N, P, eventuali inquinanti) causato dall’innevamento artificiale e al degrado fisico dovuto alla gestione delle piste (compattazione e riduzione del volume complessivo e della dimensione dei micropori, riduzione dei cementi organici e delle ife fungine → minore humus).

Per ridurre rapidamente i fenomeni erosivi e ottenere il recupero strutturale e funzionale del suolo è necessario intervenire con operazioni di inerbimento selettivo.

Tuttavia, l’innevamento artificiale e le operazioni di compattazione complicano notevolmente le cose e riducono le possibilità di successo delle operazioni di inerbimento. Infatti, la neve artificiale e compattata è più pesante di quella naturale, riduce la capacità di isolamento del suolo, favorisce il congelamento del cotico erboso e degli orizzonti superficiali e può apportare inquinanti (come l’olio lubrificante proveniente dalle macchine usate per produrla) e additivi, utilizzati per favorire il rapido e duraturo congelamento dell’acqua (per la produzione di neve artificiale).

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Gli effetti sulla vegetazione
osservati consistono in riduzione della copertura vegetale e della produttività (capacità di produrre biomassa), nell’alterazione e riduzione della biodiversità (in particolare delle piante con fioritura a inizio stagione) e nel ritardo nello sviluppo della vegetazione (la neve sulle piste rimane fino a stagione avanzata e ritarda l’inizio dell’attività vegetativa).

Anche a distanza di anni e nonostante le operazioni di inerbimento la situazione non migliora. Sembra invece che la quantità di nutrienti (N, P) dovuta all’innevamento artificiale aumenti nel tempo → possibile inquinamento idrico.
Le specie vegetali ad alta quota hanno una bassa capacità di ricolonizzazione dei tracciati delle piste. Le operazioni di inerbimento possono avere effetti indiretti come l’introduzione di specie aliene e portare a ibridazioni con quelle autoctone.

Gli effetti sulla fauna
si manifestano in particolare come riduzione della biodiversità. Nello specifico, per quanto riguarda gli uccelli (maggiormente studiati), sono stati osservati:
– una riduzione degli habitat ed un effetto margine negativo nelle aree boscate a margine delle piste e anche nelle praterie adiacenti (< biodiversità);
– un aumento dei metaboliti dello stress (gallo forcello);
– un minore successo riproduttivo delle specie che nidificano a terra (pernice bianca);
– un pericolo rappresentato dai cavi degli impianti di risalita.

Mancano dati sulle popolazioni di mammiferi e anfibi, oltre che sugli invertebrati. Per quanto riguarda i mammiferi, gli effetti più negativi consistono nella riduzione e frammentazione degli habitat. Nel caso degli anfibi, i serbatoi artificiali per l’innevamento possono costituire delle trappole.
Anche l’inquinamento acustico e luminoso può recare disturbo alla fauna, in considerazione del fatto che spesso l’innevamento e la sistemazione delle piste viene effettuata di notte. Si noti, inoltre, che gli effetti di disturbo legati agli impianti da sci e all’innevamento artificiale andranno ad aggravare la riduzione della bio-diversità già prevista come conseguenza diretta del Climate Change.

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La produzione di neve artificiale comporta alti costi di investimento e manutenzione oltre a un grande consumo di acqua
(circa 4.000 mc/ha di pista) e di energia (circa 25.000 kWh/ha di pista).
Le principali conseguenze indirette della realizzazione di nuovi comprensori sciistici (o dell’ampliamento di quelli esistenti) sono uno sviluppo urbanistico abnorme, a causa della costruzione di seconde case, e l’aumento del traffico.
Lo sviluppo urbanistico può essere, comunque, molto diverso, per molteplici fattori. Si confronti il rapporto abitazioni/abitante nel caso di Sesto Pusteria (esempio virtuoso) rispetto al Sestrière.
Si noti, peraltro, come le altre infrastrutture (fognatura, depurazione dei reflui, raccolta dei rifiuti, strade, parcheggi, ecc.) connesse allo sviluppo urbanistico debbano necessariamente essere dimensionate (e non lo sono sempre!) per i brevi periodi di alta stagione turistica.

Economia dello sci?
Oltre agli aspetti ambientali e alla disponibilità delle risorse, la pianificazione territoriale dovrebbe prendere in considerazione anche gli aspetti legati alla redditività degli impianti da sci.

L’innalzamento di temperatura porterà, da una parte, ad aumentare il costo specifico (per mc di neve o per ettaro di pista) di produzione della neve artificiale (legato a un maggior consumo energetico) e, dall’altra, ad aumentare la superficie complessiva da innevare artificialmente (con costo ulteriore), ovvero la produzione di neve artificiale.

Ne deriva una grande incertezza per il settore dello sci: tra le spese di investimento e di esercizio è (e sarà in futuro) in grado di sostenersi da solo?
Le sovvenzioni pubbliche al settore sono un fenomeno tipico italiano, che però si ritrova anche in altri paesi. Ad es. in Austria ogni sciatore viene “sovvenzionato” con 18,75 €/anno solo per gli impianti di innevamento (Cipra). In Italia, oltre alle sovvenzioni, sono previsti anche sussidi statali in caso di annate con poca neve qualora venga dichiarato (come è già successo in passato in alcune regioni) lo “stato di calamità naturale”.
In ogni caso, da una prima analisi, si rileva una mancanza di dati certi e facilmente accessibili sui bilanci delle società/consorzi che gestiscono gli impianti e sull’entità dei finanziamenti pubblici. Un’altra anomalia tutta italiana è costituita dal fatto che spesso le stesse società che realizzano e gestiscono gli impianti sono di proprietà “pubblica” e questo, assieme alle sovvenzioni, rischia di falsare la concorrenza tra diversi comprensori sciistici e di entrare in conflitto con la normativa europea.
La Società Meteorologica Subalpina afferma che è giustificabile un “eventuale mantenimento degli impianti di innevamento programmato, ma soltanto ove questo sia sostenibile economicamente e consenta con investimenti ragionevolmente contenuti di attenuare/risolvere le principali le crisi di innevamento.
Questa situazione potrebbe realizzarsi soltanto oltre i 1800÷2000 m circa, mentre a quote inferiori l’aumento delle temperature potrebbe spesso compromettere la funzionalità degli impianti anche in pieno inverno. Si tenga tuttavia presente che tale soluzione comporta elevati dispendi energetici con ulteriore incremento delle emissioni climalteranti, pertanto la sua espansione deve essere attentamente valutata anche in termini di esternalità negative.

Ove non sostenibile/conveniente il mantenimento degli impianti di innevamento programmato, è necessaria una progressiva conversione delle attività turistiche in vista di nuove condizioni climatiche, slegandosi per quanto possibile dalla «monocultura» dello sci di pista, privilegiando il più possibile approcci di fruizione dell’ambiente invernale non necessariamente innevato in modo ottimale, ma pur sempre ricco di fascino” (estratto da Cambiamenti climatici in Valle d’Aosta, 2006).
Occorre infine considerare che anche a quote elevate e sui ghiacciai, dove evidentemente è minore la superficie disponibile, la realizzazione di nuovi impianti presenta numerose problematiche, tra le quali:
– problemi legati alla sicurezza e a difficoltà ingegneristico-logistiche (con conseguente aumento dei costi);
– grave danno potenziale per ecosistemi molto fragili e vulnerabili ai cambiamenti climatici.

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Posizione e ruolo del CAI

La posizione del Sodalizio sull’argomento è contenuta nel Bidecalogo (oggi sostituito dal Nuovo Bidecalogo, NdR) nella presa di posizione del Club Arc Alpin (approvata dal CC nel 2001). Tuttavia questa posizione non è, purtroppo, da tutti condivisa all’interno del CAI (vedasi il “caso Friuli”).
Gli obiettivi possibili da perseguire in un’ottica di tutela dell’ambiente montano comprendono:
➢ la ratifica dei Protocolli della Convenzione delle Alpi (tra cui quello sul “turismo”);
➢ la promozione di una pianificazione territoriale che tenga conto dei cambiamenti climatici e degli effetti sulla biodiversità (ovvero maggiore tutela per le aree nivali e d’alta quota);
➢ la richiesta di moratoria di nuovi impianti e ampliamenti all’interno delle aree protette e dei siti Natura 2000 (salvo migliorie) e, in ogni caso, al di sotto dei 2.000 m;
➢ l’introduzione di misure di compensazione per le aree non protette, a cominciare dalla dismissione dei vecchi impianti e identificazione e promozione di standard di qualità ambientale per i comprensori sciistici (audit);
➢ la realizzazione di un Osservatorio per una banca dati a livello nazionale-regionale su:
– domanda ed offerta turistica sulla Alpi;
– bilancio dei singoli consorzi che gestiscono i comprensori sciistici;
– catasto (georeferenziato e fotografico) degli impianti obsoleti e di quelli “a rischio”, in virtù della posizione e dei cambiamenti climatici previsti;
➢ la richiesta di eliminazione di tutti i finanziamenti pubblici destinati alla realizzazione di impianti da sci (e cessione della quota di proprietà pubblica nei consorzi) così come eliminazione dei sussidi per annate con poca neve (stato di calamità naturale);
➢ la promozione e incentivazione di forme di turismo estensivo differenziato e meno impattante (anche tramite finanziamento pubblico) oltre che sul turismo estivo (allungamento della stagione).

Alcune delle azioni finalizzate al raggiungimento di tali obiettivi possono essere:
΀ la sensibilizzazione ed informazione ambientale (promozione di “buone pratiche”);
΀ la partecipazione alla pianificazione territoriale (es. VAS → PTR) e alla attività legislativa (es. richieste di revisione del Codice della strada per le motoslitte);
΀ ™il dialogo con amministratori degli enti locali e con i gestori/imprenditori dello sci;
΀ le osservazioni in fase di VIA (es. osservazioni funivia sulla “Cresta Rossa” del Rosa);
΀ l’organizzazione di convegni e predisposizione di strumenti “comunicativi” (conferenze stampa, opuscoli, comunicati, ecc.);
΀ azioni dimostrative e di protesta (es. manifestazione contro le motoslitte allo Spluga);
΀ ricorsi giudiziari (se ci sono i presupposti e lo si ritiene indispensabile).

In ogni caso va considerata la tempistica e l’opportunità di collaborare con le altre Associazioni nazionali e con i comitati locali, per mettere in campo un’attività di “lobby” più incisiva.

Sestrière, 1991: impianti d’innevamento artificiale
Aquila Verde 1991, Sestrières, M. Pinoli

Il turismo sostenibile (buone pratiche)
Alcuni esempi interessanti di sviluppo turistico sostenibile e di successo, al di fuori dei soliti schemi legati esclusivamente allo sci, si possono trovare in alcune aree dell’Alto Adige, nell’Altopiano di Asiago, nelle valli occitane, nella Vallée de la Clarée in Francia, in parte dell’Engadina. Queste zone sono tutte caratterizzate dalla varietà dell’offerta e dalla valorizzazione delle caratteristiche intrinseche del territorio, oltre che da un’attenzione verso forme alternative di mobilità rispetto all’ automobile.
Nella pianificazione turistica del territorio il ruolo di coordinamento e di visione d’insieme delle aree protette (che devono diventare soggetti proattivi e non limitarsi alla sola “protezione”) può risultare determinante ed in ogni caso costituire un valore aggiunto.
È altresì fondamentale il rilancio dell’Agenda 21 come forma di partecipazione propositiva alla pianificazione del territorio, così come altre forme di partecipazione (legge di iniziativa popolare, referendum consultivi, ecc.).

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L’impatto dello sci di pista ultima modifica: 2015-12-01T05:52:28+02:00 da GognaBlog

4 pensieri su “L’impatto dello sci di pista”

  1. 4
    Alessandro Ghezzer says:

    Quelli che sciano sulle tristi “strisce di carta igienica” non provano un vago senso del ridicolo?
    Un tempo la neve artificiale era un espediente circoscritto, per far fronte ad emergenze ben localizzate in certi tratti di pista. Oggi la neve artificiale è strutturale, praticamente tutte le piste sono ormai innevate artificialmente. Significa che la neve, una volta abbondante, oggi non c’è e ce n’è sempre meno. Significa insomma che è un fenomeno che dura ormai da alcuni decenni. Un periodo temporale troppo lungo per i politici, che di solito pensano alla propria rielezione, e così finanziano coi soldi di Pantalone altri impianti, altre piste, anche a bassissima quota, contro la logica e contro il buon senso. E quando il rosso dei bilanci diventa profondo rosso, ecco l’Amministrazione munifica che interviene ancora con altre montagne di soldi per rilanci fasulli, utili soprattutto a ottenere la rielezione del politico di turno. E quando si arriva fatalmente alla canna del gas, ecco che si provincializzano addirittura gli impianti. L’esatto contrario di quanto avviene in economie sane. Ma non importa: il senso del limite, e del ridicolo, è ormai ampiamente superato. Si scia perfino di notte, si vuole sciare anche in novembre. Se facesse abbastanza freddo, qualcuno pretenderebbe di sciare in ottobre. Incurante del consumo di soldi, energia, acqua, ambiente. E Dio non voglia che qualcuno si inventi la neve artificiale che non si scioglie.
    Nonostante l’evidenza del cambio climatico che ormai è sotto gli occhi di tutti, ci si ostina a investire montagne di quattrini nello sci. Una volta che il carrozzone è stato messo in piedi, è impossibile fermarlo: deve girare a tutti i costi. Arriverà però, se non si inverte la rotta, il momento in cui la giostra si fermerà di colpo, come se gli avessero tagliato la corrente. Senza neve, chilometri di piste e di ferraglia saranno inservibili, l’economia di intere valli ridotta in ginocchio, il paesaggio distrutto. Ma questo non sembra preoccupare nessuno. Avanti a testa bassa, anche se in fondo al tunnel non c’è l’uscita ma un muro.
    Alessandro Ghezzer, da facebook 4 dicembre 2015 ore 9.33

  2. 3
    Blitz says:

    L’ articolo e l’ analisi ci stanno, ma sono incompleti: manca infatti un’ analisi dell’ impatto che avrebbe la sostituzione di impianti e attività ricettive con zone industriali

  3. 2
    Matteo Pellegrini says:

    Emilio, hai scritto un commento assolutamente sterile: non riporti né confuti un solo singolo dato e nemmeno sostieni una posizione, ma ti limiti a giudizi apodittici, peraltro con un tono polemico. Direi che l’unica posizione faziosa è la tua…se si capisse quale è.

    Perciò, per favore, sviluppa un po’ meglio il tuo pensiero. E giustifica almeno ognuna di queste affermazioni:
    “i pochi dati certi,,,sono usati in modo fazioso”
    “ma anche i pochi dati certi e le leggende metropolitane”
    “tentare di raggiungere una tesi francamente insostenibile”: quale esattamente?

    A me invece l’articolo mi è sembrato assolutamente interessante e non mi pare proprio che ponesse un muro contro muro: afferma semplicemente cose che paiono abbastanza ovvie da anni a chi frequenta la montagna.
    In particolare la prima parte di analisi tipologica del turismo alpino, sarebbe interessante fosse ancora più dettagliata. Appena ho un attimo andrò a cercarmi i dati CIPRA citati

  4. 1
    Emilio Previtali says:

    In questo articolo – se vogliamo chiamarlo articolo – i pochi dati certi sono stati usati in combinazione tra loro in modo abbastanza fazioso – ma anche i dati incerti e anche le leggende metropolitane vorrei dire – per tentare di giungere a formulare una tesi che è francamente insostenibile anche da chi ha a cuore la montagna e l’ambiente, si tratta di una analisi difficile da condividere che a me pare poco obiettiva e fuori dalla realtà. Per rendersene conto basta frequentare entrambi gli ambienti, quello delle “terre alte” così come piace chiamarle al CAI e quello delle stazioni di sci. E’ grazie ad articoli e posizioni integraliste come questa che continuiamo ad essere al muro contro muro nell’uso del territorio e nella possibilità di difenderlo. Se le Alpi sono quelle che sono e se chi ha a cuore l’ambiente è visto ormai come un ostacolo da aggirare ed eludere piuttosto che come una controparte con cui confrontarsi e dialogare, è perché negli anni ci siamo ostinati e a volere difendere l’ambiente in questo modo qui. Siamo certi che continuare ad insistere in questo modo ci consentirà di raggiungere qualche traguardo, almeno parziale? Io, no.
    Emilio Previtali, da facebook 1 dicembre 2015

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