Mindfulness e arrampicata

Mindfulness e arrampicata
di Lorenzo Asnaghi ([email protected])
(tratto dalla Tesi di Laurea in Psicologia Clinica, dello Sviluppo e Neuropsicologia Movimenti mindful e arrampicata libera: un’indagine esplorativa sulla mindfulness e sui potenziali benefici psicologici in un campione di scalatori discussa il 10 marzo 2016 presso Università degli Studi Milano – Bicocca)

Introduzione
Negli ultimi anni la diffusione degli sport estremi ha avuto un notevole incremento e, con essa, è aumentato anche l’interesse e lo studio degli effetti di tali pratiche sportive sul benessere psicologico, sui tratti caratteriali, sulla consapevolezza corporea.

L’arrampicata è un’attività complessa che non presenta difficoltà solo dal punto di vista fisico, distinguendosi dagli altri esercizi svolti a terra per via della sostenuta motilità verticale e del ruolo peculiare svolto dagli arti superiori, ma può rappresentare anche una vera e propria sfida psicologica. Questa pratica, infatti, richiede allo scalatore una notevole capacità di gestire l’agitazione connessa al trovarsi su percorsi difficili e spesso sconosciuti, scegliere quali appigli utilizzare, pianificare in che modo muoversi per raggiungerli e, infine, vincere l’ansia e la paura legate alla possibilità di cadere o di ferirsi. E’ possibile supporre che tale pratica, in virtù di queste caratteristiche peculiari, possa avere degli effetti sul piano cognitivo ed emozionale, nonché essere legata ad altre variabili che concorrono a determinare il benessere – o il malessere – psicologico.

L’arrampicata rimane, tuttavia, un campo ancora poco indagato, in particolare in Italia, nonostante l’importante tradizione alpinistica del nostro paese.

L’obiettivo di questa ricerca è valutare se e in quale misura l’arrampicata favorisca lo sviluppo di una peculiare attitudine psicologica definita mindfulness e se sia associata a un minor disagio psichico.

Arrampicata sul Mount Robson (Canadian Rocky Mountains)
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Aspetti teorici
La mindfulness, o pienezza della consapevolezza mentale, è definita come l’attitudine a prestare attenzione allo scorrere dell’esperienza presente in un modo particolare: intenzionale, con un atteggiamento non giudicante, momento dopo momento. Molte evidenze sperimentali dimostrano che gli interventi clinici che promuovono la mindfulness conferiscono importanti benefici alla salute fisica e mentale, possono effettivamente diminuire stress, ansia, depressione e disordini alimentari, ridurre i sintomi depressivi nella depressione maggiore così come i comportamenti impulsivi e aggressivi, gli atti di autolesionismo, varie sintomatologie fisiche e la percezione del dolore.

Vi è un grande numero di discipline che sembrerebbe possano promuovere l’attitudine alla pienezza della consapevolezza mentale. Molte di esse, come il Tai Chi, il Qi Gong, lo Yoga, provengono da tradizioni orientali o vi sono ispirate (Pilates). Alcune, come l’Hatha Yoga, sono alternate a pratiche meditative mentre altre si fondano esplicitamente sull’educazione alla mindfulness tramite il movimento, come l’approccio chiamato Dancing Mindfulness. Altre ancora, invece, non hanno apparentemente legami stretti con la mindfulness, né si rifanno a tradizioni orientali: è il caso di talune forme di danza, come il tango argentino e di certe pratiche sportive in corso di studio. L’arrampicata libera è una di queste.

In letteratura il solo studio che indaga la relazione tra l’attività di arrampicata e la mindfulness, condotto da R. D. Steinberg nel maggio del 2011, evidenzia che gli scalatori riportano dei punteggi in mindfulness, emozioni positive e soddisfazione nella vita significativamente più alti se comparati ai punteggi normativi della popolazione.

Al di fuori della letteratura scientifica possiamo trovare ulteriori elementi di affinità tra mindfulness e arrampicata, in particolare nell’opera di Paolo Caruso L’arte di arrampicare per sviluppare la coscienza di sé. L’autore si propone di studiare i movimenti del corpo a partire dall’abilità di spostare il baricentro in modo corretto per mantenere l’equilibrio, fino ad arrivare a definire l’arrampicata stessa come “una continua ricerca di equilibrio nel movimento” (Caruso, 2002, p.11). L’abilità di uno scalatore consiste non tanto, o non solo, nel compimento di vie d’arrampicata sempre più difficili, quanto piuttosto nell’intelligenza motoria con cui egli risolve i passaggi di un percorso che non ha mai affrontato. Ciò che fa la differenza è, ancora una volta, l’equilibrio e, in particolare, la capacità di raggiungerlo riuscendo a conciliare due diverse modalità: nella prima si privilegia la ricerca della posizione migliore del baricentro qualunque sia la disposizione degli appigli e degli appoggi utilizzati, nell’altra si preferisce scegliere gli appigli e gli appoggi per conseguire posizioni migliori. L’arrampicatore esperto è appunto colui che riesce a combinare queste due abilità muovendosi con armonia, mentre il principiante cerca di ricorrere alla forza come risorsa esclusiva.

Arrampicata su Coyne Crack (5.11+), Supercrack Buttress, Indian Creek, Utah
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L’obiettivo principale del metodo Caruso (http://www.metodocaruso.com/) è ridurre al minimo lo sforzo fisico e coinvolgere maggiormente l’aspetto mentale; prima di tutto è necessario prestare attenzione alle sensazioni:

Il “sentire” rappresenta una funzione essenziale in arrampicata. Ogni percezione deve essere filtrata e interpretata da tale capacità: “sentire” il limite di tenuta dei nostri arti, soprattutto di quelli inferiori; avere quella consapevolezza necessaria a sperimentare il miglior equilibrio nella diversità di tutte le posizioni che il corpo assume sulla roccia; “sentire” in anticipo, o prevedere, l’esaurirsi delle forze (Caruso, 2002, p. 207)”.

Tale consapevolezza non riguarda solamente le sensazioni fisiche ma coinvolge anche la sfera emotiva. Caruso si sofferma sul caso che si verifica quando, progredendo da capocordata su una via al limite delle proprie capacità, si fa passare la corda a cui si è legati nel punto di ancoraggio faticosamente raggiunto; appena dopo questa semplice azione si percepisce un forte cambiamento del proprio stato emotivo, l’ansia e l’agitazione lasciano spazio a una sensazione di sicurezza e tranquillità, tutto ciò perché in quel momento l’ampiezza della possibile caduta si è sensibilmente ridotta.

Questa tecnica di arrampicata sottolinea l’importanza di riporre attenzione al movimento che si sta compiendo; vi possiamo leggere, dunque, una chiara analogia con il concetto di mindfulness che si fonda proprio sul dirigere volontariamente la propria attenzione a quanto succede in noi, sul piano sia mentale che fisico, ovvero alle emozioni e all’attivazione che la parete di arrampicata ci suscita, alla fatica di risolvere i problemi che essa ci presenta e alla propriocezione e ai movimenti necessari per giungere alla fine del percorso.

 

Ricerca empirica
Tra i mesi di gennaio e marzo 2015 sono state contattate trentotto Scuole di Alpinismo del CAI (Club Alpino Italiano) presenti nel territorio lombardo, con l’obiettivo di coinvolgere gli istruttori e gli allievi dei diversi corsi di alpinismo, roccia e arrampicata libera. Dieci di queste hanno deciso di aderire alla ricerca (v. Tabella 1) e hanno fornito gli indirizzi e-mail dei propri iscritti e il calendario dei corsi che si sono svolti in primavera, estate o autunno 2015. La scelta di arruolare i partecipanti attraverso il CAI è legata al fatto che esso rappresenta una realtà strutturata fortemente diffusa sul territorio e, soprattutto, orientata all’insegnamento dell’arrampicata nell’ottica di una corretta fruizione dell’ambiente montano piuttosto che della competizione sportiva fine a se stessa.

La ricerca ha coinvolto complessivamente 198 soggetti sperimentali dai 16 ai 62 anni (M=35.88, DS=9.84) e 62 di controllo dai 17 ai 65 anni (M=32.08, DS=12.21) per un totale di 260 partecipanti. Essi sono stati suddivisi per ruolo (istruttori, allievi, altri scalatori, gruppo di controllo) ed esperienza (nessuna, meno di 3 anni, da 4 a 10 anni, più di 10 anni) ed è stata somministrata loro una batteria di test per valutare la mindfulness (FFMQ), l’ansia (STAI), l’umore (POMS), il disagio psichico (BSI) e la ricerca di sensazioni (BSSS). I dati raccolti sono stati analizzati tramite il software statistico IBM SPSS utilizzando alcune applicazioni del Modello Lineare Generale – principalmente l’Analisi della Varianza – per stimare le differenze medie nei costrutti psicologici presi in esame tra i diversi gruppi studiati (istruttori, allievi, altri scalatori, gruppo di controllo) e le loro caratteristiche (anni di esperienza).

Tabella 1 – Scuole di Alpinismo e Arrampicata libera (in ordine alfabetico)
“Bruno e Gualtiero” – CAI di Cinisello Balsamo
“FALC” – CAI di Milano
“F. Berti” – CAI di Monza
“Guido Della Torre” – CAI di Busto Arsizio, Castellanza, Legnano, Parabiago e Saronno
“Mario Dell’Oro” – CAI di Carate Brianza
“Renzo Cabiati” – CAI di Seregno
“Roberto Masini” – CAI Edelweiss di Milano
“Sesto Gnaccarini” – CAI di Bozzolo
“Silvio Saglio” – CAI S.E.M. di Milano
“Valle dell’Adda” – CAI di Cassano, Inzago, Treviglio e Vaprio d’Adda

Risultati e conclusioni
Prendendo in considerazione il concetto di mindfulness nel suo insieme, i risultati mostrano punteggi superiori tra chi arrampica da più di dieci anni rispetto a chi pratica da meno tempo, mentre non sembrano esserci differenze di ruolo (istruttori/allievi) o distinzioni significative tra chi pratica e chi no.

Se però esaminiamo i punteggi di mindfulness focalizzandoci su due aspetti specifici, quali l’attitudine ad agire con consapevolezza e la propensione a non esprimere giudizi sulla nostra esperienza presente possiamo notare che essi sono, come previsto, più sviluppati tra gli scalatori rispetto ai non scalatori e, nei primi, tra chi arrampica da più di dieci anni rispetto a chi pratica da meno tempo.

Risultati analoghi sono stati ottenuti anche per le misure di ansia di tratto, tono dell’umore e sintomatologia psicopatologica, tutti nella direzione di una minor sofferenza psicologica tra gli scalatori esperti, sofferenza che cresce col diminuire dell’esperienza.

Un’ipotesi che ha trovato alcune evidenze in questo lavoro ma che necessita ulteriori ricerche è la possibilità che la maggior consapevolezza del movimento evidenziata dagli scalatori esperti sia il risultato di una migliore capacità di regolazione dell’ansia, acquisita come tratto, a seguito di un processo adattivo nei confronti di un’attività che richiede performance in situazioni stressanti.

In conclusione, alla luce di quanto esposto, sembrerebbe dunque ragionevole pensare che l’attività di arrampicata possa promuovere alcuni aspetti della mindfulness – come l’agire in consapevolezza e avere un atteggiamento non giudicante verso l’esperienza presente – e sia associata a bassi livelli di ansia di tratto, disagio psichico e stati alterati del tono dell’umore.

Arrampicata in Ciad
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Ringraziamenti
Vorrei ringraziare tutti coloro che hanno partecipato a questa ricerca compilando un questionario piuttosto lungo e impegnativo.
Un ringraziamento speciale va ai responsabili delle scuole CAI, in particolare a Carlo Passet, Emanuele Gramegna, Fabio Mangiapan, Federico Guerrini, Francesca Galimberti, Giuseppe Milesi, Joannes Capitanio, Marco Colombo, Marco Gnaccarini, Maurizio Antonini e Vittorio Bedogni. Senza la loro disponibilità, l’entusiasmo e l’impegno mostrato, questa ricerca non sarebbe stata possibile.

Bibliografia essenziale
– Caldwell K., Harrison M., Adams M., Quin R. H., Greeson J. (2010). Developing mindfulness in college students through movement–based courses: effects on self–regulatory, self–efficacy, mood, stress, and sleep quality. Journal of American College Health, vol. 58, 5, 433.
– Caruso, P. (2002). L’arte di arrampicare su roccia e ghiaccio per sviluppare la coscienza di sé. 2. ed., Roma, Edizioni Mediterranee.
– Giovannini C., Giromini L., Bonalume L., Tagini A., Lang M., Amadei G. (2014). The Italian Five Facet Mindfulness Questionnaire: a contribution to its validity and reliability. Journal of Psychopathology Behavioral Assessment, 36, 415–423.
– Kabat–Zinn, J. (1994). Wherever you go, there you are: mindfulness meditation in everyday life. New York: Hyperion Books.
– Kabat-Zinn J. (2011). Mindfulness for beginners: reclaiming the present moment and your life. Boulder, CO, Sounds True Books
– Steinberg, R. D. (2011). Mindfulness, psychological well-being, and rock climbing: an exploration of mindfulness in rock climbers and the potential for psychological benefit. Dissertation for the degree of Doctor of Psychology, Wright Institute Graduate School of Psychology.

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Mindfulness e arrampicata ultima modifica: 2016-11-24T05:59:15+00:00 da GognaBlog

6 pensieri su “Mindfulness e arrampicata”

  1. 6
    Luca says:

    @ Giando
    L’estratto della tesi di Lorenzo Asnaghi non è molto chiaro al riguardo. Comunque si tratterebbe di un’analisi statistica piuttosto semplice. Basta selezionare il gruppo di arrampicatori esperti con alti livelli di “agire con consapevolezza” e di “non giudicare i propri pensieri o le proprie emozioni” e vedere quali sono i livelli di ansia di tratto, di disagio psichico e di stati alterati del tono dell’umore. Da ciò che scrive Asnaghi sembra che in questo sottogruppo di arrampicatori esperti i livelli di ansia, disagio psichico e alterazione dell’umore siano significativamente inferiori a quelli del gruppo di scalatori con meno esperienza. Lo stesso risultato sembra essere stato trovato mettendo a confronto scalatori e non scalatori: i primi, avendo alti livelli nelle dimensioni di agire con consapevolezza e non giudicare, riportavano punteggi più bassi nell’ansia, nel disagio e dell’umore alterato rispetto ai non scalatori.

    Mi sorprende un po’ il ruolo della variabile “non giudicare l’esperienza interna”. Asnaghi dice, riferendosi al ruolo della tendenza a non esprimere giudizi, che essa risultava, “come previsto”, più alta negli scalatori e, tra questi, in quelli più esperti. La mindfulness è stata misurata con il Five Facets Mindfulness Questionnaire che comprende, oltre ai due aspetti citati (agire con consapevolezza e tendenza a non giudicare), anche altri tre aspetti: osservare la propria esperienza interna, descrivere la propria esperienza interna e non reagire a pensieri ed emozioni. Se avessi condotto io la ricerca, avrei ipotizzato un ruolo determinante della tendenza a non reagire, più che di quella a non giudicare, oltre che dell’agire con consapevolezza. Ovvero, mi sarei aspettato che gli scalatori più esperti e con alti livelli di consapevolezza e di tendenza a non reagire, riportavano anche livelli più bassi di ansia, di disagio e di alterazione dell’umore. La tendenza a non reagire ai pensieri e alle emozioni che uno scalatore esperto può provare quando affronta il passo chiave o un tratto improteggibile perché non dovrebbe essere associata a minor ansia o a minore disgio psichico? Questo Asnaghi non lo spiega.
    Comunque il lavoro è intressante.

  2. 5
    Sandro says:

    Ho scritto di fretta.
    Mi spiego

    Forse la correlazione positiva tra pratica dell’arrampicata e forti tratti – quanto meno – nevrotici sta nel fatto che che l’arrampicata – in particolare in montagna – è una cura (sempre se si sopravvive). Condivido con Giovanni Massari l’idea che in quest’ottica l’arrampicata dia il meglio di sé nelle solitarie di bassa difficoltà. Sulle salite impegnative in contesti selvaggi non saprei cheddire. Tutto dipende se lo si fa per prestigio o per passione. In quest’ultimo caso la qualità dell’esperienza cambia drasticamente (e in meglio). Sarebbe interessante approfondire perché. Brao, Asnaghi…

  3. 4
    Sandro says:

    Forse la correlazione tra pratica dell’arrampicata e persone con forti tratti – quanto meno – nevrotici è che l’arrampicata è una cura. Sempre se si sopravvive. Condivido con Giovanni Massari la sensazione che l’arrampicata dia il meglio di sé nelle solitarie di bassa difficoltà. Sulle salite impegnative in contesti selvaggi non saprei cheddire. Tutto dipende se lo si fa per prestigio o per passione. Quest’ultimo aspetto cambia drasticamente la qualità dell’esperienza. Brao, Asnaghi…

  4. 3
    Giovanni Massari says:

    Per chi arrampica spesso e da molto tempo la sensazione di mindfullness è un fatto estremamente e tangibile e aggiungo che anche l’autostima ne trae grande giovamento.
    Sono anni che mi sono reso conto del potere quasi terapeutico della pratica dell’arrampicata e del suo potere di sistemare molte giornate storte quasi fosse una sorta di mantra laico che deve essere accompagnato però da una grande passione, un po’ come per il desiderio sessuale…
    Bisogna però, almeno nel mio caso personale, fare dei distinguo: questo suo potere lo sento al massimo grado quando arrampico da solo sui blocchi o in free solo di bassa difficoltà immerso nella natura e non certo nella pratica psicotica e quasi di dipendenza che ben conosco, dato che ci sono passato anche io, descritta da Matteo e che si basa esclusivamente sulla valenza atletica e prestazionale dello “sport climbing” che, e dico per fortuna, è solo uno dei molti modi con cui si può vivere la scalata.
    Un modo peraltro tutt’altro che da demonizzare ma piuttosto da saper vivere con equilibrio.
    E qui mi fermo che il discorso sarebbe molto lungo…

  5. 2
    GIANDO says:

    Mi sfugge un particolare, sicuramente per ignoranza. Come fanno l’agire in consapevolezza e i bassi livelli di ansia di tratto ad associarsi al disagio psichico e agli stati alterati del tono dell’umore.

  6. 1
    matteo says:

    Realmente molto interessante e forse rende conto del perché se non posso arrampicare mi incattivisco.
    Adesso resta solo da spiegare come mai praticamente tutti gli arrampicatori che conosco sono una banda di squilibrati mentali, perlopiù monomaniaci e spesso alquanto egoisti, psicotici e rissosi…
    Me per primo, intendo.

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