Orrida o grandiosa?

Orrida o grandiosa?
(scritto nel 1994)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(2), disimpegno-entertainment(2)

16 giugno 1994. Da Chamonix Giuseppe Miotti ed io saliamo con il trenino a cremagliera fino a Le Monten­vers 1913 m, con splendida veduta sul Petit Dru e sull’Aiguille des Grands Charmoz: abbando­niamo la folla e scendiamo per sentiero co­modo ma interrotto da due scale metal­liche sul sottostante fiume ghiacciato della Mer de Glace. Siamo a quota 1725 m. Risaliamo il ghiacciaio prima al centro, poi a sinistra, fino alla giunzione con il Glacier de Leschaux. Occorre fare attenzione ai crepacci, di solito ben visibili, e all’attraversamento (fa caldo) dei torrentelli di acqua gelida che solcano la superficie ghiacciata. Cercando il miglior percorso, superiamo la giunzione e seguiamo il Glacier de Leschaux sulla sinistra, ogni tanto trovando delle tracce nella neve; giunti a quota 2330 m, in corri­spondenza di una parete verticale e rossa­stra che è la faccia sinistra di un grande die­dro, notiamo le prime scale verticali della via ferrata con la quale si supera l’intero risalto roccioso. Seguendo poi a destra una serie di cenge natu­rali usciamo sull’orlo del Glacier de Talèfre, con vista bellis­sima sul sottostante Gla­cier de Leschaux. Da qui in breve, se­guendo la morena, arriviamo ai due vicini refuges du Couvercle 2687 m, a ridosso dell’Aiguille Verte e dei Droites e di fronte alle Grandes Jorasses, al Dente del Gigante, al Monte Bianco e alle Aiguilles de Chamonix. Con le varie soste ci abbiamo messo 4,30 ore. Siamo nel cuore del massiccio: i ghiacciai più potenti si snodano alla base delle più famose pareti. La grandiosità dell’ambiente ci ripaga della fatica per raggiungerlo, perché qui non si è solo di fronte alla grande montagna: si è realmente “dentro”.

Giuseppe Miotti sulla via ferrata d’accesso al Couvercle, panorama sulla Mer de Glace, sulle Aiguilles de Chamonix e sul Monte BIanco

È proprio caratteristico il vec­chio rifugio, costruito sotto a un grande masso sporgente. Alcuni rifugi sono famosi per le imprese dei grandi alpinisti che li hanno usati come base di partenza per le loro salite. Uno dei più noti è proprio questo vecchio refuge du Couvercle, annidato sulla solare soglia del bacino di Talèfre, fra guglie di rosso granito e alte vette glaciali. Il nome del rifugio si deve all’enorme lastrone di granito sotto il quale è allocato: questo, prima della costru­zione dell’edificio, era già stato usato come riparo naturale dalle prime comitive di alpinisti. Sotto il Couvercle bivaccò Ed­ward Whymper, assieme alle guide Christian Almer e Franz Biner, nella notte fra il 28 e il 29 giugno 1865, allorché compì la pri­ma ascensione all’Aiguille Verte. Ci dormì probabilmente anche Michel Croz prima di accompagnare una folta comitiva di clienti lungo l’Arête du Moine per la seconda salita alla Verte. Da al­lora, si provvide dapprima a erigere un pic­colo riparo in pietre a secco e poi nel 1909 si costruì il pittoresco rifugio rivestito di lamiera che per tanti anni servì le ascensioni alle cime cir­costanti. La carat­teristica posizione panoramica e la curiosa co­pertura del grande lastrone di granito favorirono il fiorire di una vasta iconografia che rese il rifugio ancor più celebre.

In seguito, per l’apertura di vie moderne e l’incessante richia­mo delle grandi classiche, fu necessaria la costruzione del nuovo e più capiente rifugio, eretto a breve distanza dal vecchio. E questo oggi funziona da ricovero invernale. La sera, al tramonto e subito prima di una frugale cena, riprendiamo in fotografia l’intero scenario.

Il nuovo refuge du Couvercle. Visibili Mont Mallet, Dente del Gigante e Monte Bianco

Diversi sono i criteri per misurare un oggetto, e il caso delle montagne e delle loro pareti non fa eccezione. Si sente dire che il tale versante è più grandioso, o più alto, o più bello, o più difficile, o più pericoloso di quell’altro; qua c’è la ver­tica­lità, là no; difficoltà soggettive ed oggettive. Il tutto si ac­cumula insieme disordinatamente e alla fine della descrizione, l’esperto ha le stesse idee di prima e il profano vede cose in­fernali dappertutto.

Negli anni 1930-40 c’erano gli “ultimi tre problemi delle Alpi” che tenevano il banco del non plus ultra in tutto: le pareti nord del Cervino, dell’Eiger e delle Grandes Jorasses erano ritenute le più significative prove che l’uomo aveva ancora da superare. In effetti s’impongono da sole; anche il più tranquillo dei turi­sti avverte confusamente che quello che vede non solo non è pane per i suoi denti, ma che anche i migliori non hanno potuto fare gran che là sopra. La pubblicità di Zermatt, Kleine Scheidegg e Chamonix fa il resto, e istruisce a modo anche chi non sente nul­la neppure di fronte a quei colossi.

Si fa presto a degenerare e, se alle Dolomiti è stata più volte rinfacciata l’atmosfera da spettacolo da circo di certe salite, qui si può ben dire che a volte si è assistito a vere e proprie “corride” con la morte, a lotte disperate per salvare la vita, messa in palio per esibizionismo esasperato.

La parete nord delle Grandes Jorasses dal refuge du Couvercle

Ma non voglio criticare nessuno, perché questi non sono che alcu­ni aspetti esterni delle imprese alpinistiche compiute su quelle pareti. Il discorso invece mi serve per dire che la meno toccata delle tre è proprio la Nord delle Grandes Jorasses che, contra­riamente alle altre, è nascosta ai centri abitati.

È stato detto che la Nord delle Grandes Jorasses è la più diffi­cile, quanto a tecnica pura; e che la Nord dell’Eiger, più facile tecnicamente, è più pericolosa, più impegnativa e più lunga.

Ed ecco che anch’io mi avventuro nei paragoni. E non vorrei, perché non me la sento di cercare di dimostrare che è la più grandiosa parete delle Alpi.

Parlo infatti di “grandiosità”, non d'”impegno”. Sono dell’opi­nione che l’impegnativo superi il grandioso. Cioè l’uomo, con le sue forze, può andare oltre ciò che è grandioso e trova l’orrido che, già elemento importante e decisivo del grandioso, si è libe­rato dalle altre componenti ed ha varcato le soglie di una nuova dimensione ambientale. Per spiegarmi meglio, dirò che c’è un pun­to nel quale convergono armoniosamente l’estrema difficoltà della parete e la grande capacità dell’uomo, unitamente ai grandi peri­coli e all’audacia necessaria per affrontarli; quando uno solo di questi elementi aumenta o diminuisce non si ha più l’impresa grandiosa, ma volta per volta qualcosa di diverso. Se aumentano i pericoli (e quindi l’audacia), la parete non è più grandiosa ma orrida. L’impegno è superiore al precedente ma non c’è più equi­librio. Si sente che c’è un ec­cesso, l’armonia non c’è più. Que­sto non toglie nulla al merito alpinistico di chi si avventura in quelle imprese, che esercitano comunque gran fascino. Esse, lungi dall’essere folli o prodotte da spiriti esaltati ed aspiranti suicidi, non hanno quella pienezza di significato, non hanno quella serenità maestosa che invece hanno le altre, dove la dif­ficoltà sposa il pericolo e la salita diventa este­ticamente per­fetta.

Il vecchio refuge du Couvercle

L’uomo è però teso al sempre più impegnativo perché solo così può illudersi di progredire; perciò ricerca l’orrido e l’infernale. Decenni fa le Grandes Jorasses erano orride e infernali. Solo og­gi sono esteticamente perfette: appunto perché l’uomo ha trovato e sta trovando altrove il terreno per un sempre maggiore im­pegno.

Le Grandes Jorasses rappresentano nel loro insieme la montagna per eccellenza. Sei sono le vette, disposte in fila da ovest a est, in ordine crescente. La Punta Young 4000 m, la Margherita 4065 m, la Elena 4045 m, la Croz 4108 m, la Whymper 4196 m e, in­fine, la Punta Walker 4206 m, la più alta. Sulla cresta che le collega v’è una delle più stupende traversate che si possano fare sulle Alpi. Una cavalcata sui 4000, a cavallo di un vuoto senza eguali.

La montagna, sul versante italiano, s’affonda per 2600 m, fino al fondo della valle, con un selvaggio accavallarsi di creste e ver­santi chiusi che rinchiudono ghiacciai stretti e profondi. La via normale, stupendo itinerario di media difficoltà, è superiore forse al Cervino, domato come è questo da capanne e corde fisse. La parete est, sulla quale Gervasutti tracciò il suo capolavoro, domina il Ghiacciaio di Fréboudze con i suoi 800 metri verticali, al di sopra di una precipi­tosa seraccata impraticabile.

Dal Couvercle verso il Glacier du Leschaux e verso la parete nord delle Grandes Jorasses

Ma la parete perfetta, che toglie il fiato, è la Nord. 1200 metri di granito, a piom­bo, con i canali ricoperti di neve e ghiaccio. Lentamente appare, metro per me­tro si dischiude a chi risale il Glacier de Leschaux per salire ai Refuges du Couvercle. È stata la bandiera dell’impossibile per tanto tempo ed oggi, più volte salita, non ha perso nulla della sua maestosità. Ogni punta, sta­gliata nel cielo, getta in basso il suo sperone, più o meno rile­vato, nel ghiacciaio. Due sono i più importanti, quello della Croz e quello della Walker. Due enormi pilastri, più breve il primo ma di poco, tanto da sembrare il gemello del secondo. Due poderose colonne d’Ercole che nessuno prima del 1935 aveva po­tuto oltrepassare.

Non è questa la sede per un’approfondita storia della parete e neppure per un breve riassunto, che comunque sarebbe colmo di ge­sta eroiche e di altri mille episodi. Dirò solo che dopo tanti tentativi la vittoria arrise a Rudolf Peters e Martin Mayer il 28 e 29 luglio 1935 per lo Sperone della Croz e che tre anni dopo, 4, 5 e 6 agosto 1938, Riccardo Cassin, Gino Esposito e Ugo Tizzo­ni salirono la via più bella e più diretta, lo Sperone della Wal­ker.

La parete nord delle Grandes Jorasses è la regina di questo ango­lo delle Alpi. Chi sale al Couvercle la vede distante, anche un po’ nascosta subito. Ci sono cime più vicine, più incombenti. L’Aiguille de Leschaux, per esempio, o la parete ovest delle Pe­tites Jorasses. E che dire dell’Aiguille Verte, proprio sopra a noi? Il Dente del Gigante è troppo piccolo e sottile nella sua grande eleganza per far la parte del re: è una curiosità speciale. Rima­ne lei, la parete scura, con i rilievi dei suoi speroni e la ca­ratteristica fascia nevosa del Linceul, un nevaio d’im­pressionan­te ripidezza che sostiene l’Arête des Hirondelles.

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Orrida o grandiosa? ultima modifica: 2018-11-07T05:23:06+00:00 da GognaBlog

4 pensieri su “Orrida o grandiosa?”

  1. 4
    Roberto Bianco says:

    Orrida o grandiosa ? Senza dubbio grandiosa , maestosa , affascinante . Per vederla in tutta la sua bellezza bisogna allontanarsi dalle folle di turisti del Montenvers per inoltrarsi nell’ambiente magico del ghiacciaio di Leschaux.

    Ci attraeva talmente che decidemmo di passare la terminale alle 17 per andare alla seconda torre dello sperone della Croz a bivaccare. Luogo storico , sicuro e calmo che ci regalò una splendida notte. Perfetto per entrare in armonia con la parete. Era il 9 agosto 1980 e sentivamo entrambi, Dino Rabbi ed io, di essere vicini ad una bellissima avventura. Gervasutti e Chabod erano passati 45 anni prima. Incredibile che per così tanto tempo nessuna cordata italiana abbia subito il fascino di questa parete. Forse qualcuno l’ha salita e lo ha tenuto gelosamente segreto….

  2. 3
    paolo panzeri says:

    Due robe che ho ascoltato da gente antica.

    Di Cassin: “dai Giusto vieni su che non è neanche verticale”.

    Di Tino: “stavamo salendo con Mellano che era cascato nella terminale e scassato voleva rinunciare, quando la sera arrivano dei cappelloni che non trovano i loro moschettoni. Li avevano messi nel pentolino. Avevano i jeans, roba a noi sconosciuta, avevano salito i Dru per la Bonatti, passavano di qui per andare in Italia e salire qualcosa nel Freney. Al bivacco però non abbiamo bevuto il the che ci offrivano.

    L’alpinismo è grande gioia e può essere sublime (non so chi l’ha detto, ma mi piace).
    Per me nel gioco dell’alpinismo tutto fa parte del gioire.

  3. 2
    Alberto Benassi says:

    3 anni fa durante la salita  della ovest delle Petite Jorasses ci siamo gustati tutto il giorno la vista della  nord della sorella maggiore.

    Orrida , grandiosa….io direi ATTRAENTE.

  4. 1
    Carlo Crovella says:

    Dei tre problemi degli anni ’30, la Nord delle Jorasses è quella che mi ha sempre affascinato di più, a tal punto che non so dire se la mia fissazione per Giusto Gervasutti sia causa o effetto del mio innamoramento per tale parete.

    Alcuni decenni fa, quando era ancora relativamente leggero il carico burocratico delle settimane estive istituzionali, fui fra gli organizzatori di una settimana della Sucai Torino proprio al Couvercle.  Pur operando in zona Verte-Moine, avevamo la Nord delle Jorasses sotto gli occhi dall’alba al tramonto, per sette giorni consecutivi. Conoscevo già la parete in foto e per le note descrizioni di Chabod (“Corsa alle Jorasses”, Riv Mensile CAI, metà anni ’30), ma vederla così di fronte in ogni momento ha innescato in me emozioni indescrivibili.

    Da allora la Nord delle Jorasses la vedo come una cattedrale gotica, con tre file di colonne (i tre pilastri) e due navate a loro interconnesse, per 1200 m di altezza (nel punto di maggior dislivello, all’incirca in corrispondenza con la Walker).

    Se il Dru è stato soprannominato un “urlo pietrificato”, la Nord delle Jorasses (ai miei occhi almeno) incarna la spinta dell’uomo verso il sublime, verso l’eterno, verso Dio.

     

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