Solo quattro metri

Solo quattro metri
Pilastro di Mezzo al Sass dla Crusc

Al di sopra degli incantati boschi di Val Badia e dei luminosi prati che circondano l’Abbazia dla S. Crusc s’erge la scura muraglia nord-ovest del Sass dla Crusc, che comprende le pareti del Piz dl’Pilato 2825 m e del Ciavàl (Monte Cavallo) 2907 m. Tra esse un’enorme struttura, il Pilastro di Mezzo, s’appoggia sul friabile zoccolo comune a tutta la parete. Sono ancora di scena i fratelli Messner, Reinhold e Günther, il 6 e 7 luglio 1968. Con le pedule rigide, senza cunei, senza nut e con l’uso di soli 60 chiodi.

Alessandro Gogna sulla traversata della via Messner al Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc, 26 luglio 1983
A. Gogna sulla via Messner al Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc. 26.07. 1983

Ecco il racconto di Reinhold Messner: «... Avevamo bivaccato in un buco sulla grande cengia e alle 8 eravamo partiti. Dopo due brevi tiri di corda il pilastro diventava giallo e verticale. Solo verso destra si presentava la possibilità di continuare in libera. Traversammo fino a che fu possibile, piantammo un chiodo ad anello e pendolammo verso destra fino ad una rampa. Su questa ci portammo ad un piccolo pulpito sul verticale spigolo del pilastro. Fino a qui era andato tutto bene. La natura ci aveva offerto il cammino e noi l’avevamo seguito. Ma ora? Ancora due metri in libera, straordinariamente difficili, ma poteva ancora andare. Poi ero al termine delle mie abilità arrampicatorie. Trovai un minuscolo buco, profondo 2 o 3 centimetri. Piantai un chiodo corto a lama. Teneva. Ancora un chiodo, poi ancora arrampicata libera. Finalmente un paio di appigli. Riposi il martello nella tasca. Sfruttando una sottile fessura sul fondo di un diedro appena accennato riuscii ad innalzarmi con un’ardita arrampicata libera e, appena in tempo, raggiunsi una strettisima cengia. Qui era proprio finita. Una placca liscia, senza fessure e con pochissimi appigli, sbarrava la prosecuzione. Quattro metri più in alto c’era una fessura, sotto di me una cengia sulla quale a malapena riuscivo a posare i piedi. Al di sotto un gran vuoto, un appicco strapiombante. Sembrava proprio impossibile andare avanti. Tuttavia non mi diedi per vinto. Tentai. Ritentai. Eppure in mezz’ora non mi alzai di un centimetro. Anche tornare indietro non era più possibile. Mi sforzai inutilmente di ridiscendere in arrampicata. Non ce la facevo e mi mancava il coraggio di saltare. Bisogna rinunciare, pensai, peccato. Salivo, ridiscendevo. Tentativi disperati. Con il proposito di tentare la discesa, ritornavo sempre al punto di uscita sulla cengetta prima di perdere l’equilibrio. E appena mi ritrovavo sulla cengia, riprendevo le capacità di riflettere logicamente. Indietro non si poteva andare. Di nuovo mi asciugai le punte delle dita sui pantaloni. Dovevo farcela, solo questi 4 metri! Il pensiero mi si imponeva come un ordine. Devo tentare! Sopra c’è un piccolo appiglio, giusto per metterci le unghie. Se riesco a prenderlo non devo più tornare indietro, non devo mollare. Poi devo alzare al massimo il piede destro, innalzarmi con un movimento bilanciato e raggiungere con la mano sinistra la lama risolutiva per tirarmi su. Nella mia testa frullava un solo pensiero: salire, poi l’appiglio in alto a destra. Oggi non so più come ho fatto ad arrivare su. So solo che mi ritrovai sopra, sollevato, pieno di gioia, e tutto era sembrato facile. Qualche ora più tardi, sulla cima, non abbiamo parlato di questo passaggio ma della situazione che si era creata sotto di esso. E se oggi penso al Pilastro di Mezzo, vedo tutto come allora. Solo la via d’uscita è aperta. Una placca liscia, senza fessure e con pochissimi appigli; 4 metri più in alto una fessura, sotto di me una cengia larga quanto i miei piedi. Al di sotto un gran vuoto, un appicco strapiombante. Un’impresa che rimane (Reinhold Messner, da Settimo Grado).».

Luca Santini sulla via variante Mariacher della via Messner al Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc, 26 luglio 1983
Luca Santini sulla via Messner al Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc. 26.07. 1983

Passarono circa dieci anni prima che si fosse informati di cosa realmente avvenne sul Pilastro di Mezzo. Ci furono poi parecchie ripetizioni, ma tutti evitarono il passaggio-chiave con una lunghissima deviazione a destra e ritorno a sinistra. Si disse che Messner aveva mentito, che il VII+ o forse l’VIII- non poteva essere una realtà storica così vecchia. Oggi, sotto il passaggio, c’è un chiodo abbastanza buono, proprio sulla cengia alla base dei 4 metri. Heinz Mariacher ha ripetuto da capocordata il passaggio nel 1979. Ma la spitdipendenza degli ultimi tempi non favorirà certo le ripetizioni frequenti. Se qualcuno non avrà la pessima idea di spittare quel muretto, su quei 4 metri si potrà ancora leggere quanto la disperazione si tramuti a volte in energia. Il muro grigio è impassibile, compatto e solido. Nulla è cambiato. Mathias Rebitsch e Giovan Battista Vinatzer avevano toccato il VII, Messner lo ha superato. «Quando ero in difficoltà o dove era marcio, io pensavo: la roccia mi vuole un po’ bene. Allora mi facevo passare dalla roccia»: così diceva Vinatzer. Il segreto è tutto lì.

Alessandro Gogna sulle lunghezze finali della via Messner al Sass dla Crusc
A. Gogna sulla via Messner al Sass dla Crusc, Val Badia

Il 16 luglio 1978 alla base della via arrivò il 24enne Heinz Mariacher. Con lui c’erano la fortissima 19enne Luisa Iovane (sua compagna di sempre) e il personaggio di Luggi Rieser (oggi Swami Prem Darshano). Passato il tiro con la manovra di corda, arriva il tiro con i famosi 4 metri “impossibili”. Ma lì Heinz non si trova più, non gli è chiaro dove Messner racconta d’essersi trovato in una posizione da cui non poteva più scendere. Allora, convinto di fare la cosa più logica, opta per la soluzione che gli sembra più evidente, quella della via di “minor resistenza”. Quindi: traversa per circa 12 metri a destra, sale dritto per altri 4 e poi ri-traversa a sinistra per riprendere la fessura che sta sopra al muro di 4 metri del “passaggio Messner”. Da lì la cordata prosegue fino alla vetta, convinta di aver effettuato la prima ripetizione. Ma in seguito, parlando con Messner, Mariacher comprende di aver aperto una variante. Appunto quella che prende il suo nome e che sarà la più seguita dai futuri ripetitori.

L’anno dopo, nel 1979, Mariacher con Luisa Iovane ritorna al Sass dla Crusc e fa la Messner tutta in libera. E’ la prima libera integrale, visto che non si cala con la corda, ma scala in libera anche sul tratto in discesa, con difficoltà di VIII-, che porta al tiro chiave. Poi, sul muretto del famoso passaggio, sale 2 metri a sinistra di quello che ormai tutti considerano il passaggio originale, superando difficoltà di VIII-. E’ la prima rotpunkt della via! Intanto, nello stesso momento, i tirolesi Reinhard Schiestl e Luggi Rieser liberano la loro Mefisto (VIII-)!

Luggi Rieser e Luisa Iovane, 1a ripetizione della via Messner al Pilastro di mezzo, 16 luglio 1978. Foto: Heinz Mariacher
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La prima ripetizione
di Heinz Mariacher
Nella letteratura alpina il Pilastro di Mezzo viene spesso ridotto solo ai famosi, molte volte citati, quattro metri. Quasi nessuno ha mai sprecato una parola per il resto della via. Per me il Pilastro di Mezzo è una linea fantastica nel suo insieme, nel quale si supera anche la placca di quattro metri. Anche oggigiorno si potrebbe essere orgogliosi per una via nuova di questo genere.
Il tema “Pilastro di Mezzo” è ancora una volta un’ottima occasione per ricordare che l’uso dei chiodi a pressione non è sempre stata una cosa ovvia. Io credo che solo pochissimi dei giovani arrampicatori abbia sentito parlare degli scritti polemici di Reinhold Messner su “l’assassinio dell’impossibile” contro i chiodi a pressione, questo perché manca il legame con la storia alpina, perché i giovani si sono orientati più volentieri verso nuovi modelli e direzioni. Una cultura alpina che, ad un certo punto, è rimasta bloccata nella neve degli Ottomila e si è intristita nella cura dei monumenti.
Ai tempi di Messner, e anche nei nostri alla fine degli anni Settanta, c’era ancora un codice d’onore, le limitazioni che ci imponevamo volontariamente erano assolutamente in primo piano, davano il sapore al nostro gioco. Perché era bello sognare una linea che forse era possibile o forse anche non lo era. Per me il Pilastro di Mezzo simboleggia un punto massimo dell’arrampicata nelle Alpi, di uno sviluppo che si è svolto nelle Alpi, che non è stato importato dall’Inghilterra o dall’America. L’idea della rinuncia ai chiodi a pressione nelle pareti alpine si sarebbe meritata di continuare a vivere, non necessariamente come l’unica verità, ma come stile particolare. Da parte mia, e per me stesso, avevo deciso che avrei considerato certe pareti come “zona libera” da chiodi a pressione, tra le altre il Sass dla Crusc e la Sud della Marmolada.
Ma torniamo indietro alla “Placca di Messner”: nel corso degli anni ho superato in quattro punti diversi la paretina di quattro metri. Penso però che il passaggio in sé sia meno importante della situazione affrontata dal primo salitore sotto il passaggio, della sfida mentale, come l’ha rappresentata così precisamente Messner nel suo libro “Ritorno ai monti”. Penso che oggigiorno solo una piccola minoranza sia in grado di immedesimarsi in quella situazione, ed è una vergogna che oggi si trovino chiodi a pressione sul Pilastro di Mezzo!
Vorrei ancora mettere in chiaro una cosa: durante la prima ripetizione ho cercato la via di salita più logica, il che significa la linea di minor resistenza, e non ho cercato una variante per aggirare il passaggio come scrive Ivo Rabanser nel suo libro. Il fatto che, poco tempo dopo la ripetizione, io abbia chiesto a Reinhold perché non avesse indicato nella descrizione quella traversata, mostra che io ero convinto di aver ripetuto la via originale.

Nicola Tondini da primo sui quattro metri di VIII grado. Foto: Paola Finali
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L’indagine
di Nicola Tondini
Il Pilastro di Mezzo al Sass dla Crusc è da anni legato al nome dei fratelli Messner. Per chi ha ripetuto le vie che Reinhold ha aperto in Dolomiti, sa dell’attrazione che il forte arrampicatore aveva per le placche. Pur disponendo solo di chiodi e indossando robusti scarponi rigidi, Messner spesso si è lanciato alla ricerca della sequenza di appigli che gli avrebbero permesso di avere ragione di quei muri compatti di calcare grigio: la parete nord della Seconda Torre di Sella, la parete nord del Sass da Putia, la parete nord della Cima della Madonna, la parete sud della Marmolada, le placche d’aderenza del Sasso delle Nove e appunto il Sass dla Crusc furono alcuni dei suoi terreni di gioco e testimonianza del suo grande intuito. Vie queste, che ancora oggi mettono timore: i lunghi tratti sprotetti e la capacità necessaria nel saper leggere le placche frenano molti alpinisti a cimentarsi con le vie dell’alpinista altoatesino.
Sul Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc, Reinhold Messner con il fratello Gunther compì il capolavoro. Già nei primi tiri i due fratelli dovettero cercare a fatica una linea di passaggio. Furono costretti, infatti, a un lunghissimo traverso con un pendolo per passare una zona estremamente liscia. Poi ecco al quarto tiro quel muretto di 4 metri appena sopra una piccola cengetta. Gli appigli si intuivano, ma erano decisamente piccoli. Messner starà quasi un’ora a provare e pensare come passare. Poi tenterà il tutto per tutto, riuscendo. Sarà il primo grado VIII della storia, percorso in libera.
Con gli anni cresce sempre più la fama di quel passaggio. Qualcuno leggendo sui forum in internet pare abbia trovato altri punti deboli, oltre alla variante Mariacher, dove salire. Sta di fatto che il passaggio originale continua tutt’oggi a mettere in crisi. Io stesso ho letto e sentito vari commenti su quel passaggio: avrà piantato un chiodo, si sarà rotta una scaglia, com’è possibile che lui sia passato e tanti forti rinunciano? E così via. Io l’ho ripetuta la prima volta nel 1992 e allora ero andato deciso per la variante Mariacher. La curiosità di provare il passaggio Messner è ovviamente tornata fuori, così propongo a Massimo Lucco, mio fortissimo cliente/compagno di andare a metterci le mani per capirne un po’ di più. Fissiamo la salita per il 3 settembre 2010.
I giorni precedenti sento Andrea Tosi e Paola Finali, esperti amici in fotografia e filmati, che ultimamente mi seguono in qualche avventura e propongo loro di documentare il famoso passaggio Messner.


Il 3 settembre io e Massimo andiamo all’attacco del diedro Mayerl, che percorriamo fino alla cengia mediana. Da qui seguendo la cengia verso sinistra in 10 minuti raggiungiamo l’attacco della Messner al Pilastro di Mezzo (nella realtà l’originale raggiunge la cengia direttamente seguendo 300 m su un pilastro di roccia estremamente friabile e pericoloso di V grado). Sono le 10 appena passate. Sento per telefono Andrea, che con Paola, Ingo e Mario hanno raggiunto la cima a piedi. Finché io e Massimo scaliamo sui primi tiri della Messner, loro attrezzano le corde statiche per fare i filmati e le foto. Così quando arrivo al 4° tiro della Messner, Andrea e Paola sono già posizionati. Ho fatto sosta per provare il passaggio Messner, alla fine del traverso del tiro precedente, come indicato nella precisa relazione di Ivo Rabanser. Prima di provare il passaggio della placca Messner dal basso, lo studio con la corda dall’alto. Mi ci vuole un po’ per capire come farlo senza renderlo estremo. Alla fine finalmente riparto dal basso e lo faccio. E’ un bel singolo di VIII (7a). Gli appigli duri da tenere sono 3. Ma come mai è così difficile da fare a vista? Presto spiegato.
– Come tanti boulder “strani” è difficile da impostare la partenza: viene spontaneo partire con un piede, ma così facendo ci si pianta subito. Partendo con il piede “sbagliato”, poi tutto torna giusto e il passaggio è fatto, basta avere buone dita e certamente a Messner non mancavano.
– Si è psicologicamente non in una bella situazione:
a) il compagno che fa sicura non ti vede o se si decide di fare sosta prima del passaggio, si rischia un volo diretto sulla sosta stessa;
b) se si cade, facilmente si va a sbattere con i piedi sulla cengetta da dove inizia il passaggio a meno di non lanciarsi decisamente verso il vuoto;
c) la protezione non è distante, ma comunque sotto i piedi;
d) si capisce che se si sbaglia il movimento non si riesce a tornare indietro.
e) c’è la via d’uscita: la variante Mariacher.
Concludo dicendo, che Messner ha fatto proprio un capolavoro a superare quel muretto di 4 metri. Per me è passato in libera e non si è rotto nessun appiglio fondamentale. Lui è stato lì un’ora a studiarlo, poi con la determinazione che lo ha sempre contraddistinto è partito col piede giusto, ha tirato con tutta la forza che aveva i 2-3 appigli chiave e ha raggiunto i successivi buoni appigli per andare fuori dalle difficoltà.

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Solo quattro metri ultima modifica: 2016-02-29T05:38:04+01:00 da GognaBlog

12 pensieri su “Solo quattro metri”

  1. 12
    Paolo says:

    Qui c’è qualcuno che scrive “io ci credo che Messner abbia fatto quel passaggio”. Ma quando mai è stato in dubbio?
    Anche nell’articolo c’è un malizioso “si scrisse che Messner aveva mentito” in un comico tentativo di ventilae il Cesare Maestri bis.
    Io sta cosa mai letta su articoli seri.
    L’altoatesino è sempre stato circondato dalla diffidenza di alcuni ambienti alpinistici, legata anche alla malcelata invidia di un mondo che dovrebbe essere popolato da veri uomini, ma che invece è pieno di prime donne.

  2. 11
    Alberto Benassi says:

    Sergio, avendo scalato con i rigidones per diverso tempo visto che non sono proprio giovincello, ti assicuro che so benissimo cosa voglia dire scalare non gli scarponi ai piedi.
    Ancora oggi ogni tanto mi diverto a farlo.
    La mia era solo un riflessione, magari del cacchio, a seguito della dichiarazione di Mariacher a proposito della linea logica.

  3. 10
    sergio says:

    a proposito del perché i Messner non cercarono dia ndare a destra per la successiva variante Mariacher (che io ho fatto); avete idea di cosa sia cercare di spalmare gli scarponi – e non le scarpette – su quella placca liscia? pensate con la testa loro nel 1968 e allora avreste anche voi provato a tirare dritto…penso che Mariacher abbia pure dannato molto per piantare quei 2 chiodini (messi abbastanza a cavolo evidentemente per la posizione e la tipologia di fessurine disponibili) che c’erano una volta, ora non so. S

  4. 9
    GIANDO says:

    La tua Alberto è un’osservazione corretta e logica però sai meglio di me che in certe situazioni bisogna trovarcisi.
    Forse in quel momento né Reinhold né suo fratello videro la variante Mariacher, nel senso che non erano sufficientemente lucidi da poterla vedere. Consideriamo il fatto che per i fratelli Messner si trattò di una prima, con tutte le incognite del caso, per Mariacher una ripetizione, per quanto impegnativa. Quindi credo sia difficile fare dei paragoni.
    Anch’io sono convinto che Messner sia passato in libera e comunque certi livelli arrampicatori erano già stati precedentemente toccati ancorché non riconosciuti per via del limite invalicabile del VI grado.
    Comunque, aldilà di tutto, questa storia mi ha sempre affascinato proprio per la sua sostanziale credibilità, contrariamente al racconto di Casara (citato da Stefano) che lascia inevitabilmente dubbiosi (peraltro Casara non raccontò di essere salito in libera decondo i canoni attuali perché si avvalse anche dei chiodi posizionati, d’altronde negli anni venti i criteri di valutazione erano un po’ diversi).
    Insomma quei 4 metri del Sass dla Crusc ci consegnano un immaginario che fa sicuramente bene all’alpinismo, soprattutto in un periodo storico in cui tutto sembra appiattito verso una pratica adrenalinico-sportiva che personalmente trovo di scarso interesse.

  5. 8
    Alberto Benassi says:

    tanto per alimentare un pò la polemica e senza nulla togliere al grande Messner. Io ci credo che Messner abbia fatto questo passaggio. Come giustamente scrive Stefano, a volte una persona è capace di tirare fuori, in determinati momenti, delle doti incredibili.
    Mai capitato di andare a scalare pensando di non essere in forma, invece ti rendi conto, con non poca sorpresa, che le cose ti vengono facili? A me si. Ma è successo anche il contrario.

    Ma una cosa mi resta difficile da capire di questa bella storia del Pilastro di Mezzo.

    Mariacher nel racconto della sua prima ripetizione dice: ” durante la prima ripetizione ho cercato la via di salita più logica, il che significa la linea di minor resistenza, e non ho cercato una variante per aggirare il passaggio….” .

    Mi domando come mai i fratelli Messner, dall’alto della loro bravura e ai propri principi rinnovatori di doversi adattare alla roccia, non l’hanno fatto?
    Come mai Messner si è infognato su questa placca e non l’ha aggirata più facilmente e logicamente a destra come ha fatto Mariacher seguendo la linea di “minor resistenza”?
    Se la possibilità di passare più facilmente a destra l’ha vista Mariacher credo che anche ai Messner fosse visibile questa possibilità.

    Eppure anche sotto avevano fatto delle traversate con addirittura un pendolo per aggirare dei tratti impossibili.

  6. 7

    NOTARELLA UN PO’ POLEMICA… (magari un pochino fuori contesto …ma non troppo…!) :
    anche perché, sennò il buon Reinhold magari si risente, viste le sue di polemiche… si sentirebbe solo…
    Premetto che il Pilastro di mezzo mi manca, nel senso che non ho ancora trovato tempo o meglio ispirazione per ripeterlo, ma di vie confezionate da Messner ne ho ripetute parecchie compresa la misteriosissima Holzer-Messner ai Mugoni sud che ho trovato sottostimata rispetto alle poche righe di cui parla l’unica relazione esistente (“Catinaccio” di Battisti- Colli e riproposta con le medesime caratteristiche da “Catinaccio” A. Bernard). Quasi tutte molto impegnative e sicuramente tutte salite con un’ottica futuristica, ma le difficoltà seppure notevoli non si avvicinano neanche al numero 8…
    Ovvio che in una condizione particolare come quella che Reinhold Messner descrive per la prima salita l’impossibile potrebbe pure accadere, potrebbe accadere che 4 metri durissimi, dove Nicola Tondini dalle indubbie capacità alpinistiche ed un curriculum notevole la sale con le scarpette, ed a a quanto pare non così allegramente, lui sia passato con gli scarponi… potrebbe accadere…
    Potrebbe essere allora accaduto che Severino Casara abbia salito free-solo ed in stato di trance (come lui lo descrive) il Campanile di Val Montanaia per i suoi strapiombi nord…
    Potrebbe essere che Tomo Cesen abbia compiuto la sua salita alla sud del Lothse ( secondo me l’ha compiuta…)
    Ma soprattutto potrebbe essere che Cesare Maestri e Toni Egger abbiano raggiunto la cima del Torre…
    A volte la storia ti si può rivoltare contro no…!?
    Allora si da credito a ciò che un alpinista racconta delle sue imprese (a parte Casara che lascia dubbi enormi visto il livello esponenzialmente più basso che prima e dopo ha saputo esprimere nelle sue realizzazioni, gli altri erano tutti dei fuoriclasse riconosciuti) o si fanno le sante inquisizioni (“Grido di pietra”)?
    Personalmente credo a Messner, perché ho testato che in certi momenti possono scattare delle “molle” solitamente sconosciute e che magari non avremo più occasione di sentir azionate, le quali ci danno la chance di andare oltre (la mamma che solleva l’automobile per salvare il bambino travolto, non è un fatto così eccezionale…) ciò che mi chiedo invece è perché a volte chi ha provato sulla propria pelle ciò che può fare l’invidia e la cattiveria (vedi caso Günther Messner) si proponga lui stesso in performance poco nobili se non addirittura di bassa lega…?
    Forse oggi lo spunto mediatico, il business, la fanno da padroni, ma allora se ci adeguiamo, evitiamo di parlare di alpinismi morti e di come eravamo bravi ed idealisti… !

  7. 6
    Andrea says:

    interessante…però già letto su planet mountain qualche anno fa…
    http://www.planetmountain.com/News/shownews1.lasso?l=1&keyid=37706

  8. 5
    Alberto Benassi says:

    I friabili tiri bassi, se non sbaglio, fanno parte della vecchia via Gabloner, che poi esce a destra evitando il pilastro di mezzo.

  9. 4
    Guerrini Michele says:

    Una linea futuristica.. Non sono da sottovalutare nemmeno i tiri dello “zoccolo”su roccia marcia assolutamente da non tirare ma anzi da spingere perchè i pilastrini grandi come armadietti rimangano al loro posto..Percorsi la prima volta nel settembre 1982 per ripetere appunto il pilastro di mezzo mi sono sembrati belli ingaggiosi ma dopo pochi giorni li ho dovuti rifare per ripetere la Mephisto e mi sono piaciuti ancora meno perchè consapevole di quello che mi aspettava…conoscendoli!! Due vie che regaleranno emozioni ai ripetitori anche negli anni a venire…Mi ritrovo anche nel pensiero di Messner una volta superato il tratto chiave e felice di aver vinto le proprie paure ma consapevole di aver alzato i propri limiti mentali; nel tratto chiave della Mephisto,seppur si trattasse di una ripetizione ( che non è assolutamente come lanciarsi nell’incognito di una apertura..)ho conosciuto le medesime sensazioni che mi hanno accompagnato nella mia ricerca e crescita(alpinistica) successiva..Un grazie a questi avventurieri avanti anni luce rispetto alla storia.

  10. 3
    Andrea Parmeggiani says:

    Bel racconto avvincente!!

  11. 2
    Michele Comi says:

    Bello! L’incipit di Nicola che analizza la necessità di partire col “piede sbagliato”, smonta all’istante l’arrampicata rigidamente associata a schemi motori codificati…
    Michele Comi, da facebook 29 febbraio 2016 ore 8.49

  12. 1
    GIANDO says:

    Gran bel pezzo di storia dell’alpinismo. Spesso mi chiedo cosa avrebbe potuto fare Messner se fosse tornato integro dal Nanga Parbat. E’ un particolare che sovente viene dimenticato, oscurato dalla personalità dell’alpinista che genera le più svariate reazioni.

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