Un altro paradigma

Un altro paradigma
di Barbara Ciolli
(già pubblicato il 7 ottobre 2018 su lettera43)

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La pioniera della decrescita Helena Norberg-Hodge.

Attivismo. Freni alle tecnologie. Reti locali. Ritornare all’economia reale è possibile. L’allieva di Chomsky e pioniera della decrescita a L43: «È una questione di sopravvivenza».

Più prima che poi l’umanità intera si coalizzerà per arrestare il processo di distruzione globale da essa stessa provocato e che corre sempre più veloce. Ci sono ancora margini per un’economia dei bisogni reali che ricrei reti di lavoro locali a misura d’uomo, la politica può ancora spezzare la spirale accentratrice della globalizzazione guidata dalla finanza. Ne è profondamente convinta la studiosa di società e livelli di industrializzazione Helena Norberg-Hodge, linguista allieva di Noam Chomsky, ecologista e autrice del documentario L’Economia della felicità (2011), progetto che è diventato un movimento internazionale, ospite dell’omonima conferenza sulla decrescita a Prato, il 29 e 30 settembre 2018.

Non è un’utopia. Norberg-Hodge si occupa da una vita di questi temi, da pioniera della teoria della localizzazione ha visto crescere «depressione, paura e violenza», ma sente «ovunque» anche tanto fermento, «e per la prima volta a tutti i livelli». La gente avverte la «necessità di un cambiamento alle fondamenta» per evitare l’esplosione di una crisi ecologica, economica, sociale e anche esistenziale che sembra inevitabile con l’esaurimento delle risorse e con l’inaridirsi dei rapporti umani. «Quel che si chiama populismo non va confuso con le tragiche strumentalizzazioni dell’estrema destra. Sono brutti tempi», spiega aLettera43.it, «ma la vita è più forte».

Noam Chomsky.

DOMANDA. I temi di cui si occupa da anni, sono diventati con la crisi globale sempre più attuali, drammatici ormai.

RISPOSTA. Sono problematiche molto popolari e presto lo saranno ancora di più. È un processo sempre più veloce.

 

Il mondo sta cambiando, sull’onda dei cambiamenti economici e ambientali. Ma lei sostiene che si può ancora invertire rotta. Non è troppo tardi?

Non è detta l’ultima parola perché quanto accade mette a rischio tutti noi, nessuno escluso. Neanche il posto del capo della più grande multinazionale è più sicuro. Due posti di lavoro diventano uno, è una contrazione globale. Tutti sono minacciati dalla distruzione, anche ambientale. Per la prima volta un movimento può impegnare tutti.

 

Anche la politica, come la gente, sta cambiando.

C’è bisogno che il movimento diventi molto più grande. In passato abbiamo avuto battaglie per l’abolizione della schiavitù, per il voto alle donne, per l’agricoltura biologica… Ma riguardavano solo una parte della popolazione. Stavolta tutti, in un modo o nell’altro, siamo sotto pressione a causa del sistema. È questione di tempo, ne sono convinta, perché la gente si svegli.

 

Ma i partiti anti-globalizzazione non sono più quelli di sinistra. O sono di destra radicale o sono diversi dai partiti tradizionali. È un pericolo o, alla fine dei conti, il fine giustifica i mezzi?

No, è pericoloso. Ma per prima cosa dobbiamo distinguere tra Donald Trump, per esempio, e altri movimenti descritti come di estrema destra. Oggi c’è un grande dibattito sul populismo, ma in questo caso si tratta di gente che vuole qualcosa di diverso, non di estremisti di destra. È comprensibile che si cerchi più stabilità e ci si preoccupi del proprio lavoro.

 

Certo i grandi partiti di sinistra, per anni allineati alle dottrine neoliberiste, sono la forza politica più minacciata dai nuovi movimenti e dall’estrema destra.

Purtroppo assistiamo a una tragica manipolazione da parte di leader come Trump che, anziché illustrare le ragioni reali dell’insicurezza generale, dicono alla gente che il problema principale sono gli immigrati, le persone diverse da loro.

 

Ma anche Trump si è fatto paladino dei metalmeccanici americani decimati dalla globalizzazione e predica politiche protezioniste…

E allora perché fa fare alla figlia Ivanka tutti quegli affari in Cina? I leader dell’estrema destra vogliono solo favorire grandi business, i loro business. Non contrastano certo le cause reali dell’insicurezza del lavoro. La verità è che non stanno affatto con la maggioranza della popolazione, come predicano.

 

Il grande inganno macina consensi. Per rifondare gradualmente la politica da dove si deve partire?

Bisogna parlare di politica gli uni con gli altri, tra la gente, parlare ai leader politici non è più strategico. Dobbiamo premere per costruire un forte movimento di base della new economy che abbia una comprensione precisa dell’importanza dell’agricoltura, delle risorse naturali e dell’urgente bisogno di rendere l’uso delle tecnologie al servizio degli esseri umani e non viceversa.

 

Perché lo sviluppo tecnologico va limitato?

La convinzione che serva molta tecnologia per creare lavoro è folle, un uso sconsiderato dei robot al contrario lo smantella. Il dibattito politico su quali tecnologie saranno realmente utili per la società umana e quali invece sono già una forma di prigione deve diventare centrale. Un mondo così veloce, così competitivo è davvero troppo grande per essere a misura d’uomo. Non siamo dei robot.

 

In cosa consisteva l’economia reale che stiamo smantellando?

Il lavoro più importante delle società sta da sempre nel crescere bene i figli, assistere i bambini, i malati, gli anziani. Nel prendersi cura degli esseri umani e anche del pianeta che ci ospita, occupandosi dei mari, delle foreste, del suolo. Questa è alla fine l’unica vera economia. C’è così tanto lavoro: in ogni Paese si dovrebbe creare una produzione genuina, molto localizzata e diversificata della gestione delle risorse e anche dei servizi.

 

Le reti economiche e produttive decentrate possono frenare anche i cambiamenti climatici, tra le cause delle migrazioni?

Ancora i cambiamenti climatici non provocano la gran parte delle migrazioni, ma sono certo una delle ragioni per organizzare sistemi produttivi localizzati e sostenibili, nei settori delle scienze forestali, nella pesca e nell’alimentazione. Con tanti impieghi dotati di senso, ai quali appassionarsi, si possono fare tante cose. Anche nel deserto, unendo pratiche antiche all’innovazione.

 

Si è occupata molto di culture orientali. Il modello occidentale esportato nei Paesi in via di sviluppo ne mette a rischio l’identità culturale?

È una questione molto difficile. Dobbiamo innanzitutto tener conto che la base dell’identità degli uomini si forma nei primi anni di vita: i bambini assorbono tutto quello che vedono, sentono, toccano, sulla base degli input di persone e cose reali vicine a loro. Ma la modernità ha distrutto questo modello sano e naturale di sviluppo. L’identità, nei bambini e anche negli adolescenti, si forma sempre più attraverso le immagini dei media, negli ultimi anni dei social media, che propagano una monocultura.

 

È uno specchio che deforma la realtà.

L’immaginario esportato dall’Occidente non è più qualcosa di reale e per di più spinge a paragoni. Specie le menti più giovani pensano di essere più apprezzate, di avere una vita migliore comprando e indossando abiti occidentali. Questa monocultura consumista si è dimostrata terribilmente distruttiva.

 

Anche quando i nostri costumi sono promossi con l’intenzione di spingere le donne all’emancipazione?

Non ha senso per le donne americane andare in Medio Oriente a dire alle musulmane di essere più americane. Per noi è forse molto duro comprendere le tradizioni di alcune società, ma il nostro lavoro non è andare a spiegare agli altri le loro culture. Semmai dobbiamo spostare la nostra attenzione altrove, possiamo anche imparare qualcosa dalle altre culture.

 

Quale è la lezione più grande?

Le tradizioni diverse dalle nostre non stanno provocando i cambiamenti climatici e per me nemmeno le epidemie di suicidi e depressioni dell’Occidente. Se guardiamo all’aumento di paura e violenza nel mondo, non viviamo certo bei tempi per la specie umana.

 

Lei propone da una vita una via alternativa a un modello dominante che tuttavia persiste. Dove trova tutto questo spirito costruttivo per il futuro?

Vedo la distruzione attorno a me. È tanta, seria ed è facile deprimersi. Ma allo stesso tempo noto nascere tanti movimenti dal basso, grazie a milioni e milioni di individui impegnati con progetti piccoli, fonte di grande ispirazione. Ovunque vada, trovo gente che mette in dubbio e ripensa il sistema dominante. Persino ad alti livelli della società.

 

Nessuno escluso.

Anche papa Francesco ha richiamato all’ecologia e ora l’arcivescovo di Canterbury, in Inghilterra, parla di povertà e ingiustizia sociale. C’è una presa di coscienza della necessità di un cambiamento dalle fondamenta. Questa tendenza generale esiste e bisogna che l’informazione sia onesta nel raccontarla.

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Un altro paradigma ultima modifica: 2018-11-07T04:29:46+00:00 da Totem&Tabù

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