Un tabù da violare

Un tabù da violare
(estate 2018: escalation di incidenti)
di Carlo Crovella, scritto il 24 settembre 2018

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

Al termine di un’estate, che io ho trascorso “ai box” per complicazioni di salute, prendo spunto da un articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 28 agosto 2018, a firma di Chicco Marcoz con commento di Franco Brevini, per rompere un tabù che spesso blocca noi genuini appassionati di montagna.

Il tabù è presto descritto: di fronte alla constatazione del notevole numero di incidenti gravi o addirittura mortali, noi alpinisti non sappiamo contrapporci adeguatamente all’ondata di emozioni e di sdegno che coinvolge l’opinione pubblica. In pratica restiamo “imparpagliati” (come direbbe Montalbano) e quindi avvaloriamo le convinzioni dominanti.

A tale ondata di emozioni contribuisce innegabilmente il mondo dell’informazione generalista, che ha tutto l’interesse a soffiare sul fuoco per riempire pagine di quotidiani o servizi dei TG. Si levano commenti che variano dal celebre “montagna assassina” alla compassione per le vittime e i loro parenti.

Il tabù che spesso ci blocca è che non riusciamo a dire che, sempre più di sovente, gli incidenti in montagna sono la conseguenza di errori umani. Anche quando l’analisi dei fatti sembra deporre per un’altra interpretazione (cioè per una pura fatalità), se si scava più approfonditamente, si giunge alla conclusione che la variabile chiave è sempre riconducibile ad un errore umano. Mi spiego meglio: parte un pendio di neve, crolla un seracco o una cascata, non tiene un ponte sul crepaccio… ebbene a prima vista sembrano situazioni oggettive, delle vere e proprie calamità inevitabili. Eppure spesso “a monte” (perdonatemi il gioco di parole) c’è un errore umano: quello di aver sbagliato la scelta della gita oppure il timing della stessa o magari entrambe le cose. Insomma il libero arbitrio è determinante.

Il tabù consiste nel fatto che affermare esplicitamente una tesi del genere risulta disdicevole, forse addirittura offensivo, e si suscitano reazioni scandalizzate come se si volesse vilipendere il ricordo delle vittime.

L’articolo del Corriere della Sera, cui facevo riferimento, avanza alcune tesi interessanti, ma a mio parere non complete sull’argomento. In sintesi il giornalista afferma che fra incidenti alpinistici in senso stretto ed altri accaduti a tipologie varie di frequentatori dei monti (bikers, pescatori, appassionati di base jumping e slackline) il bilancio delle vittime estive nel 2018 raggiunge le 100 unità, praticamente un morto al giorno da metà giugno a metà settembre. Una roulette russa.

Rispetto ad un passato neppure troppo remoto, l’articolista ha la lucidità di sottolineare – attraverso affermazioni di non meglio precisate guide alpine da lui intervistate – che le altre quote sono sempre più frequentate da “sprovveduti” e “falsi professionisti” e che sono sempre più numerose le “leggerezze” commesse. Sempre a giudizio del giornalista, a tale fenomeno si collegano altri spiacevolissimi risvolti, tipo (cito testualmente) “guide aggredite per aver segnalato comportamenti scorretti o pericolosi, cani portati in cresta, tende piantate sula cima, bivacchi occupati per giorni e una dose di incoscienza per chi sfida i ghiacciai in scarpe da ginnastica.”

Quando ho letto l’articolo fra me e me ho pensato “Oh, finalmente qualcuno dice la verità!” e in effetti devo dare atto al giornalista che non si è nascosto dietro al tradizionale “montagna assassina”. Tuttavia quell’accenno a chi sfida i ghiacciai in scarpe da ginnastica si collega immediatamente, specie nel lettore comune, all’immagine delle turiste giapponesi che, in minigonna e tacchi a spillo, escono da una qualsiasi stazione d’arrivo degli impianti di Zermatt e avanzano in terreno glaciale come se fossero in una via cittadina.

Però, se gli incidenti coinvolgessero soltanto i turisti che incautamente si sono avventurati per cinquanta passi sul ghiacciaio, il numero degli eventi non sarebbe così elevato. E qui che il tabù per noi alpinisti diventa psicologicamente più complicato: facile sparare a zero sulle giapponesine che, con i loro tacchi a spillo, sono finite nel crepaccio, più difficile avere il coraggio di dire che gli errori sono stati compiuti da componenti della “nostra” stessa squadra.

In realtà questo è il “vero” tema su cui mi voglio concentrare oggi. Non nego che esista un problema parallelo, ovvero che sempre più numerosi sono i frequentatori di giornata dell’outdoor e questo innesca (vedi tragedia del Raganello) una serie di conseguenze drammatiche. Ma su quel tema, come sulle giapponesine, per noi alpinisti la presa di posizione è facile: si tratta di gente che non ha la più pallida idea della wilderness, logico che siano più vicini al rischio fatale.

Più complicato, come accennavo, è affermare che alcuni di noi (magari uno della nostra stessa combriccola) non è stato all’altezza. Eppure occorre che violiamo questa omertà a prendiamo il coraggio di essere diretti, a costo di risultare cinici e sfrontati.

Innanzi tutto dobbiamo dare l’impressione a tutti che siamo consci che andare in montagna è un’attività pericolosa. Già solo un’affermazione del genere sconcerta gli interlocutori, perché, in generale, viviamo nella società dell’iper-sicurezza, dell’iper-garantismo, dell’iper-divertimento. Non si accetta il principio che la scarica di adrenalina collegata ad un’ascensione (o a una sciata o a una discesa di torrente….) comporti dei rischi. Anzi si parte dal presupposto che “tutto è gratis”, ovvero che in montagna devi poterti divertire senza pagare alcun “prezzo” in termini di rischio. Ma la montagna (e la natura più in generale) non è regolata da leggi o ideologie umane e, quando i nodi vengono al pettine, ecco che i primi ad essere sconcertati sono gli alpinisti stessi.

Non crediate che io voglia disprezzare la vita umana, sulla base di una mia (eventuale) capacità di livello così elevato per cui io non incappo in errori e invece penso che chi sbaglia è giusto che paghi. Anzi, chi mi conosce sa che, circa 35 anni fa, sono stato vittima di un gravissimo incidente: un pietra isolata si è infilata fra casco e nuca, proprio mentre stavo parlando con il socio alla sosta più in basso, per cui avevo la testa inclinata. L’impatto è stato tremendo e posso esser qui a scrivere queste righe solo grazie all’efficace attivismo dei miei compagni di giornata e alla mia giovanissima età, che mi ha permesso di superare una situazione al limite del non ritorno. Anche in questo caso a prima vista verrebbe da appellarsi alla fatalità più esasperata. Eppure a bene vedere degli errori sono stati commessi: la temperatura era in rialzo rispetto ai giorni precedenti (per cui sarebbe stato più saggio andare ad arrampicare su vie di roccia attrezzate piuttosto che impegnarsi in un ascensione di misto); il troppo tempo perso sia in salita che a riposarci in vetta ci ha fatto trovare nel canale di discesa ad ore non canoniche… e così via.

Tornando alle considerazioni generali sulla situazione attuale, è assolutamente vero che (tra gli “alpinisti”) oggi ci sono troppi sprovveduti, i quali tra l’altro spesso diventano pericolosi anche per altre persone.

Questa sprovvedutezza è figlia della società odierna. Le nuove generazioni vogliono “tutto e subito”, non sono disponibili alla gavetta come insegnava Gaston Rébuffat (https://www.gognablog.com/lapprendi-montagnard-di-rebuffat/). Spesso l’eccesso di prestanza fisica diventa un boomerang: ieri erano impegnati in una regata velica, oggi (magari dopo una notte trascorsa nel viaggio in auto) sono sul ghiacciaio verso vie impegnative, ma domani hanno già il combino per un volo in deltaplano o una escursione in MTB. Troppa forza fisica alimenta frenesia e ciò innesca superficialità. Spesso le cose alla fine vanno comunque bene, ma a volte si incriccano e le conseguenze le leggiamo sulle cronache dei giornali.

Devo dire che tale frenesia è purtroppo un fenomeno che a volte coinvolge anche alpinisti di lungo corso o addirittura guide alpine. I primi non riescono a rinunciare ad una “scappata” in alta quota, magari con l’assillo di tornare per il compleanno di un famigliare o il pranzo della festa. Per quanto riguarda le guide esprimo la seguente opinione, precisando che sono completamente esterno al loro ambiente e potrei sbagliare del tutto.  Anche qui si vive ormai in un contesto completamente business-oriented, dove la concorrenza è elevatissima e devi prendere il cliente quando ti si presenta, anche se magari le condizioni oggettive non sono ideali: peccato che a volte le cose non vadano a finire bene. Altrimenti non sarebbero comprensibili incidenti che, analizzati dall’esterno, presuppongono che una guida abbia completamente “inciuccato le quote” (espressione piemontese per indicare quando si sbaglia alla grandissima).

Ma gli incidenti che coinvolgono alpinisti esperti o guide sono ancora, per fortuna, una minima parte del totale degli incidenti. Pur senza statistiche ufficiali alla mano, ma basandomi solo sulla lettura dei quotidiani, posso dire che, a sensazione, la quota maggiore coinvolge fasce di età relativamente giovani (under 35-40 per intenderci), in gran spolvero atletico, ma ottenebrate della già citata frenesia.

 Questi fenomeni sono, ahimè, esasperati nei numeri dalla crescita esponenziale dei frequentatori della montagna. Cerco di farmi capire meglio abbozzando un esempio numerico (che, essendo inventato, non ha esplicito riferimento alla realtà oggettiva). Ipotizziamo che gli sprovveduti siano il 70% dei frequentatori delle montagne (a naso posso dire che non è una percentuale troppo distante dalla realtà): se un certo giorno sono impegnati 10 persone in tutto, gli sprovveduti sono 7. Se invece in qual giorno ci sono 100 persone totali, gli sprovveduti diventano 70, il che aumenta in modo esponenziale la probabilità che capiti un evento drammatico.

Infine chiudo con un mio cavallo di battaglia ideologico: la nefasta influenza della tecnologia (intesa come strumenti e gadget tecnologici). Gran parte della citata frenesia è sostenuta dalla sensazione di (falsa) sicurezza, se non addirittura di onnipotenza, che inevitabilmente innesca la tecnologia di cui si può disporre al giorno d’oggi. Con tutti questi gadget è inevitabile che scatti la trappola psicologica di sentirmi padroni della situazione. Fra le altre cose, mi è capitato di leggere nelle cronache degli incidenti che poco prima del fattaccio le persone coinvolte hanno fatto una telefonata oppure hanno postato una foto sui social, ecc. Insomma si ha la sensazione di essere nel salotto di casa propria e questo rilassamento abbassa l’attenzione.

Sull’influsso negativo della tecnologia voglio però fare una precisazione importante. Le mie considerazioni valgono soprattutto per chi ha iniziato a frequentare la montagna negli ultimi 15-20 anni, perché è già “partito” viziato dalla tecnologia. Diverso è invece il discorso di chi ha imparato ad andare in montagna alla vecchia maniera e, su tale base, aggiunge anche la capacità di utilizzare al meglio gli strumenti tecnologici.

Verso questi ultimi io esprimo una profonda ammirazione, proprio perché la mia avversione a questi gadget è tale che chi li sa “usare” con giudizio ha sicuramente una marcia in più. Basterà per portare sempre a casa la pelle? Mah…ogni storia fa storia a sè. Certo è che il gadget veramente irrinunciabile è il buon senso.

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Un tabù da violare ultima modifica: 2018-10-12T05:11:55+00:00 da GognaBlog

87 pensieri su “Un tabù da violare”

  1. 87
  2. 86
    Danilo says:

    il blog è morto

  3. 85
    paolo panzeri says:

    Alberto, sinceramente non interessa nemmeno a me se pregava, ma mi ha divertito molto Solina quando ha detto che Aste sull’Ideale si fermava sempre verso mezzogiorno, preparava il bivacco e poi si metteva a pregare. Magari scherzava, magari un poco era vero… si lamentava perchè secondo lui sei giorni erano stati tanti e lui si era stancato. A me questa sincerità piace molto. Noi tanti anni fa siamo saliti in giornata e io ho tirato un pressione per velocità da secondo, ma anche dei chiodi su in alto nella fessura quando pioveva.

    Poi per me, come dicevo, Aste ha scritto delle bellissime pagine di storia dell’alpinismo sulle pareti, meno sui libri, e definirlo un grande mi sembra riduttivo… E poi ora i grandi son tutti quelli che fanno un alpinismo da brocchi 🙂 basta leggere faccebucco.

    Penso che se fosse andato sul Filippo non ne sarebbe uscita una via come il Filippo, anche io ho ripetuto alcune sue vie, i due apritori avevano il pallino della libera e Aste era troppo saggio… ma la storia è andata così e è inutile ipotizzare.

    Dino in quel buco ho dormito già over 50 una sola volta, scomodo, freddo, umido e claustrofobico, poi ho dormito sempre in cengia, all’asciutto e molto più comodo, d’inverno basta togliere un pò di neve, si è a sud. Da giovane dormivo da Nino e Agnese e alla funivia, quando si poteva entrare e non pagavi il biglietto. (Ora partendo da casa  alle 5 si attacca alle 11, su tempi moderni il primo tiro così si fa bene, si dorme e il giorno dopo si prende la funivia verso le 14 e si torna a casa comodi e vale anche per questi inverni secchi: dalle 5 alle 20 del giorno dopo, casa casa e si risparmia).

    Sempre Dei, Miti e Tabù da dissacrare, uffa.

  4. 84
    Dino M says:

    Ho sempre considerato il bivacco in parete una cosa scomoda e pericolosa. Considero la velocità un fattore di estrema importanza per ridurre i rischi oggettivi dell’alpinismo (i temporali mi hanno sempre fatto paura).

    In pratica se bivaccare fuori consente di evitare l’avvicinamento al mattino e accelerare la salita, ovvero di evitare un rientro al buio pericoloso, si fa; altrimenti l’ho sempre evitato. Tutte le volte che l’ho fatto mi sono alzato al mattino più stanco di prima.

    Mi vengono i brividi a pensare di bivaccare in cengia sulla sud in quel buco umido e freddo!!

    Davvero complimenti a chi invece ama e riesce a fare  queste cose; lo dico ( assolutamente senza polemica) con sincera ammirazione.

    Come spesso dico “chi fa queste cose deve avere un’altra cilindrata” altrimenti ci si fa male.

     

     

  5. 83
    Alberto Benassi says:

    Paolo a me non interessa se Aste pregava. Il fatto di essere credente , di avere una grande fede è una cosa sua e io non lo giudico. A me interessa l’alpinista Armando Aste e per me è stato in GRANDE. Per me poteva fare molto di più di quello che ha fatto, ma si è posto dei limiti. Perchè per lui l’alpinismo è stato importante ma prima veniva l’impegno della vita di tutti i giorni. Scelta personale rispettabilissima, che gli fa solo onore.

    Perchè dici che è stato meglio per lui e per noi che il diedro Filippo non sia diventato il diedro Armando?

    Credi non ne avesse gli attributi e la via ne avrebbe perso?

    A me se l’avesse fatto lui avrebbe fatto solo piacere. In motivo in più di ripetere un’altra ennesima sua via!!! Visto che ne ho ripetute  parecchie e su una ci sono rimbalzato…non avevo i manici giusti…..

  6. 82
    paolo panzeri says:

    Alberto, per me Aste è stato una figura importante nella storia dell’alpinismo, ma… ma…

    pregava troppo 🙂 …  Solina dice: l’Armando sull’Ideale pregava dalla mezza e lo ha fatto per 6 giorni! 🙂

    Per fortuna (sua e nostra) sul Filippo Flemmatico lui non è andato fino alla fine. 🙂

    Miti, Dei e Tabù … della novellistica alpinistica … a me piace molto, basta che non siano balle o affari!

  7. 81
    Alberto Benassi says:

     
    e per i bucolici (una per tutti) la grotta/terrazzo con rivoletto, erbetta e ghiaietta della Paolo Armando in terza Pala, però ci son solo passato.

    Paolo qui mi sembra Armando Aste:
    Torre del Focobòn. A un solo tiro di corda dall’uscita, “…trovammo una bellissimo terrazzino con fine ghiaino. Il tempo era bello e pensammo di fermarci a bivaccare”

  8. 80
    paolo panzeri says:

    Invecchiando apprezzo sempre di più lo scalare una parete fermandomi a bivaccare, partendo tardi e cercando un posto comodo e panoramico dove mettermi bene con il materiale giusto e magari potermi gustare il tramonto e il sorgere del sole. Forse perché ora ci sono le previsioni del tempo.
    Per bivaccare consiglio la cengia della Marmolada (sempre in Rocca e d’inverno) e per i bucolici (una per tutti) la grotta/terrazzo con rivoletto, erbetta e ghiaietta della Paolo Armando in terza Pala, però ci son solo passato.

    Così un po’ si violano dei tabù, ma con il “fare” bene e bello.

  9. 79
    Alberto Benassi says:

    Non mi piace perdere tempo. Se una via richiede in media 6 ore, cerco di farla in tre

    Questo l’ho sempre fatto anche io. Non per suonare la chitarra che non so nemmeno come s’impugna.  Con l’accetta a spaccare legna invece sono bravo.  Ma perchè, da buon caiano…mi hanno insegnato che in montagna chi a tempo non aspetti tempo. Anche se poi mi domando se non aveva ragione Armando Aste che diceva di non capire perchè bisognava scappare prima possibile da un luogo che si è tanto desiderato esserci.

  10. 78
    paolo panzeri says:

    Passioni.
    Discutere delle “passioni” di ognuno e cercare dei confronti penso sia molto difficile forse impossibile.
    Tutti noi siamo diversi sia per nascita che per formazione e ambiente.
    Se poi si è riusciti a far diventare una propria passione il proprio modo di vivere allora, salvo rarissime coincidenze, è impossibile comprendersi.
    Ne parlavo pochi giorni fa con mio figlio e abbiamo concluso più o meno come ho scritto.

    Però le passioni indotte dai media sono uguali per tutti e se ne può parlare.

  11. 77

    Be’  Alberto, cosa vuoi che ti dica. Io sulla roccia non sono delicato e ci do dentro per contrastare la forza di gravità. Cerco di non usare mai più energia di quella che serve ma la delicatezza me la tengo per altre cose. Non mi piace perdere tempo. Se una via richiede in media 6 ore, cerco di farla in tre, cosi ho tempo per suonare la chitarra o fare un giro in bici con un figlio, spaccare un po’ di legna e cose così. In montagna ci vivo, non ci vado per scappare da qualcosa che mi imprigiona e anche quando dormo, sono in montagna: dove mi piace essere.

    Ma qui siamo finiti mooolto fuori tema (forse però no) e il prof. Crovella potrebbe sgridarci.

  12. 76
    Alberto Benassi says:

    e come quando scali una parete molto ripida, non c’è nessuna concessione al ricamo ma serve solo l’efficacia, se vuoi portare (neanche sempre, purtroppo) la pelle a casa.

    Qui non credo che sia sempre così. Nel senso che si, ci sono  pareti in cui si bisogna essere efficaci, duri, veloci, astuti,  ma allo stesso tempo DELICATI, ….e il ricamo  è delicatezza !

  13. 75
    Andrea zanobini says:

    Marcello Cominetti quando parli di “scusa (vera)” parli pur sempre di scusa perché agli occhi di tutti lo è!!! Io faccio uguale ed è questa la cosa assurda perché non dovremmo mai mai mai parlare di scusa è la nostra vita e basta! Ce la siamo costruita pezzo a pezzo mentre gli altri, tantissimi altri, passavano il tempo dietro una scrivania e davanti a un pc. Qnd dici che se fai qls che non ti piace cm lavoro dico, muori un po per volta ogni giorno dici quello che tutti sanno ma nessuno vorrebbe sentire. E ti giuro che i figli lo sentono, eccome, se sei un morente giornaliero! Quindi non è egoismo è solo amore per la vita e quindi anche per loro. Un saluto, w.

  14. 74

    Visentini, come giustamente hai notato, io non sono il tipo che ricama ma vado dritto al dunque e quando sono convinto che il mio interlocutore sta ricamando, lo distruggo per non dover perdere tempo a costruire merletti pure io. Capirai, con figli, famiglia, montagne, musica e molto bisogno di fancazzismo, non mi resta molto tempo per la democrazia o la conversazione.

    Riallacciandomi a quanto scritto poco fa, l’alpinismo rende severi con se stessi ma pure con gli altri in una sorta di non ritorno ignorante in cui, a volte mio malgrado, mi gongolo fino al collo. Ho rinunciato dall’adolescenza ad essere simpatico perché compiacere gli altri costa una fatica immensa e io sono uno sfaticato sempre al lavoro (dannazione), e come quando scali una parete molto ripida, non c’è nessuna concessione al ricamo ma serve solo l’efficacia, se vuoi portare (neanche sempre, purtroppo) la pelle a casa.

    Abbi pazienza.

  15. 73
    Fabio Bertoncelli says:

    Caro Luca, avevo capito subito il significato dei tuoi commenti criptici: ormai in questo campo ti conosco bene. Tuttavia avevo preferito tacere per non darti corda.

    … … …

    Tu però oggi hai insistito nel provocare e ora ti meriti una risposta.

    Quando parli di spocchia (attribuita a Marcello), ti sbagli in modo totale. Semmai la spocchia è tua, accompagnata a un livore che non trova alcuna giustificazione. Se non credi al mio giudizio, prova a far leggere i tuoi commenti a qualcun altro – una persona non di parte – e ascolta il suo parere.

    E se non riesci a controllarti, ti consiglio di evitare commenti piuttosto che scadere nell’insulto o nella derisione.

    Il ragazzo sognatore di nome Luca Visentini che io ho conosciuto sulle pagine della guida del Catinaccio nel 1979  non ha nulla a che fare con l’astio malsano che trasuda in questo blog.

    Ti saluto, senza alcun rancore. Ti chiedo solo di rifletterci. Ciao.

  16. 72
    Alberto Benassi says:

    Ma io dico, rispetto si, ma  tutti d’accordo, no. Altrimenti diventerebbe noioso e questo blog potrebbe anche chiudere, perchè a cosa servirebbe? Solo a raccontarsi e non a confrontarsi ?!?!?

  17. 71
    Giandomenico Foresti says:

    @Luca Visentini

    A me Marcello tutto sommato sta’ simpatico. In fondo è un uomo squadra, nel senso che fa in modo che tutti siano contro di lui 🙂

  18. 70
    Calvino says:

    Da noi la colpa è sempre degli altri e gli incapaci o ignavi vanno protetti.
    Quindi la colpa va ricercata in quelli che comandano o hanno delle capacità o dei ruoli.
    Per le aziende di solito si puniscono i dirigenti o i presidenti.
    Se si punissero i governi, o il Csm, o il presidente della repubblica (la polizia viene già punita) per non aver fatto o legiferato o quant’altro….. a quando arriveremo a questo?
    Penso che una campagna di responsabilizzazione delle nostre strutture pubbliche-politiche potrebbe far ripensare questa assurdità, almeno per me e la gente userebbe di più il cervello.

    O non conviene a nessuno?

  19. 69
    Luca Visentini says:

    Bertoncelli : Cominetti = “Cap.no Arturo Andreoletti: at-tenti!” : “Io so’ io e voi non siete un cazzo” = pupo : bullo
     
    Mi sembrava già chiaro ed è quest’andazzo scolastico o spocchioso nei commenti che mi fa passare la voglia di discutere.

  20. 68
    Alberto Benassi says:

    3 matrimoni?

    Adesso capisco perchè hai un caratteraccio

    buon padre, SI !!

    ma come marito….mmmmm ?!?!? ci sarebbe da sentire il parere delle signore Cominetti…

  21. 67
    Giandomenico Foresti says:

    3 matrimoni?

    Adesso capisco perchè hai un caratteraccio 😉

     

  22. 66
    Fabio Bertoncelli says:

    «Ai miei figli dico sempre di non fare un lavoro che non li stimoli e diverta, perché vivere male fa morire.» 

    Marcello, sei un uomo saggio e un padre saggio.

    E complimenti per i cinque figli.

    … … …

    «Scegliete un lavoro che vi appassioni, e non lavorerete un solo giorno in vita vostra.» (Piero Angela)

    Meditate, ragazzi, meditate!

  23. 65

    Mettersi a fare la guida alpina restando alpinisti è un buon sistema per mitigare il proprio egoismo. 3 matrimoni e 5 figli mi hanno insegnato qualcosa ma fin dall’inizio ho potuto andare in montagna ogni giorno con la scusa (vera) che serviva al nostro sostentamento. Ai miei figli dico sempre di non fare un lavoro che non li stimoli e diverta, perché vivere male fa morire.

  24. 64
    Karl says:

    Ma l’alpinismo fa anche fare a molti alpinisti tanti figli con tante donne diverse e a tanti altri alpinisti nessun figlio sia con una donna che con più donne.

    Alcuni imprenditori possono essere assimilati ad alpinisti, sia come figli, sia come egoismo…. anche re o papi …

    Penso che si parli dell’animale uomo e delle sue caratteristiche, è difficile avere certezze ben definite.

  25. 63
    Alberto Benassi says:

    Dico solo che un alpinista che fa anche il padre e il marito, ha una certa dose di squilibrio e di egoismo. Nonostante tutto il grande amore che vuole ai suoi cari, non può farne a meno dell’ alpinismo.

    Insomma, Marcello. Non lo possiamo certo negare che avere questa grande passione porta a sacrificare certi rapporti, a creare grandi preoccupazioni a chi più ci vuole bene. Magari ne crea altri, nuove e grandi amicizie. Ma a quelli più stretti un pò gli toglie e per stretti intendo quelli familiari:genitori, coniuge, figli. Metti poi il caso accada un’incidente.

    Mio padre me lo dice sempre…quando metterai cervello? Quando smetterai di farci preoccupare?

    Ma noi siamo egoisti. O…NO ??

  26. 62
  27. 61
    Alberto Benassi says:

    Marcello no hai capito, non mi permetterei mai di dire che non sei un buon padre.

    Dico solo che un alpinista che fa anche il padre e il marito, ha una certa dose di squilibrio e di egoismo. Nonostante tutto il grande amore che vuole ai suoi cari, non può farne a meno dell’ alpinismo.

     

  28. 60

    L’alpinismo non è da buon padre di famiglia non è vero. Non sarò un padre perfetto ma ho dei figli che mi vogliono bene e mi rispettano come io rispetto loro, che per me sono la cosa più importante di tutte. Sarò pure un alpinista mediocre ma non mi interessa. Visentini sinceramente non ti capisco. Tiri pure fuori Andreoletti che è uno dei miei “miti”, ma a quale proposito? Chi ti capisce è bravo.

  29. 59
    Luca Visentini says:

    E’ che tra uno che scrive: “Cap.no Arturo Andreoletti: chapeau!” e l’altro che risponde: “Io sono io e voi non siete un cazzo” passa la voglia di discutere.

  30. 58
    Alberto Benassi says:

    l’alpinismo: E’ da squilibrati !!!

    e gli squilibrati non amano essere analizzati.

    L’alpinismo non è un’attività da buon padre di famiglia. Se vuoi prendere il pallone con le mani devi cambiare gioco. Quindi chi non vuole rischiare deve dedicarsi ad altro.

  31. 57

    Visentini, volevo proporti di pubblicare il mio libro “Tabù inviolati” biografia di un alpinista squilibrato. Che ne dici? Yahuuiuuuuu

  32. 56
  33. 55
    Luca Visentini says:

    Su quei due, comunque sia: bulli e pupi.

  34. 54
    Valerio Rimondi says:

    Preferisco non intervenire sull’articolo di Crovella perchè tanto è già stato detto abbastanza ma vorrei dire due parole sullo scambio di vedute fra Bertoncelli e Cominetti.

    Credo che entrambi abbiate ragione perchè secondo me c’è una differenza sostanziale fra “alpinismo” e “alpinista”. L’alpinismo è un’attività che può essere oggettivamente inquadrata anche se molti ne definiscono i contorni in maniera molto soggettiva. In fondo basta fissare dei paletti e quelli posti da Bertoncelli, e non solo da lui, mi sembrano logici, se non altro perchè fanno riferimento alla gradazione internazionalmente usata.

    L’alpinista è invece colui che pratica l’alpinismo con una certa continuità, acquisendo pertanto conoscenza, esperienza, sensibilità, in un ambiente avente certe caratteristiche. Una volta acquisito questo status, come Alessandro Gogna o tanti altri, non lo si perde più, nemmeno se si va a fare una scampagnata in uno dei tanti “laghetti dei castori”.

    Coloro che in tutta la loro vita hanno fatto si e no una decina di vie di quarto grado, perchè si sa che tanti iniziano e poi smettono per le più svariate ragioni (famiglia, lavoro, trasferimenti di residenza,…………..), non possono definirsi alpinisti pur avendo praticato l’alpinismo, così come uno che ha fatto ciclismo per un paio d’anni, magari anche gareggiando a livello amatoriale, non può definirsi un ciclista anche se magari continua ad utilizzare la bicicletta come mezzo per mantenersi in forma.

    In parole brevi l’alpinismo è quell’attività che, nell’ambito della gradazione proposta da Bertoncelli, può essere svolta anche saltuariamente mentre l’alpinista è per forza di cose un soggetto che in via continuativa pratica l’alpinismo, a prescindere dal livello, oppure un soggetto che, pur avendo smesso di praticare, per ragioni per esempio di età, ha alle spalle una lunga pratica alpinistica.

    Io almeno la vedo così.

  35. 53
    Dino M says:

    Mi piacerebbe che ogni incidente alpinistico venisse oggettivamente analizzato e le cause chiarite. Non per cercare il o un colpevole ma per cercare di mettere in guardia gli altri.

    E’ molto difficile perché spesso rapporti di amicizia o  (purtroppo e spesso) l’appartenenza a caste impedisce un’analisi imparziale.

    Io personalmente ho sempre cercato di capire le  cause per ridurre il rischio che i miei tre figli restassero orfani. Poi un po’ alla volta la mia eccessiva prudenza è diventata modo di essere; mi è capitato molto spesso di ritirarmi da una via, anche solo perché le sensazioni non erano buone.Tuttavia ,salvo un caso, sono ritornato a finire. Le montagne non si spostano ……. quindi……..

  36. 52
    Maurizio says:

    Ultimamente continuo a leggere di gente che dice di aprire vie di ottavo e oltre, ma so per averla vista che in falesia non riesce a salire mai dei 7a o se ci riesce è perchè li ha studiati e lavorati per mesi. Quindi mi domando come possa riuscire ad aprire vie di ottavo. Le sale chiodando e cliffando e poi dà il grado con la fantasia?

    Forse anche questo atteggiamento parecchio da frustrati c’entra un po’.

  37. 51
    supeimonti says:

    Carlo, ti ringrazio per il tabu’ violato e per l’equilibrio con cui hai toccato i diversi aspetti “omertosi”.

    Avrei voluto scrivere un articolo simile dopo un recente incidente che ha coinvolto una cordata (membri del soccorso alpino) nel posto sbagliato e nel momento sbagliato (tardo pomeriggio). Non l’ho fatto perche’ mi e’ sembrato irrispettoso e perche’ temevo potesse essere frainteso.

    Mi fa piacere che si riesca a parlarne su questo blog.

  38. 50
    Fabio Bertoncelli says:

    Marcello, al di là delle chiacchiere che tutti qui stiamo facendo, l’importante è andare sui monti, in libertà. È una delle cose belle della vita (per noi; per gli altri chissà?).

    Buona Patagonia!

  39. 49

    La democrazia in alpinismo non esiste. Bertoncelli apprezzo e rispetto la tua predica dettagliata ma non la penso così. Se così fosse, sarei già morto.

  40. 48
    Fabio Bertoncelli says:

    Alpinista è chi scala le montagne su difficoltà che oltrepassano il normale escursionismo, ovvero adoperando anche le mani (roccia) oppure la piccozza (neve/ghiaccio). Il tutto a prescindere dalle motivazioni. Tutto qui.

    Questa è la definizione del vocabolario e quella che è sempre stata universalmente accettata: pensiamo alla vecchia scala Welzenbach e alle definizioni che ne diede il suo ideatore.

    Negli anni Trenta erano numerosi gli alpinisti che vagavano per le montagne in bicicletta, per mesi e mesi, in assoluta libertà, spinti anche dalla disoccupazione. Negli anni Cinquanta, invece, gli alpinisti sovietici erano obbligati dal regime a intrupparsi e agire secondo le direttive del capo. Negli anni Settanta ci fu una ventata di anticonformismo e l’alpinismo riacquistò la sua vena romantica. Negli anni Ottanta l’alpinismo incominciò a essere integrato nella società e furono organizzate le prime gare di arrampicata. Negli anni Duemila esiste l’alpinismo mediatizzato, con toni ed eccessi che farebbero rivoltare nella tomba i romantici di una volta.

    Nonostante le mie preferenze vadano totalmente all’anticonformista, libero e romantico (ormai specie rara, ma non estinta), ritengo che non possiamo disconoscere gli alpinisti spinti da motivazioni differenti dalle nostre (la definizione di alpinista prescinde pure dal livello di difficoltà affrontato, ovvero l’alpinismo è tale dal I grado in roccia e dal grado F su neve/ghiaccio).

    Al limite, penso che persino i topografi dell’Ottocento sulle vette delle Alpi praticassero alpinismo, anche se con scopi assai differenti dai nostri.

     

  41. 47

    Non approvo di certo la montagna luna park (qui torniamo alle banalità, ma tant’è…), gli incoscienti col cane e le infradito, e via discorrendo, (cose che vedo ogni giorno) ma non lo vivo come un problema mio e semmai lo vedo come un problema loro. E sinceramente, non me ne frega una beata fava!  Crovella rilassati, stai sciallo, siamo tutti d’accordo con te ma non serve dirlo e puntualizzarlo all’infinito. Si diventa noiosi e inefficaci. Ciao

  42. 46

    Secondo il mio modesto parere è da considerarsi alpinista chi si misura in montagna con problemi, unanimemente riconosciuti dalla comunità alpinistica, come facenti parte di un certo grado di impegno. L’appassionato da quarto grado ben protetto mi spiace, ma io non lo considero un alpinista, nonostante la passione che può avere. Essere alpinisti presuppone anche il privarsi di molte cose ritenute indispensabili daL nostro sistema omologato. L’aver visto la morte da vicino, l’essere dei disadattati e degli artisti. Se no si è turisti del verticale, va bene lo stesso, ma l’alpinismo è un’altra cosa. Se io dico “sono un alpinista” non è solo perché salgo i monti, ma perché in ogni tratto della mia vita c’è un qualcosa che i non alpinisti non hanno, anche se vanno in montagna spesso e con passione. So che qualcuno capirà e in molti mi daranno del matto esaltato, ma ci sono abituato. E soprattutto un alpinista non è affatto una persona migliore di un non alpinista, è solo diverso.

     

  43. 45
    paolo panzeri says:

    Carlo, ma il mondo non va come vorremmo.

    Ora si sfruttano i mediocri, gli incapaci e gli ignoranti che formano insieme la maggioranza della gente. Son quelli che danno più profitto (anche alle guide e al cai). La montagna è stata trasformata in uno dei tanti centri di profitto, basta scorrere un poco faccebucco.

    E tutto si degrada (come le scuole) e le nullità non vengono messe da parte, ma prese come esempio da “coltivare”.

    l’alpinismo come attività completa è aborrito e sbeffeggiato, solo usato come spettacolo per confermare che è molto meglio essere brocchi esperti, sia per avere tanti amici che per non incorrere in una qualsiasi responsabilità.

    La ruota gira, ma quando si avvicina al fondo a me fa paura.

  44. 44
    Carlo Crovella says:

    Ciao,

    a parte che mi chiamo Crovella e non Crivella, come scritto qualche commento fa, preciso che io sostengo che dobbiamo tutti arrivare a prendere le distanze dalla “compassione” di fronte a qualsiasi incidente, che coinvolga esperti o idioti non fa differenza.

    Inoltre non nego in assoluto l’esistenza della “fatalità”, ma la restringo (come si faceva un tempo) al 5% degli eventi. Il resto deriva da complicazioni (errori) innescate dagli individui. Contesto quindi chi addiritttura ribalta il rapporto.

    Penso che la comunità degli alpinisti, intendo dei “veri” alpinisti (cioè quelli davvero affezionati alla montagna), dovrebbe contrapporsi con veemenza alla configurazione oggi dominante, cioè quella di un approccio pressapochista che, in caso di incidente, scarica le colpe sulla montagna “assassina”.

    Questo non perchè mi stiano a cuore gli eventuali 200, 300, 400 morti del futuro, ma perchè una montagna ridotta a “Luna park” (come riporta il Corriere: tende in vetta, cani sulle creste, approccio spavaldo sui ghiacciai, etc etc etc), e per giunta pure infangata di essere “assassina” in caso di incidente, a me proprio non piace.

    Preferisco una montagna più solitaria, frequentata da persone “rispettose” della montagna stessa. Persone che “sanno” che si stanno muovedo non in un luna park, ma in un ambiente ostico, capace di regalarci gioie intese, ma anche conseguenze fatali.

  45. 43
    paolo panzeri says:

    Racconto sempre un fatto accadutomi che ancora oggi non so capire a fondo.
    Dovevamo installare un campo e c’erano dei coreani che volevano salire da un’altra parte. Avevamo guardato anche il cielo, ma appeso il materiale ad un seracchino eravamo scesi, gli altri no, si erano fermati.
    La mattina dopo (stessa ora, stesso giorno, stesso mese, 10 anni dopo due italiani) era scesa una valanga e quando eravamo subito risaliti a cercare nella leggera bufera avevamo trovato un coreano su sei e una spianata con il nulla.
    Fortuna? Intelligenza? Sensibilità? Intuizione? Esperienza? Collaborazione? Coincidenza? Tensione mentale? Pigrizia? Impegno? Determinazione? Dedizione? Fanatismo? Limiti personali? …
    Come dicevo non sono ancora riuscito a capire, mi consolo ripetendomi che era solo dell’alpinismo bellissimo, ma tragico.

  46. 42
    Alberto Benassi says:

    spesso e volentieri i più grandi critici sono quelli che non fanno, però si permettono di giudicare.

    Gli artisti sono coloro che hanno talento. I critici invece sono degli artisti mancati.

     

    Il fatto di avere detto “siamo stati fortunati” può avere tante motivazioni. Essere riferita al meteo che in Patagonia non è proprio dei più clementi. Ho avuto amici che a causa del brutto tempo, sono stati 30 giorni in tenda senza avere la minima possibilità di fare nulla. Non sono stati fortunati.

    Può essere riferita alla riuscita di una salita che si pensava insperata.

    Può essere riferita al un bellissimo periodo condiviso con degli amici, oppure alla nascita di nuove amicizie.

    Può anche essere riferita a uno scampato pericolo. Ma chi, agendo nella durezza della montagna non ha mai sfiorato un’incidente?

  47. 41
    Alberto Benassi says:

    “INESPERTO”  si ! e anche piuttosto acido.

     

    Se io voglio impegnarmi in una solitaria e ci lascio i coglioni. Saranno cazzi miei!

    Se tutti si fossero comportati come tanti precisini superprudenti che al minimo rischio si ritirano, perchè non si sa mai….la storia dell’alpinismo non sarebbe stata scritta.

  48. 40

    Lo specifico per dovere di realtà (e non di teoria come invece qui fanno in molti, ridicoli anonimi e non) ma il “siamo stati fortunati” di Deiana era riferito al meteo e…in seconda battuta al fatto di essere vivi. Questo conferma la grande modestia e prudenza di un ragazzo che non era di certo un improvvisato. Mi stupisce il giudicare chi si conosce solo attraverso notizie sommarie e distorte anche da fonti inattendibili e dozzinali. E poi, visto che qui è uscito il bell’articolo di Mantovani Torri del vento, avete mai scalato in Patagonia? Andateci a passare qualche stagione (non qualche giorno) come faceva Giacomo e poi ne parliamo. Siete veramente dei quaquaraqua da scrivania. Inesperto, lo sei, ma della vita. A te non succederà mai niente, stai tranquillo. Potrai pontificare all’infinito, per la gioia di quelli come te. Che qui purtroppo abbondano. Il tabu da abbattere ce l’avrete sempre perché è il supermarket dal quale vi rifornite giornalmente mentre conducente un’ esistenza probabilmente meschina. Ho giudicato dentro me stesso la morte di Giacomo con lucidità (la spietatezza la lascio ai killer della domenica come molti di voi), senza fare sforzi e ho scritto qui le mie conclusioni, sicuramente percettibili, per cercare di contribuire a un dibattito che, secondo me, mancava di equilibrio, ma vedo che la “sabidurria” da football regna sovrana. Biscardi sarebbe fiero di molti di voi.

  49. 39

    Ogni incidente VA analizzato a fondo sulla base degli elementi che lo hanno provocato. Che sono sempre innumerevoli. Ma se mi tirate fuori teorie sul ghiaccio da manuale delle giovani marmotte , stiamo proprio freschi.

  50. 38

    Non dovevo leggere Montagna TV (quello poi…) per sapere cosa pensava e faceva un mio amico. Qui si sta discutendo sul “sentito dire” come al bar. L’argomento è di quelli vecchi vecchi e basterebbe un po’ di buon senso per affrontarlo e non tutta questa retorica. Pesce and love.

  51. 37
    Inesperto says:

     

    Concordo con quanto espresso con chiarezza da Crovella e dagli altri che si pongono sulla stessa linea. Credo inoltre che tutti i frequentatori della montagna dovrebbero fare una riflessione profonda sul termine “esperto”. E’ possibile, mi chiedo, che quasi tutti quelli che perdono la vita in montagna vengano definiti esperti? Se lo erano, perchè non hanno messo a frutto, di fronte ad una circostanza problematica, tutte le soluzioni possibili per evitare che accada il peggio? Le ragioni possono essere svariate: ad esempio il ritenersi al di sopra delle parti (“a me non può succedere”), la mancanza di lucidità nel prendere la decisione più corretta (ma allora non puoi essere considerato esperto), il desiderio di provarci comunque perchè sei disposto ad accettare il rischio (“esperto sì, ma meglio un giorno da leoni,” ecc.), scarsa capacità di analisi della situazione o eccessivo ottimismo (“ma si dai, quel nut è a prova di bomba”, oppure “arriviamo in cima sicuramente prima del temporale”).

    Sono convinto che più si susseguono gli eventi fortunati, più si dovrebbe farne tesoro in maniera autocritica, invece accade esattamente il contrario, ci si autoconvince che questi eventi sono in realtà frutto di una nostra esperienza, di non ben chiara origine. Esempio: se per dieci volte (in diverse vie) le cordate sopra di me mi riversano scariche di sassi che non mi colpiscono, non significa che sono io bravo a schivarle e anche nelle successive 10 volte mi andrà bene (anche se potrebbe accadere, nessuno può saperlo), ma è quello che succede nel comportamento di chi va a scalare: aumentando gli eventi fortunati, ci si sente autorizzati a sentirsi immuni dagli eventi negativi prossimi, invece di adottare comportamenti che tendano ad eliminare quella possibilità (->>>­cambio via se sopra ci sono altra cordate).

    Esperienza è, quando ci viene offerta una seconda possibilità, mettere in gioco tutte le nostre abilità fisiche ed intellettive affinché l’evento negativo dal quale siamo scampati (per pura coincidenza) non si ripeta; ma la cronaca testimonia che non avviene proprio così, al contrario ci piace giocare insistentemente alla roulette russa.

    A Cominetti, riguardo all’incidente di Cogne, che è così certo che non si sia trattato di errore umano, consiglio una fredda analisi, citando due frasi, la prima dello stesso Dejana di ritorno dal Cerro Torre dove, oltre alla cima, aveva scalato una cima vergine:  “Siamo stati fortunati, non solo siamo vivi, ma ce ne siamo andati anche con un bel bottino, racimolato in una stagione sola”. Letto? Dice “siamo stati fortunati.” L’altra citazione dal sito Montagna tv :”Secondo alcuni esperti della zona di Cogne, la stagione attuale è caratterizzata da temperature che indeboliscono il ghiaccio. Il freddo della notte lo rende fragile mentre il relativo caldo del pomeriggio lo ‘addolcisce’, contribuendo a renderlo ancora più delicato.”

    Credo che, per coerenza, a fronte di un solo evento che può toglierci la vita, bisognerebbe tenere il calcolo di quante volte in precedenza ci siamo avvicinati a quell’evento e lo abbiamo solo sfiorato, anche senza rendercene conto, questo prima di chiamare in gioco la sfortuna.

    Allora mi chiedo se quella che noi definiamo esperienza lo è davvero. Oppure modifichiamo il significato del termine, ammorbidendolo in relazione all’accaduto, con tutti i se e i ma che ci fanno sentire un pochino più esperti tutti quanti.

     

     

  52. 36

    Crivella, se dici di non provare compassione per gli idioti che si ammazzano in montagna, perché ti preoccupi tanto che i morti possano diventare 200, 300…? L’etica dell’ alpinismo messa prima di tutto mi sa di caiota disorientato, scusami. Non pensi che nell’andare per monti vengano prima altre cose? Cosi sembri un democristiano prima repubblica.

  53. 35
    Carlo Crovella says:

    Io non cerco asolutamete un “colpevole” (degli incidenti).

    Affermo che nel becerume attuale (con innumerevoli esempi citati dall’articolo del Corriere della Sera), oltre a una componente fastidiosa per gli alpinsiti classici come me, si annida il prerequisito della quasi totalità degli incidenti che accadono in montagna.

    Riconosco pubblicamente che io non provo compassione per le vittime di tale tipologia di incidenti e sostengo che se vogliamo preservare una certa etica dell’alpinismo, dovremmo tutti assumere una posizione “spietata” (come ho già descritto e non mi ripeto).

    Finchè prevarrà la commiserazione, il male si allrgherà a macchia d’olio e i morti delle prossime estati anzichè 100 (come conteggiato nel 2018) potrebbero risultare 200, 300, 400……..

    Augh….

  54. 34
    Giandomenico Foresti says:

    Certo che si deve fare qualcosa ma quel qualcosa per me significa analizzare ciò che accade senza pregiudizi e senza cercare necessariamente un colpevole.

    La ricerca della colpevolezza rientra nel nostro modo sfocato di vedere le interazioni. Siccome ne vediamo solo una piccola parte siamo portati a ritenere che tutto finisca lì ma potrebbe anche non essere così.

    Quindi invece di parlare di errore, che suona come qualcosa di negativo da sanzionare sempre e comunque, preferirei che si parlasse di opportunità. Da quando nasciamo a quando moriamo commettiamo degli errori e questo proprio per il motivo che non nasciamo imparati. Attraverso gli errori facciamo esperienza ed è quella che ci fa evolvere o involvere.

    Non esiste e non esisterà mai l’alpinista che non fa errori, esiste ed esisterà sempre l’alpinista che fa esperienza.

    Secondo me è sbagliato lanciare un messaggio da cui si evince che qualunque cosa negativa mi possa accadere in montagna dipenda da me, primo perché non lo ritengo corretto sulla base dei ragionamenti sopraesposti e secondo perché in questo modo non faccio altro che avallare la logica colpevolista e giustizialista di gran parte dell’opinione pubblica alla quale non par vero di trovare un capro espiatorio per giustificare sé stessa e il proprio modo di vivere da pavido pecorone.

    Ovviamente tutto ciò dovrebbe anche essere supportato da un’accettazione full del rischio, che non mi porti poi a lamentarmi se i soccorsi sono arrivati tardi o non sono arrivati proprio.

    Per dirla in parole povere secondo me è il valore dell’esperienza su cui si dovrebbe puntare, quell’esperienza che può anche portarti a morire d’accordo (ma in casi rarissimi, perché va detto) ma che può anche, soprattutto e per fortuna, farti diventare una persona migliore.

  55. 33
    Alberto Benassi says:

    “Nel frattempo però qualcosa si può fare.”

    Certo che si può fare del nostro meglio. Mica guido bendato convinto che se non è la mia ora nulla mi potrà accadere.

    Dico solo, come anche Giandomenico , che non siamo al centro dell’universo. La ragione, la razionalità spiega tante cose ma per adesso non tutto.

    Paolo anche io cerco di non fare errori e per adesso son sempre qui anche se qualche lampo l’ho visto ma mi è andata bene.

  56. 32
    Matteo says:

    Ma proprio perché i principi assoluti non esistono e navighiamo a vista con una benda sugli occhi in un oceano d’ignoranza che è bene non avere tabù e cercar di capire cosa è successo senz tabù!

  57. 31
    Matteo says:

    Benassi wrote:

    “Però mi faccio una domanda:  siamo veramente certi che l’errore, mortale o no, possa essere evitato ?

    Siamo veramente sicuri che abbiamo la possibilità di avere tutto sotto controllo?”

    Ovviamente no e alla fine comunque moriremo tutti…

    Nel frattempo però qualcosa si può fare.

  58. 30
    Giandomenico Foresti says:

    Errare è umano, certo, ma sostenere che alla base di ogni cosa che ci accada ci sia un nostro errore è una visione homocentrica che ci pone al centro dell’universo nel bene e nel male.

    Non sono d’accordo.

    Mi sta’ bene come escamotage per non attribuire sempre a qualcosa o a qualcuno errori e meriti che potrebbero essere nostri ma, ribadisco, come escamotage per una crescita personale non certo come principio assoluto.

    I principi assoluti siamo ben lontani dall’averli compresi, navighiamo a vista con una benda sugli occhi in un oceano d’ignoranza.

    Se poi qualcuno crede di aver capito tutto buon per lui.

  59. 29
    paolo panzeri says:

    Alberto, mi hanno insegnato che errare è umano, perseverare è bestiale.

    Finora mio sono atteso scrupolosamente a questo insegnamento e me la sono cavata penso abbastanza bene.
    Magari basta solamente combattere la propria stupidità senza mai smettere.

  60. 28
    Anarco says:

    Ma se si infrangessero i tabù come farebbero tutti gli esperti titolati di vario genere a sopravvivere? E così pure tante organizzazioni e corporazioni, compresi gli stati?
    E la gente semplice che non ha mai nessuna voglia di usare con fatica il proprio cervello come farebbe a divertirsi gioconda?
    Non si possono eliminare gli dei e i miti.
    I rappresentanti politici non esisterebbero.

  61. 27
    Alberto Benassi says:

    siamo sempre alle basi della logica: sostenere che tutte le morti in montagna (per attività ludiche, aggiungo io) siano dovute a un errore umano non significa affatto sostenere che a qualunque errore umano in montagna debba conseguire la morte e nemmeno che ial medesimo errore debba necessariamente avere le medesime conseguenze.

    su questo sono d’accordo.

    Però mi faccio una domanda:  siamo veramente certi che l’errore, mortale o no, possa essere evitato ?

    Siamo veramente sicuri che abbiamo la possibilità di avere tutto sotto controllo? Che non ci sia nulla che invece ci condiziona fino al punto di indurci all’errore?

  62. 26
    Matteo says:

    Sono sempre più d’accordo con Crovella e anzi sarei un po’ più assolutista: “filosoficamente” parlando ogni morte in montagna del tipo della cascata di Cogne è un errore umano, perché nessuno era costretto ad essere lì.

    Nessun montanaro in passato sarebbe stato lì sotto, perché sapevano che avrebbe potuto essere pericoloso (senza meteomont o previsioni del tempo) e quindi non ci andavano. Ne avevano abbastanza dei pericoli che erano costretti ad affrontare per sopravvivere.

    Noi andiamo in montagna per nostra libera scelta, dobbiamo sapere che è pericoloso e potrebbe costarci caro. Da qui la necessità di analizzare con “spietatezza” e senza tabù gli incidenti. Per imparare qualcosa.

    Quanto alla domanda di Giandomenico “Se sosteniamo che tutte le morti in montagna avvengono per errore umano allora come ci spieghiamo che, sempre per errore umano, non si verificano delle morti?” siamo sempre alle basi della logica: sostenere che tutte le morti in montagna (per attività ludiche, aggiungo io) siano dovute a un errore umano non significa affatto sostenere che a qualunque errore umano in montagna debba conseguire la morte e nemmeno che ial medesimo errore debba necessariamente avere le medesime conseguenze.

    Proprio per questo è importante infrangere il tabù

     

  63. 25
    Raffaele says:

    Mi ricordo che tanti anni fa mi capitava spesso di leggere su una rivista di aeronautica una rubrica che si chiamava “sicurezza del volo”, che raccontava e analizzava nel dettaglio e in modo piuttosto formale incidenti accaduti ad aeroplani, incidenti finiti bene o male, ricercandone e identificandone le cause principali: errori umani, naturalmente, ma anche malfunzionamenti della macchina o situazioni impreviste.

    Forse sarebbe utile raccogliere le stesse informazioni per incidenti capitati in montagna. La conoscenza esatta delle esperienze altrui potrebbe essere utile a identificare chiaramente le situazioni potenzialmente pericolose, soprattutto per persone con una esperienza di montagna ancora limitata. E’ chiaro che rimarrebbe in ogni caso una incertezza sulla sicurezza in montagna, ridotta ma difficilmente controllabile, che forse costituisce ancora una parte irrinunciabile delle nostre esperienze…

  64. 24

    Ho citato l’incidente di Cogne proprio perché non è stato un errore umano. La cordata che precedeva era condotta da una guida ed erano in tre e nulla è successo. La colonna non era visibilmente staccata dalla roccia o dal resto della cascata. Il giorno prima la stessa colonna era stata salita ripetutamente in moulinette. I miei tre amici, tra cui lo sfortunato Giacomo Dejana, erano tutt’altro che sprovveduti. Uno era anche guida e l’altro stava per diventarlo. I tre avevano dei signori curriculum e non erano dei Rischiatutto. Io parlerei di fatalità. Perché purtroppo esiste ancora!
    Molte delle considerazioni di Crovella sono presenti nell’ottimo libro di Mark Twight: Confessioni di un serial climber.

  65. 23
    Silvestri Alberto says:

    Beh, l’incidente di Cogne è stato un palese errore umano.

  66. 22
    Carlo Crovella says:

    Ciao,

    non so più chi, ma qualche commento rileva che nell’articolo sono stato “assolutista”…bah…esprimo un’opinione, strettamente personale, evidentemente per poterla affermare devo essere molto chiaro e schietto.

    Riassumendo credo che il tabù da violare sia proprio quello di essere tutti esplicitamente consci che in montagna si può morire e che, se ciò accade, quasi sempre è al seguito di nostri errori. E questo atteggiamento io lo suggerisco soprattutto gli “alpinisti”, non solo gli avventori di giornata (tipo giapponesine in tacchi a spillo), perchè questi ultimi evidentemente non hanno idea delle condizioni dell’ambiente.

    Ma forse il tono assolutista del testo deriva da un passettino in più che io penso che dovremmo fare tutti noi appartenenti alla comunità degli alpinisti: anzichè farci prendere dalla commozione (come suggerito da qualche commento, non ricordo chi, credo verso il num. 7 o 8), a mio parere si deve essere “spietati” e analizzare freddamente gli eventi. Spietati = “s” privativa di uno stato emotivo che, se ti prende, inevitabilmente inquina la capacità oggettiva di valutazione.

    Tutto ciò NON per gettar discredito sulle vittime, ma per saper individuare gli errori da loro commessi e cercare di non commetterli nella nostra attività personale. Allo stesso modo dobbiamo accettare che la comunità degli alpinisti sia “spietata” anche nei nostri confronti in caso di eventuale nostro incidente al seguito di nostri errori. Anzi i primi spietati critici del nostro agire dovremmo essere proprio noi in prima persona: chi mai si interroga sugli errori commessi anche quando va tutto bene?. Lo suggeriva già Rébuffat, perchè far tesoro dei nostri errori è il primo passo di crescita alpinistica personale.

    Dal mio strettissimo punto di vista aggiungo un ulteriore tassello: morti in montagna ce ne sono sempre stati, fin dagli albori dell’alpinismo, ma mi pare che, oggi come oggi, tra chi si picca di essere alpinista ci sia troppa frenesia, troppo pressapochismo, troppa confusione, alterigia, voler imporsi, etc… Tutti elementi che conducono gli “alpinisti” molto più vicini (speso oltre) al limite in cui si commettono errori.

    Per questo a me non piace proprio l’approccio oggi dominante nelle generazioni più giovani (cioè fino ai 30-40enni): ci saranno sicuramente delle eccezioni, ma in questo voler “fare” tutto a tutti i costi, spesso conto le regole della Montagna (cioè della Natura), si annida il primo di una potenziale catena di errori. A volte tutto finisce bene, a volte le conseguenze le leggiamo sulle cronache dei giornali.

    Cordiali saluti a tutti.

  67. 21

    Casarotto è caduto in un crepaccio a pochi m dal campo base. Lo scorso febbraio un mio caro amico saliva una cascata a Cogne poco dopo una cordata di tre alpinisti e la colonna su cui scalava è crollata uccidendolo… Per quanti inconsapevoli circolano, gli incidenti sono pochissimi. Meglio così. Vero che chi ha l’esperienza dei “vecchi” e impara l’uso di certi apparecchi moderni ha decisamente una marcia in più.

  68. 20
    LUCIANO PELLEGRINI says:

    È tutto vero! Probabilmente il motivo è che queste persone affrontano la vita, l’evento, con una visione non giudiziosa. Quindi non riflettono ed affrontare le cose con indifferenza, ma carichi di adrenalina, si salvano.

  69. 19
    Carlo Pucci says:

    Da quello che vedo e leggo gli incidenti capitano sempre a quelli “bravi” . Gli sprovveduti in ciabatte quasi mai sono vittima di incidenti.

  70. 18
    Alberto Benassi says:

    l’errore umano  è quello che ci fa essere umani. Cioè uomini, non macchine.

    E’ chiaro che cerco di non sbagliare, anche perchè ne va della pelle. Mia e di chi è con me. Ma è altresì vero che non vorrei essere perfetto, per non sbagliare.

    Se fossi perfetto e quindi sicuro di non sbagliare, non avrebbe senso il mettersi il gioco. Non avrebbe senso cercare l’avventura.

    L’importante è avere coscenza di quello che si fa.

    Della turista con i tacchi a spillo e la minigonna sul ghiacciaio, sarebbe meglio non parlarne, manco prenderla in considerazione.

  71. 17
    mario spini says:

    Ne ho letto un’infinità di articoli come questo. Il risultato è comunque sempre lo stesso: l’alpinismo, l’arrampicata, sono attività pericolose. facciamocene una ragione

  72. 16
    Giandomenico Foresti says:

    La precisazione di Carlo Crovella (commento 11) è assolutamente condivisibile e credo di aver sostenuto più volte la medesima posizione ma nell’articolo l’autore ha scritto cose un po’ diverse e decisamente più assolutiste.

    Caro Matteo, l’errore, purtroppo o per fortuna, va misurato anche in base alle conseguenze perchè è dalle conseguenze che determini l’entità dell’errore e, nel caso, lo sanzioni in maniera più o meno grave.

    Un conto è avere, per errore umano, un incidente automobilistico che comporta lesioni non gravi per il tamponato (esempio) e un altro avere il medesimo incidente con un morto. Stessa dinamica ma in un caso nulla e nell’altro un morto. Sanzione minima in un caso (sospensione della patente, ritiro, boh non lo so), sanzione massima nell’altro (omicidio colposo, revoca della patente, ecc.).

    Due pesi e due misure in base al risultato finale. Ergo, errore umano? Sì ok, errore umano, ma perchè in un caso c’è un morto e in quell’altro no? Come lo spieghiamo? La logica o non me lo spiega o mi porta ritenere che ci sia dell’altro.

    Non possiamo usare la logica come ci pare e piace. In matematica 2 + 2 fa 4 ma in macchina 2 + 2 può fare 4, 5, 6, 7, a seconda dei casi e quindi questo cosa significa? Che giocano altri fattori.

    Se sosteniamo che tutte le morti in montagna avvengono per errore umano allora come ci spieghiamo che, sempre per errore umano, non si verificano delle morti? C’è qualcosa che non torna e se non torna è perchè errore umano = morte non è così scontato.

    Ecco quindi che l’errore umano può assumere un ruolo, talvolta assolutamente determinante, ma non l’unico in un effetto a catena che può portare alla morte.

    Non commettere errori umani è preferibile? Grazie, lo sanno tutti, ma ciò che contesto è la logica secondo la quale alla base di tutto ci debba sempre essere un errore umano, come se noi fossimo in grado di predeterminare tutto.

    In un universo composto da miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di particelle subatomiche che si muovono a velocità vertiginose facendo un baffo alle nostre capacità di controllo noi dovremmo essere in grado di monitorare ogni cosa? Tutto ciò mi pare ridicolo nel migliore dei modi, presuntuoso nell’altro.

    Se poi qualcuno sostiene che l’assunzione di responsabilità, sempre e comunque, sia un modo per intraprendere un processo evolutivo personale mi sta’ bene, anzi benissimo. Ma che nessuno cerchi di farmi credere che l’assunzione di responsabilità sia la spiegazione ultima a tutto ciò che ci accade perchè non ci credo neanche se lo vedo.

  73. 15
    Alberto Benassi says:

    ma volete sempre analizzare tutto. Che palle!

    Il risultato poi è che qualcuno pretenderà, prima o poi, il patentino con tanto di n. di targa sul casco.

    ma se io il casco non me lo voglio mettere.. ma saranno cazzi miei !!

  74. 14
    Paolo Panzerotti says:

    A questo punto è necessario, duole dirlo, introdurre il patentino per chi frequenta certi luoghi, al pari dell’attività subacquea.

  75. 13
    Matteo says:

    Ecco il buon Crovella mi ha preceduto ed è riuscito pure a spiegare quello che pensa meglio di me (…ma và?)

    Mi permetto di aggiungere solo una considerazione.

    E’ importante comunque analizzare onestamente (senza pregiudizi) e approfonditamente gli incidenti per scoprirne le cause e/o minimizzarne gli effetti; sopratutto quando spesso si ripetono simili. Perché potrà servire a me in futuro, non per dare la colpa a qualcuno.

     

     

  76. 12
    Matteo says:

    Credo che Foresti e Crivelli commettano un errore di logica.

    Dire che uno ha commesso un errore non significa affatto dire che è un inetto o un incompetente (Crivelli), ma confondere il piano operativo con il giudizio morale. non mi pare proprio sia quello che dice l’autore dell’articolo.

    Così come confondere l’errore con le sue conseguenze come fa Foresti: se inciampi hai sbagliato nel camminare, punto. Lo sbaglio è nel camminare e prescinde da quello che ne consegue, sia che rotoli in un prato, che ti infili in un canalone a 45° o che finisci lungo e disteso nel bagno di casa.

    E prescinde anche dalle conseguenze ultime: muori perché centri l’unico sasso del prato (o il bordo del bidet) con la nuca o sopravvivi anche alla scarica di sassi che ti segue nel canalone.

    Quello che mi pare volesse dire Crovella (che non distinguere affatto i morti in serie A o serie B) è che quando c’è un incidente và analizzato senza preconcetti, falsa pietà o rispetto per i morti e sopratutto senza pregiudizi “ideologici”; per cercare di trarne utile insegnamento.

    Questa analisi diventa particolarmente utile per capire sopratutto quando una certa tipologia di incidente tende a ripetersi.

    L’errore non è andare sul ghiacciaio in scarpe da tennis (Messner ci arrivava almeno al campo base) o in infradito (Balti e Sherpa l’hanno sempre fatto); l’errore è chi in ciabatte o scarponi non ha la cognizione di quello che fa e dell’ambiente in cui si trova.

    Sulla Segantini non occorre arrampicare da dio: se so di farla in un’ora zaino, duvet, pantaloni lunghi e termos del the non servono. Se ti superano il problema è che magari ti fanno cadere i sassi sulla testa, non che cadano: tu chiedi di stare attenti e magari fermati un paio di minuti a tirare il fiato, così quando riparti il missile è già sul risalto successivo, tu non hai perso troppo tempo e non rischi!

  77. 11
    Carlo Crovella says:

    Ognuno po’ fare quello che vuole e nel modo in cui lo vuole fare.

    Il tabù da sfatare é avere sempre la lucidità di dire che andare in montagna è un’attività che comprende anche il rischio mortale.

    Per questo motivo non è un semplice sport, un’alternativa alla corsa al parco.

    Questa distinzione non è chiara a chi frequenta i monti e mi pare che nelle generazioni più giovani vi sia un rifiuto aprioristico sul fatto che ci puoi restare secco. Quando parlo con qualcuno di loro, constato che sono increduli di fronte alle mie affermazioni. Rispondono: ” Morire in montagna? Ma figurati, non riguarda me..”.

    In conclusione: andare in montagna è un’attività bellissima, ma implica l’assunzione di rischi anche mortali, perché le combinazioni di eventi e di possibilità statistiche sono praticamente infinite e cio’ comporta un’elevatissima propensione a commettere errori. Da questi errori a volte ci si salva, a volte no.

  78. 10
    scairanner says:

    Se non si va in montagna per camminare si va per cercare i propri limiti, per mettersi alla prova, per rischiare, per emozionarsi, per competere, per raccontare quanti kg di palle si hanno o quanti kg di cacca ci si è fatti nelle mutande.

    Il prezzo per tutto questo è a volte altissimo e/o ingiusto ma è così, quindi di cosa state parlando?

    Cosi deve essere e così sarà. È (quasi) sempre colpa tua se qualcosa va storto, anche se un cretino della cordata che ti precede ti ha fatto cadere un sasso in testa, cosa ci facevi lì? se tu non fossi stato lì non ti sarebbe accaduto niente. FA PARTE DEL GIOCO. O accetti, cercando di limitare eventuali danni con tutti i mezzi che hai,  oppure NESSUNO ti ordina di andare in certi luoghi a fare certe cose.

    La libertà di sbagliare è nostra e ci appartiene. Evviva i giapponesi (o erano cinesi?) con le infradito! Evviva l’alpinista, esperto, senza casco!

  79. 9
    cinzia says:

    traversata diavolino/diavolo di tenda un mese fa. gita alpinistica facile, ma fino a in certo punto. c’era un sacco di gente. quasi nessuno aveva una corda nello zaino. quasi tutti in scarpette da trail, pantaloncini e maglietta. eh va bene.

    scialpinismo in lombardia, l’80% delle gente veste tutine, la dimensione dello zaino e` cosi` ridotta che dubito vi siano contenuti i mezzi di autosoccorso, l’arva poi, o ce l”hanno grande come l’iphone o forse non lo hanno proprio. quando arrivano in cima, giacchina antivento e via. eh va bene.

    segantini, domenica, c’e` nebbia. pantaloni corti, no casco, no zaino, no corda. tu arrampichi da dio, io no, ma se cadi dopo avermi superato, cadi su di me e io, sotto di te, volo. e magari mi schianto. va bene.

    tutti a casa per pranzo, ovviamente, a mettere la relazione su onice, che ho fatto questo e quello in tre. anzi due, anzi un’ora, mentre la guida del tale dice che tra avvicinamento, ascensione e discesa ce ne vogliono 4 e mezza/cinque.

    e` evidente che, se si mangia in fretta, si rischia di ingozzarsi.

     

     

     

  80. 8
    Francesco says:

    Condivido a pieno quanto scritto da Claudio Crivelli, perchè giudicare senza essere presenti è inutile e presuntuoso. Quello che trovo solitamente mancante nei commenti a tristi eventi è la COMpassione per persone che in fondo hanno la nostra stessa grande passione ed hanno perso la vita in montagna.

  81. 7
    Claudio Crivelli says:

    Sono in totale disaccordo con l’articolo.
    E’ vero che quando hai un incidente hai sempre sbagliato qualcosa. In qualunque campo. Errare e’ umano. Ma siamo sicuri che tutti quelli che hanno incidenti in montagna, li hanno perche’ sono degli inetti o perche’, anche se maghi dell’alpe, hanno in quell’occasione spento il cervello? Col senno di poi sono tutti bravi a parlare.
    E questa e’ la cosa che mi fa arrabbiare di piu’: quando uno ha un incidente, tutti pronti a trovare gli errori che ha commesso.
    Non ci si puo’ tagliare con un coltello: basta adottare le normali regole del buon senso (o quello che ci ha insegnato la mamma) e il gioco e’ fatto! Nessun taglio. Eppure tutti ci siamo tagliati e ci taglieremo qualche volta le dita.

    Ripeto: e’ chiaro che chi ha incidenti ha commesso degli errori ma quanto questi errori erano davvero cosi prevedibili? Quanto la situazione di pericolo era oggettivamente lampante? Se dovessimo adottare tutte le misure di prevenzione che si leggono spesso nei commenti dopo un incidente probabilmente in montagna non ci potremmo andare mai!

    Un caso tipico e’ quando c’e’ un incidente da valanga, subito a dire “eh, ma il pericolo era 3 su 5”. Si, in inverno e’ 3 su 5 per il 90% del tempo. Quindi? Non faccio scialpinismo? O magari lo faccio facendo MS o BS sui versanti non pericolosi? Ma non importa, se rimango sotto (quindi sbaglio a valutare un pendio) sono un inetto (secondo l’opinione comune).

    Quanti hanno affrontato dei tratti innevati magari con le scarpe basse perche’ si sono trovati inaspettatamente davanti un pendio innevato in una passeggiata estiva che sulla carta era di facile sentiero? Avete tutti rinunciato alla cima che magari era a poche centinaia di metri? Ma se uno scivola e muore allora commenti indignati sul male equipaggiamento, l’ignoranza delle condizioni nivo-meteo ecc.

    Ricordo una volta un articolo su di un ragazzo morto in un crepo mentre tornava al rifugio verso le 10.00. Commento del giornalista “chiaramente errore suo xe’ era troppo tardi”.  Quindi le gite le dovremmo farle di notte? Quanti alpinisti alle 10.00 hanno finito la loro gita e sono al rifugio a mangiare la polenta? Nella mia esperienza direi ben pochi.

    Se fosse vero che basta non commettere errori e quindi adottare i comportamenti corretti per non avere incidenti, allora la montagna non sarebbe un luogo pericoloso come lo stesso autore afferma. Il pericolo sarebbe la nostra incompetenza.
    Io ritengo che la montagna sia un luogo pericoloso perche’ la valutazione delle situazioni critiche e’ molto difficile, il pericolo si annida ovunque ed e’ difficilmente identificabile. Quindi e’ molto facile “sbagliare”.

    Quello che mi piacerebbe sentire dagli alpinisti e’ esattamente l’opposto di quello che suggerisce l’autore: nella maggior parte dei casi invece di dire sempre “e’ morto xe’ ha sbagliato, era uno stupido” sarebbe bello sentire “ha chiaramente sbagliato ma tutti avremmo fatto lo stesso”.

    Come dice G.Foresti : “io so di non sapere” quindi non mi permetto di giudicare chi “sbaglia”.

  82. 6
    Giuseppe Penotti says:

    # Giandomenico Foresti

    Scivoli su un sentiero, sbatti la crapa e muori = Hai commesso un errore.

    Voli giù per un canalone per 100 metri e rimani illeso. = Hai commesso un errore e hai finito i bonus.

  83. 5
    Alberto Benassi says:

    Per ogni cosa possiamo trovare l’errore umano, che possibilmente va corretto, ma quando qualcuno sarà in grado di spiegarmi perchè certa gente muore scivolando su un sentiero pianeggiante e altra gente rimane illesa dopo aver volato per 100 metri giù per un canalone alzerò le mani e dirò “mi arrendo a cotanta saggezza”.

     

    e se qualcuno ci dicesse che l’errore (umano)  non è altro che la data dell’appuntamento, su un copione (vita)  già bello  scritto….? e che ognuno ha il suo di copione…a cui non si può sottarre?

    Perchè poi ognuno ha il suo di copione… Boohh ???

  84. 4
    Giandomenico Foresti says:

    Giusto per rafforzare le mie tesi, se uno che muore in montagna commette un errore umano un altro che si salva in circostanze disperate è un supereroe?

    Scivolo su un sentiero, sbatto la crapa e muoio, quindi ho commesso un errore umano. Volo per 100 metri giù per un canalone e rimango illesso, giusto qualche abrasione ma non è detto. Come lo chiamiamo? Capacità di gestione del volo, intuito, intelligenza motoria? Per me è “culo” per un altro non so.

    Ma se il cuolo vale in un senso può valere anche nell’altro, o no? Oppure il “culo” si manifesta solo a senso unico?

    Insomma, avremmo da discutere per i prossimi 50 anni e oltre.

  85. 3

    Trovo questo articolo piuttosto interessante come spunto per dar modo di provare a valutare l’attuale situazione.
    Aldilà del fatto che ogni accaduto dev’essere considerato singolarmente per comprenderne le cause (come spesso mi è capitato di scrivere: solo chi lo ha vissuto sa cosa sia capitato o ha la chiave per comprenderlo), una statistica incidentale può comunque venir fatta per comprenderne le motivazioni alla base e queste di solito sono di tipo culturale.
    Vera in parte anche la valutazione sugli accaduti che vedono protagonisti i professionisti accreditati spesso sottoposti a stress dovuto al fatto che se non lavori non mangi, atteggiamento il quale può condurre ad errori fatali. Ma non è l’unica motivazione anzi posso confermare la sua rarità, mentre la spinta derivata dal cliente che pretende la prestazione ed il “senso di colpa” a non dare risultato sono molto più spesso alla base di incidenti di queste categorie. Lo dico con cognizione di causa, visto che personalmente ho vissuto questo “ricatto psicologico” involontario finché non ho optato per un’opzione, come moltissimi altri miei colleghi, ovvero considerare la cima come un optional, il vero obiettivo a quel punto si fissa sulla giornata passata in ambiente ed il risultato è il ritorno a casa con un arricchimento che la cima in se stessa non da di sicuro. Problema è spiegarlo al cliente… Questo comunque non significa che si risulti indenni da incidenti perché poi di cause ve ne sono tantissime e diverse fra loro.
    Altro punto da tenere presente è il fatto che molto spesso si legge di guide che in realtà guide non sono, come alcuni dei fatti accaduti la passata estate. Questo fattore implica una concorrenza sleale ed un atteggiamento culturale sempre più declassante per ciò che riguarda la formazione culturale anche perché molto spesso chi si affida a questi personaggi sa benissimo che non sono accreditati ma il motivo per affidarvisi è: “pago poco”… dando ben scarso valore agli obiettivi ed alla propria vita.
    E qui passiamo al fatto che “tutto deve essere possibile a chiunque” che contesto fermamente sia come alpinista che come professionista. Regalare ciò che si dovrebbe guadagnare, imparando dalla base, è un atteggiamento estremamente pericoloso specie per la deriva culturale che ne consegue e lo si vede in svariati campi, specie organizzati, della società attuale. Impianti che trascinano le folle a 400 metri ne sono un esempio e dopo che chi contestava la loro realizzazione è stato tacciato di tutto e di più (minacce comprese), ora si grida allo scandalo perché c’è chi li frequenta in ciabatte??? Oltre poi a non trovare alcuna soluzione in merito (unica sarebbe eliminarli).
    Un esempio:
    ho avuto modo di monitorare la situazione di uscite con le racchette da neve (ciaspole) per due stagioni, raccogliendo dati ufficiali degli interventi di soccorso e delle diverse dinamiche per farne al fine un documento che spero potrà presto venire reso pubblico.
    Risultato: gli incidenti con ciaspole sono, in percentuale alla frequentazione, superiori a quelli con gli sci, e sempre dovuti a sottovalutazione dei rischi. In diversi incidenti gli infortunati erano sprovvisti di qualunque equipaggiamento sia di orientamento che di auto-soccorso.
    Alla domanda: ma ARTVA, pala e sonda ce l’avete? La risposta che mi sono sentito dare: mica andiamo con gli sci…!!!
    Eppure ogni inverno si propongono corsi per l’auto-soccorso in valanga a costi ridicoli e diverse volte a titolo gratuito ma anche in questo caso non va bene… “perdo la domenica”… la riposta più frequente.
    Concludo:
    il problema è culturale, diverse sono le cause, diversi gli attori responsabili di queste cause, a volte involontari, a volte molto meno…
    Se la società attuale non cambia rotta, staremo qui a parlare di queste situazioni all’infinito.

  86. 2
    Giandomenico Foresti says:

    Allora, ringrazio Carlo Crovella per l’analisi pubblicata che condivido parzialmente (anche se sarò forse uno dei pochi che canta fuori dal coro).

    Avrei molte cose da dire ma in questa sede non è possibile per ragioni di tempo e spazio.

    Su una cosa sono assolutamente d’accordo, e cioè che non siamo capaci di rapportarci adeguatamente col resto dell’umanità non frequentatrice dei monti, ma sono solo parzialmente d’accordo sul fattore “errore umano”.

    Sono parzialmente d’accordo per questo semplice motivo, l’essere umano non è una macchina e, pertanto, l’attribuzione ad esso di un errore non può prescindere da un’analisi puntuale della sua costituzione fisica, mentale ed emozionale.

    Se l’uomo fosse un computer privo di emozioni avremmo già trovato la quadratura del cerchio ma l’uomo non è un computer e le emozioni giocano un ruolo determinante nelle nostre scelte.

    L’emozione è quella stessa che ci porta, per esempio, a considerare una strage 3.300 morti all’anno in incidenti stradali quando il numero dei veicoli circolanti sulle strade italiane su 365 giorni è, secondo una mia personale stima per difetto, almeno di 5.475.000.000 (sì avete letto bene, 5 miliardi e 475 milioni, ipotizzando 15.000.000 di veicoli a motore in circolazione ogni giorno su quasi 50.000.000 di immatricolati).

    Ciò significa che i morti in incidenti stradali ammontano, in percentuale, allo 0,00006%!!!!!!!!!!!

    Peccato che queste statistiche non le faccia nessuno e si preferiscano statistiche del tipo “tot morti ogni tot abitanti” che non significano assolutamente nulla.

    100 morti in montagna su quanti? 1.000, 10.000, 1.000.000? Se non si fanno questi conti diventa difficile trarre delle conclusioni perchè su 1.000 sono il 10%, su 10.000 l’1%, su 100.000 lo 0,1% e su 1.000.000 lo 0,01%.

    Qualcuno dirà che i morti son morti e che fare questi ragionamenti è da cinici però mi piacerebbe sapere quante persone muoiono a causa di terapie mediche scorrette o altro genere di macabre circostanze.

    E ancora, se l’uomo è un computer perchè non ragionare come un computer e fare delle statistiche.

    Ma no, certo, l’uomo deve essere un computer quando va in montagna (errore umano zero) ma quando conta i morti deve dare spazio a tutta l’emozionalità di cui è deotato.

    Il problema è che ci sono morti di serie A e morti di serie B, morti che hanno diritto di cronaca e altri che rimangono nell’oblio.

    Per ogni cosa possiamo trovare l’errore umano, che possibilmente va corretto, ma quando qualcuno sarà in grado di spiegarmi perchè certa gente muore scivolando su un sentiero pianeggiante e altra gente rimane illesa dopo aver volato per 100 metri giù per un canalone alzerò le mani e dirò “mi arrendo a cotanta saggezza”.

    Non ce l’ho con Crovella, so perfettamente che la maggioranza è d’accordo con lui ma io appartengo a quei pochi che “sanno di non sapere e non sono nemmeno sicuri di saperlo”.

  87. 1
    paolo panzeri says:

    Ottimo, hai detto tantissimo in maniera pacata!

    Devi però innalzare quel 70 a 80 e nominarli come li definisce il professor Carlo Cipolla 🙂

    Ignoranza e poca intelligenza, tecnologia, consumismo del divertimento a qualsiasi costo e poi alla morte santità: tutti bravi e esperti!
    E guai a non dirlo, il mondo per l’80% ora va così!

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