Una vita d’alpinismo – 08 – In Dolomiti con Gianni e Bepi

Una vita d’alpinismo – 08 – In Dolomiti con Gianni e Bepi (AG 1968-008)
(scritto nel 2018, ad eccezione della Chiacchierata con Bepi, 1968)

Lettura: spessore-weight**, impegno-effort***, disimpegno-entertainment***

Schifati dalla neve, dai ghiacci e dalle bufere del Cervino, Gianni e io continuammo le sue ferie in Dolomiti. Per prima cosa ci rivolgemmo alla via Italia ’61 al Piz Ciavazes. Era il 10 agosto e volevamo toglierci la curiosità di questo artificiale così impressionante, con un tetto di otto metri in orizzontale. Dopo poco più di cinque ore ci eravamo tolti la curiosità per sempre, perché al di là della fatica e dell’indubbia sensazione di vuoto, l’impressione finale fu proprio quella del solo vuoto, inteso come esperienza globale. Lo dico con grande dispiacere, avendo in seguito conosciuto e arrampicato con Bepi De Francesch, l’autore di Italia ’61 e di altre scalate del genere. Mi viene da dire che quelle sue scalate non sono alla sua altezza, forse lo sono state solo al momento dell’apertura. Forse lo sono di nuovo oggi, nel XXI secolo, quando ragazzi fortissimi si dedicano a salire questo e altri itinerari similari in arrampicata libera (luglio 2004, Mauro Bubu Bole, 1a RP; 24 novembre 2008, Angelika Rainer, 1a RP femminile).

Piz Ciavazes, una cordata sta per affrontare il grande tetto di 8 metri della via Italia ’61

Gianni Calcagno sul tetto di 8 metri della via Italia ’61 al Piz Ciavazes, 10 agosto 1968

Alessandro Gogna in un momento durante la via Italia ’61 al Piz Ciavazes, 10 agosto 1968

Il giorno dopo, 11 agosto, il tempo sembrava voler migliorare, qualche soldo in più in tasca l’avevamo (rispetto all’estate precedente), così decidemmo di andare ancora al rifugio Tissi: e magari tentare la Piussi alla Su Alto… quella che tanta ammirazione mi aveva destato l’estate precedente.

Tra il Vazzoler e il Tissi incontrammo i fratelli Gianni e Antonio Rusconi, quelli che l’inverno precedente avevano salito la via Piussi-Redaelli alla parete sud della Torre Trieste in prima invernale.

Tra il rifugio Vazzoler e il rifugio Tissi, da sinistra, Antonio Rusconi, Gianni Rusconi, XY dimenticato e Gianni Calcagno, 11 agosto 1968

11 agosto 1968, rifugio Tissi, Vittorio Varale (in camicia, signore anziano), Gianni Calcagno (maglia blu), Gianni Rusconi (pullover sulle spalle) e Alessandro Gogna (camicia a quadri)

12 agosto 1968, Gianni Calcagno mi segue sulla prima lunghezza difficile della via Carlesso-Menti alla parete nord-ovest della Torre di Valgrande

C’è gente che pensa che le imprese invernali effettuate su pareti dolomitiche rivolte a sud, cioè verso il sole, siano praticamente del­le invernali fasulle, opinando che le condizioni (assenza di neve) vi rimangano invariate. Io invece ho sempre pensato che quel genere di giudizi provenga più che altro da chi su quelle pareti non c’è stato mai, né d’estate né d’inverno.

Ne parlai subito con Gianni Rusconi, che ovviamente era d’accordo con me. Ci bastò considerare brevemente la storia della parete sud della Torre Trieste.

Dopo aver vinto in prima invernale la via della parete sud, la Carlesso-Sandri, l’11 marzo 1957, dopo quattro giorni di lotta (e due tentativi gli inverni precedenti), Armando Aste e Angelo Miorandi arrivano in cima a mez­zogiorno. Dopo la Cassin alla Ovest di Lavaredo fatta da Bonatti e Mauri, questa sulla Torre Trieste definitivamente la strada alle successive imprese nelle Dolomiti invernali. Quattro giorni: ed è una via che si fa comodamente o quasi in giornata, durante la stagione estiva.

12 agosto 1968, Gianni Calcagno (a sinistra) e Antonio Rusconi (a destra) sulla via Carlesso-Menti alla parete nord-ovest della Torre di Valgrande

Dall’1 al 4 febbraio 1963 è la volta dello spigolo sud-est. La via Cassin è infatti vinta da Aldo Anghileri, Pino Negri, Andrea Cattaneo e Gildo Arcelli. Anche la Cassin d’estate richiede un tem­po certo inferiore a due giorni (salvo imprevisti!). Poi fu la volta, dal 18 al 20 marzo 1967, dello spigolo sud-ovest, la via Tissi. La superano Giorgio Redaelli e Massimo Achille. Anche questa via d’estate richiede al massimo una giornata d’arrampicata.

Mancava la invernale della direttissima Piussi­-Redaelli, salita dal 6 al 10  settembre 1959. Non solo, questa via non era stata mai nep­pure ripetuta. I due fratelli avevano impiegato dal 10 al 17 marzo 1968: otto giorni che dimostrano an­cora una volta quanto l’ambiente invernale cambi le condizioni e le proporzioni.

12 agosto 1968. Gianni Calcagno (a sinistra) e Alessandro Gogna (a destra) sulla via Carlesso-Menti alla Torre di Valgrande

Mentre ci riassumevamo queste note storiche, ebbi modo di esprimere tutta la mia ammirazione a Gianni Rusconi, mentre pian piano camminavamo assieme verso il Tissi.

La sera al rifugio fu assai piacevole perché qui incontrammo l’anziano Vittorio Varale, ancora una volta salito fin quassù con le sue gambe a rimirarsi quello che lui e Domenico Rudatis hanno sempre chiamato il Regno del Sesto Grado. Il giornalista Varale, marito della famosa Mary che fece con Emilio Comici parecchie salite estreme negli anni Trenta, non se l’era mai sentita di provare seriamente ad arrampicare. Ma a dispetto di questo aveva una cultura alpinistica di grande rilievo, tanto che la riversò parzialmente in alcuni libri, valga per tutti il mitico La battaglia del Sesto Grado. Con lui ero destinato a rivedermi tante e tante volte. Lo ospitavo quando passava per Milano e diceva sempre che avrebbe voluto che io lo onorassi di una visita nella sua casa di Bordighera. Un uomo di una correttezza e di un entusiasmo senza pari.

13 agosto 1968. Sullo Spigolo nord-ovest della Su Alto, a sinistra Gianni Calcagno; a destra lo stesso assicura Alessandro Gogna. Foto: Gianni Rusconi

Il mattino presto del 12 agosto non ci incoraggiava a scalare qualcosa di più che una via già ampiamente collaudata da tante cordate: la Carlesso-Menti alla parete nord-ovest della Torre di Valgrande.

Eravamo in dieci! I due Rusconi seguivano a ruota Gianni e me, ma a loro volta erano seguiti da altri loro amici, ben tre cordate. In sette ore ne venimmo a capo, nella memoria mi rimarranno quei due o tre tetti incisi dalla fessura di fondo del diedro. Più o meno quando noi eravamo nei pressi del rifugio Coldai, gli ultimi stavano uscendo dalla via…

Con una notevole galoppata tornammo in serata al rifugio Tissi, il tempo bello ci galvanizzava e decidemmo di osare lo Spigolo nord-ovest della Su Alto, la famosa via aperta nel 1967 da Ignazio Piussi, Alziro Molin, Aldo Anghileri, Guerrino Cariboni ed Ernesto Panzeri. Il 13 agosto, all’alba, eravamo alla base del famigerato zoccolo della Su Alto.

13 agosto 1968, Alessandro Gogna, Gianni Rusconi, Gianni Calcagno, bivacco sullo Spigolo nord-ovest della Su Alto. Foto: Antonio Rusconi

Lì eravamo solo noi quattro e incominciammo a salire lo zoccolo con molta circospezione, vista la roccia friabile e il freddo mattutino del nord-ovest. Avevamo una buona relazione che ci aiutò parecchio, anche se nei tiri chiave sarebbe stato impossibile sbagliare via.

Alessandro Gogna sullo Spigolo nord-ovest della Su Alto, prima ripetizione. Foto: Gianni Rusconi

Non posso qui raccontare le varie lunghezze di corda che, subito dopo lo zoccolo, avevano incominciato a snocciolare una durezza eccezionale. In effetti è passato anche tanto tempo (minchia, cinquanta anni…), certe immagini prima così nitide si sono un po’ offuscate. Ricordo molto bene che su un tiro centrale sotto il mio peso un chiodo a pressione uscì e mi fece fare un voletto da capocordata, terrorizzante più che altro per l’ambiente davvero “vuoto” intorno. Se non ricordo male il chiodino, uscendo, aveva anche rotto parzialmente il buco. Tentai di infilare nel buco lo stesso chiodo a pressione che mi era uscito e che mi era rimasto attaccato sulla corda con il moschettone e la staffa. Ma non era possibile, perciò risolsi piantando un Cassin di quelli piccolissimi e a punta: una schifezza che occorreva caricare con molta precisione, pena un altro volo. Comunque la via era stata lasciata parzialmente attrezzata, cosa che ci aiutò non poco.

A sinistra, 14 agosto 1968: Gianni Calcagno, Gianni Rusconi e Antonio Rusconi sullo Spigolo nord-ovest della Su Alto, 1a ripetizione. A destra, Cima De Gasperi, Su Alto e Cima Terranova, tramonto dal Rifugio Tissi.

E così riuscimmo dalle grandi difficoltà già al primo giorno. Dopo un bivacco non terribile, anzi su una cengia ghiaiosa comodissima, il secondo giorno salimmo solo poche lunghezze di un’arrampicata libera tanto entusiasmante quanto priva di ferraglia (da ricordare che nut e friend non esistevano). Ci ritrovammo in vetta verso le nove di mattina, dopo 18.30 ore di arrampicata effettiva e alla fine di una prima ripetizione che, almeno per me, valeva quanto una prima salita.

Ricordo molto bene di aver fatto questa considerazione, anche se allora non ci feci troppo caso: solo in seguito capii che tanto più una montagna ti entra dentro quanto più diventano insignificanti tutte le distinzioni e le classifiche che le costruiamo attorno. E il Civetta è proprio un luogo tipico.

La sezione superiore della parete nord-ovest della Su Alto, prima e dopo il crollo del 28 settembre 2014

Purtroppo il destino di quella via, nonché quello del vicino Gran Diedro Livanos, era segnato. Ancora poche decadi e sarebbe crollato tutto. Dopo una prima frana del 16 novembre 2013 che interessò l’intero zoccolo sottostante e minò quindi l’accesso alla struttura superiore (vedi https://www.gognablog.com/la-montagna-non-e-eterna-2/), nella mattinata del 28 settembre 2014, crollò lo Spigolo vero e proprio, cancellando completamente la via e stravolgendo la geometria del Gran Diedro Livanos, il cui lato sinistro era costituito dallo Spigolo stesso. Una catastrofe cui seguì ancora l’ulteriore assestamento del 16 ottobre 2017. Questo crollo è paragonabile solo a quello dello Spigolo Bonatti al Petit Dru.

Soraga (Zester), agosto 1968. Con mio padre Alberto, mia mamma Fiammetta e mia nonna Clelia. Foto: Gianni Calcagno

Soraga (Zester), agosto 1968: Alberto Gogna, Fiammetta Gogna, A. Gogna, Clelia Merano (nonna materna)

Le ferie di Gianni erano purtroppo finite, io rimasi in Dolomiti. Dopo averlo portato a un treno, rimasi da solo con la mia macchinina rosso fiammante. Ero curioso di conoscere Bepi Pellegrinon, una figura il cui alpinismo non allineato mi aveva sempre incuriosito. Non fu difficile trovarlo, né diventare suo amico e coabitare con lui nella specie di oscuro seminterrato in cui viveva.

Finalmente qualcuno con cui potevo parlare di donne, pretendendo di essere un po’ macho quando invece ero ancora un uccellino implume. Con Gianni Calcagno non si poteva parlare a quel modo: era troppo innamorato della sua Giovanna; io ero bello scottato e portavo le mie corna con neppure tanta dignità. Finalmente con Bepi fu l’esplosione di maschilismo! Ricordo bene che di lì a poco sarebbe stato stampato il suo libro Un alpinismo possibile… ebbene, Parlare di Una femmina… possibile era diventato il nostro tormentone!

Luigi De Salvo in discesa dal Campanile di Mezzo dei Lastei (Pale di San Martino)

Nel frattempo però, siccome si parlava tanto ma si beccava ben poco, ci consolavamo con grandi discussioni alpinistiche dove lui voleva sempre inserire la politica. Non sopportava che io fumassi sigarette “borghesi”, quali le

Rothmans (scatola bianco-blu) e le Peter Stuyvesant (scatola bianca) che in effetti, quell’estate, erano le mie preferite. In compenso bevevamo allegramente interi bottiglioni di vino economico.

Per Bepi le condizioni di vita dei suoi co-valligiani erano uno dei suoi primi pensieri. Mi raccontava spesso di quello e di quell’altro che erano stai costretti a emigrare. Una sera mi raccontò quella di suo padre, che era andato a cercare di sfamare lui e la sua famiglia a Genova. Lì era finito al porto, dove la locale mafietta dei “camalli” lo aveva subito inquadrato come elemento volonteroso e non piantagrane. Tutti lo comandavano, essendo l’ultimo arrivato. E lui, ben dotato di forza fisica, obbediva scaricando e caricando sacchi di ogni possibile merce in partenza e in arrivo. Il comando era, pressoché invariabilmente, “Vegni chi, belinôn”, oppure “Belinôn, vanni là”, (vieni qui, vai là, cazzone).

Dopo un giorno così, la mattina dopo il povero signor Pellegrinon si ribellò e urlò con quanto fiato aveva in corpo “Pellegrinon, non belinôn!!!”, suscitando la sghignazzata senza fine di quei bastardi di genovesi sudati…

Non mi ricordo più per quale motivo Bepi non avrebbe potuto venire a scalare con me per qualche giorno. Il 20 agosto andai con Luigi De Salvo e altra compagnia, anche femminile, al Campanile Basso dei Lastei per la via comune con una variante diretta finale; subito dopo salii da solo la via normale del Campanile di Mezzo dei Lastei.

A sinistra, parete nord del Pilastro Occidentale del Mulaz, tracciato della via Agordo ’68 (8n). Foto: Lallo Gadenz. A destra, Bepi Pellegrinon dormicchia ancora il mattino del 26 agosto 1968, alla base della parete sud-est della Torre del Formenton

Vogliosi di vie nuove, Bepi suggerì di andare nelle Pale di san Martino. Secondo lui ci aspettava una bellissima parete nord di 400 metri, sul Pilastro occidentale del Mulaz. La mattina del 23 agosto, risalito il vallone della Venegiota, ci ritrovammo all’attacco di una gelida parete con parecchie tracce di bagnato. Attaccammo a una decina di metri a destra del gran canale che divide il nostro pilastro dai contrafforti settentrionali del Mulaz. L’idea era quella di evitare al massimo il fondo del canalone, non solo fradicio, ma anche invaso dalle a me ben conosciute intrusioni di melafiro verdastro. Superato un primo muro non certo facile, la direzione naturale portava a rocce gialle. Era dunque necessario riportarsi gradualmente a sinistra e alla fine ci ritrovammo nel canale tanto temuto. Ma almeno qui era percorribile… dopo una ventina di metri trovammo una rampa facile che ci riportò a destra (e al di sopra dei gialli) fino ad una cengia (quella della via di Gunther Langes, salito di lì da solo il 14 settembre 1921). Lasciando le più facili rocce della Langes sulla destra, noi ci impegnammo nella parte superiore di questa parete nord. Una serie di placche e muri grigi permise di evitare con bella arrampicata i gialli che delimitano a destra la parete nord. Dopo qualche lunghezza raggiungemmo un canale più facile che ci fece raggiungere la cresta finale, che seguimmo fino alla vetta, a ore 3.30 dall’attacco. Bepi volle battezzare il nostro nuovo itinerario, via Agordo ’68.

Elettrizzati da questo successo e dalla bevuta al rifugio Mulaz, due giorni dopo (25 agosto) stavamo lentamente risalendo gli eterni pendii erbosi che da Fociade portano alle lontane pareti del Formenton.

Sulla Torre di Formenton 2920 m, Bepi con gli amici Toni ed Edoardo Serafini il 12 giugno 1960 aveva aperto la via sullo spigolo sud, 250 metri fino al VI-. L’idea per il domani era di provare a salire l’inviolata parete sud-est, anche lei di 250 metri.

A sinistra, la parete sud-est della Torre del Formenton. A destra, Bepi Pellegrinon in parete

Dopo una confortevole notte nei nostri sacchipiuma adagiati su cenge ricavati nel ghiaione, il mattino del 26 agosto con un sole assai velato incominciammo la scalata della parete sud-est. Seguimmo una logica fessurina che con qualche interruzione saliva nel settore destro della parete. Questa si rivelò difficile ma esteticamente perfetta. Dopo sei ore eravamo in vetta alla Torre di Formenton e io non sapevo che questo itinerario, così lontano dalle normali rotte, sarebbe un giorno stato ripreso e diventato abbastanza classico (grazie soprattutto a Roberto Iacopelli che lo inserì nella sua pazza guida Le altre vie.

Il 28 agosto andai con Bepi a fare il mio primo tentativo nel gruppo delle Pale di San Lucano, che gli anni dopo sarebbe diventato uno dei miei terreni preferiti. Ci buttammo senza molta convinzione sulla parete sud della Terza Pala, tanto per vedere. Ne scendemmo con la convinzione che quella parete mai e poi mai fosse da fare d’estate…

Come ripiego, il 30 agosto andammo al Piz Ciavazes, lui aveva piacere a ripetere con me la sua via Irma. Peccato, la pioggia ci sorprese al terzo tiro.

Chiacchierata con Bepi Pellegrinon
(Rassegna Alpina, n. 6, settembre-ottobre 1968)

Ricordate sulla Rivista Mensile del CAI un ironico articolo a propo­sito delle donne nel CAAI, in cui si criticava aspramente tale sodalizio, scrollandolo dalle fondamenta, facendone scricchiolare le strutture con potenti cannonate? E a Trento nel 1966, ricordate un brusco intervento alla Tavola Rotonda degli alpinisti, in cui si diceva perentoriamente che la discussione era del tutto inutile, perché non devono esi­stere norme di alcun genere in montagna? Vi ricordate infine di ciò che dalla stessa persona fu detto in televisione, durante un pubblico dibattito alpinistico, e dell’immediato battibecco con il Presidente Renato Chabod? Al centro c’è sempre lui, il giovane terribile, cui non si può dire che ha torto, perché lui non ha mai fatto torto a nes­suno!.

Questa è l’arma terribile e istintiva di Bepi Pellegrinon, l’uomo che non sa discutere, ma che convince o sconcerta. Sono entrato nella sua stanza, a Falcade. A destra, mucchi di materiale alpinistico, caoticamente disposto, a sinistra cumuli di fotografie. In fondo la prima libreria. Poi c’è il secondo vano: altra libreria, scrivania con macchina da scrivere, letto. Sulle pareti c’è Bonatti mescolato alla Mar­garet Lee, il fate l’amore non la guerra insieme con manifesti turistici. La prima impressione è di disordine violento, la stessa che dà la sua persona. Poi si vede che le cose hanno un loro nesso, anzi il caso è escluso. Ho passato con lui dieci giorni, vivendo un po’ la sua vita: abbiamo aperto insieme due belle nuove vie; sul Mulaz e sulla Torre di Formenton, ci siamo capiti a vicenda. Bepi ha iniziato ad arrampicare nel 1960, facendo la prima ascensione invernale del Monte Agner, una salita ostacolata da una bufera tremenda, sulla parete sud-est. La sua terza salita è già di sesto grado, ed è la prima ascensione dello spigolo sud-est della Torre del Formenton. Bepi aveva appena diciotto anni.

26 agosto 1968, Alessandro Gogna sulla parete sud-est della Torre di Formenton, prima ascensione

– Hai letto il libro di Mazeaud?
– Tre volte, lo so quasi a memoria. Per me è un capola­voro, privo di tradizionalismi stantii, retorica bolsa e luoghi comuni. È veramente uno scrivere nuovo, libero.
– Bepi, faresti un «Carosello» alla TV?
– E perché uno solo? Ce ne fossero da fare!
– Ma come, tu, che ti vanti di essere così libero, ti adatte­resti allora alle direttive di un produttore e di un regista prezzolati, che non sanno niente di alpinismo, e dispor­rebbero di te a loro volontà…
– Beh, loro fanno il loro mestiere, io faccio il mio. Co­munque ci si può sempre mettere d’accordo.
– E delle funivie, cosa dici?
– Questi impianti s’hanno da fare, se con essi si può evitare che anche uno solo degli uomini di qua vada in Svizzera o in Belgio nelle miniere. La montagna non è degli alpinisti, è dei montanari. Del resto, sai dove ho co­nosciuto uno dei peggiori detrattori degli impianti mec­canici? Proprio su una funivia!
– Ma pensi davvero che gli introiti così ricavati, servano anche a quello scopo? Non pensi che potrebbero unica­mente rimpolpare la pancia degli impresari?
– Sta a noi non farci fregare.

26 agosto 1968, Alessandro Gogna sulla parete sud-est della Torre di Formenton, prima ascensione

Nel 1962 balzò alla ribalta del mondo alpinistico internazio­nale, con la bellissima impresa sulla Nord-ovest del Pan di Zuc­chero, nel Gruppo del Civetta; altre seguirono, tutte belle, alcune in «prima ascensione»: la Sud del Campanile di Fo­cobon, la Sud-ovest della Torre di Scodavacca, la via Irma sul Piz Ciavazes, la Sud della Cima Busazza. 650 ascensioni, di cui almeno 100 di estrema difficoltà. Oltre una trentina di prime, di cui almeno venti dedicate alle sue ragazze. Le vie «Michelle», «Tatiana», «Antonella», «Irma», «Mari­na», «Mariuccia», «Bruna», «Roberta»…

– Ma, quando sei con una, come fai a giustificare le de­diche alle «altre»?
– Semplice, basta dirle che il nome non l’ho dato io, ma il mio compagno…

Bepi ha ufficialmente studiato soltanto fino alla terza me­dia. Ma la sua camera è zeppa di libri, la mole delle sue carte è gigantesca. Per le esagerate letture notturne, ogni tanto è costretto a portare gli occhiali. Nel 1958 pubblica un ministudio su Valerio Da Pos, poeta agordino del ‘700, con biografia e critica. Nel 1962 esce Noi e le montagne, storia del Gruppo Rocciatori di Val Biois e di tutti gli alpinisti della valle, a cominciare dall’800. Più recenti sono le sue monografie tecniche: il gruppo del Focobon, delle Cime d’Auta, il Piz Ciavazes, il Sass Pordoi, la storia alpinistica della Marmolada.

La parete sud-est della Torre del Formenton così come descritta in Le altre vie di Roberto Iacopelli

La contraddizione è evidente. Di qua storia, studio acca­nito, amore per la sua valle e la montagna; di là invece le funivie, i caroselli, la «grana» cercata da ogni parte e con ogni allacciamento. Alpinismo e commercio. Forse però non c’è alcuna contraddizione. Forse ha ragione lui a dire che non esistono dogmi, nemmeno in politica e in religione. A proposito di politica: dimenticavo di dire che il Nostro è direttore de Il Nuovo Agordino, di ispirazione (e sovven­zione) socialista, e che io spesso lo vedo confabulare a destra e a sinistra, con persone di ogni taglio e misura. L’argomento del giorno era Praga.

– Bepi, toglimi una curiosità: fai parte di qualche soccorso alpino?
– Certo, quello di Val Biois. Purtroppo la nostra attività è stata intensa. Personalmente ho partecipato a circa una decina tra salvataggi e recuperi.
– E del GISM, cose ne pensi?
– lo ci sono dentro, ma…

Mi guarda facendo una smorfia.
– Insomma non lo approvi, però l’onore ti fa comodo, eh?
– Beh, però sono moroso…

I suoi progetti sono grandiosi, e alcuni di prossima attua­zione. Vedremo ancora Bepi Pellegrinon sulle testate delle guide, e, guarda caso, proprio di quelle di cui si sente la maggior mancanza: Sella, Pale di San Martino, Catinaccio, Marmolada.

– E il tuo libro, quando esce?
– Tra due o tre mesi, dovrebbe uscire. Vedrai che Un alpinismo possibile sarà una catastrofe. Penseranno che io sia matto!
– Pensi che sia proprio «nuovo»?
– Guarda, secondo me, con le varie frasi dei libri di mon­tagna in circolazione, si può cucire un racconto veramente omogeneo: io non credo di esserci caduto.

La polivalenza di Bepi la si vede immediatamente. Passa con facilità estrema da un argomento all’altro, e all’altro an­cora: la ferrata sulle Auta, appena terminata, e di cui è stato l’ideatore; quella sul Focobon, in avanzata costruzione; l’unica collezione esistente di francobolli mondiali di alpinismo; la raccolta delle cartoline di spedizioni extraeu­ropee; lo scialpinismo (sua e di Toni Hiebeler è l’idea del­l’Alta Via Sciistica delle Dolomiti). Collabora a quasi tutte le riviste di alpinismo, anche estere, e a qualche quotidiano. È stato perfino aiuto regista in un lungometraggio. Que­sta mia valle narra la storia di un alpigiano che porta in giro i turisti.

Bepi ha poi un bellissimo record: ha arrampicato con alpi­nisti di almeno venti paesi. Troppo lungo sarebbe fare una lista di tutti i suoi amici di montagna. Ci sono anche dei polacchi, giapponesi, cecoslovacchi! Peter Haag, famoso arrampicatore tedesco, ha detto un giorno: «C’è chi fa collezione di francobolli; io faccio col­lezione di amici. Per questo vado in montagna». Bepi fa collezione di entrambe le cose. Anche se qualche volta va da solo, e torna dopo aver fatto salite di prim’ordine, come la Micheluzzi al Piz Ciavazes e la Detassis al Sass Maor.

– Bepi, collaboreresti a Rassegna Alpina?
– No, finché pubblica articoli dogmatici sull’alpinismo e pareri contrari alle funivie e ski-lift.
– Ma scusa, credo che quello che dici tu sarà senz’altro pubblicato, perciò mi pare che la parola sia data a tutti.
– Per incominciare, mi sono abbonato. Poi si vedrà…

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Una vita d’alpinismo – 08 – In Dolomiti con Gianni e Bepi ultima modifica: 2018-03-21T05:51:24+01:00 da GognaBlog

4 pensieri su “Una vita d’alpinismo – 08 – In Dolomiti con Gianni e Bepi”

  1. 4
    Giancarlo Venturini says:

    Un grande appassionato, come me, non può..che apprezzare questi racconti , fantast. e queste splendide.. immagini. C.Saluti..G.C.

  2. 3

    Sono passato ieri mattina sotto la Torre di Focobon con le pelli e per tutto il tempo ci dicevamo con il mio collega Luca Gasparini che la tua salita ha una  linea proprio attraente.

    E poi, gli scarponi dovevano essere proprio comodi, non ve li toglievate mai!!!

  3. 2
    matteo says:

    “Bepi, collaboreresti a Rassegna Alpina?– No, finché pubblica articoli dogmatici…Per incominciare, mi sono abbonato, poi si vedrà”

    Semplicemente geniale!

  4. 1
    Alberto Benassi says:

    La ripetizione dello spigolo Piussi alla Cima Su Alto te la invidio proprio. L’avevamo osservato bene durante la salita dell’adiacente Diedro Livanos e con gli amici Givanni e Giuseppe ci eravamo ripromessi di tornare per lui. Purtroppo (o per fortuna…) la forza della natura ha fatto la differenza. Ha deciso lei per tutti: “lo spigolo Piussi ve lo scordate! “.

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