10 anni di Tor des Géants

10 anni di Tor ds Géants
di Pietro Trabucchi
(pubblicato su www.pietrotrabucchi.it e rivista Correre)
Fotografie di P. Lucianaz, G. Buzio, N. Balma, R. Roux, S. Jeantet

Eccoci giunti al traguardo dei dieci anni: e cominciamo proprio da un decennio fa, da come era il mondo prima del Tor. Se parlassimo del compleanno di un bimbo, celebreremmo il suo affacciarsi al mondo. Qui, invece, un intero mondo è già passato. Oggi si fatica a ricordare come era l’universo dell’ultratrail prima del Tor: dieci anni fa si conosceva molto meno di quello che oggi si sa in merito agli effetti fisiologici, psicologici, biomeccanici, chimici ed emozionali dell’ultradistanza.

A quel tempo la gente si mostrava incredula di fronte ai nuovi chilometraggi e ai dislivelli inediti, entrambi con uno zero in più rispetto alle tipiche gare dell’epoca.

Prima del Tor la deprivazione da sonno era tema solo per gli adepti delle regate transoceaniche, o pane per la discussione degli scienziati militari. Le allucinazioni durante la gara, che oggi i concorrenti tendono ad accettare con una certa spensieratezza, erano un tema confinato al campo della psicopatologia. Una cosa di cui i primi finisher parlavano con una certa ritrosia, con pudore, spiattellando lentamente le parole mentre scrutavano le reazioni di perplessità crescere sul viso dell’interlocutore.

Allora in questo settore la percezione dei limiti umani era differente. Fu proprio l’incertezza sulle reali possibilità degli atleti a spingere gli organizzatori e il maggior finanziatore dell’epoca, ovvero la regione autonoma Valle d’Aosta, a organizzare un’edizione test (la celebre “edizione zero”) esattamente un anno prima e nelle stesse condizioni della gara ufficiale. Qui però non parliamo di possibilità umane assolute: anche allora nessuno aveva dubbi che sul pianeta esistessero una decina di individui in grado di snocciolarsi 330 km no stop e 24.000 m di salita come niente. No, il tema erano le possibilità umane medie, quelle di quella merce di Madre Natura che definiamo “uomo (e donna) comune”.

Perché la prova era proprio dedicata a loro: a persone normali, che facevano una vita normale, avevano un lavoro e una famiglia normale, si allenavano normalmente.

Ma che da quel giorno in poi avrebbero coltivato un sogno anormale: quello di partecipare e terminare questa gara folle intorno ai Giganti della Valle d’Aosta.

Qualcuno di loro avrebbe potuto farcela? Sarebbero sopravvissuti in molti? In che percentuale sarebbero arrivati al traguardo: 2%, 10%, 50%? Queste erano le domande che ci si poneva allora e nessuno aveva risposte certe in merito (oggi sappiamo che la risposta giusta all’ultimo quesito gira intorno alla terza delle cifre, il 50%). Fummo in quattro a essere incastrati, due donne e due uomini medi a tutti gli effetti, anche se con una lunga esperienza di montagna e di trail. E alla fine, la sera dell’arrivo a Courmayeur, mi ricordo che insieme agli organizzatori e agli uomini della Regione ci fu un brindisi: non tanto perché avevamo tagliato il traguardo, quanto perché si era finalmente capito che la gara si poteva fare; che chiunque, se allenato e motivato, avrebbe potuto partecipare.

In contemporanea all’edizione zero era cominciato anche il lavoro di ricerca scientifica per capire come l’essere umano si adattava a questo spostamento in avanti dei limiti percepiti.

A dire il vero, nel 2009 il mondo delle ultradistanze era già iniziato: la gara del settore forse più celebre al mondo, l’Utmb (Ultra Trail Mont Blanc), era già lì e negli Stati Uniti esistevano da anni alcune classiche 100 miglia. Però il Tor ha spinto i limiti ben oltre, addentrandosi in una terra ignota e avvolta nell’incertezza.

Ha costretto la gente a un cambio di mentalità: non solo rispetto ai limiti umani astratti, ma anche a quelli personali di ciascuno. Conosco tante persone che nemmeno correvano e che poi sono state contagiate dal sogno del Tor, arrivando alla fine a cimentarsi con un’aspirazione alta fino a farla propria. Credo che sia proprio questo il grande merito del Tor: ha ispirato tante persone e ha contribuito a spostare in avanti la loro percezione dei propri limiti.

Le ha spinte a sognare e a osare inseguire i loro sogni. Ha rimesso in moto, in senso sia ginnico sia esistenziale, tanta gente che fino ad allora era così incollata al divano di casa da risultarne indistinguibile. Come parte in causa, voglio aggiungere che in questo il Tor è stato supportato dalla ricerca scientifica e che a sua volta la ricerca stessa ha trovato in questa gara un terreno molto fertile per accrescere le conoscenze (nel box in queste pagine trovate un elenco di quelli che secondo me sono gli studi più interessanti generati dal Tor, suddivisi per argomenti). Questo spostamento in avanti dei limiti è molto sano perché è connesso al riconoscere la realtà, a negoziarla, a sperimentarla. Non va confuso con il suo opposto, ovvero la perdita del senso dei limiti che caratterizza la nostra epoca: qualcosa di invece molto meno sano. Se il primo ha a che fare con la lotta per aumentare il potere degli individui su loro stessi, il secondo è solo una compensazione illusoria a un senso di impotenza.

Gli studi
Ecco alcune delle interessanti ricerche scientifiche ispirate dal Tor Des Géants, divise per argomenti.

Regolazione del costo energetico della corsa nelle gare endurance
Influence of the world’s most challenging mountain ultramarathon on energy cost and running mechanics. Vernillo G., Savoldelli A., Zignoli A., Trabucchi P., Pellegrini B., Millet G.P., Schena F. Eur J Appl Physiol. 2014 May; 114(5):929-39.
An Extreme Mountain Ultra-Marathon Decreases the Cost of Uphill Walking and Running. Vernillo G., Savoldelli A., Skafidas S., Zignoli A., La Torre A., Pellegrini B., Giardini G., Trabucchi P., Millet G.P., Schena F. Front Physiol. 2016 Nov 8; 7:530.
The Energetics during the World’s Most Challenging Mountain Ultra-Marathon-A Case Study at the Tor des Geants®. Savoldelli A., Fornasiero A., Trabucchi P., Limonta E., La Torre A., Degache F., Pellegrini B., Millet G.P., Vernillo G., Schena F. Front Physiol. 2017 Dec 5; 8:1003.

Modificazioni biomeccaniche, coordinative e dell’equilibrio
Alterations in postural control during the World’s Most Challenging Mountain Ultra-Marathon. Degache F, Van Zaen J., Oehen L., Guex K., Trabucchi P., Millet G. PLoS One. 2014 Jan 21; 9(1):e84554.
Postural Control Follows a Bi-Phasic Alteration Pattern During Mountain Ultra-Marathon. Front Physiol. Degache F., Serain E., Vernillo G., Meyer F., Falbriard M., Savoldelli A., Guex K., Millet G.P. 2019 Jan 17; 9:1971.

Effetti respiratori e polmonari dell’ultradistanza
Changes in lung function during an extreme mountain ultramarathon. Vernillo G., Rinaldo N., Giorgi A., Esposito F., Trabucchi P., Millet G.P., Schena F. Scand J Med Sci Sports. 2015 Aug 25; (4):e374-80.

Conseguenze dei percorsi ultra sulle dinamiche dell’ossigenazione muscolare
Effects of Ultratrail Running on Skeletal-Muscle Oxygenation Dynamics. Vernillo G., Brighenti A., Limonta E., Trabucchi P., Malatesta D., Millet G.P., Schena F. Int J Sports Physiol Perform. 2017 Apr; 12(4):496-504.

Ritenzione di liquidi a livello muscolare durante il Tor
The increase in hydric volume is associated to contractile impairment in the calf after the world’s most extreme mountain ultra-marathon. Vitiello D., Degache F., Saugy J.J., Place N., Schena F., Millet G.P. Extrem Physiol Med. 2015 Oct 20; 4:18.

Alterazione delle funzioni neuromuscolari durante il Tor
Alterations of Neuromuscular Function after the World’s Most Challenging Mountain Ultra-Marathon. Saugy J., Place N., Millet G.Y., Degache F., Schena F., Millet G.P. PLoS One. 2013 Jun 26; 8(6):e65596.

Cronache da dentro
Una premessa: se vi aspettate un resoconto autocelebrativo, pieno di gesta eroiche e del Narciso che è in noi, sappiate in anticipo che non sono bravo a scrivere quel genere di cose. Da anni sto andando all’Anonima Alcolisti dell’Ego per cercare di smettere.

La prima volta che ho percorso il Tor è stato durante l’edizione zero, undici anni fa. Undici anni in cui sono cambiate tante cose, non solo riguardo la gara: anch’io ovviamente non sono più lo stesso di un tempo.

Questa è la mia quinta volta al traguardo del Tor, ma dopo una pausa durata vari anni. Sono qui perché gli organizzatori, in occasione del decennale, hanno regalato l’iscrizione ai quattro finisher di quel primo test: un gesto molto generoso e, per quel che mi riguarda, inaspettato. Una delle cose che il tempo ha cambiato è il rapporto con la gara stessa: a differenza di altre edizioni non ho nessuna pressione interiore nei confronti della classifica o del crono finale. Voglio solo arrivare entro il tempo limite.

La parola limite ricorre. L’ho adoperata nella prima parte di questo reportage, ma è ritornata molte volte durante la competizione.

È un termine di cui sono sempre stato molto consapevole, ma il passare del tempo me l’ha reso ancora più presente. Accettare il limite permette di riscoprire il sacro, ovvero consente di recuperare il senso dell’illimitato, di ciò che è più grande di te; e questo, nel caso del Tor, è la magnificenza del mondo naturale che ti circonda.

Solo se sei capace di sentirti nulla di fronte al cosmo puoi coglierne la bellezza. Se invece sei pieno di te stesso, raccoglierai solo il tuo ego. Questa edizione è quella dove ho più apprezzato la meraviglia degli scenari del Tor. Non avere fretta mi ha permesso di fermarmi quando volevo per contemplare i paesaggi. I tramonti, l’alba, i cieli stellati, il mutare della forma delle montagne man mano che ci muovevamo nella loro direzione: tutto questo mi ha fatto pensare allo Shinrin-Yoku, quella parte della medicina giapponese che sostiene che il contatto con la natura abbia effetti terapeutici.

Sentirsi nulla al cospetto dell’immensità è una specie di linfodrenaggio per l’anima. La bellezza è uno dei segreti di questo ultratrail. Mi chiedo: se il Tor si svolgesse in un contesto più urbano o in un ambiente più brutto, a parità di chilometri e di dislivello, di quanto aumenterebbe la percentuale dei ritirati? Perché, a parità di dispendio energetico (la ricerca lo ha dimostrato, anche con gli studi citati nel box), la sensazione di fatica è diversa se senti che ciò che stai facendo ha un significato e non è un semplice annaspare fine a se stesso.

Ma forse mi sto sbagliando. Al rifugio Sogno di Berdzé due concorrenti armeggiano con uno smartphone: “Ciao a tutti, benvenuti alla nostra diretta Facebook dal Tor”, comincia uno dei due. E lì, al cospetto di questi adepti dell’Ego, ossessionati dall’angoscia di dover apparire e piacere a tutti i costi, ho capito con forza che la bellezza del mondo può salvarti solo se glielo permetti.

Alpini in gara, una storia di leadership e autoefficacia
Se c’è una sfida nella sfida, potrebbe essere questa: ultimare il Tor des Géants come team, cioè portando un gruppo compatto dall’inizio alla fine. Istintivamente, al neofita viene da pensare che il gruppo possa essere un facilitatore dell’impresa. Niente di più lontano dal vero: se si decide di vincolarsi reciprocamente nel cammino tutto diventa più problematico e le difficoltà individuali risultano moltiplicate dal collettivo.

Qualche esempio pratico? Poniamo di partire in dieci: bisognerà considerare che i momenti di crisi che periodicamente e inevitabilmente si presentano al singolo atleta durante la gara verranno decuplicati in termini di frequenza. Perché il singolo non si dovrà fermare o rallentare solo quando è in crisi lui, ma anche ogni volta che nel gruppo una persona sta male. Ma non è solo questo: l’andatura sarà dettata dal più lento in quel momento. Un ritmo al quale, con uno sforzo in più, tutti dovranno adattarsi. In sintesi, il gruppo si trova in un contesto dove la pazienza, il disagio e la tolleranza alla frustrazione di ogni membro, già messi a dura prova dalla gara, vengono ulteriormente esasperati. E dove i tempi ordinari si allungano mostruosamente, pur rimanendo immutate le barriere orarie, i temuti “cancelli” fondamentalmente pensati a misura di una gara individuale. Fino alla 10ª edizione nessuno aveva ultimato il Tor in gruppo, se si eccettua il caso della già più volte citata edizione zero, dove però i soggetti erano solo quattro.

La sfida, quindi, era lì da dieci edizioni: chi alla fine l’ha raccolta è stato Giulio Monti, o dovrei meglio dire il Tenente Colonnello Giulio Monti, comandante del 5° Reggimento della Brigata Alpina Julia di stanza a Vipiteno. A dire il vero il comandante – già finisher dell’ultratrail in anni passati – non ha cercato la sfida fine a se stessa.

Come uno degli animatori del progetto “Over the Top 2” (programma dello Stato Maggiore dell’Esercito che persegue l’ottimizzazione della capacità di adattamento psicofisico dei combattenti di fronte allo stress bellico), infatti, si era reso conto della somiglianza straordinaria tra il Tor e il contesto di molte missioni operative: la necessità di sostenere sforzi prolungati, il doversi misurare con la deprivazione da sonno, con il rischio di calo nelle capacità cognitive e decisionali, con lo stress emozionale e la presenza costante di dolore e disagio. Da qui l’idea rivoluzionaria, ma anche straordinariamente creativa, di utilizzare l’ultratrail come strumento per l’addestramento militare. Detto, fatto: dopo mesi di allenamento specifico e dopo aver testato d’estate l’intero percorso, venti Alpini sono al nastro di partenza.

Una parte del gruppo degli Alpini

All’interno del team è presente una catena di comando, mentre è previsto che il Comandante gareggi individualmente. Perdonatemi se, raccontando questa esperienza, vado direttamente al punto centrale, a ciò che per me è stato illuminante. Avrò modo in altri contesti di raccontare la loro prova in modo più approfondito. Perché per me Giulio Monti è un amico e – assieme alle colleghe psicologhe dello Stato Maggiore dell’Esercito e all’Università di Verona – stiamo compiendo uno studio scientifico su questa esperienza straordinaria.

Per farla breve, dalla partenza in poi ha luogo una decimazione: a partire da Planaval (43° km) cominciano i ritiri. Uno dopo l’altro i membri del team si staccano e i superstiti si avvicinano a Donnas (150° km) distrutti fisicamente, demotivati e convinti di non potercela fare (nota: lo sappiamo perché il loro senso di autoefficacia e il livello di fatica percepita sono stati monitorati insieme agli indicatori cardiaci di stress). Qui si verifica qualcosa di straordinario: il Comandante, che è al corrente della situazione nelle retrovie, decide di fermarsi ad aspettarli. Sacrifica la sua gara individuale (era piazzato ottimamente) in nome di un bene superiore. Si riuniscono e ripartono insieme. Manca più della metà del percorso, ma alla fine arriveranno insieme (salvo ulteriori due ritiri per motivi medici): cinque alpini che sfileranno con la bandiera sul tratto finale, acclamati dal pubblico di Courmayeur. Lo straordinario è che la percezione di fatica e il senso di autoefficacia tendano a scendere dopo Donnas, nonostante l’aumentare dei chilometri.

Che cosa è successo? Azzardo delle ipotesi, aspettando che il lavoro sui dati le confermi: quel particolare tipo di relazione umana significativa che denominiamo leadership è in grado di rimodulare la percezione degli eventi e di se stessi. Il Tenente Colonnello Giulio Monti non ha detto “armiamoci e partite”, non è stato solo un capo in senso gerarchico. Era credibile perché si era già sporcato le mani: aveva accompagnato i suoi uomini negli allenamenti e loro sapevano che lui aveva già terminato il Tor. Mi sto riferendo a quel preciso effetto psicologico che viene utilizzato per spiegare il superamento dei record e che ho descritto in vari articoli e libri. Nel momento in cui Roger Bannister batte il primato dei 4’ sul miglio, di colpo centinaia di atleti in tutto il mondo sono in grado di eguagliarlo. Questo succede perché i discorsi penetrano debolmente nel cervello umano; invece, di fronte a un modello concreto il senso di autoefficacia aumenta e cambia la percezione dei propri limiti.

Credo che questa storia presenti molti risvolti interessanti e non solo per il campo militare. Una delle funzioni dei leader è quella di innalzare il senso di autoefficacia nei propri adepti: è questo che conferisce loro il potere di trascinarli verso gli obiettivi. Non basta indossare il grado per ottenere questo.

Se il Comandante Giulio Monti fosse stato un ufficiale limitatosi a ordinare: “Proseguite!” standosene fuori gara, sono convinto che tutti si sarebbero fermati a Donnas.

Se ricordate la storia di Ernest Shackleton e della sua miracolosa capacità di trascinare i suoi uomini dall’inferno verso la salvezza, ritroverete gli stessi precisi ingredienti.

Pietro Trabucchi

Pietro Trabucchi
Pietro Trabucchi è uno psicologo che si occupa da sempre di prestazione sportiva, in particolare di discipline di resistenza.

E’ stato Psicologo della Squadra Olimpica Italiana di Sci di Fondo alle Olimpiadi di Torino 2006 e per molti anni psicologo delle Squadre Nazionali di Triathlon. Ora – con grande soddisfazione – si dedica alle Squadre Nazionali di Ultramaratona e alla Squadra Olimpica di Canottaggio, oltre che di numerosi atleti di sport di resistenza.
Autore di diversi libri, è Professore incaricato presso l’Università di Verona, e collabora con il Centro di ricerca in Bioingegneria e Scienze motorie di Rovereto (oggi Cerism) e con l’Istituto di Scienze dello Sport di Roma. Si è occupato di formazione in varie aziende sul tema della motivazione e della gestione dello stress.

Ha una doppia formazione universitaria, a dispetto del passato di studente riottoso nella scuola dell’obbligo: una laurea in psicologia ed un’altra ad indirizzo sociologico. L’influenza sociologica si rivela nell’importanza che attribuisce all’ambiente, ai fattori culturali e all’esercizio nel determinare la struttura mentale.

Iniziata la pratica delle arti marziali da bambino, in seguito diventato appassionato praticante di discipline di endurance e di alpinismo. Ha scalato l’Everest dal versante nord in occasione della spedizione “Everest Vitesse” (2005) ed ha diverse spedizioni extraeuropee al suo attivo (Elbrus, Kilimanjiaro, Aconcagua, Everest, McKinley). Nel 2016 ha organizzato la spedizione scientifica “Alaska Stress Challenge” che scalato il Denali, cima più alta del Nord America.

Ha corso e terminato 5 volte sia il Tor des Geants che la PTL; e Yukon Artic e “Rock and Ice Ultra” nell’Artico canadese. Corre quando riesce e ama sia la teoria che la pratica dell’allenamento. Vive in Valle d’Aosta.

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10 anni di Tor des Géants ultima modifica: 2019-12-19T05:50:30+01:00 da GognaBlog

42 pensieri su “10 anni di Tor des Géants”

  1. 42
    lorenzo merlo says:

    Rivisitare il concetto di limite da dato fermo e oggettivo a scelta personale e dunque considerare la resilienza come un campo da attraversare, di dimensione variabile in funzione della nostra condizione, riporta su noi la responsabilità di tutto. Evolutivamente parlando un bel passaggio. 

  2. 41
    lorenzo merlo says:

    A un certo punto hanno impedito ai trial di muoversi in montagna. Ragioni ambientali. Oggi un solo praticante è perseguibile dalla legge e tendenzialmente metaforicamente lapidabile dal resto del mondo. Come del resto avviene per i rari raduni motoristici in ambiente montano. Tuttavia, la dimensione ambientale e culturale pare non riguardare il crescente ripetersi dei grandi raduni delle gare in montagna. Dagli stessi lapidatori di un ragazzino in moto. 

  3. 40
    Carlo Crovella says:

    “Comprendere” un fenomeno non significa “approvarlo”. A me interessa analizzare il fenomeno “gare di corsa in montagna”, ma non lo approvo e non lo approvero’ mai. Troppo distante dai miei parametri ideologici. L9 considero un elemento oggettivamente negativo per la montagna. Non contesto tanto il semplice correre in montagna, quanto l’affollamento delle gare. Se uno corresse per i fatti suoi, sarebbe un semplice escursionista che va più veloce dei soliti trekker. Invece gare come il Tor significano MILLE individui ammassati come sardine, almeno alla partenza. Poi si sgrananeranno lungo il percorso, ma restano i punti di ristoro, quelli di pernottamento, il via vai dell’organizzazione, elicotteri, classifiche, altoparlanti, chiasso, puzza di motori, 700 euro di iscrizione, benpensantismo del volersi dipengere come benefattori per aver motivato gli amanti del divano. Insomma il non plus ultra dell’abominevole mondo dell’anti appassionati di montagna. La montagna non ne può più e non ne possono più neppure gli appassionati tradizionali della montagna!

  4. 39
    Giacomo Govi says:

    Per chiarire. Io trovo sinceramente ammirevoli gli sforzi di Pasini ed altri di tenere in piedi qualcosa che assomigli ad una discussione. Pero’ pare che l’ interlocutore ( essenzialmente uno ) non sia interessato a comprendere alcun fenomeno… Ma solo a ripetere che a lui quando va in montagna non piace trovare gente tra i piedi… E certo, se uno non e’ interessato ai fastidi del Crovella fa meglio ad leggere altrove.

  5. 38
    Fabio Bertoncelli says:

    Bisogna censurare i commenti che contengono insulti.
    Non è accettabile che i partecipanti a una discussione ‒ finora svoltasi con toni civili ‒ vengano definiti «pazzi», con disprezzo.

  6. 37
    Carlo Crovella says:

    Circa i commenti 34 e 35, quello che è incomprensibile è il fastidio di alcuni nei confronti di certe discussioni.
    Se tali discussioni non vi interessano, perché non andate oltre?
    Anche a me capita, certe mattine, di vedere il post del giorno, prendere atto che magari non mi ispira di lasciare un commento e… tutto finisce lì, non ci torno più. Ho giornate talmente piene che se un argomento non mi ispira non ci perdo sopra nemmeno mezzo secondo…
    Perché non seguite anche voi la stessa prassi?
    Tra l’altro ho già spiegato milioni di volte che non ho nessuna “frustrazione”, come costantemente ipotizzato da qualcuno. Viceversa ho delle idee, sui fenomeni della montagna, come le ho su qualsiasi tipologia di fenomeno della realtà, italiana o internazionale, attuale o del passato. Prendo posizioni perché esprimo tali miei idee, molto semplice , no?
    Anziché voler scandagliare le presunte frustrazioni, da cui sarei affetto, concentratevi a cercare di comprendere come mai insistete a leggere commenti che non vi interessano.

  7. 36
    Roberto Pasini says:

    Pazzi, indulgenza, discussione non seria…forse si cercava solo contribuire alla comprensione di un fenomeno in crescita, andando oltre le semplificazioni. Comunque chiudiamola qui.

  8. 35
    Giacomo Govi says:

    Visentini io sono della tua opinione ma lo sbaglio e’ di pensare che si tratti di  una discussione seria. I corridori si disperano e argomentano instancabili per cercare di strappare a Crovella una pur minima indulgenza che gli eviti l’etichetta del cannibale. Sfugge il motivo di tanta preoccupazione…

  9. 34
    Luca Visentini says:

    Gogna, diversificali o contienili. Sono pazzi. Non lo meriti.

  10. 33
    Carlo Crovella says:

    Apprezzo le esperienze personali e private, quale quella di fare il Tor privatamente, come hai fatto tu.
    L’ammassarsi in una competizione per motivi “socializzanti” non ha nulla di diverso dalle sardine in piazza e non c’entra nulla con la montagna. Allora “sardinatevi” in una piazza cittadina e alleggerite la pressione antropica sulla montagna.
    Non ho nessuna esigenza di privarmi della facoltà di provare disprezzo quando un qualsiasi fenomeno me lo genera.
    Oggi, con.piacere, ho dedicato molto tempo al dialogo, nonostante le incombenze professionali connesse al fine anno. Non penso di poter disporre di altro tempo per il dialogo, anche perché le posizioni ideologiche sono ormai definite e, dove non combaciano, saranno irreversibilmente inconciliabili anche in futuro.
    Buona serata a tutti e tanti auguri di buone feste!

  11. 32
    Roberto Pasini says:

    Lasciamo per un attimo da parte la sostenibilità. Io ho fatto quello che dici tu. Ho percorso da solo fuori stagione l’itinerario con modalità adeguate alle mie possibilità: a pezzi, non correndo di notte e fermandomi negli alberghetti di fondo valle, dormendo e mangiando bene. Mi è piaciuto e mi ha dato belle sensazioni ugualmente. Tu dimentichi però che molti sentono il richiamo dell’essere parte di una comunità che condivide anche per pochi giorni alcuni obiettivi a differenza di quello che accade della lotta quotidiana per la sopravvivenza. Tu lo disprezzi ma fa parte degli orientamenti umani, non tutti amano essere soli per ricaricarsi e poi tornare a valle più sereni. Altri vogliono fare un’esperienza forte in condizioni abbastanza protette e magari essendo seguiti dai loro cari. Agli arrivi un nonno con la sua numerosa schiera di nipoti ad attenderlo portava una maglietta “corro ma non scappo”. A me non fa andare il latte alle ginocchia, anzi un po’ mi commuovo. Non disprezzo  neppure questo. Oggi vado volentieri a fare vie plasir in svizzera, ben assicurate. 40 anni fa ero più disposto a rischiare di più ma va bene così, non solo siamo diversi dagli altri, ma anche noi cambiamo (non tutti). Poi c’è la compatibilità ma prima bisogna togliere di mezzo il disprezzo.

  12. 31
    Carlo Crovella says:

    Una cosa è correre in montagna, altra cosa, significativamente diversa, è correre nell’ambito di una competizione, il cui modello organizzativo garantisce la sicurezza e la “cissa” intellettuale. Il contesto “gasa”: è quello che attira.
    Se vi piace correre per correre (cosa che io rispetto, anche se poi avanzò considerazioni generali sul numero totale di individuo in montagna), perché non vi limitate a correre e basta?
    Fuor di metafora: perché non percorrete da soli (e fuori  calendario) l’itinerario del Tor?
    Perché in realtà ciò che vi “muove” non è il semplice piacere di correre e basta, ma il contesto che ci sta intorno, l’arena massmediatica in cui vi immergete nei giorni ufficiali del Tor.
    Guardate quante foto girano, scattate dai partecipanti stessi con “trofei” come il pettorale con numero personalizzato, il selfie con il vincitore, la premiazione ufficiale ecc ecc ecc.
    Tutte cose che non esisterebbero in una corrispondente percorrenza individuale e solitaria dello stesso itinerario, in altro calendario.
    È contro questo specifico risvolto che rivolgo le mie critiche: le foto di questo articolo, come quelle a corredo di altri simili, mi ricordano le sardine in piazza, non la vera crescita intellettuale ed emotiva che deriva da una frequentazione tradizionale dell’alpinismo.

  13. 30
    Paolo Gallese says:

    Colgo l’occasione per parlare delle donne, visto che è stato suggerito lo spunto.
    Lavoro in ambienti a forte maggioranza femminile da quando ho cominciato e ho spesso parlato con loro dell’argomento Natura, avventura, ecc.
    Premetto che molte di loro sono naturaliste, dunque in qualche modo orientate.
    Eppure, ciò che maggiormente interessa alle donne sembrano essere le relazioni, il sociale (inteso qui come insieme dei variegati aspetti che caratterizzano la compagine umana), più che l’avventura fine a sé stessa.
    La fascinazione della Natura è un aspetto certamente importante, ma non al punto da distoglierle dal lori interesse primario.
    È forse più questa, che dimensioni legate alla forza fisica o mentale, una delle ragioni per cui ci sono meno donne impegnate nel mondo dell’avventura (quella vera intendo).
    Le dinamiche tra le persone (nei sentimenti, nelle amicizie, nel lavoro, o addirittura nella politica, nell’economia, ecc.) sono il loro preferito campo di analisi e di dimensione esistenziale.
    Le eccezioni sono numerose ed oggi, io ne sono contento, in aumento. Personalmente, donne forti, intelligenti e attive, mi fanno sentire più a mio agio che non il contrario.
    Tuttavia anche molte di esse mi hanno confermato questo aspetto peculiare della loro “natura”. 
    Semplicemente è una delle cose che ci rende diversi, che ci fa vivere con sensibilità differenti, con aspettative a volte opposte.
    Ma trovo sia anche una ricchezza: nell’ambiente naturale diventa interessantissimo confrontarsi con una donna, per esempio.
    Anzi, credo che proprio la diversità che ci caratterizza, favorisca una sorta di nuovo incontro in Natura, lontano dalle contaminazioni e dai condizionamenti sociali e culturali.
    Ma al di là di pensieri che, da parte mia, potrebbero sfociare nel romantico, alla fine dei conti una normale buona dose di buon senso tra persone, avvicina oltre ogni schematismo misogeno.

  14. 29
    Fabio Bertoncelli says:

    Domanda di Fabio Bertoncelli a Marcello Cominetti: «Chi è Roger Waters e che cosa suona di bello?».
    Risposta di Marcello Cominetti a Fabio Bertoncelli: «😖⚡😡🔪🤬🧨 … ignorante 💣».
    … … …
    😂😂😂
     

  15. 28
    roberto pasini says:

    Mi piacerebbe sapere se Crovella considera anche questo blog un luogo prettamente maschile dove maschi maturi ed extra-maturi (solo cronologicamente ovvio) si rifugiano temendo la minaccia di queste menadi scatenate che sono le nuove femmine. Secondo la sua previsione tra poco sareme dunque invasi. Che bello! Come vecchio stambecco mi piacerebbe tanto! purtroppo ho chiesto a qualche amica più giovane “perchè non intervieni anche tu su gognablog?”. La risposta è stata “Tu sei matto. Non ho mica tempo da perdere come voi che vi fate le pip..e tutto il giornoe vi divertire a competere su chi c’è l’ha più lungo”. Ho abbassato le mie orecchie, mi sono messo le scarpe e sono andato a correre in montagna (da solo).

  16. 27
    Riccardo says:

    Perdonatemi, ma mi sento tirato in causa. Non mi ritengo un cacasotto, nè “frastornato, confuso, disorientato e soprattutto spaventato (cit.), ma semplicemente corro in montagna perchè mi piace, e mi piace di più che andare su roccia o ghiaccio, cosa che ho fatto in passato. Le donne? Mi battono già oggi in gran numero, e lo faranno ancora di più in futuro, ma non è questo ciò che mi interessa. Ognuno è libero di pensarla come vuole, per carità, avendo però provato personalmente ciò di cui parla, non per sentito dire… e quindi sorrido, e cito il Poeta: non ti curar di loro, ma guarda e passa!

  17. 26
    Fabio Bertoncelli says:

    Ragazzi, mi sembra che il buon Crovella oggi stia trascurando i suoi conti di fine anno. 😊😊😊

  18. 25
    Carlo Crovella says:

    Il concetto di cacasotto si collega al modello organizzativo che offre sicurezza, non al fatto di correre in quanto tale. Il modello delle gare offre sicurezza psicologica, perché consente di considerarsi “estremi”, ma all’interno di un meccanismo che garantisce la sicurezza oggettiva: giochi col fuoco, senza il rischio di bruciarti. Qui lo si applica alla corsa, ma vale per qualsiasi tipo di impostazione analoga. Per esempio, quelli che dicono “IO FACCIO RAFTING” in realtà salgono su un gommone e vengono portati dalla guida-timoniere. Provano brividi, vivono adrenalina, ma non “FANNO” veramente rafting. Ma non ce l’ho con il rafting in particolare, anzi. Stigmatizzo questo modello sociale e psicologico: lo trovo ridicolo e sputtanante.
    —————
    Il concetto di maschio cacasotto non ha niente a che fare con l’eventuale omosessualità, neppure nascosta. Se vi guardate in giro, i maschi che oggi hanno sui 40-50 anni sono tutti disorientati, nel senso che hanno perso l’orientamento (esistenziale). Allevati ancora da mamme tradizionali, ‘sti poveretti devono contrapporsi alle “nuove” donne, aggressive e “cazzute” (d’animo). Per loro la vita è solo più una valle di frustrazioni: relazioni, famiglia, figli, lavoro, sport, perfino il sesso (inteso come farlo) sono terreni in cui i maschi vengono sbeffeggiati ogni giorno dalle nuove donne. Normale che si rintanino in “luoghi” sicuri, in contesti  dove vigono ancora, formalmente, i riferimenti prettamente maschili. Ma le nuove donne non avranno remore a conquistare tutti i territori, anche quelli tradizionalmente maschili: fra 10 anni le gare saranno sistematicamente vinte da donne, come classifica assoluta, e i maschi si defileranno perché non sarà più “cosa loro”.
    ———————
    Per quanto riguarda il diritto di frequentare la montagna, in linea di principio riguarderebbe tutti. Il problema è che NON c’è più spazio per tutti e bisogna quindi avere il coraggio di imporre delle scelte. Io preferisco riconoscere il diritto di andare in montagna agli alpinisti piuttosto che ai runner. Anche fra gli alpinisti, ci sono delle differenze, ma di questo ho già parlato in passato.

  19. 24
    Roberto Pasini says:

    Fabio, il seno protettivo della mamma o il sogno del pene di marmo (l’eburneo fallo dannunziano) sono un po’ spiegazioni da psicologia popolare da talk-show televisivo della mattina, ma anche il piacere da solo non basta come leva motivazionale, almeno in un evento come il TOR. Le piaghe che vedo nelle basi vita hanno poco a che fare col piacere. C’è una gamma probabilmente più articolata di spiegazioni e motivazioni. Gli studi che cita Trabucchi sono tutti prevalentemente sugli aspetti fisici. Sto setacciando nel tempo libero la rete ma trovo poco. Se incappo in qualcosa di interessante proverò a proporlo su questa piazza.

  20. 23

    Se Roger Waters a 75 anni ha detto di essere per fortuna ancora giovane e di poter fare quindi ancora tanta musica, io a 58 anni posso ancora avere obiettivi relativamente pretenziosi.

  21. 22

    Se Roger Waters a 75 anni ha detto di essere per fortuna ancora giovane e di poter fare quindi ancora tanta musica, io a 58 anni posso ancora aspirare, se non al 9b, almeno all’ 8b+

  22. 21
    Fabio Bertoncelli says:

    La nota guida alpina Marcello Cominetti accoglie i suoi clienti cosí:
    “Ricordati che devi morire”.  😬😬😬
    … … …
    😂😂😂

  23. 20
    Roberto Pasini says:

    E’ il lato oscuro della resilience: la testardaggine. Accanirsi su uno schema/obiettivo che non funziona fino allo sfinimento vuol dire consumare inutilmente le energie. La resilienza senza flessibilità è pericolosa. Putroppo anche la flessibilità e la capacità di adattamento hanno i loro lati oscuri:inconsistenza e rinuncia precoce. Purtroppo le virtu’/capacità non sempre sono allocate nell’uomo in modo equilibrato. Spesso è il risultato di un’esistenza conquistare questo bilanciamento, in montagna come nella vita. Per quanto riguarda il tema del rischio è pericoloso un giudizio valoriale: non ci sono cacasotto ed eroi. Anche gli eroi possono essere considerati degli irresponsabili narcisisti o aspiranti suicidi dai sopravvissuti. Dipende dal punto di vista.Ho appena riletto “L’ossessione dell’Eiger” scritto dal figlio di John Harlin, rimasto orfano a nove anni, un’età in cui è difficile capire perchè tuo padre ti ha lasciato da solo per seguire la sua ossessine, con bellissima prefazione di Mirella Tenderini sul tema dei sopravvissuti, che di solito non vengono mai intervistati dopo le morti eroiche dei conquistatori dell’inutile. Ognuno accetta il livello che ritiene giusto per sè e gli altri nelle diverse fasi della vita, non è per questo nè migliore nè peggiore di chi fa scelte diverse. Una persona che conosciamo scrisse “Non ci sono rocce buone e rocce cattive, ma buoni alpinisti e cattivi alpinisti”. Quando seguendo il budda mi ritrovai sulla puddinga del Castello della Pietra capii che io ero un cattivo alpinista, ma forse non un cattivo uomo.

  24. 19
    Fabio Bertoncelli says:

    I podisti corrono in montagna perché sentono nostalgia della protezione materna? perché provano invidia del pene di Rocco Siffredi?
     
    E se invece corressero in montagna semplicemente per il loro piacere?

  25. 18
    Fabio Bertoncelli says:

    In quanto alla frase di Trabucchi sulle condizioni meteorologiche, come Fantozzi salgo idealmente sul palco e grido: “Per me la frase di Trabucchi è una [censura] pazzesca!”.

  26. 17
    Fabio Bertoncelli says:

    Marcello, pur avendo piú di cinquanta anni, ti senti ancora giovane. Bravo!
     
    La gioia di vivere è contagiosa: spero di esserne contagiato.

  27. 16

    Dimenticavo, la frase di Trabucchi: non esistono condizioni meteo sfavorevoli ma solo uomini che si arrendono è una cazzata mostruosa. E’ vero che ognuno pone il proprio limite di sopportazione dove vuole, ma forse si riferisce al correre su un percorso pieno di bandierine e assistenza, perché in alpinismo le cose non rispecchiano proprio quella dicitura.
    Infine, l’esempio di Shakleton, che da tutti viene additato come un eroe senza macchia, non lo condivido. Quando Shakleton partì per l’antartide lo fece a bordo di una nave assolutamente inadatta e lo sapeva. Infatti l’Endurance si spezzò e affondò non appena i ghiacci l’avvolsero. Anni prima un certo Nansen aveva dimostrato con una certa “barchetta”, la Fram, che si poteva restare imprigionati nei ghiacci e sopravvivere. Ma la Fram era costruita per quello. Come le navi rompighiaccio oggi sono costruite a quello scopo. Nessuno attraverserebbe il Polo Nord con un traghetto della Tirrenia!
    Quando Shakleton si accorse della cazzata che aveva fatto, perché non aveva fatto tesoro dell’esperienza dei norvegesi della Fram peccando di britannica presunzione, fu certamente bravo a riportare tutti a casa sani e salvi. Purtroppo in Europa c’era la guerra e la maggior parte di loro morì poco dopo in combattimento. Triste storia.

  28. 15

    E’ sicuramente vero che questo tipo di atleti cerca l’estremo in sicurezza delle gare organizzate ma come vietargli di andare a farle? Mica siamo tutti uguali? Allora quelli che vanno con la guida alpina in montagna? Criminalizziamo pure quelli, così mi tocca cambiare mestiere, mannaggia. Ho perso un sacco di clienti perché premettevo prima di un’uscita che in montagna ci sono mille pericoli e si può morire come niente, ma la realtà è questa.
    L’articolo di Trabucchi (che avevo già letto) mi sembra equilibrato e limpido. La sua opinione merita rispetto anche se non si è d’accordo.  Anche l’attività alpinistica del Trabucchi rispecchia quell’estremo in (relativa) sicurezza, visto il tipo di salite, non certo dal valore alpinistico notevole, anzi…Ma siamo in tanti, troppi e la libertà di ognuno si restringe inevitabilmente. Io non sento questo soffocamento che avverte Crovella, ma lo capisco. Cerco di starne fuori e ci riesco. Si può, ma vivo in montagna e posso gestirmi tempi e modalità meglio di chi parte dalla città. Sull’aspetto psicologico le varianti e le tipologie sono così numerose che mi impegnerei semmai a valutare il fenomeno nel suo dettaglio motivazionale individuale, piuttosto che generalizzando. Pensavo che da persona matura avrei potuto dedicarmi alle corse in montagna, ma sono ancora giovane, però condivido con Crovella di essere un immaturo, infatti mi dico: se fossi una persona matura non sarei di certo un alpinista.

  29. 14
    Roberto Pasini says:

    Scontro fisico coi pompieri, confronto di dotazione personale….cose da veri maschietti. Suvvia, un po’ di ironia. E’ un modo di sublimare l’aggressività. Non fa male a nessuno, ne a se’ ne agli altri. 

  30. 13
    Fabio Bertoncelli says:

    Non mi piace la folla, tanto meno in montagna. Non gradisco la mentalità agonistica, tanto meno in montagna.
     
    Però pure i podisti hanno il diritto di frequentarla, assieme ai ciclisti e alle comitive del CAI. Ciò che conta è il rispetto per l’ambiente.
     
    Invece agli automezzi dovrebbero essere vietati i sentieri, le carrarecce, le strade sterrate e quelle ghiaiate, salvo che per lavoro. Le motoslitte dovrebbero essere proibite dappertutto, così come l’elicottero per lo sci e per i voli panoramici.
    Gli alpinisti, gli escursionisti e gli scialpinisti dovrebbero limitare al massimo l’uso degli impianti di risalita. Gli sciatori di pista… beh, quelli per il rispetto ambientale sono perduti: lo sci di pista devasta le montagne.

  31. 12
    Carlo Crovella says:

    Sono convinto che le donne prenderanno progressivamente possesso dei piani alti nelle classifiche delle gare stile trail. Sta accadendo in tutti i risvolti della vita, perché non dovrebbe maturare anche in quel mondo?
    Ebbene quando le donne si imporranno nelle classifiche assolute delle gare, vedrete che i maschi tenderanno a cambiare attività. In effetti che reazione psicologica può avere un maschio che arriva centesimo, dopo 99 donne??? Si sentirà una “m” e si sposterà verso un’altra attività che gli apparirà come la nuova gonna materna. Non avrà neppure il coraggio psicologico di dirlo apertamente, inventerà scuse più o meno plausibili, dalle ginocchia doloranti al venir meno della motivazione agonistica, ma il vero motivo sarà quello che ho descritto.
    PS: non ho alcun timore reverenziale nei confronti di nessuno, neppure sul piano prettamente fisico. Non cerco di attacar briga, ma se il citato pompiere dovesse assalirmi, bhe… troverà pane per i suoi denti, sono ben corazzato. Non vedo quindi motivo per evitare di metter piede in VdA, ci andrò ogni volta che ne avrò voglia.

  32. 11
    Roberto Pasini says:

    Vedo che Crovella, a differenza della mia amica psicologa, considera i trail runner maschi che fanno le gare come nostalgici della protezione materna più che come invidiosi emulatori del Rocco nazionale. Non ha usato l'”infame” termine che si usa in questi casi , ma ci siamo andati vicino. Attenzione Carlo, rischi grosso, non più solo cannibali ma anche quella cosa là. Di solito molti maschi non gradiscono, evita la Val d’Aosta in quei giorni. Scherzo ovviamente. Povero Bosatelli, virile pompiere bergamasco e poveri alpini della Julia. Credevate di essere maschietti che vogliono testare i loro limiti, invece qualcuno vi considera dei cacasotto alla ricerca della mamma TOR, anche se il nome della gara propenderebbe a pensare  ad un orientamento maschilista. Botte da destra e da sinistra. Per fortuna hanno sviluppato mediamente una certa resilienza.

  33. 10
    paolo says:

    Interessante leggere ciò che Marco Bernardi scrive su UP climbing 5, spero di poterne riportare qualche parola senza creare problemi a nessuno. Lo dice per l’arrampicata, ma penso valga per tutte le attività sportive della montagna.
    “….. l’alpinismo stava generando un figlio…. vero e proprio sport con regole rigorose… meravigliosa espressione di intelligenza motoria, coordinazione, forza e velocità….. si sarebbe definitivamente staccato…..”
    “La componente sportiva prenderà anche in me il sopravvento, ma è altra cosa, altre motivazioni e valori…. su quelle pareti cercavo l’armonia …”

  34. 9
    Enri says:

    Crovella, devi scusarmi, ma vorrei essere del tutto esplicito, un’ultima volta. Ma non hai ancora capito che la gente che fa il TOR o UTMB o altre gare, o perlomeno la grandissima parte di loro, lo fa proprio perchè si corre in montagna e se si corresse sulla statale da Milano a Torino a Genova non correrebbe affatto? è cosi difficile rendersene conto? senza per questo dire che è un mondo perfetto ma senza nemmeno continuare con questa inutile e sciocca litania che in montagna ci dovrebbero andare solo i veri appassionati? Ma tu credi che uno che si fa 350 km a piedi in 3, in 5 o anche fossero 10 giorni è uno che non ha passione per la montagna? Pensi che sia un matto esaltato che sia focalizzato solo sul gesto atletico senza niente altro? Ma allora questo modo di vedere le cose è potenzialmente applicabile a tutti coloro che fanno alpinismo ed a tutti i grandi dell’alpinismo. E anche se fosse, ha tutto il diritto di andarci in montagna, anche correndo. Per uscire da questa diatriba inutile e che non porta a nulla,  in particolare per uscire da una visione “medioevale” del frequentare la montagna, per cercare di comprendere il mondo che ci sta attorno, possiamo accettare che vi sia un fenomeno come quello dei trail che ha portato molti a frequentare la montagna? e che questo alla fine è positivo perchè ha sviluppato in molti la cultura dell’impegno, della fatica, del darsi obiettivi ecc. ecc.? Negli anni 80 io ero un ragazzino, nelle vacanze in montagna ero uno dei pochissimi che si alzava presto per fare gite, ghiacciai ecc.. I miei amici, per la maggior parte, si svegliavano alle 12, gironzolavano per la valle su motorini improbabili e alla sera fuori fino a tardi e cosi via. E tutti allora si lamentavano che era una generazione di sfaccendati. Oggi quando vedo dei 15enni che si allenano, che corrono, che vivono la montagna in questo modo rimango piacevolmente sorpreso. Crovella, la montagna non deve essere per pochi (e guarda caso, quando tu lo dici, immagino che fra quei pochi tu ti ritenga dentro a pieno diritto): in montagna c’è posto per tutti e se questo crea problemi di affollamento allora dobbiamo fare cultura del rispetto, immaginare soluzioni di miglioramento, provare a persuadere quella parte, ritengo minoritaria, di chi fa trail e se ne infischia dell’ambiente. Ma dire che in montagna questa gente non ci deve andare, scusami, è una sciocchezza che è un insulto all’intelligenza di chi legge e scrive.
    Mi piacerebbe qui leggere opinioni anche molto diverse ma che avessero un senso e spesso le leggo, anche nella loro diversità. Ma continuare a dire che le gare vanno fermate è una cosa, alla fine, semplicemente senza senso e per questo inutile.
    Parliamo del TOR e del fatto che porta danni all’ambiente e allo stesso tempo continuiamo a non parlare delle centinaia di SUV che inondano in un solo giorno ad agosto la piazzetta di cervinia o di courmajeur. E  noi invece ci occupiamo di screditare quelli che fanno il TOR? ma di cosa stiamo parlando.
    Io ho sempre fatto alpinismo, arrampicata libera, e non ho mai fatto Trail. Anche se il divertimento di andare veloce e leggero in  montagna mi è sempre piaciuto. Ma quando ho incontrato persone che si sono messe un paio di scarpe e hanno corso per giorni o fosse anche solo per qualche ora, ho incontrato un sano spirito sportivo, voglia di faticare ed anche voglia di respirare l’aria ed il paesaggio sopra i 2000 metri. Non è il mio modo di andare in montagna, ma tanto di cappello. Quando vedo i ragazzi che si preparano e gareggiano penso sempre a quelle generazioni di adolsecenti di 15 anni di cui parlavo prima, “sdraiati” (come li definrebbe Michele Serra), che in passato nei mesi di agosto in vacanza nemmeno sapevano di stare in montagna. Se le gare hanno aperto nella mente e nel cuore di qualcuno la passione, ben vengano. Che poi questo debba tradursi nel totale rispetto per gli altri, per l’ambiente questo è certo, è cosa per nulla facile, lo sappiamo, ma non per questo bisogna mettere il “cancello a Quincinetto” e far passare in Valle D’Aosta solo i veri appassionati, valutati tali da un non meglio specificato Tribunale della misura della Passione.
    Ho trovato l’articolo finalmente interessante ed equilibrato, leggendo le esperienze alpinistiche e professionali dello scrittore, non poteva essere diversamente.
    U saluto a tutti

  35. 8
    Roberto Pasini says:

    Una mia amica psicologa che lavora all’Humanitas nel reparto terapia intensiva (importante realtà ospedaliera milanese) mi dice spesso: voi maschi ( e intende dire tu e il tuo amichetto Pietro) siete attratti dalla resilience legata alla prestazione e studiate come migliorarla. Questa è la resilience dei forti, che vogliono diventare ancora più forti. Lei dice in verità “fallica”, nel suo linguaggio psicanalitico. Noi donne siamo attratte più dalla resistenza dei danneggiati e dei sofferenti e cerchiamo di migliorala perchè di solito siamo noi a gestire questi aspetti della vita. Per questo voi guardate i film di avventura e noi le serie televisive di ambientazione medico-sanitaria. Io mi difendo disperatamente, rivendicando il mio buonismo senile, ma ogni tanto mi sento colpito e affondato.

  36. 7
    Carlo Crovella says:

    Non sono affatto uno psicologo. Non lo sono di professione e non lo sono per vocazione: non mi interessa “motivare” gli altri. Ho già detto che chi vuole fa e chi non vuole stia (sul divano). Ma ho leggiucchiato anche di psicologia, per curiosità (leggo, con cognizione di causa, un po’ di tutto). Nelle mie letture psicologiche una frase mi ha colpito. Suona più o meno così: Sigmund Freud affermò che, salvo rare eccezioni, gli esseri umani sono disposti a barattare la libertà per la sicurezza. Questo perché la libertà comporta vertigini, disorientamento, paura. Insomma meglio il porto sicuro al mare aperto. Questo concetto mi è tornato in mente proprio con riferimento ai runner di montagna. L’alpinista (metaforicamente) esce in mare aperto, invece il runner corre dentro un modello organizzato, dove la “sicurezza” è proprio il primo punto garantito dall’organizzazione. Le gare in montagna sono un tipico prodotto della nostra attuale società “sicuritaria”, consumistica ed edonistica. “Estremo, ma sicuro”: questa la sintesi. Mi fa venire il voltastomaco. Ecco perché disprezzo quel mondo. Se andiamo con i numeri alla mano, probabilmente ci sono altri fenomeni che si svolgono in montagna e che producono un “peso” antropico analogo o forse anche superiore di quello delle gare. Ma verso le gare stile trial nutro una condanna senza appello di tipo ideologico.
    ———————
    I maschi si rifugiano nelle gare (ovvero all’interno di un modello che garantisce la sicurezza) perché il maschio di oggi è frastornato, confuso, disorientato e soprattutto spaventato di fronte alle donne agguerrite che stanno prendendo possesso della realtà. E’ giusto che arrivino le donne a comandare la società, ma ciò ha scoperto gli altarini: il maschio tipico è un cacasotto e se lo togli dal precedente modello sociale (quello delle donne sottomesse) si scopre “nudo” e allora deve correre a nascondersi dietro le gonne della mamma. Metaforicamente il modello delle gare è un succedaneo delle gonne materne. Sottoponete questa tesi a Trabucchi, voi che lo conoscete di persona, e sentiamo cosa ha da dirci. Io affermo che chi cerca modelli organizzativi di protezione (come quello delle gare) sia un maschio immaturo che non è diventato adulto. Facendo il Tor si sente “figo” senza rischiare e soprattutto si sente “figo” alla faccia delle donne aggressive che lo frustrano nella vita di tutti i giorni. Se non ci fossero i succedanei delle gonne materne, se ne starebbe spiaggiato sul divano, non appesantendo la pressione antropica sulle montagne. Per questo motivo ho elaborato un disprezzo intellettuale verso il mondo delle gare, i suoi partecipanti e chi spaccia come meritoria l’attività di “motivarli”.

  37. 6
    Riccardo says:

    E si ritorna a parlare di Tor, ma con un altro approccio. La pancia lascia il posto al rigore scientifico. Le conclusioni di Pietro sono a mio parere molto interessanti, ma anche io, come Roberto, sollevo l’argomento “donna nel trail”. Credo sarebbe interessante un approfondimento degli aspetti già esplorati nel campione maschile anche nell’universo femminile. Moglie e amiche trailers hanno approccio, reazioni, aspettative e sentimenti diversi dai miei: le donne nei trail stanno aumentando in modo esponenziale!

  38. 5
    Roberto Pasini says:

    Propongo di uscire dallo schema classico guelfi e ghibellini. Basta, per favore. Ha già dato quel che poteva dare e si perderebbero una serie di altri spunti interessanti proposti dall’articolo. Ci provo con uno spunto che mi ha colpito e di cui ho già chiaccherato con Trabucchi. Interessante l’esperienza del gruppo di alpini e delle tematiche connesse della leadership e del suo influsso sulle prestazioni individuali. L’unico limite è che si trattava di soli maschi. Li ho osservati a lungo nella base vita di Valgrisanche dove ho fatto il volontario. Dinamiche molto maschili, attenzione non ho detto “macho”, solo maschili. Un pò come su questo blog:provate a far leggere alcuni dei nostri scambi a vostri interlocutori femminili fuori dal giro montagna. Io l’ho fatto e taccio per carità verso me stesso per primo. I tempi stanno cambiando. Nella palestra di arrampicata che frequento quando piove ci sono molte giovani donne, non più pochi soggetti, a volte un po’ particolari, come in montagna in passato (mia moglie dice che frequento la palestra per questo, ma è un’infamia). Anche fuori si incontrano sempre più numerose cordate femminili o miste, prevalentemente di giovani. Mi piace osservare con curiosità i comportamenti e noto differenze importanti nelle dinamiche tra loro e con i compagni maschi. Forse anche la resilienza femminile (da sempre molto sviluppata, verso il dolore e la sofferenza soprattutto) è diversa nelle sue leve e forme da quella maschile. Vedremo. Il 31% dei climber sportivi nel mondo sono donne.

  39. 4
    Paolo Gallese says:

    È la prima volta che leggo un lungo articolo scritto da chi pratica sul serio questa attività sulla quale, premetto, non ho pregiudizi.
    L’ho riletto due volte, ma resto colpito dalla forte estraneità intellettuale, che percepisco in me, scorrendone le parole. È proprio un mondo diverso, culturalmente, psicologicamente.
    E non colgo il “modo” del loro entusiasmo. Proprio non ci riesco ed è, probabilmente, il motivo per cui non ho mai corso in generale (se non obbligato da necessità di allenamento ad alcuni contesti).
    È tuttavia affascinante sapere quanto, il tizio o la tizia incontrati lungo il sentiero per caso (mi sposto sempre per lasciarli passare ottenendo cortesi sorrisi nella gran parte dei casi) siano “alieni” al mio modo di pensare.
    Non ho presunzioni, benché qualcosina da dire, soprattutto sul modo di intendere la relazione con il concetto e la realtà della cosiddetta “resa”, bé, la avrei.
    PS: Crovella, attendevo anche io il tuo passaggio!

  40. 3
    Carlo Crovella says:

    La mia posizione (negativa) sulle gare in montagna è nota. Ora mi concentro unicamente su un risvolto aggiuntivo che mi infastidisce particolarmente: la pretesa di ingentilire, addirittura nobilitare, questa attività con finalità “umanitarie”. In sintesi: le gare (il Tor nella fattispecie) sarebbero una cosa ammirevole anche perché fanno motivare persone altrimenti sdraiate sul divano. Questa tesi a me fa “venire il latte alle ginocchia” (espressione torinese che penso sia auto-esplicativa). Che bisogno c’è di “motivare” individui che se ne starebbero comodamente sul divano? Lasciateli pure sul divano! Chi non ha in sé il motore per una qualsiasi attività (un lavoro, un amore, uno sport…) vuol dire che è meglio che NON si impegni in quella attività!
    ————————
    Inoltre: se proprio non riuscite a rinunciare al desiderio di “motivare” gli individui, ma perché li indirizzate in modo specifico a correre in montagna? Mandateli a correre in altri contesti! Possono veder nascere in loro delle motivazioni anche praticando attività tipo triatlhon, maratone cittadine, mezzofondo ciclistiche… No! invece insistete testardamente a farli andare in montagna, aumentando la pressione antropica sulla montagna. E’ sbagliato: c’è troppa gente in montagna, la montagna non ne può più e non ne possono più i veri appassionati di montagna.
    #Piùmontagnaperpochi

  41. 2
    Fabio Bertoncelli says:

    Oggi Alessandro è come un torero che sventola il drappo rosso al toro Crovella. Olé!

  42. 1
    Fabio Bertoncelli says:

    Carlo, abbandona le scartoffie e commenta: qui c’è pane per i tuoi denti.

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