17 giorni sull’Huascaran

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17 giorni sull’Huascaran (GPM 056)
di Gian Piero Motti
(pubblicato su Rivista della Montagna, dicembre 1977)

Quando all’inizio dell’estate apparve sui quotidiani la notizia che Renato Casarotto aveva compiuto un’eccezionale scalata solitaria sulla parete nord dell’Huascaran, molti, anche alpinisti, rimasero del tutto sorpresi. Erano certamente pochi coloro che conoscevano Casarotto e sapevano cosa c’era a monte di questa realizzazione.

Renato Casarotto ha 29 anni e vive a Vicenza. E’ quindi cresciuto in seno all’alpinismo veneto. Un alpinismo molto conservatore e tradizionale, anzi fierodi queste tradizioni. Sappiamo, e la storia ce lo insegna, che è più probabile la nascita e la crescita di un fenomeno in seno a un ambiente inibente, piuttosto che in seno a un ambiente aperto ad ogni manifestazione della personalità umana.

Si potrebbe formulare un’equazione del genere: in seno a un ambiente conservatore, la ribellione creativa ganeralmente si convoglia in pochi o in un solo individuo che, per così dire, catalizza tutta l’energia e si manifesta in azioni eccezionali. Se invece l’ambiente è progressista e più aperto, è più facile che vi sia una reazione inversa, ossia, che i tradizionalisti si raccolgano in un gruppo che cerca di restaurare i vecchi valori praticando un alpinismo “duro” o all’insegna del vecchio moralismo distrutto dai rivoluzionari, che ormai guardano più lontano verso spazi più creativi e meno stretti.

L’apertura dell’articolo di Rivista della Montagna, dicembre 1977

Non stupisca quindi il fenomeno Casarotto. Comincia ad arrampicare nel 1969, durante il servizio militare. Gli piace, e ben presto realizza ripetizioni di grande prestigio sulle pareti dolomitiche. Ma la potente energia che ribolle in lui, lo porta verso la scalata solitaria. Quando parli con Casarotto subito ti accorgi che hai a che fare con una persona estremamente determinata, posseduta dal fuoco dell’azione, un demone però che egli riesce a mediare e domare sotto la morsa di una volontà ferrea. Se le concezioni di Casarotto sono arditissime, bisogna però dire che egli nel passaggio all’azione diviene freddo, analitico e metodico come un Bonatti. Casarotto dice che «l’alpinismo solitario è l’aspirazione massima di un alpinista»… e che «una buona parte di alpinisti non capisce chi lo pratica e non ne condivide i motivi e le ambizioni che spingono ad agire in tal senso». Ma afferma anche che egli da solo non prova angoscia e disagio, anzi, entra in una condizione in cui tutto gli riesce più facile e ordinato… «ma bisogna contare solo sulle proprie capacità e sulle proprie forze. Gli esempi del passato parlano chiaro: solo pochissimi solitari possono narrare le loro esperienze».

Dunque per Casarotto limitare il rischio è fattore fondamentale, un problema che esige una costante tecnica di autoassicurazione, che sia garante di sicurezza in ogni situazione. Poiché «l’imprevisto è sempre possibile e basta un nonnulla per farci cadere, per quanto forti e preparati ci sentiamo… Certamente il destino della nostra vita, per un buon novanta per cento, dipende da noi stessi. Il vivere è troppo importante, la vita troppo interessante, e il rischiare in un certo modo è un gioco che non può valere la candela. Criterio fondamentale è che la propria capacità, misurabile con l’esperienza, deve essere superiore alle difficoltà da vincere. La volontà non deve portarci oltre le nostre possibilità, oltre la nostra resistenza fisica e psichica. Ma l’alpinista, solitario e non, deve sapere che il rischio può essere contenuto entro limiti accettabili, purché si prendano certe precauzioni. Alpinismo infatti vuol dire tecnica, ragionamento e ponderatezza nell’affrontare imprevisti e difficoltà, sia di arrampicata che di altro genere».

Renato Casarotto

Dunque Casarotto non improvvisa. Si serve del metodo empirico per verificare se stesso sul terreno pratico e per dare credibilità alle sue aspirazioni. E infatti i risultati di questo metodo non sono mancati. Il primo successo è stata la solitaria invernale della dura via Simon-Rossi sulla parete nord del Pelmo, vinta in cinque giorni di scalata. Casarotto afferma che se non si fosse sentito veramente all’altezza delle difficoltà, sarebbe disceso: e noi gli crediamo. Viene poi un’impresa d’eccezione, la prima invernale solitaria della via Andrich-Faé sulla Punta Civetta, un’arrampicata libera di classe straordinaria, assai valutata anche ai giorni nostri. E sono ben sei giorni di scalata. Molti ora vorranno sapere se Casarotto si serve di allenamenti raffinati e particolari. Ecco la sua risposta: «L’intervallo del lavoro, tra l’una e le tre, quasi tutti i giorni lo dedico alla corsa. Il resto del tempo libero lo dedico all’arrampicata in palestra o in montagna. In palestra mi sforzo di superare passaggi sempre più duri, oppure di tentare difficoltà che a un primo esame mi sembrano insormontabili». Tutto qui. Altri vorranno forse conoscere la tecnica di autoassicurazione che egli adotta, ma di questo parleremo al termine, anche perché Casarotto dice «non sono geloso del mio metodo ed è proprio per questo che lo voglio far conoscere. E’ un metodo funzionale ed efficiente, in quanto l’ho provato più e più volte di persona. Mi sarebbe di grande soddisfazione se questo mio contributo servisse a smuovere le acque e a suscitare un serio dibattito sul tema». L’attività dolomitica di Casarotto è più che notevole, anche se sconosciuta a molti. Basti ricordare la prima ripetizione della via Cozzolino (via dei Fachiri, NdR) sulla parete sud della Cima Scotoni, tentata invano da arrampicatori di classe indiscussa. Oppure una via aperta nel gruppo delle Pale di San Lucano, dove «ho superato un diedro che secondo me era di settimo grado. Infatti inviai la nota tecnica alle Alpi Venete per la pubblicazione, ma la redazione mi consigliò di essere cauto nei giudizi e non pubblicò la mia relazione per non suscitare scandalo e polemiche in seno agli ambienti alpinistici veneti». L’impresa compiuta sull’Huascaran lo ha portato alla ribalta del grande pubblico. Casarotto lo ha capito, ma resta ben saldo nella sua realtà esistenziale. Ora i suoi desideri sono quelli di vivere d’alpinismo e per l’alpinismo, di dedicare tutta la sua energia e il suo potenziale psico-fisico alla montagna. Secondo Casarotto (che parla evidentemente dell’ambiente in cui è maturato) «siamo indietro, noi italiani, di decenni. Bisogna fare un sacco di cose, bisogna creare un ambiente diverso, bisogna mutare il modo di pensare». Il suo desiderio è quello di vedere, di conoscere, di avere frequenti contatti con alpinisti stranieri. Il suo alpinismo ora è il grande alpinismo extraeuropeo, quello di punta, d’attacco. Per ora discorsi di tipo californiano o filosofie estetizzanti lo interessano meno. E se si analizza il suo contesto esistenziale, è giusto che sia così. L’esperienza deve percorrere tutto il suo cammino. Ora quest’energia, tenuta compressa e prigioniera, non deve esplodere in forma distruttiva, ma deve trovare sfogo ordinato in manifestazioni altamente creative, logiche in un dato contesto ambientale repressivo, anche se ad alcuni imprese come quella dell’Huascaran possono sembrare il gesto di un ambizioso o di un temerario. Ma conoscendo Casarotto si comprende invece che non lo sono affatto: sono lo svolgimento naturale di un’ipotesi di base. Eppure, e questo lo si deve pur dire, l’impresa di Casarotto è una data storica, e un’azione umana che apre il cammino a molte realizzazioni del genere in alpinismo. Bonatti segnò un limite per le Alpi con la solitaria invernale sulla Nord del Cervino. Buhl lo fece per l’Himalaya con la solitaria del Nanga Parbat. Messner con la sua carriera folgorante realizza una sintesi tra Buhl e Bonatti. Ma Casarotto porta il discorso ancora più oltre, ossia egli rompe questa sintesi messneriana in due poli: uno di avanzamento, determinato dalla sua impresa sull’Huascaran, e uno conservatore, determinato dal limite raggiunto dall’alpinismo solitario prima della sua impresa. Casarotto sulla Nord dell’Huascaran è rimasto 17 giorni da solo e ha superato difficoltà estreme su ogni terreno: ghiaccio, roccia e misto, sia in arrampicata libera che artificiale. Eppure lui stesso dice: «Certamente ognuno può comportarsi e agire come meglio crede e fare ciò che gli sembra più opportuno. Dovrebbe però prevalere sempre il buon senso in tutto quello che facciamo, sia in montagna che altrove… L’alpinismo dovrebbe insegnarci a superare anche le difficoltà della vita, della vita di tutti i giorni, a tirare avanti con più equilibrio… E sappiamo pure quanti momenti difficili, quanti momenti di crisi tocchino a ciascuno di noi».

Nevado Huandoy Ovest e Nevado Huandoy Nord, dai pressi del campo avanzato di Casarotto

La salita del futuro
di Enrico Camanni
(pubblicato su Rivista della Montagna, dicembre 1977)

Il Nevado Huascaran, la cui Cima Sud raggiunge i 6768 metri d’altezza, è la più alta montagna della Cordìllera Bianca e di tutte le Ande Peruviane. Al tormentato versante sud-ovest della via normale, un lungo percorso su ghiaccio che non presenta grosse difficoltà tecniche, ma che è notevolmente complicato per via dei seracchi e delle vaste zone crepacciate, si contrappone la spettacolare parete nord della Cima Nord 6655 m, un’immensa muraglia concava e trapezoidale, alta all’incirca 1600 metri. Se nella parte inferiore predomina il terreno misto, più si sale e più la parete, acquistando in verticalità, diventa prevalentemente rocciosa, con salti di un’esposizione quasi dolomitica; ma l’insidia e il pericolo principale sono costituiti dai crolli di ghiaccio e dalle scariche di sassi che precipitano in continuazione lungo la parete, la cui conformazione è estremamente complessa. E sono proprio le valanghe che caratterizzano in modo drammatico la storia di questo martoriato versante.

Nel 1966 una forte spedizione francese, dopo averne tentato invano la salita, giunge in vetta mantenendosi molto a destra della parete. Nel 1970 tutti i 15 membri di una spedizione cecoslovacca vengono travolti ed uccisi da un’immane valanga; la spaventosa catastrofe, legata al disastroso terremoto che causò quasi centomila vittime nel Perù, crea un alone di morte su questa bastionata, mentre la cresta est viene vinta da una spedizione americana. Il 16 giugno 1976, infine, un’altra valanga travolge gli alpinisti Carlo Demenego e Raniero Valleferro, membri della spedizione degli Scoiattoli di Cortina; la tragedia, che conferma la pericolosità delle scariche, avviene alla base del pilastro che va a confluire nella parte alta della cresta est. Questi recentissimi avvenimenti, tutti succedutisi sul versante nord della montagna, valgono a inquadrare l’entità del problema, delineando in modo particolare la grande barriera psicologica che andava superata per accostarsi ad un ulteriore tentativo. Sorge abbastanza spontaneo il paragone con la parete nord dell’Eiger, anche per il dislivello di poco inferiore; all’unico vantaggio a favore dell’Huascaran rappresentato dalla migliore esposizione (nell’emisfero australe il nord corrisponde al mezzogiorno), si contrappongono la lunghezza e la problematicità dell’avvicinamento, l’isolamento quasi completo della zona circostante, le difficoltà in roccia superiori, l’altezza maggiore di ben 2700 metri. Tutto questo in una catena come le Ande, da tempo frequentata alpinisticamente, ma solo da pochissimi anni in stile «alpino».

L’impressionante diedro di 80 metri, prima parte del tratto chiave della salita della parete nord dell’Huascaran; si notano le fessure cieche e molto rare che hanno reso la chiodatura estremamente difficile.

Renato Casarotto scopre la parete nel 1975, quando con la spedizione Riviera del Brenta tenta la Sud del Nevado Huandoy, posta proprio di fronte alla Nord dell’Huascaran. L’impresa fallisce, ma egli ritorna l’anno successivo, aggregandosi con un po’ di fortuna alla spedizione del CAI Valgandino e questa è la volta del successo; durante le soste, ricerca idealmente un itinerario nel mezzo della parete, ha modo di studiarne le caratteristiche ed il problema lo affascina. Poi, ritornato in Italia, si delinea in lui la convinzione di poterla tentare, poco per volta diventa un’idea fissa che sopravanza ogni ostacolo ed ogni dubbio. E’ convinto che esista un itinerario logico e al sicuro da pericoli oggettivi, che si tratti solamente di arrivare con una preparazione fisica e psicologica perfetta. Il 19 maggio riparte per le Ande, accompagnato unicamente dalla moglie Goretta; ad Huaraz si incontrano con Ilaria, la ragazza che resterà al Campo Base con lei e con Cesar, il portatore locale che sarà di appoggio a Renato. Il 23 raggiungono a bordo di un camioncino la laguna di Llanganuco 3800 m, dove pongono le tende e controllano tutto il materiale per la salita e per un campo avanzato sotto la parete. Renato compie alcune ricognizioni fino a ridosso del ghiacciaio molto tormentato, poi con il portatore piazza la tendina nel punto più favorevole, da dove si può raggiungere la base dello sperone centrale per la via più breve, attraversando sopra la seraccata e districandosi tra i numerosi crepacci. Nei giorni successivi, resi difficili da una prolungata assenza di Cesar colpito da presunto malessere, con un altro portatore che lo aiuta momentaneamente, trasporta tutto il materiale alla tendina, spostandola ancora più in alto a quota 5000 m circa. Il 5 giugno Casarotto comincia ad attrezzare con tutte le corde di cui dispone la prima parte dello sperone centrale, unico punto al riparo dalle scariche. Il giorno 7 congeda i portatori e attacca.

Arrampicando su terreno misto, all’inizio trova molto ghiaccio e neve che, lavorati dal sole e dal gelo, formano enormi stalattiti e cascate fantastiche. Il giorno 9 si imbatte in due tendine d’alta quota e in materiale da scalata, probabilmente abbandonati dalla sventurata spedizione cecoslovacca del 1970. Mentre al mattino il tempo si mantiene generalmente sereno fino verso le 10, dopo sopraggiungono regolarmente la nebbia e le nubi e nevica ogni giorno, talvolta anche di notte; si può immaginare che genere di problemi possa originare tutto ciò, specie nei tratti rocciosi più delicati e meno verticali. Il giorno 12 raggiunge la base di un diedro molto pronunciato e impressionante che, con il tetto successivo, costituisce il passaggio chiave della salita. Lo attacca il giorno seguente: 80-90 metri di arrampicata estrema, su roccia friabile e con fessure cieche, dove i chiodi danno pochissima garanzia e la progressione richiede un’attenzione sfibrante. Raggiunge infine uno strapiombo di quattro metri, non evitabile, di roccia marcia; a questo punto ricorre a un artifizio estremo: forma un «lazo» con la corda e tenta ripetutamente di agganciare uno spuntone che lo sovrasta. In «extremis», legando una pietra alla corda, riesce nella manovra: è notte, deve fermarsi, ma in tal modo è stabilita la premessa indispensabile per il proseguimento. Il lancio della corda fa pensare all’analogo stratagemma adottato da Bonatti, anch’egli in solitaria, per risolvere il maggiore ostacolo sul pilastro sud-ovest del Petit Dru. Nei giorni seguenti procede su terreno più sicuro, proprio nel cuore della parete, che si rivela ancora più complessa e sterminata di come poteva apparire dal basso; l’anfiteatro è costituito da granito variopinto, con innumerevoli gradazioni di colore. Le slavine si infiltrano ovunque e solo gli speroni e gli strapiombi possono costituire un valido riparo. Il freddo aumenta progressivamente con la quota, divenendo molto intenso. Il giorno 17 raggiunge una caratteristica «L» di ghiaccio vivo, poi prosegue in roccia su forti difficoltà. A sera, facendo il punto sulla situazione e rapportando la disponibilità di viveri al rimanente sviluppo della parete, constata la necessità di far presto e decide di abbandonare tre corde, chiodi e moschettoni; le difficoltà non accennano a diminuire e il terreno misto dopo la «L» si è fatto nuovamente infido, obbligandolo a precauzioni continue.

Il primo bivacco sullo sperone centrale della parete.

Il 19 giugno (quindicesimo giorno di scalata) prende una drastica decisione, che rappresenta un grande rischio, ma è l’unico modo per abbreviare i tempi: tendina, sacco piuma, ghette pesanti e parte del materiale da scalata restano dove sono. Ora è assolutamente necessario ridurre al massimo i bivacchi e uscire al più presto.

Risale un canale continuamente interrotto da difficili salti rocciosi, di cui non riesce a intravvedere la fine. A sera si sistema nell’interno di una grossa «meringa» di ghiaccio, dà fondo agli ultimi viveri e si appresta a trascorrere la prima gelida notte senza materiale da bivacco. Il canale lo impegna per tutto il giorno successivo, con colate di ghiaccio che non danno tregua, ma la vetta è vicina e questo lo aiuta a continuare. La sera, mentre prepara lo spiazzo per l’ultimo bivacco in parete, può scambiare delle grida con tre inglesi, probabilmente impegnati sulla cresta ovest, che si delinea sulla sua destra. Il contatto umano lo rinfranca e anche il tempo sembra rischiararsi, dopo le innumerevoli e fastidiosissime nevicate che puntualmente ogni giorno ostacolavano la sua salita. Il giorno 21 supera l’ultima difficile lunghezza di corda, caratterizzata da passaggi in arrampicata libera sul V grado. Poi, con i ramponi ai piedi, risale la calotta terminale; il ghiaccio verde lascia il posto alla neve e nella nebbia più fitta si trova in vetta. Le difficoltà non sono assolutamente finite, perché il giorno volge nuovamente al termine e, aprendo lo zaino, si accorge che gli occhiali da sole sono inutilizzabili. Durante una schiarita scatta qualche foto ed effettua una carrellata con la cinepresa, poi scende rapidamente fino alla forcella Garganta, che separa le due cime dell’Huascaran. Poco sotto scava una truna nella neve e si sistema per l’ultimo penosissimo bivacco, il diciassettesimo consecutivo.

Il giorno 22 scende lentamente in direzione ovest, finendo per trovarsi alle prese con problemi molto seri. Ritorna allora sui suoi passi e punta verso est, raggiungendo infine stremato la tendina verde collocata al limite del ghiacciaio, dove più tardi si riunisce con Cesar: ha impiegato sei ore effettive di cammino dalla vetta alla morena. Il giorno seguente, quasi cieco per l’oftalmia, scende a valle assistito dal portatore.

Di fronte a un’impresa del genere e soprattutto alla durata della permanenza in parete, viene da chiedersi a quali sconosciuti ritrovati moderni sia ricorso Casarotto per risolvere tutti i grandissimi problemi cui si è trovato di fronte, a partire da quello base dell’alimentazione. Ne abbiamo parlato direttamente con lui:

Non ho portato niente di particolare e mi sono basato esclusivamente sui fattori peso e digeribilità. Trattandosi di molti giorni, non era pensabile limitare la scelta agli zuccheri ed agli alimenti altamente calorici, ma è stato necessario unire anche dei viveri nutrienti e sostanziosi; l’errore principale è che ho abbondato inizialmente nei consumi, non tenendo in adeguato conto il tempo richiesto sia dal dislivello che dalle difficoltà oggettive opposte dalla montagna. Ho comperato tutto direttamente in Perù, in un negozio qualsiasi, limitando i liofilizzati alle comunissime minestre tipo «Knorr». Per bere avevo il normale fornelletto a gas, su cui facevo fondere la neve ed il ghiaccio.

Renato Casarotto, autoscatto in vetta allo Huascaran. Ore 17 del 21 giugno 1977.

Procedendo nel discorso si viene a parlare del materiale che, trattandosi di una solitaria su una parete estrema e alta 1600 metri, acquista un’importanza primaria:
Il sacco, che pesava più di 40 kg, è stato un ostacolo molto duro per tutta la salita ed ha richiesto un grande dispendio di energie per essere trasportato; l’unico lato positivo della cosa è che mi è servito egregiamente per il sistema di autoassicurazione. A conti fatti, però, non saprei trovare assolutamente niente a cui avrei potuto rinunciare, a parte il materiale fotografico. Avevo con me: vestiario personale, quattro corde da 50 metri e una da 40, tendina e materiale da bivacco, 40 chiodi da roccia, 6 da ghiaccio, moschettoni, martello piccozza, piccozza, ramponi, radio ricetrasmittente, batterie di ricambio, medicinali, macchina fotografica 6×6, cinepresa e cavalletto».

– Che contatti avevi con la base e su quali appoggi potevi contare?
lo e Goretta eravamo in collegamento radio, che per fortuna, salvo una sera, ha sempre funzionato regolarmente; solo durante la discesa, che si è svolta sul versante opposto della montagna, non ho potuto dare mie notizie ed è stato molto penoso per lei. Nel corso della salita l’ora del collegamento, che di solito avveniva tre volte al giorno, rappresentava un momento importantissimo per il morale di entrambi e a volte siamo andati avanti a parlare a lungo prima del bivacco. In realtà si è trattato solo di un aiuto psicologico perché, nel caso di un incidente in parete, sapevo bene che dovevo contare soltanto su me stesso.
Alla laguna di Llanganuco si sono incontrati alcuni alpinisti mentre ero su: René Desmaison, che stava girando un film sulla sua salita dell’anno scorso al Nevado Huandoy, è stato sempre molto gentile con Goretta e anche la guida svizzera Romolo Nottaris si è interessato a me, rivolgendomi molti incoraggiamenti per radio; in una situazione critica, però, avrei dovuto ugualmente sbrigarmela da solo perché, su una parete del genere, un aiuto esterno sarebbe estremamente difficile.

– A proposito di collaborazione esterna, come è stata finanziata l’impresa?
In realtà io avevo ben pochi soldi da parte e tantomeno ne ho adesso: lo scoglio delle difficoltà finanziarie sembrava quasi insormontabile. Per fortuna, dopo lunghe ricerche, ho presentato il mio progetto al calzaturificio Scarpa di Asolo, che ha creduto nella mia idea e mi ha permesso di realizzarla.

– Si sono rivelate esatte le tue osservazioni circa le scariche?
Indubbiamente il percorso era sicuro nella prima parte della parete, lungo tutto lo sperone di misto. In alto, dove predominava la roccia, le scariche andavano studiate e bisognava preventivamente orientarsi nella scelta del percorso più al riparo, oltre ad attendere il momento propizio, a seconda dell’ora migliore, della temperatura, delle precipitazioni.

– Hai mai avuto la tentazione di tornare indietro?
Più che altro mi sono trovato in taluni punti nella condizione di dover rinunciare causa le difficoltà che sembravano insuperabili. I giorni più duri sono stati gli ultimi, quando sono rimasto senza mangiare e le mani erano decisamente malridotte; mi andavo accorgendo che non recuperavo più nulla sul piano fisico e che la stanchezza accumulandosi, causava in me un indebolimento progressivo. Anche le ore trascorse a riposare erano spesso tormentate dalla tensione nervosa della giornata trascorsa, che annullava ogni benefico effetto.

In tali considerazioni si delinea la caratteristica dominante di questa grandissima impresa, che è sicuramente andata oltre il vecchio limite dell’alpinismo solitario e ha infranto quella che era considerata la barriera della resistenza fisica e soprattutto psichica. Del tutto accantonata la concezione di uscire nel minor tempo possibile, perché in netta contraddizione con l’affrontare una simile parete da soli, Casarotto ha realizzato una progressiva avanzata sulla montagna, con una determinazione e una volontà assolute; opponendosi con freddezza e lucido calcolo alle avversità del tempo e alle valanghe, ha dimostrato con il normale equipaggiamento tradizionale, di poter andare molto oltre quello che altri avevano realizzato prima di lui. Ancora una volta è stato evidenziato come il maggiore ostacolo sia sempre insito nell’uomo stesso e che, finché ci sarà qualcuno che sappia analizzare l’«impossibile» e ritenga valga la pena di tentare, il limite non sarà mai definitivo.

 

A destra: Renato Casarotto in vetta all’Huascaran: sono le ore 17 del 21 giugno.

 

Disegno schematico di alpinista in arrampicata con un chiodo di rinvio intermedio; nel particolare: legatura della persona al capo libero della corda e alla corda stessa mediante due nodi Prusik.

Il mio metodo di autoassicurazione
di Renato Casarotto
(pubblicato su Rivista della Montagna, dicembre 1977)

Personalmente, quando affronto da solo una salita di un certo impegno, sia d’estate e tanto più d’inverno, uso l’autoassicurazione. Contrariamente a quanto si potrebbe credere in un primo momento, il mio metodo di autoassicurazione è piuttosto semplice, ma tuttavia molto valido. Per di più non abbisogna di materiale particolare, ma solamente di quello che ogni scalatore porta nel sacco: chiodi, corde e cordini. Forse ci sarà una perdita di tempo e di conseguenza un maggior dispendio di energìe; l’allenamento dovrà essere intensificato e riuscire quanto più possibile perfetto, in quanto il percorso dovrà essere compiuto tre volte: due in salita, una in discesa. Quando si sta per iniziare un tiro di corda, sul quale si intende procedere autoassicurati, imbragare lo zaino con un cordino a parte, lungo 5 metri circa e di almeno 8 mm; un capo di detto cordino bloccarlo su uno o due chiodi, in modo che la distanza tra lo zaino ed il punto dove è ancorato il cordino in questione sia di 1 o 2 metri. Il cordino serve a dare la dinamicità, di 1 o 2 metri, in caso di caduta, in modo da sollecitare il meno possibile l’ancoraggio. Quindi si avrà a proprio vantaggio: la dinamicità della corda (nel tratto che intercorre tra la sosta e dove ci troviamo noi stessi), del cordino (1 o 2 metri) e dello zaino che verrebbe, essendo sollecitato, a schiacciarsi un po’. Poi legare un capo della corda, mediante un nodo bolino o un nodo antifrizione, al cordino che assicura lo zaino. Realizzare due nodi prusik, con cordini da 6 mm di diametro e lunghi 50 cm circa, sulla corda legata allo zaino e fissarli alla propria imbragatura; legare anche l’altro capo della corda all’imbragatura. Fare scorrere i due Prusik sulla corda quel tanto che ci basta per superare il tratto, il passaggio, che ci interessa. Ogniqualvolta si trova un chiodo, o lo piantiamo noi, vi passiamo la corda tramite un moschettone, come nella maniera tradizionale.
Terminata la lunghezza di corda, la si blocca su uno o più chiodi e si scende a recuperare lo zaino, o arrampicando, sempre autoassicurati con un autobloccante, oppure in doppia. Caricato lo zaino sulle spalle, si risale lungo la corda fissa recuperando tutto il materiale. All’occorrenza, in presenza di parete verticale o strapiombante, si potrà recuperare il sacco dall’alto. Con tale sistema di autoassicurazione, a parte il maggior tempo occorrente, si procede mantenendo una costante assicurazione in progressione. Prima di terminare, vorrei dare un consiglio a coloro che non sentono questo richiamo, questo desiderio di cimentarsi da soli con la montagna: ritengo che sarebbe ugualmente utile conoscere questa tecnica; potrebbe rivelarsi molto utile nell’eventualità di un malaugurato imprevisto da cui fosse necessario trarsi d’impaccio da soli. Allora, ammesso che la cordata sia composta di due persone, si potrà mettere uno zaino dentro l’altro, oppure appesantirlo con alcune pietre, e si procederà nella maniera sopra descritta.
Certamente questa tecnica d’autoassicurazione, come le altre che nel tempo l’hanno preceduta, potrà, se ulteriormente sperimentata, subire alcuni miglioramenti.

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17 giorni sull’Huascaran ultima modifica: 2019-02-06T05:45:26+01:00 da GognaBlog

6 pensieri su “17 giorni sull’Huascaran”

  1. 6
    giorgiolx says:

    Francesco Gleria , la frase degli italiani indietrof orse si riferiva al viaggio in inghilterra dove disse la famosa frase, i xe superiori…

    e Motti forse non si riferiva al piccolo mondo dell’alpinismo ma faceva un ragionamento piu’ generale infatti  che da ambienti chiusi e conservatori nascano grandi tensioni “rivoluzionarie” e’ verissimo…da vicentino che e’ adesso in giro per il mondo posso dirti …infatti che, la canonica d’italia, pieno di baciabanchi e beghine varie…c’era un movimento di ribelli che non ho mai incontrato in giro per il mondo…i ragazzi della stanga, la voce del ribelle, ya basta…etc etc etc…

     

  2. 5
    Paolo Panzeri says:

    Due osservazioni sulla prima parte. Il “diedro di settimo” non è il libro aperto bellissimo salito con Radin, ma quello a destra salito con De Donà e il settimo grado (si può proporre 6c, non è chiodabile per parecchi metri e i primi ripetitori austrici dell’originale han messo un chiodo in cima a destra) sono il terzo e quarto tiro, che tutti o quasi evitano salendo le fessure a sinistra, che raggiungono il mugo come l’originale. Renato diceva che per l’Huascaran aveva dovuto avere molta pazienza e aspettare. Però non sapeva scegliere fra trittico, Cozzolino al Mangart e Gervasutti alla Est, come sua avventura invernale più gioiosa. Ma il trittico era stato un viaggio mentale per lui straordinario. Secondo me le persone che non si siano nemmeno avvicinate alla realizzazione di cose come le sue, non riescono a capire nulla e possono solo esprimersi con giustificazioni a questa loro incapacità. Al mondo Renato è riconosciuto ancora oggi come un invernalista solitario insuperato. Qui da noi Ivo ha realizzato delle bellissime salite che sembrano pura follia.

  3. 4
    Paolo Panzeri says:

    Siamo alle solite. Conoscevo bene Renato e la sua determinazione. … Da certe parti c’era e c’è sempre gente molto invidiosa…

  4. 3
    Francesco Gleria says:

    Puntuale l’articolo di Camanni, discutibili le interpretazioni di Motti sui motivi che avrebbero  favorito l’exploit di Casarotto cresciuto – secondo lui – in un ambiente alpinistico molto conservatore,  tradizionale e inibente che lo avrebbe proiettato verso azioni eccezionali. E poi più avanti, chiosando una dichiarazione di Casarotto che lamenta come gli italiani siano indietro di decenni, la ritiene  “evidentemente legata all’ambiente in cui Casarotto è maturato”. Sono valutazioni azzardate e prive di fondamento: all’epoca l’ambiente alpinistico vicentino era aperto e colloquiante fra generazioni. Io dal 1974 – avevo 30 anni – ero presidente della sezione di Vicenza del Cai  in cui era consigliere Renato Casarotto che aveva cominciato ad arrampicare con Piero Fina (accademico) e poi con Adriana Valdo (prima donna ammessa all’accademico assieme alla Metzeltin) i quali avevano 20 anni più di lui.

    Ma all’epoca l’ambiente alpinistico vicentino era anche impegnato nella difesa dell’ambiente ed è grazie ad una presa di posizione decisa delle sezioni Vicentine che è stata inserita fra gli scopi statutari del sodalizio la difesa dell’ambiente alpino. Quindi non solo alpinismo, ma anche salvaguardia al campo d’azione dell’alpinismo.

    Certo non c’erano le tensioni vissute in Piemonte  col nuovo mattino o nelle scuole Boccalatte/Gervasutti: l’animo veneto non è conflittuale ma non si può certo parlare di ambiente conservatore e tantomeno inibente.

  5. 2
    Giancarlo Venturini says:

    Un Alpinista….Immenso..!  Nella Storia…per sempre..!   C.Saluti…

  6. 1
    Alberto Benassi says:

    come si fa a catalogare l’alpinismo di Casarotto?

    grande , eccellente…..Mi sembrano aggettivi che non lo possono minimamente contenere.

    Io lo definirei UNIVERSALE nel senso di universo come luogo senza confini, che non ha dimensioni.

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