1968, rinascimento alpinistico

1968. A perfetta distanza d’un cinquantennio, la cifra oggi declina con senso storico ciò che fu un evento globale irripetibile. Il Maggio parigino, l’occupazione di aule universitarie e fabbriche, la contro-cultura, Hendrix, Beatles e Rolling Stones, minigonne e jeans. Piaccia o no, il Sessantotto simboleggerà per sempre la grande rivoluzione socioculturale accesa intorno a quell’anno dal Movimento studentesco e operaio.
Traendo le conclusioni dopo cinque decenni, il bilancio espone vittorie e sconfitte. Certo è che, allora, la ribellione travolse come un fiume in piena anche l’alpinismo, pratica umana – ricordiamolo – non certo avulsa dalla società. E in pochi anni lo spirito dissacrante dei climber californiani spazzò via gli antichi cavalieri facendo albeggiare il Nuovo Mattino. La conseguenza fu l’implosione della scala Welzenbach e l’apertura al VIl grado. Trascorso mezzo secolo, abbiamo chiesto a Enrico Camanni e Flavio Ghio cosa abbia rappresentato quel largo fascio di luce che, entrando con forza nella grande stanza buia, la illuminò di speranze, utopie e disincanti (Redazione di Alpi Venete, Mirco Gasparetto).

1968: manifestanti a Trieste. A destra, in giacca e dolcevita nero, Tiziana Weiss. Foto: C. Erné

1968, rinascimento alpinistico
di Enrico Camanni (Torino) e Flavio Ghio (Trieste)
(pubblicato su Le Alpi Venete, autunno-inverno 2018-2019)

Lettura: spessore-weight(3), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(3)

Trent’anni fa, quando proposi sulla rivista Alp sessantotto pagine dedicate al Sessantotto dell’alpinismo, fui criticato da Andrea Gobetti per la scelta del sottotitolo: «Il Sessantotto non c’entra niente con l’alpinismo – disse Andrea -, il Nuovo Mattino viene semmai da Woodstock, non dal Maggio parigino. Gian Piero Motti aveva in mente Bob Dylan e non il Movimento studentesco». In realtà bastava intendersi sulle parole (Sessantotto era già un termine inflazionato e dai significati ambigui), perché la discussione sulla paternità del Sessantotto inciampava su un equivoco di fondo che poteva essere chiarito solo se si affrontava la bivalenza della contestazione giovanile. Come aveva scritto Piero Verni nel 1998 su Re nudo, «dovrebbe essere ormai chiaro che quella stagione ormai (ahimè) lontana non fu una “cosa” sola, ma dieci, cento, mille tutte insieme. Rappresentò – è il caso di ripeterlo? – un amalgama confuso e contraddittorio di pulsioni liberatorie, romantiche, ideologiche, massimaliste, ottocentesche, spirituali, politiche, erotiche, un patchwork dirompente ed esplosivo… Accanto al ’68 politico, che divenne in breve tempo largamente maggioritario, ne esisteva un altro, più interiore, individuale, “privato” lo si sarebbe chiamato un decennio più tardi. Questo “altro ’68” era composto da giovani che guardavano a Gandhi più che al Che, ai poeti beat più che a Mao, al flower power più che alla lotta di classe, che si sentivano più ribelli che rivoluzionari, che erano attratti più dalla nonviolenza che non dalla guerriglia. Questo universo giovanile esprimeva un rifiuto della vecchia società forse ancora più radicale di quello dei coetanei che occupavano le università. E la voglia di un altrove che fosse veramente “assoluto” portò questa frangia di giovani a spaziare con lo sguardo su orizzonti molto più distanti di quanto non fossero quelli della mitologia rivoluzionaria».

Gian Piero Motti, inizio 1983. Foto: Vincenzo Pasquali

Questa è l’esatta collocazione del Nuovo Mattino: la new age degli alpinisti, un viaggio verso monti nuovi. Sulle pareti di granito eternamente baciate dal sole e folgorate da lampi psichedelici gli alpinisti cercavano il loro altrove, l’Oriente, Shangri-La, il nirvana. Ripudiavano la vecchia società alpinistica con gli indigesti riti da caserma e sacrestia, rifiutavano gli obblighi sacrificali della lotta con l’Alpe, il mito-espiazione delle cime piene di croci, gli abiti grigi della festa, le gerarchie, i distintivi, le accademie, gli uffici dei morti, provando a sostituirvi vestiti colorati, orari rilassati, allegri bivacchi sugli altipiani, giovani voci di donne, iniziazioni dai nomi dolci: Itaca nel sole, Sole nascente, Luna nascente, Il lungo cammino dei Comanches, via della Rivoluzione. Nell’ottobre del 1973 Galante e Grassi salivano la fessura centrale del Sergent e la chiamavano Cannabis, il nome scientifico della marijuana. Il sacrilegio era compiuto, come aveva anticipato il “vecchio” George Livanos: «Non contents de faire de la gymnastique sur le murs de la cathédral… ils en saccagent les sculptures».

Erano sparuti gruppi di ribelli. Definirli comunità sarebbe eccessivo. Gobetti chiamò quelli di Torino “il Mucchio Selvaggio”, dal film culto di Sam Peckinpah. Prima i torinesi, poi quelli di Sondrio, l’Ivan Guerini di Milano, l’avanguardia triestina, i pacifici arrampicatori di Reggio Emilia e i gioviali climber di Roma e dintorni.

È stata chiamata la rivoluzione dell’arrampicata, ma forse sarebbe preferibile il termine “rinascimento”, e in tal caso la definizione implica una decadenza dell’alpinismo precedente. Per capire la rivolta bisogna partire da quello che c’era prima. «L’ambiente alpinistico era quanto di più retrivo e ottusamente conservatore si possa pensare, – ha testimoniato Massimo Demichela, torinese, classe 1954 – la scuola Gervasutti di Torino ne era un esempio emblematico: si rasentava l’idiozia… Vigevano regole assolute: l’alpinismo è solo questo, il resto è merda; le scarpe da usare sono queste, il resto è merda. Alcune persone ebbero un moto di ribellione verso questa muffa, una ribellione più o meno cosciente e politicizzata, portata avanti più a livello personale che nella scia di una corrente di pensiero. Nella realtà si trattava forse di rivendicazioni minime, ma era comunque difficile ottenerle. Molto difficile».

Grignetta, Ivan Guerini sotto al Torrione Ratti, 28 ottobre 1980

L’alpinismo italiano affondava radici nella Grande Guerra. Era ancora inchiodato a una cultura maschilista e autoritaria della montagna che dopo la carneficina del Quindicidiciotto era passata attraverso la retorica del fascismo, la glorificazione dell’eroe, il nazionalismo delle spedizioni extraeuropee, la battaglia per gli ottomila himalayani e gli eroismi verticali del secondo dopoguerra. Sulle cime sventolavano le bandiere e s’innalzavano le croci, immarcescibili simboli di conquista e sacrificio. All’Italia e alla Germania, i paesi alpini segnati dal giogo delle dittature, non erano bastate l’antiretorica della Resistenza, la pace, la ricostruzione e la prosperità economica per liberarsi dal pesante passato.

Il Nuovo Mattino inizia con il vento dell’Ovest: non l’impetuoso vento dell’oceano, ma la frizzante brezza d’oltralpe. Nei primi anni Settanta Gian Piero Motti guida i giovani sulle pareti calcaree delle Prealpi francesi, oltre il Colle del Monginevro, dove i torinesi vivono grandi esperienze su piccole cime e fanno le prime scalate senza cima; finché un giorno, risalendo i soliti tornanti di Ceresole in Valle dell’Orco, Motti dice ai suoi compagni: «Ecco i nuovi orizzonti». Poi scrive: «È vero, ai piedi della parete si estende la foresta, sopra, usciti dal verticale delle rocce, ti accoglie il verde e pianeggiante altipiano. Ma quando sei impegnato in parete, vivi lo stesso “istante” che potresti vivere sul Petit Dru o sulla Civetta. È lo spirito dell’alpinismo californiano. Lo scopo non è raggiungere la vetta, e nemmeno affermare se stessi. L’arrampicata è un mezzo per vivere sensazioni più fini e profonde». E aggiunge: «Se qualcuno dirà che questo non è più alpinismo, di certo non ci sentiremo offesi… (La parete di Balma Fiorant, in Scandere, 1974)». Naturalmente Motti sapeva benissimo che cos’era l’alpinismo, perché era uno dei più colti figli della cultura alpinistica, ma non sopportava nessuna definizione dogmatica e seguiva un proprio sentiero di libertà. Non voleva imporre una nuova etica, ma superare le vecchie etiche. Non cercava il confronto con il passato, gli interessava il futuro. Non voleva neanche rinunciare all’alta montagna, che amava e desiderava ancora profondamente, ma la corsa sulle grandi pareti si era caricata di angosce e lui aveva giurato di ritornarvi solo quando si fosse sentito libero e leggero. Questa era l’utopia del Nuovo Mattino.

Per ragioni storiche e sociali la ribellione si è manifestata sulla linea Torino-Milano-Sondrio e si è espressa sulle pareti inesplorate della Valle dell’Orco e della Val di Mello, vicino alle grandi città industriali. Dove era scoppiata la contestazione studentesca nacque anche la contestazione alpinistica. Inoltre ci fu una seconda ragione di ordine estetico e filosofico, perché lo gneiss del Gran Paradiso e il ghiandone del Masino riverberavano l’immagine granitica delle big wall californiane, le gesta degli arrampicatori hippies, la vita in parete, il sogno americano. Nelle due valli delle nostre Alpi c’erano pareti sufficientemente severe per vivere delle belle avventure sognando Yosemite e sufficientemente dolci per non soffrire il freddo e la solitudine. Nessuno aveva più voglia di soffrire.

Enzo Cozzolino

Il Nuovo Mattino ha avuto una sponda importante tra le montagne valtellinesi, nell’incantevole Val di Mello, laterale della Val Masino, su un granito più gentile dello gneiss dell’Orco e su pareti ancora più alte e selvagge, con placche senza respiro. All’ombra del Pizzo Badile, esplorando salti senza cima e precipizi senza nome, i giovani ribelli lombardi hanno scoperto vie di pietra come Il risveglio di Kundalini, Alba del Nirvana e Nuova dimensione. Dopo un’infelice battuta volata a un convegno di alpinisti, i ragazzi di Sondrio hanno accettato di farsi chiamare “sassisti”, pavoneggiandosi del termine dispregiativo.

«Siete solo dei sassisti!», li avevano accusati quelli con la patacca. «Lo siamo e ce ne vantiamo. Per questo scaliamo meglio di voi». Poi c’erano i milanesi, e c’era soprattutto il carismatico Ivan Guerini che aveva portato strane idee, insegnando ai valtellinesi che si poteva scalare un masso per il piacere di giocare, senza fini di allenamento, e che scordandosi la prestazione ci si divertiva di più e si arrampicava molto meglio. Ivan aveva una baita in Val di Mello e le leggende narravano che passasse le estati a prendere il sole, fare l’amore e arrampicare. In realtà Ivan abitava con la nonna, scalava, leggeva Kerouac e Motti. Era amico-rivale dei Sassisti, comunque condivideva la filosofia.

Ernesto Lomasti

«Una notte d’agosto del 1975 – racconta la guida della Val di Mello – Ivan Guerini, disteso in un prato nei pressi del Gatto Rosso, contemplava le stelle. Era la notte di San Lorenzo, la notte dei desideri e brucianti meteoriti sparivano nell’esosfera, dietro la massa oscura della grande parete. Quella sera a Ivan, successivamente soprannominato “Il Sognatore”, sorse il desiderio di andare a vedere dove le meteoriti andavano a cadere e affibbiò alla parete l’astronomico nome di Precipizio degli Asteroidi». Così nell’estate del 1977 nasce la famosa via dell’Oceano irrazionale, uno dei primi settimi gradi.

Ma torniamo in Valle dell’Orco. Ho avuto la fortuna di ripetere le vie del Caporal, del Sergent e di Aimonin poche stagioni dopo la loro apertura e ricordo che ci avvicinavamo alle pareti come a un castello incantato, custodendo gelosamente nella tasca dei pantaloni il disegno schizzato da Motti su un foglietto di block notes. “Sembra tagliata dalla spada di un ciclope” mi aveva detto per descrivere la fessura verticale sul fantastico spigolo della Torre di Aimonin. Erano autentiche avventure, le nostre, viaggi fuori dal tempo, erano traversate di rocce misteriose e selvagge, quasi mitologiche, nonostante la vicinanza alla civiltà.

Flavio Ghio, Tiziana Weiss, Enzo Cozzolino. Archivio: Flavio Ghio.

Il mistero e l’avventura sono stati i due ingredienti fondamentali del Nuovo Mattino, in totale antitesi con i successivi sviluppi dell’arrampicata sportiva. Poi ci sono stati indubbiamente i risultati atletici dovuti a una visione più rilassata della montagna e i risultati tecnici favoriti dalle scarpette a suola liscia e dai materiali di derivazione anglosassone: i nut, innanzitutto, che univano vantaggi pratici e motivazioni ecologiche; poi le scalette di fettuccia, i chiodi americani, eccetera.

I jeans e la fascia nei capelli non erano l’unico simbolo di trasgressione; si trasgrediva di più con le dimenticanze: il casco lasciato a bella posta sul sedile dell’automobile o lo zaino abbandonato come una zavorra ai piedi della parete. «Lo zaino è la casa dell’alpinista» dicevano i vecchi, dunque restava giù. Velocità e leggerezza erano i nuovi segni di elezione, e allora si andava via in maglietta con una giacchina legata in vita «ché tanto i bivacchi son fatti per chi non sa arrampicare…». Almeno fino al 1977 tutto si è mantenuto nei territori della clandestinità, sia nei confronti del mondo alpinistico tradizionale sia, soprattutto, rispetto al mondo esterno. Ciò che oggi è moda acquisita passava per roba da svitati. Lo zaino a scuola era un simbolo quasi sovversivo e i duvet erano ben lontani dal suscitare invidie borghesi.

Marco Sterni in Madagascar. Foto: Andrea Polo.

I ragazzi del Nuovo Mattino cercavano un luogo diverso ma non nemico della città, una verità complementare ma non conflittuale all’esperienza urbana. Come gli altri giovani ascoltavano Dylan e la musica rock, come molti coetanei erano inquieti, fantasiosi e utopisti. Odiavano le ipocrisie democristiane e respingevano i tabù della tradizione. Cantavano Dylan e Guccini, sbadigliavano con i cori alpini. Posavano i vecchi scarponi della naja e scalavano con le Superga. Non frequentavano le notti delle partenze, preferivano quelle dei ritorni. Se le scuole insegnavano che la montagna è una maestra severa, loro cercavano di farsela un po’ amica.
Questo era il Nuovo Mattino.
Enrico Camanni

Qualsiasi giudizio sul Nuovo Mattino giunga da questo lembo estremo d’Italia è filtrato dalla storia.
Gli alpinisti ante-sesto grado, i mitteleuropei come Julius Kugy e Vladimiro Dougan, frequentavano le Alpi Giulie e con altrettanta passione le Alpi Occidentali.
Snobbavano le Dolomiti e Kugy spiega il motivo: «Mi parve allora che le grandiose combinazioni di roccia, ghiaccio e neve nelle Alpi occidentali ponessero all’alpinista compiti assai più grandi e di maggior rendimento che il lavoro di dettaglio sulle torri dolomitiche. Assai più delle Dolomiti, quelle montagne richiedono l’uomo intero, l’uomo la cui mente abbracci soprattutto i vasti orizzonti» (1).

Franco Miotto, Riccardo Bee e Stefano Gava dopo lo spigolo sud-ovest dello Spiz di Lagunàz, luglio 1979.

Vladimiro Dougan, uomo d’azione più che di parole e il suo compagno Andrea Pollitzer partirono per il Caucaso nel 1929, prima spedizione extraeuropea triestina, quando le spedizioni leggere erano ancora di là da venire. L’arrivo del sesto grado, di Comici, dei “garsini” dell’Alpina mandarono in quarantena quel modo di concepire la montagna, sviluppando il filone dolomitico già iniziato dalla Squadra Volante di Napoleone Cozzi, il cacciatore di torri.

Le Dolomiti divennero protagoniste. Noi, pronipoti di quella fase, sentimmo il Nuovo Mattino come qualcosa di poco dolomitico.

Così – più per storia che per riflessione, al di là dell’anomalia di un sole che sorgeva a ovest – tra il Nuovo Mattino occidentale e quello orientale non ci furono affinità elettive.

Riccardo Bee

Il Nuovo Mattino occidentale, quello doc, è stato fiancheggiato da una macchina da guerra editoriale che ha esibito i suoi fenomeni trasgressivi accompagnandoli con motivazioni socio-esistenziali sessantottine. Quello orientale fu un nuovo mattino dell’interiorità, che ospitò la montagna nel suo castello interiore sottraendola alle demolizioni in corso. Soprattutto i nuovi mattini calcareo-dolomitici furono di poche parole. Il loro manifesto era quello del 1912 di Scipio Slataper: «Ma se una parola deve nascere da te – bacia i timi selvaggi che spremono la vita dal sasso! Qui è pietrame e morte. Ma quando una genziana riesce ad alzare il capo e fiorire, è raccolto in lei tutto il cielo profondo della primavera. Premi la bocca contro la terra, e non parlare» (2).

Il disincanto riguardava la natura, si guardava al sorgere del sole con la consapevolezza che nessuna teoria ne avrebbe evitato il tramonto. Da una parte si pubblicavano articoli critici verso la ritualità, le croci sulle cime, dall’altra c’era chi scriveva sul libriccino delle ascensioni: «La mia vita finirà prima o poi, ma non voglio mi siano dedicate cime, vie, ferrate, rifugi, lapidi, cippi, nulla, solamente una cosa vi chiedo: amate la montagna ricordandovi di me». Parole private di Gianni Sferco. Sarebbero rimaste tali se non fosse precipitato nel 1967 dalla parete nord dello Spiz de Lastìa. Il padre le rese pubbliche perché fossero rispettate.

Lorenzo Massarotto

Il fiume di parole che arrivava da occidente più che alpinismo sembrava una “talk therapy for depression”.

A Trieste ci si rifaceva a Giorgio Brunner, compagno di scalate di Comici, che invitato a partecipare alla tavola rotonda Perché si va in montagna? aveva declinato l’invito con un solfureo bigliettino: «Non posso partecipare. Parto per la montagna proprio perché lì non ci sono tavole rotonde». Qui non ci fu mai una luna di miele fra l’alpinismo e la grosse Kultur. Cosa sarebbe servito vedere nel farmacista Bartolomeo Biasoletto (che erbolando salì tre volte l’Albio nella prima metà dell’Ottocento) l’illuminismo di Diderot? O in Julius Kugy il romanticismo di Schlegel, o in Napoleone Cozzi lo Sturm und Drang di Herder, o in Dougan il crepuscolarismo di Cozzano, o in Comici il decadentismo di D’Annunzio? Perché addobbare la passione per la montagna come una vetrina di Natale se la sua bellezza non è una merce?

Di quel periodo riporto le testimonianze di due protagonisti d’allora. Parlano di libertà e di follia, temi essenziali in quel periodo che trattarono così, come si gioca: «Se altri, arrampicando con una diversa cognizione, riescono ad avere la stessa mia felicità dalla montagna, per me non possono essere altro che amici che vanno alla ricerca del mio stesso fine, anche se in modo diverso» (3).

Non sono espressioni da guru. Enzo Cozzolino respingeva le guide dello spirito altrui come una versione aggiornata del capo carismatico. Uno spunto di riflessione per i futuri neo-manichei.

«Chiudendo la porta del bivacco, per un attimo ho la strana sensazione di aver perduto qualcosa, di non aver più un grande sogno da rincorrere, di doverne trovare un altro. Ma non è forse questa la grande follia dell’alpinismo?» (4).

Tiziana Weiss, che partecipa alle manifestazioni femministe, in cima al Crozzon, condensa in queste tre righe una lettura alpinistica del mito di Sisifo di Camus. Un disincanto che mette in crisi qualsiasi uso terapeutico-consolatorio della montagna.

È lecito chiedersi cosa abbiano prodotto questi esempi che spingono a mettersi in gioco, sollecitano a seguire alla propria vocazione. Conseguenti a questo spirito sono le parole di Mauro Rumez, sciatore estremo che ha portato con sé il suo valore: «Arrivato al rifugio Calassi, dopo la discesa, mi fermai a lungo a guardare la lieve traccia che avevo lasciato in parete: la sentivo mia e soltanto mia. A conferma di ciò, dopo un po’, vista l’ora ormai tarda e l’elevata temperatura, si staccò una slavina che come un colpo di spugna, cancellò ogni traccia del mio passaggio. La maggior soddisfazione la ebbi forse allora, perché sapevo che, dopo quel crollo, chiunque l’avesse ripetuta non avrebbe potuto cogliere la mia discesa. Avrebbe fatto una discesa ma la mia sarebbe stata impossibile perché non esisteva più, era precipitata a valle assieme a quella slavina, modificando la parete e rimanendo così solo nel mio ricordo» (5).

Vivere il proprio tramonto con la stessa intensità del proprio mattino. Lezioni pratiche, non citazioni colte.

Oggi i nuovi mattini sono ancora lì: tutti sotto l’orizzonte dei media. A Trieste c’è la riservatezza con cui Marco Sterni ha praticato l’alpinismo. In Alto Adige c’è Toni Zuech: delle sue tante invernali estreme, a stento mi ha parlato della Vinatzer alla Furchetta, fatta, secondo lui, per aver incontrato un primo di cordata molto bravo.

Mauro Rumez

La sua attività aggiorna la frase di Julius Kugy «Non si conosce la montagna se non la si sale d’inverno» in «Non conosce la difficoltà chi non l’affronta d’inverno.» Un nuovo mattino che vivifica le cose, non le smantella. Ci sono i veneti Gigi Da Pozzo, Renato Panciera, Pier Verri, Giampaolo Galiazzo, e i triestini Marino Babudri e Ariella Sain, che hanno portato le difficoltà di falesia in montagna senza le protezioni di falesia, ma usando quelle dell’alpinismo classico che il Nuovo Mattino aveva additato come forma di alienazione.

E ancora i friulani Roberto Mazzilis ed Ernesto Lomasti (prima solitaria del diedro del Mangart). Lomasti racconta cosa prova uno che la storia la vive dentro, senza le cartine al tornasole della critica: «Traverso a sinistra su appigli minimi fino al centro della parete, dove trovo un chiodo, più sopra un secondo e un terzo: sono di Cozzolino. Sento il sangue scorrere impazzito nelle mie vene. Anch’io sono arrivato dove è arrivato lui» (6).

E Riccardo Bee, che non ha lasciato niente tranne qualche foglietto, di cui non sappiamo nemmeno quante vie abbia aperto. Bee ha affrontato grandi pareti, come Graziano Maffei, big wall lontane da tutto, soprattutto dalla carta, difficili, complicate, repulsive. Spesso da solo.

Roberto Mazzilis

Noi triestini poi, siamo in debito verso Lorenzo Massarotto, uno che ha vissuto di lavoretti, che andava in Dolomiti col Ciao. Ha dedicato due grandi vie d’ambiente a due nostri amici caduti in montagna: Luciano Cergol sulla parete nord dell’Agner e Tiziana Weiss sullo Spiz d’Agner Nord, accanto alla via di Enzo Cozzolino.

E a seguire, quelli che hanno preferito le pareti e il silenzio, che sentiamo vicini pur non sapendo nulla di loro.

La differenza tra il Nuovo Mattino occidentale e i nuovi mattini orientali è la stessa che c’era tra l’ordine domenicano e gli ordini mendicanti. L’importante, come scrive Enzo Cozzolino, è avere lo stesso fine. Sarebbe semplice se il fine fosse raggiungibile.
Flavio Ghio

Note
(1) Kugy, Dalla vita di un alpinista, Lint, Trieste, 2000, p. 187
(2) Slataper, Il mio Carso, Mondadori, Milano, 2000, p. 84
(3) Cfr. Lo Scarpone, notiziario del CAI, 1 maggio 1972
(4) Cfr. Le Alpi Venete, n.1/1975
(5) Rumez, Il mio sci estremo, Nordpress, Trieste, 2002, p. 25
(6) Beltrame, Indietro non si torna, Vivalda, Torino, 2008, p. 131

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1968, rinascimento alpinistico ultima modifica: 2019-07-20T05:37:00+02:00 da GognaBlog

10 pensieri su “1968, rinascimento alpinistico”

  1. 10
    Luca Visentini says:

    Insomma, questo ’68 continua a infastidire qualcuno. 🙂

  2. 9
    Alberto Benassi says:

    “un ermaginato sociale” , per libera scelta o per imposizione,  non ha il diritto di contestare????

  3. 8
    LUIGI GALLY says:

    Condivido quanto scritto da Ugo, io che il ’68 l’ho vissuto in prima persona come studente/lavoratore. In quel tempo andavo in montagna come escursionista, ma ero attento a quello che succedeva nell’ambiente alpinistico.  La contestazione avveniva nella fabbrica e nella scuola. Quando piu’ tardi fine anni settanta sono andato ad arrampicare al Caporal al Sergent e alla torre Aimonin, l’ho fatto come fatto ludico, o mai compreso il concetto di NUOVO MATTINO, che peraltro era stato inventato da chi non aveva mai lavorato e che quindi non poteva contestare un bel niente in quanto emarginato sociale.

  4. 7
    Fabio Bertoncelli says:

    Caro Ugo, ben detto!
    Ti faccio i miei complimenti: prima i fatti, poi ‒ eventualmente ‒ le opinioni, ma ben distinte dai fatti. 

  5. 6
    Fabio Bertoncelli says:

    Ugo Manera – Travisamento storia    1 – 0
    Palla al centro. 

  6. 5
    Ugo Manera says:

    Del Nuovo Mattino e della Valle dell’Orco si è parlato, scritto, teorizzato troppo e chi legge oggi ne ha una visione alterata e non veritiera. Innanzitutto la scoperta dei dirupi di Balma Fiorant in valle dell’ Orco non fu fatta da giovani emergenti con tendenze contestatrici. Delle tre grandi pareti di Balma Fiorant: Caporal, Parete delle Aquile, Parete dei Falchi io sono stato il promotore (al Caporal in contemporanea con Motti) ed ho partecipato alla prima via aperta su quelle tre pareti. Ed allora non ero giovanissimo, (avevo 33 anni) ne erano giovani emergenti e tanto meno contestatori i miei compagni di quelle scalate, sulla Parete delle Aquile erano con me Dino Rabbi che di anni ne ha 9 più di me e Claudio Sant’Unione che si era giovane ma ben lontano dal di là a venire Mucchio Selvaggio. Non erano giovani emergenti neppure i compagni di cordata che con Gian Piero e con e hanno partecipato alla prima della via dei Tempi Moderni al Caporal: Boreatti e Leone. Lo stesso nome di quella parete l’ho proposto ed invento io. Su quelle tre pareti ho aperto, negli anni a seguire, 10 nuove vie. I ragazzi del cosi detto Mucchio Selvaggio sono arrivati a seguito del nostro esempio ed hanno realizzato sicuramente delle cose all’avanguardia su quelle pareti.
    Sono d’accordo con Andrea Gobetti che il sessantotto non c’entra nulla con l’alpinismo nostro, almeno di noi scopritori delle pareti a bassa quota della Valle dell’Orco.
    Quanto ai commenti espressi da Demichela sull’alpinismo torinese di allora e sulla scuola Gervasutti mi verrebbe da dire che sono delle sciocchezze ma non lo dico, mi limito a dire che non sono veritiere, non c’era a Torino nessun ambiente sclerotizzato, esistevano opinioni diverse tra di noi ma esisteva l’assoluta libertà di praticare l’alpinismo come ognuno voleva; nella scuola esistevano si delle regole elaborate concordemente tra gli istruttori ma che avevano lo scopo di garantire la massima sicurezza possibile agli allievi. Chissà se certe esternazioni fortemente critiche non siano derivate da qualche complesso di inferiorità nei confronti di che le grandi salite effettivamente le realizzava. Io allora ero preso in giro dagli amici per il mio motto “bisogna fare salite” ovviamente in piemontese, poi si parla.
    Sarò un po’ maniaco per la precisione dei fatti ma ne nello scritto proposto spicca una affermazione che non é corretta:
    Gian Piero Motti guida i giovani sulle pareti calcaree francesi oltre il Monginevro….
    Anche queste ascensione, che agli alpinisti italiani erano totalmente sconosciute,
    Partecipano scalatori torinesi di esperienza, citerò alcuni esempi: Prima italiana della via Kelle alla Tète d’Aval: Motti, Cristiano (mio coetaneo) Alberto Re (2 anni più di me) ed io; della via Desmaison sulla stessa parete: Flaviano Bessone, Manera.
    Pelle, celebre via dei Parigini: prima italiana: Motti, Manera Cristiano, Re.
    Sull’altrettanto celebre Paroi de Glandasse, nella prima via percorsa da scalatori italiani, vi parteciparono si due bravi giovanissimi emergenti: Danilo Galante ed Antonio Sacco, in cordata autonoma ma sotto gli occhi attenti miei e di Gian Piero
    E come questi vi sarebbero molti altri esempi simili nel tracciare la scoperta dei torinesi delle pareti calcaree della Prealpi Francesi.
    Queste mie osservazioni per contribuire a ricordare i fatti reali depurati da elaborazioni di fantasia.

  7. 4

    Colgo l’occasione per salutare Flavio.Farei una distinzione ancora più netta per l’alpinismo del profondo nord-est del quale voglia o non voglia sono figlio ed al quale, sempre voglia o non voglia, rimango attaccato come al cordone ombelicale della Grande Madre… Trieste…Il ’68 dalle mie parti si è vissuto in maniera forte, scontri di piazza feroci, feriti, morti… ma era un ’68 che derivava da un contesto sociale, culturale e di appartenenza,  che la città faticava a digerire perché sempre sentito come imposto, quindi la rivoluzione toccava i temi generali della contestazione ma si spingeva oltre, in abissi che il resto del Paese non comprendeva e probabilmente oggi faticherà ancora di più a comprendere.Il mondo dell’alpinismo, quella “scuola” triestina che ha sfornato sempre e da sempre grandi nomi a livello internazionale, era già in rivoluzione, da sempre… era ed è ancor’oggi a se stante senza vincoli rilucente della vera anarchia… lo stesso Comici era anarchico nelle sue imprese, tanto per parlare di uno molto conosciuto.
    Non a caso con Flavio provammo qualche anno fa a raccogliere notizie per un libro sull’alpinismo triestino ma… inutilmente… lì ognuno va per fatti suoi, con motivazioni proprie, indiscusse e ancor meno criticate… me piasi cussì (mi piace così) e viva l’A e po’ bon (tradotto in termini moderni… “ma che vuoi che m’importi fin che sto bene?”).
    Mi fa piacere leggere della figura del mio amico Mauro (Rumez) che credo sia stato veramente il top nello sci estremo e molti episodi accaduti in quegli anni lo definiscono… personaggio eclettico nei minimi termini, sconosciuto dai più temuto ( e combattuto) dai “grandi”, icona involontaria di un epopea ormai quasi dimenticata.Quella rivoluzione scatenata dal nuovo mattino a Trieste non avrebbe avuto alcun senso… c’era già ed era “istituzionale”!
     

  8. 3
    Paolo Panzeri says:

    Bell’articolo, ma da noi il 68 non c’era, c’era il 69 (guarda caso) ed è stato ben impacchettato e sigillato: la mia opinione da brontolone segue. 
    Tanti nomi più o meno bravi e seri.
    Pochi hanno fatto “cose” nuove (i soliti friulani sempre per primi), molti le hanno solo dette, parecchi hanno venduto bene il loro fallimento e la loro vanità, altri molto bravi li trovi sempre zitti.
    E dopo questi ora non ce ne sono più così tanti, bisogna “spulciare” le notizie per trovarli, faticando per capire qualcosa fra le notizie urlate in bella mostra.
    A me sembra che tutto vada come sempre, però in modo più miserello.

  9. 2
    Andrea says:

    Perfettamente d’accordo con Marcello. La resistenza della generazione del 68 ai concetti di arrampicata sportiva e di allenamento specifico è stata la stessa che aveva subito da parte di chi considerava il sesto grado il massimo raggiungibile. Bisognerebbe solo rendersi conto che i tempi cambiano.

  10. 1

    Secondo me, c’è stata una generazione (quella precedente la mia, che nel ’68 avevo 7 anni) che si e resa conto che il Cai era da abbandonare perché lì non si faceva più niente. E chi aveva voglia di fare non si gongolava sfoggiando l’epopea del sesto grado come limite raggiunto e insuperabile, perché ci si era resi conto che si poteva superare eccome! A tutto ciò si è voluto dare un nome e un’ideologia ma poteva accadare tutto anche senza. 
    Le ribellioni, le guerriglie, perfino il terrorismo e certe clandestinità, mi è sempre parso nascano laddove qualcuno non sta comodo nell’eredità che sente inadeguata e ingiusta. Non solo nell’alpinismo. La chiamerei evoluzione, attraverso qualsiasi influenza, insofferenza e corrente sia passata.

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