1978 – 1984, Scuola di Alpinismo a Torino – 1

In parecchi scritti dei protagonisti del Nuovo Mattino si legge che all’epoca la scuola CAI era una specie di reparto dell’esercito… e così ho cercato qua e là altre testimonianze. E devo dire che le due che ho pescato sono emblematiche, oltre che divertenti e piacevoli da leggere.
Che ambientino!
Sono due testimonianze di esperienze con la Gerva in quegli anni, datate 1978 e 1984. Due racconti scritti a posteriori, ricordando in modo scanzonato e divertente quelle che furono invece esperienze vissute con una buona dose di ansia e preoccupazione.
C’è da dire che l’assolutismo ottuso di cui è inzuppato il primo racconto… ehm ehm… ecco… insomma… anche oggi che siamo nel 2011 fra le braccia di Santa Madre CAI non è che si sia proprio estinto…  (Andrea Corradi, redazione di Climbing pills). A gettare sassi nello stagno riportiamo anche due citazioni.

Marco Lanzavecchia e Giuseppe Penotti, Parete dei Militi, settembre 2019

Citazione 1
«In quegli anni eravamo davanti a un ambiente alpinistico che era quanto di più retrivo e ottusamente conservatore si possa pensare. La scuola Gervasutti di Torino ne era un esempio emblematico, in cui si rasentava l’idiozia nel senso mentale anche su problemi tecnici specifici. Vigevano regole assolute: l’alpinismo è solo questo, il resto è merda; le scarpe da usare sono solo queste, il resto è merda; l’abbigliamento è questo e basta, ecc.
[Massimo Demichela, da Nuovi Mattini: il singolare sessantotto degli alpinisti, a cura di Enrico Camanni]».

Citazione 2
«In quel periodo il mondo alpinistico torinese era diviso in due fazioni: una piccola piccola, in cui c’ero anch’io; un’altra infinitamente più grande, al 90% fatta di gente antipatica e presuntuosa. Forse noi non eravamo migliori, anzi sicuramente eravamo dei rompiballe, ma almeno non ci prendevamo sul serio. Gli altri erano terribilmente seri e sicuri di avere ragione. […] (Noi) non avevamo la stessa esperienza alpinistica, ma sicuramente arrampicavamo meglio di loro. Eravamo un po’ carognette e ci divertivamo a dimostrare la nostra superiorità, li trattavamo con sufficienza.
[Roberto Bonelli, da Nuovi Mattini: il singolare sessantotto degli alpinisti, a cura di Enrico Camanni]».

Giuseppe Penotti

Primi passi. La scuola CAI
di Giuseppe Penotti
(pubblicato su climbingpills il 27 maggio 2011)

1978.
Mio padre si accorge che la mia passione per la montagna non trova più spazio sufficiente nelle lunghe e anche impegnative camminate. Ogni sasso è un occasione, un tentativo per tentare di salirlo.
Mi iscrive alla scuola di Alpinismo Gervasutti del CAI di Torino. Meglio: litiga e discute per iscrivermi.
Ho sedici anni e la prima risposta che riceve “L’alpinismo non è roba da ragazzini.”
Non ho mai saputo il motivo per cui alla fine accettarono la mia iscrizione, in tutta onestà credo che pesarono molto le amicizie di mio padre.
L’ambiente alla “Gerva” era ancora “militare” ed estremamente formale.
Anni dopo leggerò che uno dei meriti dei direttori di quel periodo fu di “svecchiare, ringiovanire e rendere meno formale” l’ambiente della scuola.
Sarà cosi. Probabilmente prima erano ancora in voga le punizioni corporali e le fustigazioni con canapone del 14.
All’atto dell’iscrizione ricevo una “lista della spesa” di quello che devo avere.
1) Scarponi (beh, certo non mi presento a piedi nudi)
2) Imbracatura
3) Due moschettoni a ghiera
4) Un cordino
5) Casco.
Prima lezione teorica. Nodi & affini.
Passo la settimana e mezza successiva a provare e riprovare a casa barcaiolo, mezzo barcaiolo, prusik, bulino, otto inseguito e una svariata serie di nodi autobloccanti e no con i moschettoni
Meno male che ho un bel libro che spiega tutto. Alla lezione teorica ero in 32° fila e non ho visto una mazza.
So tutto a memoria. Ora sono un alpinista.
Prima lezione pratica. Courbassere.

Corso di roccia alle Courbassere

Allievi in scarponi. Istruttori in scarpette. Certo. “Figlioli, prima imparate a usare gli scarponi” Un allievo fa notare che è difficile imparare ad arrampicare in scarponi se quello che devi guardare, per carpirne i segreti, usa le scarpette. Non lo vedrò più. O ha rinunciato o lo hanno preso a sassate ed è ancora lì, svenuto fra i massi.
Mi infilo l’imbrago e mi lego. Nodo a otto. Non so perché ma mi sembra più affidabile del bulino che ho l’impressione si possa sfilare facilmente. Vengo coperto di contumelie ed insulti. “Si usa il bulino, non il nodo a otto che è pericolosissimo! Iniziamo bene, non è stato attento alla lezione teorica!”
Lezione di corda doppia, rigorosamente a spalla. Per l’autosicura faccio il Machard, non so perché ma mi sembra più gestibile del prusik.
Altra serie di contumelie e insulti. “Si usa il prusik! Dove ha imparato quel cavolo di nodo che è pericolosissssssimo?”
Veramente l’ho letto sul libro dei nodi delle guide di Cortina…” Male! Dov’era alla lezione teorica? Da noi si usa il prusik!”.
Non sapendo nulla sul federalismo regionale dei nodi, mi adeguo.
Vagli a spiegare che in 32° fila con davanti stangoni da un metro e ottanta ed un brusio da sciame di vespa a malapena ho intuito che la lezione era sui nodi.
Scopro anche che ci si dà del Lei. O del voi. Non l’ho mai capito.
I tre mesi di corso scorrono fra banali salite dove nessuno mi spiega una cippa di niente e racconti di istruttori di mirabolanti imprese alpinistiche al limite della vita, fra cui la normale del Monviso e la normale del Ciarforon.
Scopro anche un’altra regola non scritta.
Gli istruttori forti (perché ce ne sono molti, Manera su tutti, direttore del corso), con gli allievi forti (ma se sanno già arrampicare, che ci sono venuti a fare?).
Gli istruttori pippa, con gli allievi pippa. Solo che cosa impari da un istruttore che non riesce a passare il terzo tiro del Cinquetti in Sbarua?
Ci sono i famigerati “libretti” dove l’istruttore deve segnare la salita fatta e la valutazione dell’allievo.
Che sono anche “misteriosi”. Non puoi sapere che cavolo ci scrivono.

Nell’ultima uscita dopo una banale salita in montagna, scendo un canale di deiezione sciando sul pietrisco prima e saltando sui massi grossi dopo. Il mio istruttore (non svelerò il nome neanche sotto tortura, oggi è un accademico…) indietro di 200 metri ogni tre per due batte una sonora culata per terra. Al rifugio lascia il famigerato libretto aperto e sbircio: “ discreta conoscenza del terreno di montagna”. Discreta? Mi permetto, ingenuamente, di far osservare il fatto. Apriti cielo. Succede il finimondo e rientrati a Torino faranno rilevare il fatto a mio padre. Lì capisco che del concetto “scuola” hanno preso la parte deleteria.
Alla fine del primo corso non sono ammesso al secondo. Insomma bocciato.
La passione è intatta. Solo quella perché il resto è un disastro.
Nei giorni successivi, mentendo spudoratamente a mio padre (vado a fare un giretto in Val Pellice…) farò la mia prima “protosolitaria”. La normale del Granero.
La maturazione verrà qualche tempo dopo.
L’incontro con Giancarlo Grassi ma soprattutto, dal punto di vista umano, con Gianni Comino.
I gradi, la libera, le cavalcate sulla pietra (ma anche le sbronze e il primo spinello) in valle dell’Orco, subito dopo.

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1978 – 1984, Scuola di Alpinismo a Torino – 1 ultima modifica: 2019-10-16T05:23:09+02:00 da GognaBlog

16 pensieri su “1978 – 1984, Scuola di Alpinismo a Torino – 1”

  1. 16

    Prendersi sul serio è quasi una malattia.

  2. 15
    Paolo Gallese says:

    Frequentati corsi Cai nella metà anni 80, a Milano e ad Ascoli Piceno. Questo “militarismo ” nella sua accezione simpatica, per fortuna io non l’ho incontrato. Vigeva un naturale mutuo rispetto, lo stesso che “travestito” da assurdo militarismo (questo sì, reale) poi trovai in ogni caso alla SMALP. On entrambi i casi giocò il buon senso e lo stare ai giochi con allegria. Sono stato fortunato. Non ho mai frequentato molto il mondo alpinistico, limitandosi a pochi amici allegri e scanzonati. Ma di gente che si prendeva molto sul serio ne ho incontrata, sì. Soprattutto quando attraversai un breve periodo da istruttore di sci alpinismo. Ma non era il mio ambiente.

  3. 14
    Carlo Crovella says:

    Forse molti confondono la mia locuzione iperbolica di “sano militarismo” (locuzione per indicare serietà di impostazione e di conduzione di un corso) con “nonnismo”. Quest’ultimo concetto non ha nulla di buono e laddove si era manifestato in certe scuole di alpinismo costituiva una evidente negatività.
    Ma questo fenomeno per fortuna si è estinto dal mondo della montagna, almeno per quello che mi risulta.
    Inoltre occorre distinguere fra due momenti ben diversi: durante la gita o ascensione, dove appunto l’efficacia dell’organizzazione è determinante, e il “dopo gita”. Quando si arriva giù e ci si    “impiola” (piemontesismo per  andare in osteria) allora si entra in un altro contesto, rilassato e goliardico. Ma il clima da piola (nel dopo gita) non confligge assolutamente con la necessità sul terreno di organizzazione precisa, regole certe e anche rapporti gerarchici ben chiari. Per carità, il tutto col sorriso sulle labbra, ci mancherebbe, ma senza regole precise non si andrebbe da nessuna parte. E le regole di una scuola possono anche riguardare risvolti apparentemente privati come indossare o meno i jeans. Non ci vedo nulla di autoritario, ma anzi insegnare come vestirsi (oppure cosa e quando mangiare, come muoversi sul terreno, come comportarsi una volta in vetta, ecc ecc ecc) è a mio parere ben più importante che insegnare la manovra A o quella B.
     
     

  4. 13
    Alberto Benassi says:

    nell’ultimo corso che ho diretto e finito all’inizio dell’estate scorsa, ho adotatto questo sistema:si lavora e tanto, e si finisce a tarallucci, vino e gavettoni.Penso che sia stato un buon corso.

    Penso sia stato un buon corso perchè alla fine non hanno imparato solo a fare bene il barcaiolo, cosa per altro importante. Ma hanno saputo di Renato Casarotto, Charlie Porter, leggere il Gogna Blog, interressarsi a Giampiero Motti, ect.

  5. 12
    Paolo Panzeri says:

    Ogni tanto verifico se tutte queste scuole in questi ultimi 30-40 anni hanno formato un bel numero di alpinisti d’alto livello internazionale, come altrove, o  tanta gente un poco capace di andare in montagna.
    Il cai nel 1981 per ingrandirsi aveva deciso di “tagliare le cime”, “ferrare le vie” e “ingrandire i rifugi”, così aveva deciso a grande maggioranza anche il consiglio della mia sezione dove votavo e dirigevo la scuola e allora mi ero dimesso.

  6. 11
    Simone Di Natale says:

    Regattin….fare poi certe osservazioni a chi ha un approccio giornalistico e oggettivo che sempre lo caratterizza…dai!!!

  7. 10
    Carlo Crovella says:

    ma perchè Regattin sei così irritato con me?
    anche se fossi davvero un severo militarista nel senso stretto del termine, in che cosa ti offendo a titolo personale?

  8. 9
    Carlo Crovella says:

    “militaresco” l’ho usato come iperbole, intendevo serietà e applicazione, come intende Benassi

  9. 8
    Drugo Lebowsky says:

    pur di far sentire a proprio agio tutti gli allievi, pur di aprirsi alla platea la più ampia possibile, le scuole sono dominate dal “politically correct”, per cui alla fine dal ciclo didattico non “escono” veri appassionati di montagna, ma “sportivi” consumisti e superficiali.
    Magari!Che per quanto io possa vedere dall’esterno, dai corsi delle guide e dai muri d’arrampicata “nascono” persone che almeno sanno arrampicare.Poi, se si appassioneranno e diventeranno “anche” alpinisti (…) più o meno “consumisti” saranno tutti casi loro. Ma almeno avranno basi solide inerenti alla arrampicata. Dai corsi CAInonici, ormai mi pare che “escano” più persone che un anno fanno il corso roccia e l’anno successivo quello di torrentismo e via di seguito.Personalmente a suo tempo ho avuto la fortuna di essere stato formato all’arrampicata in dolomiti da “istruttori” che avevano una ottima conoscenza del “muoversi in ambiente” a prescindere dal fatto che fossero anche bravi arrampicatori o meno.Ma contrariamente al Crovella non vedo assolutamente un beneficio nella mentalità pseudo militaresca come simpaticamente descritto dal Beppe.Anzi! Mi pesa ancora dopo troppi lustri che per poter pare il corso caiano mi abbiano obbligato ad acquistare un paio di pantaloni consoni alla attività (…) [” non vogliamo vedere gente in jeans!”] e ad usare degli scarponi.Ben venga un qualsivoglia svecchiamento di mentalità.Il problema è un altro e molto terra-terra.Come scuola caiana hai tre istruttori capaci di trasmettere, tecnica, esperienza e passione?Allora accetti tre allievi.Invece mi pare che lo standard sia che se hai trenta allievi, finisci per “tirar su” come corpo istruttori chiunque. Spesso appassionato, ma non altrettanto capace. Di fare o di trasmettere.

  10. 7
    Luciano Regattin says:

    “Sano militarismo”
    Grazie per la puntualizzazione Crovella, ora finalmente si sa con chi si interloquisce, ed anche tutta l’analisi esposta nel post sulla montagna per pochi acquisisce una luce diversa.

  11. 6
    Alberto Benassi says:

    nell’ultimo corso che ho diretto e finito all’inizio dell’estate scorsa, ho adotatto questo sistema:
    si lavora e tanto, e si finisce a tarallucci, vino e gavettoni.
    Penso che sia stato un buon corso.
     
     

  12. 5
    Alberto Benassi says:

    sono istruttore dal 1984 e ho diretto anche diversi corsi.
    In un corso ci sono dei momenti in cui bisogna  essere seri e lavorare bene perchè chi si iscrive al corso  paga e ha il diritto che gli venga insegnato seriamente qualcosa.
    Inoltre c’è l’aspetto non da poco  della responsabilità che ha l’istruttore verso l’allievo che gli viene affidato, se non si  fanno le cose per bene si rischia di farsi del male.
    Quindi ci vuole serietà e impegno.
    Ma da qui a dire che i corsi devono essere militareschi , via non siamo ridicoli.
    Un corso oltre a trasmettere delle nozioni , una passione,  deve essere divertimento,  aggregazione, permettere alle persone di conoscersi per creare dei futuri legami.
    Dopo che si è lavorato , non vedo nulla di male allo scazzo,  trovo che sia un valore aggiunto, magari con una bella grigliata, dove si mangia, si beve  e ci si piglia  per il culo.

  13. 4
    Carlo Crovella says:

    Ciao, ho letto, davvero con gusto, il testo di Pinotti. Senza alcuna volontà polemica, ma con l’approccio giornalistico e oggettivo che semopre mi caratterizza, ho constatato che io e lui siamo agli antipodi. Lui è scanzonato, io sono serioso. Oh, intendiamoci, lui ha tutto il diritto di esserlo e di manifestarlo. Ma finalmente ho capito perché lui non approvava il mio articolo di un paio di settimane fa (“Più montagna per pochi”). Semplicemente la vediamo in modo diametralmente opposto. Sul tema odierno (scuole), è presumibile che la mia concezione sia storicamente “vecchia”, ma ciò nonostante ritengo che sia più utile. Condivido infatti il clima che caratterizzava (in generale) le Scuole degli anni ’70-80 ed anche (parzialmente)  ’90, mentre non mi riconosco assolutamente nel clima “aperto a tutti” che le caratterizza oggi. A scanso di equivoci, preciso a chiare lettere che sto facendo un discorso generale, senza nessun riferimento a specifiche Istituzioni. Meno che mai mi permetto di esprimermi sulla gloriosa Gerva, sia di ieri che di oggi. E’ il mondo delle scuole che è cambiato: “perfortuna” direte voi, “purtroppo” dico io. Infatti sono convinto che un po’ di sano militarismo nell’organizzazione in montagna, specie se di grossi gruppi, è necessario e utile. Necessario per l’efficacia dell’uscita, utile per la formazione degli allievi. Forse certi estremismi della Gerva del passato (ancora più accentuati nel periodo precedente a quello citato) erano davvero “estremi”, ma l’impostazione del mondo delle scuole di allora “formava” dei veri appassionati di montagna. C’erano anche allora quelli che avevano un rifiuto e abbandonavano, ma oggi siamo all’opposto: pur di far sentire a proprio agio tutti gli allievi, pur di aprirsi alla platea la più ampia possibile, le scuole sono dominate dal “politically correct”, per cui alla fine dal ciclo didattico non “escono” veri appassionati di montagna, ma “sportivi” consumisti e superficiali. Fra i due estremi io preferisco il modello di allora, pur conscio che aveva dei risvolti “antipatici”. Ciao!

  14. 3
    Giuseppe Penotti says:

    Quasi certo che abbiate ragione su un imprinting generale delle scuole CAI.  A posteriori penso che alla Gerva questo approccio fosse amplificato a causa della storia stessa della scuola. Il racconto è volutamente scanzonato in quanto scritto abbondantemente a posteriori e scaturito dalla mia convinzione che spesso chi frequenta le terre alte tende a prendersi eccessivamente sul serio!
    I pensieri di De Michela Aka Grundal e Bonelli sono decisamente più taglienti dei miei. 😉
    Spero solo che non compaia Ugo Manera a frustarmi con un canapone del 14. Ugo sono passati 41 anni, perdono! 😉
     

  15. 2
    Alberto Benassi says:

    Non credo che fosse solo un problema della Gerva, in quegli anni, questo atteggiamento era piuttosto comune nelle scuole CAI

  16. 1

    Al Cai sezione Ligure non era molto diverso. Secondo me scimmiottavano la Gerva. E ci riuscivano. Nei primi anni ’80, al corso guide, c’era un ambiente molto più rilassato ed efficace. E dire che tra la scuola Cai e il corso guide ho fatto la SMALP di Aosta, quindi di militare me ne intendevo.

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