A Genova nessuno suona il Didgeridoo

A Genova nessuno suona il Didgeridoo
(Sciûsciâ e sciorbî no se pêu)
di Marcello Cominetti

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(3)

Nel 1963 avevo due anni e non ricordo di certo che stavano costruendo un enorme ponte di cemento sopra casa di mia nonna che viveva in via Walter Fillak nei palazzi dei ferrovieri. Mio nonno Marcello, già eroe della Resistenza, antifascista, nativo di Lecco e macchinista ferroviere, se n’era andato da tempo e mia nonna Irma, madre di mio padre, si era stabilita a Sampierdarena. Era nativa di un paesino nelle Dolomiti bellunesi e ogni estate ci tornava e ci restava mesi. Con i miei genitori una volta andammo a trovarla partendo da Genova, dove vivevamo, in sella a un Galletto Moto Guzzi e ricordo quel viaggio come una delle più belle avventure della mia vita.

4 settembre 1967. Il presidente della repubblica Giuseppe Saragat inaugura il ponte Morandi

Mio padre e i miei zii parlavano spesso di quel ponte opprimente ma allo stesso tempo indice di progresso e orgoglio nazionale. Mio padre faceva il tecnico nel campo metalmeccanico e di opere pubbliche se ne intendeva perché andava a costruirne in giro per l’Italia e per il mondo.

Ogni volta che andavamo a trovare mia nonna a Sampierdarena il ponte era sempre più grande e io stesso iniziavo a imprimere quei ricordi nella mia memoria perché gli anni passavano. Quando di anni ne avevo sei il ponte venne aperto al traffico e, questo lo ricordo benissimo, sulle testate dei piloni più alti campeggiava la scritta: Condotte. Da piccolo non ero uno che facesse molte domande e mi spiegavo quella scritta collegandola in qualche modo alla materia in cui andavo peggio a scuola: la condotta!

A scuola ci avevano parlato del ponte che era un’opera all’avanguardia mondiale e che dovevamo esserne orgogliosi. Nel Sussidiario c’era una foto aerea che mostrava il raccordo elicoidale dell’autostrada che collegava Genova Ovest con Milano e si allungava, con il Ponte Morandi verso Savona, in un intreccio di cavalcavia tutti in curva che ricordava un quadrifoglio gigante.
Sul ponte le corsie erano quattro mentre da Sestri in poi le corsie diventavano due a sorpasso alternato. Questo lo ricordo bene perché con mia madre fresca di patente alla guida ci vedevamo venire incontro le auto che provenivano in senso contrario che sembrava di essere ai baracconi sulle giostre. La nostra è una generazione cresciuta in quello che oggi si definirebbe rischio estremo, ma allora era la normalità.

1967. Il viadotto Polcévera (ponte Morandi)

Dalle finestre di mia nonna il ponte riempiva l’orizzonte e in famiglia lo chiamavamo il “ponte della nonna” e ancora oggi io lo chiamo così. Ponte Morandi è un nome che è saltato fuori il 14 agosto 2018 verso le undici e mezza. Non che prima non si chiamasse così, ma i genovesi ricordo che l’hanno sempre chiamato viadotto Polcévera e si sentiva spesso dire che sarebbe crollato.
Ora, che un ponte così grande e simbolo del progresso, che sorvolava arditamente decine di case, strade, ferrovie e fabbriche, sarebbe potuto crollare era pura fantasia indotta dalla vena ironico-sarcastica dei genovesi.

Da quando il ponte fu costruito iniziarono dei lavori di manutenzione e modifica che tutti potevano vedere. I ponteggi aerei iniziavano da una parte e si spostavano verso l’altra lentamente, impiegando mesi, anni a volte. E quando i lavori sembravano terminati riprendevano immediatamente dalla parte opposta e la cosa si ripeteva all’infinito. Un bel giorno, addirittura, i lunghi sostegni della campata orientale (anche se in Liguria si dice “di Levante”) vennero rinforzati con fasci di cavi d’acciaio a vista e sono certo che i genovesi, e non solo, si dissero che quel rattoppo non era bello. Non era bello in tutti i sensi.

Sul ponte si viaggiava orizzontali sulle corsie spaziose, rassicurati dal fatto che quella era un’opera pubblica che, come gli altri ponti, le dighe, le funicolari e i treni, era assolutamente sicura. Come quando a catechismo ti dicevano che Dio c’è sempre stato e sempre ci sarà!

Io i miei dubbi ce li avevo perché questa affermazione totalitaria mi faceva venire mal di testa e perché quando ero ancora bambino, vicino a casa di mia nonna, nel bellunese, un diga che, come il ponte Morandi rappresentava l’orgoglio mondiale della tecnologia ingegneristica italiana nel mondo, aveva fatto migliaia di morti, tra cui qualche nostro lontano parente. Mio padre si era premurato di portarci a Longarone a camminare sul greto del Piave, sotto la diga del Vajont che, inspiegabilmente per me, era ancora in piedi. Infatti non aveva ceduto la struttura in cemento armato, perché diceva mio padre da tecnico, era stata costruita benissimo, ma il Monte Toc che la sovrastava le era caduto vicino facendo uscire tutta l’acqua dal lago che non si vedeva più perché era diventato di terra e sassi. “L’avete sentita la nonna quando parla in dialetto con i suoi compaesani?”, chiedeva mio padre. “Toc” significa marcio”. E una montagna che si chiama da sempre Toc può franare da un momento all’altro, e così era stato. Ma la diga no! L’opera del genio italico era titanica e solida, ed era ancora lì, grigia e minacciosa.

Il crollo, 14 agosto 2018

Anche il ponte della nonna era grigio e minaccioso se visto da sotto, ma da sopra le sue quattro corsie era una meraviglia. Viaggiando verso ovest all’altezza dell’innesto proveniente da Milano da destra si avvertiva ogni volta la sensazione che i veicoli che giungevano dall’elicoidale ti urtassero dal lato passeggero e quindi tutti gli automobilisti, in quel punto facevano un leggero sussulto di sterzo prima che i nuovi venuti in riviera si allineassero con gli altri volando insieme verso Ponente.

Da più di trent’anni mi sono trasferito nelle Dolomiti e il 14 agosto 2018 intorno all’una ero in montagna a fare un’escursione, quando il telefono ha squillato e mia moglie, che è di Genova anche lei, mi ha detto che era caduto il viadotto Polcévera. Mentre tornavo a casa in macchina si è messo a piovere e i turisti hanno formato poco dopo le solite code di ferragosto. Passando davanti al parcheggio di un albergo ho subito notato un’Alfa Romeo Giulia d’epoca verde bottiglia, come quella che aveva mio padre ai tempi del ponte della nonna. Si diceva allora che fosse un “macchinone” e che i ladri la usassero nelle rapine perché era velocissima! Parcheggiata tra due utilitarie (una tedesca e una giapponese) sembrava un giocattolo, tanto era più piccola delle altre auto che le stavano di lato e che non erano degli odierni “macchinoni” ma semplicemente delle auto “piccole”. Riprendendo a singhiozzo la marcia pensavo a quanto pesava la Giulia degli anni Sessanta e a quanto pesa oggi una berlina equivalente. Sono poi andato a vedere. La Giulia pesava 1030 Kg. Una utilitaria odierna pesa in media 1100 Kg, mentre una berlina paragonabile alla Giulia degli anni Sessanta/Settanta pesa in media 1700 Kg. L’utilitaria più diffusa negli stessi anni, la Fiat 500, pesava 530 Kg.

In tutti gli anni in cui anch’io sono invecchiato assieme al ponte Morandi di Genova, il traffico sulle autostrade è decuplicato e quello pesante ancor più. Quel povero ponte non ce l’ha fatta a sopportare tutto quel peso.

Nel 540 avanti Cristo un giovane atleta greco per allenarsi alle Olimpiadi sollevava ogni giorno un vitellino. Il bovino crescendo aumentava di peso e Milone, così si chiamava l’atleta, aumentava la sua forza e riuscì a sollevarlo anche quando il vitello divenne una vacca adulta. Vinse così le 60esime Olimpiadi dell’era antica nella specialità della lotta.

Il ponte Morandi condusse la sua lotta nei decenni reggendo il peso che sulle sue campate aumentava di giorno in giorno, con rattoppi e puntelli vari. Non fu mai forte come Milone che oltre 2500 anni fa introdusse per primo con un certo metodo l’intensità del carico, la sua progressività, la periodizzazione.

Nel corso degli anni lo Stato scelse di privatizzare molte sue Aziende, tra cui le Autostrade. Uno Stato dovrebbe essere un ente non a scopo di lucro perché dovrebbe non avere guadagni una volta reinvestiti gli stessi nel mantenimento e nel miglioramento di tutte le sue infrastrutture. Un’azienda invece persegue lo scopo del profitto, quindi dedica una parte degli utili all’arricchimento dei suoi soci e il restante agli scopi di mantenimento e miglioramento, con percentuali variabili che inevitabilmente vanno a intaccare il grado di sicurezza delle opere pubbliche d’ogni sorta.

Lo Stato siamo noi. Noi che viviamo, lavoriamo e viaggiamo anche sui ponti soggetti alla forza di gravità e all’invecchiamento. La scorrevolezza della nostra vita non può prescindere da elementi imbattibili perché tangibili in assoluto. Non si possono avere contemporaneamente utili e sicurezza nelle infrastrutture meccaniche, e non solo, in maniera soddisfacente. Per questo i ponti crollano.

Un antico strumento a fiato australiano che si chiama Didgeridoo viene suonato con la tecnica della respirazione circolare (o del soffio continuo). Tale tecnica permette al suonatore di prendere aria dal naso mentre espira quella contenuta nella bocca generando un suono continuo. Provateci, è difficilissimo (anche se non impossibile). Credo che a Genova questo strumento non lo suoni nessuno: Sciûsciâ e sciorbî no se pêu!

Il Didgeridoo
  

7
A Genova nessuno suona il Didgeridoo ultima modifica: 2018-09-04T05:53:27+02:00 da GognaBlog

28 pensieri su “A Genova nessuno suona il Didgeridoo”

  1. 28
    Imboscato says:

    I piani regolatori, le concessioni e gli oneri sono sempre “organizzati” dai politici e guarda caso in questo caso non hanno responsabilità.

    Da quanto la sinistra governa Genova e la Liguria? Ma non so se sia una domanda lecita, è solo un mio pensiero curioso, non è dettato ormai da malafede.

  2. 27
    Alberto Benassi says:

    Costretti a vivere accanto ad una bomba pronta a esplodere da un momento all’altro.

    Possibile che il sindaco di Genova o il presidente della regione, che adesso tanto proclamano, non fossero informati di quanto fosse pericoloso il ponte?

    Spesso e volentieri si vedono sindaci che emettono delibere di chiusura per dei pericoli ridicoli e lo fanno in due balletti senza tanti ma e perchè!!  Qui nessuna delibera…!!

    Possibile che nessuna delle autorità della città, della Provincia, della Regione si è domandata di quanto fosse alto il pericolo?

    Sempre pronti gli amministratori pubblici a salvarsi il culo emettondo  delibere di divieto, di chiusura…. qui invece nulla…!?!?!?

    Eppure il ponte era super monitorato…e di dubbi sulla sua sicurezza ce ne erano tanti.

    Non potevano intervenire? non potevano fare nulla o di più ? Tutto molto nebuloso…

    Perchè si è permesso  ai cittadini di Genova di continuare ad abitare sotto il ponte come se nulla fosse, aspettando la tragedia… ?!?!

    Perchè la cittadinanza di Genona non lo va a chiedere al suo sindaco?

     

     

  3. 26
    Alberto Benassi says:

    Se fossi genovese mi incazzerei di brutto. Altro che applaudire Mattarella. La gente ha perso la voglia di protestare e la politica lo sa! Perchè è evidente che tutti sapevano che il ponte era MOLTO PERICOLOSO e nessuno ha fatto nulla!! E’ stato solo preso tempo per continuare solamente a intascare soldi sulla pelle delle gente ignara del pericolo  a cui andava incontro per altro pagando!

    Ma sull’altare del denaro non solo sono stati sacrificati quelli che sono venuti giù dal ponte ma anche i cittadini di Genova che sotto il ponte ci abitavano. Costretti a vivere accanto ad una bomba pronta a esplodere da un momento all’altro.

  4. 25

    Per ora stiamo così:

    -il primo ministro cerca di rassicurarci dicendo che il Governo è compatto nelle sue scelte mentre lo vede anche un cieco che non è affatto così.

    -il Presidente Mattarella va a vedersi il Salone Nautico a Genova e già che c’è (come avrebbe potuto fare diversamente, visto che sono andati al Salone nautico anche loro) incontra gli sfollati che gli regalano magliette e lo osannano. Ma dove è finita la verve dei genovesi? Dovevano tirargli dei pomodori marci.

    -mentre centinaia di famiglie sono rimaste senza casa, il Governo stà lì a vedere chi deve pagare, chi deve progettare, chi deve decidere… ecc., ma gli sfollati, nel mentre cosa possono fare se non incazzarsi? Invece no. Vittime anch’essi della burocrazia fagocitatrice d’ogni cosa di buon senso, costituiscono comitati pacati e speranzosi. Ma che cazzo! Il ponte gli è crollato praticamente in testa (senza parlare dei poveretti che ci stavano passando sopra) e devono pure aspettare la burocrazia? Benetton pochi giorni fa era a Cortina perché c’era il sole. L’ho visto.

    Il crollo del ponte non è un terremoto. Un evento che in parte, in massima parte, si imputa alla Natura. E’ una negligenza di persone sulla pelle di noi tutti.

    Perché sono diplomatico e calmo: RIVOLUZIONE! Almeno così la penso. E voi?

  5. 24
    Alberto Benassi says:

    Un esempio : un politico francese che avesse preso le sconfitte di M. Renzi non si farebbe piu’ vedere. Vedi Fillon é stato sconfitto una volta , ha abbandonato la politica. Saluti, LUIGI

    su questo siamo d’accordo.

     

    Il Sig. Renzi voleva eliminare il Senato perchè inutile. Però adesso che fa ??  il SENATORE !!!

     

    Perchè non si è dimesso andandosi a  cercare un lavoro ?

    Tanto grazie al JOBS ACT, che Lui ha tanto voluto…gli sarebbe stato  facile trovarlo !

    Invece no!  Anche lui sulla poltrona del tanto INUTILE Senato…

     

    Poi ci si domanda: come mai il becero populismo cresce…??

  6. 23
    LUIGI GALLY says:

    In Italia il sapere scientifico é poco diffuso, questo  a causa delle università che non sono all’altezza di quelle europee. La percentuale dei laureati in Italia é circa la metà del resto dell’Europa occidentale. Poco fa ho sentito che i fondamentali dell’economia italiana continuano a scendere. Come dicevo l’economia Italiana é da venti anni che ristagna e questo é colpa degli Italiani non dell’Europa. Abitando all’estero essendo costretto ad avere due culture queste cose si capiscono meglio. Un esempio : un politico francese che avesse preso le sconfitte di M. Renzi non si farebbe piu’ vedere. Vedi Fillon é stato sconfitto una volta , ha abbandonato la politica. Saluti, LUIGI

  7. 22
    Alberto Benassi says:

    Luigi grazie dei consigli.
    quello che so nella mia ignoranza è che l’economia NON  è una scienza esatta.

    Senti diversi economisti  ed esperti vari e ognuno formula la sua di teoria. Ognuno fa la sua di previsione. Negli Stati Uniti ci sono migliaia di minatori che hanno perso il loro posto di lavoro. Non sono stati reintegrati in nuovi settori. Sono li a vegetare.

    Ma pensi veramente che siano Di Maio e Salvini o l’attuale primo ministro a inventarsi le riforme, a scrivere in toto le leggi ? Ma che ne sanno loro! Non credi che dietro a loro ci siano altre persone? Magari economisti, esperti vari, consiglieri, tecnici. Non credi che siano loro i veri pensatori e i politici danno solo una direttiva politica? Come fa un politico che una volta è ministro del lavoro, un’altra  dell’economia, poi dell’ambiente, a sapere tutto. Ci sono i tecnici, i funzionari, i consiglieri, magari professori universitari.

    E’ un pò come nei comuni. Sono i tecnici e funzionari che sono sempre lì a fare la differenza. I politici passano, si spostano.  I tecnici, i funzionari,  NO!

     

  8. 21
    LUIGI GALLY says:

    Negli Stati Uniti la disoccupazione attualmente é al 3,8%, la crescita non é mai stata cosi’ alta. Salvini non é riuscito nemmeno a laurearsi, Di Maio si é laureato forse nel profondo sud italiano, M. Renzi mi sembra che fosse laureato in lettere. Vi consiglio di studiarvi a fondo il manuale di economia di Samuelson, poi leggete  qualche libro di Stiglitz e Krugman infine leggetevi Il CAPITALE di THOMAS PIKETTY, questo vi aiuterà ad avere le idee un poco piu’ chiare.

    Saluti, LUIGI

  9. 20
    Alberto Benassi says:

    Non é con il reddito di cittadinanza che  si risolvono i problemi.

    Quando la digitalizzazione e la robotizzazione prendere ancora più il sopravvento e si mangerà milioni di posti  di lavoro, voglio vedere come camperà questa gente.

    dove li mandiamo?  tutti a raccattare pomodori   a fare concorrenza agli estra comunitari.

  10. 19
    Alberto Benassi says:

    Il grande e vero problema Italiano é l’economia che non decolla, tutto il resto é sovrastruttura. Con una economia che cresce si risolvono tutti i problemi. Nel governo attuale nessuno che capisca qualcosa di questa materia,

    Meno male che quelli che c’erano prima al governo ci capivano!! Meno mal eche loro erano gli esperti!

     

    siamo il paese che cresce di meno in Europa ma il popolo applaude a Salvini e Di Maio.

    Si applaude a Salvini e Di Maio perchè gli altri non sono certo meglio. Renzi è meglio? E’ meglio Monti, la Fornero? E’ meglio Berlusconi?  Gasparri poi è il massino, bella roba.

    I giovani migliori se ne vanno all’estero, come ho fatto anch’io per dare un futuro ai miei figli.

    E di chi è la colpa del Governo di oggi se i giovani se ne vanno dall’Italia?

    Non é con il reddito di cittadinanza che  si risolvono i problemi.

    Quando la digitalizzazione e la robotizzazione prendere ancora più il sopravvento e si mangerà milioni di posti  di lavoro, voglio vedere come camperà questa gente.

    Da noi hanno successo i poveri di spirito.

    E quali sarebbero i politici italiani ricchi di spirito? Il Sig. Monti nominato da Napolitano, il Sig. Tremonti,   Enrico Letta?  Gasparri poi è quello che ha senza dubbio più spirito…si spirito santo!

  11. 18
    LUIGI GALLY says:

    Il grande e vero problema Italiano é l’economia che non decolla, tutto il resto é sovrastruttura. Con una economia che cresce si risolvono tutti i problemi. Nel governo attuale nessuno che capisca qualcosa di questa materia, siamo il paese che cresce di meno in Europa ma il popolo applaude a Salvini e Di Maio. I giovani migliori se ne vanno all’estero, come ho fatto anch’io per dare un futuro ai miei figli. Se non si fanno grandi investimenti produttivi per dare lavoro non se ne esce. Qualche politico da noi forse conosce la teoria economica del moltiplicatore ed acceleratore?.Non é con il reddito di cittadinanza che  si risolvono i problemi. In Francia chi proponeva questa misura, alle elezioni si é preso una sonora sconfitta. Da noi hanno successo i poveri di spirito.

    LUIGI

  12. 17
    Alberto Benassi says:

    Alberto lo sai che ti stimo e che leggo sempre con attenzione quello che scrivi anche se spesso non sono d’accordo con te.

    Non puoi fare d’ogni erba un fascio; ci sono opere fatte bene e altre fatte male.

    Le infrastrutture  servono e vanno fatte (bene). Quello che si deve rivedere è questo sistema burocratico che (dovrebbe) controllare ogni minima cosa ma che di fatto poi non controlla nulla e spesso serve solo per ottenere tangenti.

    Secondo me gli italiani sono un paese civile perché nonostante tutto (assenza di controlli, burocrazia, tasse alle stelle etc.etc.) qualcosa di buono sono riusciti a realizzare.

     

    DINO grazie della stima. Ricambiata !

    Certo che non tutto è da buttare in questo paese, tante cose sono buone.

    Ma le opere pubbliche,  devono essere fatte bene TUTTE !!

    Non è ammissibile che un ponte come quello di Genova crolli. Se c’erano dei dubbi, come appare evidente che ci fossero, bisognava intervenire prima, e non fare rimpalli. E non a continuare per intascare soldi.

    Non è ammissibile campare la scusa che era monitorato. A cosa è servito monitorarlo? A NULLA! Anzi a fare morire 43 persone!

    Certo che le infrastrutture servo. Ma vanno fatte bene e vanno fatte quelle che sono veramente necessarie. E non tanto per muovere grandi capitali in modo da garantire corruzione o fare della speculazione .

    Poi va garantita la manutenzione. Invece vedi fare lavori che costano cifre enormi, che poi vengono puntualmente abbandonati e vanno in malora nel giro di pochi anni.

    Sui bordi delle strade viene fatto lo sfalcio dell’erba, ma il pattume abbandonato, prima nascosto dall’erba,  non viene raccolto.  Tutto lasciato li in bella mostra. Ma cosa si fa a comportarsi così !?!?

    L’erba tagliata dai trattori nei fossi e nei fiumi è triturata e lasciata li. Una volta questo lavoro di sfalcio  veniva fatto  a mano e l’erba portata fuori sull’argine.

    La regimazione delle acque è catastrofica.  La scelta è intubare e tombare tutto. Con il risultato che nel giro di pochi anni tutto si intasa.

    La burocrazia è spaventosa. Fogli, fogli e fogli. Contano solo i fogli. Fumo negli occhi alla gente.

     

     

  13. 16
    Dino M says:

    Alberto lo sai che ti stimo e che leggo sempre con attenzione quello che scrivi anche se spesso non sono d’accordo con te.

    Non puoi fare d’ogni erba un fascio; ci sono opere fatte bene e altre fatte male.

    Le infrastrutture  servono e vanno fatte (bene). Quello che si deve rivedere è questo sistema burocratico che (dovrebbe) controllare ogni minima cosa ma che di fatto poi non controlla nulla e spesso serve solo per ottenere tangenti.

    Secondo me gli italiani sono un paese civile perché nonostante tutto (assenza di controlli, burocrazia, tasse alle stelle etc.etc.) qualcosa di buono sono riusciti a realizzare.

  14. 15
    Alberto Benassi says:

    . Vogliamo bloccare la costruzione delle grandi infrastrutture, quelle che hanno permesso negli anni ’60, ’70, ’80 di essere quello che siamo.

    si ci hanno permesso di diventare un paese pieno di infrastrutture come un gigante dal piede d’ argilla.

    Non possimo mica continuare a consumare un territorio riempiedolo di cemento armato. Siamo il paese europeo con maggior consumo di territorio.

    Siamo il paese erede della magna grecia, del rinascimento, di Leonardo da Vinci, di Michelangelo?

    Oppure siamo il paese della cultura del cemento armato depotenziato gestito dalla mafia?

    La nostra ricchezza è il territorio, l’arte, che tutto il mondo ci invidia, non le grandi infrastrutture di cemento armato, che nel giro di poco tempo se non anche subito vanno in malora. Si fa l’inaugurazione di un viadotto, costato milioni  e, guarda un pò, il giorno dopo crolla. Anche perchè siamo un paese di intrallazzoni, non siamo capaci di fare le cose nelle regole, non siamo capaci di costruire con buoni materiali, usiamo il cemento armato depotenziato…tanto che vuoi che sia, facciamo finta di fare manutenzione. Siamo il paese dei rimpalli delle responsabilità,  del tanto va tutto in prescrizione, dove non si dimette mai nessuno. Anzi gli amministratori della grandi società anche a partecipazione pubblica anche  se vanno economicamente a ramengo prendono liquidazioni milionarie vedi Alitalia.

    Siamo il paese che permettiamo a società private, come Autostrade per l’Italia, di guadagnare miliardi con tariffe carissime che decidono come, quanto e quando gli pare a loro, senza dare in cambio al paese che gli ha praticamente dato in gestione gratis  la rete autostradale, praticamente nulla !

    Queste non sono polemiche è la realtà.

     

  15. 14
    LUIGI GALLY says:

    Emblematico!!!! un ponte cade nel Nord d’Italia nel bel mezzo di una delle città piu’ industrializzate. E’ vero lo stato siamo Noi, siamo dunque nel caos piu’ totale. L’economia continua a essere in crisi e da venti anni non siamo in grado di dare risposte. Vogliamo bloccare la costruzione delle grandi infrastrutture, quelle che hanno permesso negli anni ’60, ’70, ’80 di essere quello che siamo. Dubito che saremo in grado di ricostruire in tempo utile ponti, autostrade, ferrovie e quant’altro. Siamo dunque destinati a soccombere, staremo a vedere. In Italia siamo solo in grado di fare grandi dibattiti polemici, come anche in questo blog. Speriamo che presto il vento cambi, per il momento nulla di buono all’orizzonte. LUIGI

  16. 13
    Ricc. santi says:

    Ringrazio per la chiarezza e lucidità del pensiero. Momenti molto difficili per il nostro Paese, che merita ancora la maiuscola, non meritano purtroppo le nostre istituzioni e le concessionarie delle opere pubbliche.

  17. 12
    Leandro says:

    Grande Marcello! Un nostro comune amico disse che dovevi scrivere di più : è quello che penso anch’io

  18. 11
    Guerrini Michele says:

    BRAVO MARCELLO, ANZI GRAZIE.

    ANDARE IN MONTAGNA NON SIGNIFICA AVERE IL PARAOCCHI….SUL RESTO DEL MONDO MA IMPARARE DALLA NATURA PER “STARE AL MONDO”…

  19. 10
    Luca Visentini says:

    Bello!

  20. 9
    Nicolò ZUFFI says:

    Un bel racconto di buona letteratura, anche se purtroppo l’argomento è tragico. L’ho letto con molto interesse e piacere. Una lezione che purtroppo non ci salverà in futuro da altre disgrazie.

  21. 8
    Carlo Crovella says:

    Mi collego al commento n.6: purtroppo è verissimo che il mondo della montagna sta andando verso il luna park. Proprio per questo combatto strenuamente contro le tendenza in atto, pagando prezzi personali anche salati (amicizie di anni rovinate, polemiche nella scuola di sci app, etc). Ma sono convinto che dobbiamo ripulire il mondo della montagna, innanzi tutto per sé stesso e poi come piccolo contributo al risanamento etico dell’intera società. Ciao!

  22. 7
    Alberto Benassi says:

    Il problema, purtroppo, non è attribuibile ad un unico colpevole; è un concorso di colpa tra molti attori, in cui le aziende concessionarie sono il terminale non estraneo.

    Su questo non ci sono dubbi.

    Intanto però non si è dimesso nessuno. Una struttura del genere è crollata, sono morte 43 persone. Ma nessuno si è dimesso. Non tanto perchè qualcuno si deve assumere la colpa, ma fosse solo per rispetto e riconoscimento del fallimento di un certo modo di fare, di un sistema.

    Non si presentano scuse e non ci si dimette. COMPLIMENTI.

  23. 6
    Alberto Benassi says:

    Un primo piccolo passo, del nostro sottinsieme di appassionati di montagna, è riaffermare la frequentazione “pulita” della montagna, isolando e mettendo al bando chi esprime una ideologia consumistica, spendacciona e volutamente offensiva dei veri valori etici dell’alpinismo.

    Invece andiamo esattamente nella direzione opposta: una montagna luna park.

  24. 5
    Dino M says:

    Di solito non intervengo mai su argomenti estranei all’arrampicata. Non mi piace.

    Farò eccezione su questo perché, prima della pensione, ho lavorato molto in ambito pubblici servizi/aziende concessionarie.

    Il problema, purtroppo, non è attribuibile ad un unico colpevole; è un concorso di colpa tra molti attori, in cui le aziende concessionarie sono il terminale non estraneo.

    La burocrazia statale che rallenta ogni cosa soprattutto quando le cose   sono urgenti.

    Gli organi di controllo ( Authority che dovrebbero controllare) talmente permeate dagli interessi si parte che non controllano e talvolta sono conniventi in modo interessato.

    Aziende concessionarie che “giocano” su questo circuito per guadagnare oltremisura spesso distribuendo parte del “benefit”.

    Gli eventuali interventi, per avere successo, devono essere fatti su tutti gli aspetti.

  25. 4
    Carlo Crovella says:

    Viviamo in un paese che cade letteralmente a pezzi: ponti, viadotti, strade, edilizia scolastica e pubblica in generale (il Tribunale di Bari è “abusivo”!), chiese, muri e poi frane, alluvioni, terremoti, esondazioni… E poi vediamo a pezzi anche in senso metaforico: corruzione, smania di profitto, “briatorismo” esasperato, totale assenza di riferimenti etici e morali. Per questo affermò che tutta la collettività deve concentrarsi sulla ricostruzione, sia fisica che morale del paese. Un primo piccolo passo, del nostro sottinsieme di appassionati di montagna, è riaffermare la frequentazione “pulita” della montagna, isolando e mettendo al bando chi esprime una ideologia consumistica, spendacciona e volutamente offensiva dei veri valori etici dell’alpinismo. Non é certo questo che risolve da solo i gravissimi problemi del paese, ma è un “piccolo” inizio.

  26. 3
    Andrea says:

    Una bella testimonianza da chi il ponte lo ha vissuto. Parole vere e condivisibili

     

  27. 2
    Alberto Benassi says:

    Per questo i ponti crollano.

    Si i ponti crollano, come tante altre opere dell’uomo. Perchè nulla è eterno, anche se abbiamo avuto la presunzione di credere  eterna la cultura del cemento armato che abbiamo fatto nostra.

    Però uno stato che ha l’ambizione di definirsi CIVILE…dovrebbe saperlo che i ponti crollano e dovrebbe fare opera di prevenzione e non aspettare a rifare questi ponti dopo che sono crollati e si son portati via 43 vite .

    Uno stato che si definisce CIVILE non può pretendere di costrure opere con i soldi dei suoi cittadini per poi darle in gestione ai privati e permettere a questi privati di fare quello che gli pare, come gli pare e quando gli pare. Non può permettere a questi privati di fare dei guadagni miliardari senza avere un ritorno se non economico almeno di sicurezza di queste strutture perchè non viene garantita una adeguata manutenzione.

    In uno   stato che si definisce CIVILE ci dovrebbero essere state almeno delle parole di vicinanza alle famiglie delle 43 vittime. Invece NULLA!! Nulla da parte della politica, nulla da parte degli organi di controllo, nulla da parte di chi ha la gestione e intasca milioni di euro. Questo è vergognoso.

    Queste persone sono state sacrificate, da questo stato che si definisce CIVILE,  sull’altare del profitto. E adesso i soliti rimpalli di responsabilità e tutto finirà nella solita barzelletta della prescrizione.

    Il crollo del ponte Morandi è il simbolo del declino di questo stato, di tutti noi.

  28. 1
    Ivo says:

    Chiaro e preciso…bello.Grazie

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.