Accesso alle falesie – 1

Accesso alle falesie -parte 1 (1-2)

Il 21 maggio 2015 su Lecconotizie.com compare, a firma di Caterina Franci, un articolo che, per il mondo dell’arrampicata, è pura dinamite: “Nibbio: salta il progetto di riqualificazione, occasione persa”.

Il Corno del Nibbio Settentrionale 1368 m è lo scoglio roccioso più noto tra tutte le ardite strutture della Grignetta. Noto fin dai tempi di Emilio Comici, ha visto spellarsi su di sé le dita di migliaia di arrampicatori (lecchesi e non). E anche se oggi certamente è una falesia tra le tante nel frattempo “coltivate” e cresciute, non cessa di rappresentare quel giusto misto di storia e di attualità.

Pochi giorni prima dell’uscita dell’articolo erano stati affissi alla sua base almeno due cartelli indicanti il divieto d’accesso all’area. L’episodio aveva rapidamente fatto il giro delle bocche e non poteva non essere pubblicato, visto l’allarme che aveva suscitato.

Il Nibbio è di proprietà della famiglia Ponziani dal lontano 1936 e recentemente era rientrato nel progetto di riqualifica delle falesie promosso dalla Comunità Montana Lario Orientale Valle San Martino, con 60.000 euro di cifra stanziata per riattrezzare la falesia e sistemare il sentiero che dai Piani Resinelli conduce al Corno.

Corno del Nibbio Settentrionale
Grigna, il Nibbio Settentrionale, da nord

 

Scattano le indagini su quanto è successo. Carlo Greppi, presidente della Comunità Montana, ammette che “il progetto è saltato per il mancato accordo con la proprietà sull’acquisto del bene”. Maggiore chiarezza fa la proprietaria, Anna Ponziani che dichiara: “Quando abbiamo saputo del progetto della Comunità Montana abbiamo proposto loro di comprare l’area, sia perché ci saremmo alleggerite da una responsabilità sia perché ci piaceva l’idea di rendere effettivamente pubblica una falesia così importante. La Comunità Montana si è offerta di comprarla a prezzo di esproprio: ci hanno proposto 6.300 euro, ma la nostra valutazione, condotta con l’ausilio di un consulente e anche di un avvocato, era di 30.000 euro. Una cifra onesta, considerando il valore totale del Nibbio, intendo al di fuori della metratura”.

In effetti l’area totale è di circa 6.700 mq e francamente non sembra che un prezzo di neppure 4,5 euro al mq sia una richiesta esosa.

Non c’è stato accordo. Anche se all’ultimo momento i Ragni di Lecco, non coinvolti nel progetto di riqualifica, hanno tentato di indurre le parti a un compromesso. Siccome il progetto della Comunità Montana prevedeva la risistemazione di tutte le vie di arrampicata presenti al Corno del Nibbio secondo i criteri internazionali (quindi utilizzo di materiale certificato, mano d’opera assegnata a Guide Alpine e sistemazione della base per lo stazionamento degli arrampicatori), si è cercata la quadra intervenendo anche sul preventivo dei lavori e abbassandolo: ma la CM ha tenuto duro.

Uno dei cartelli alla base del Nibbio
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Ancora Anna Ponziani: “I cartelli sono stati messi pochi giorni fa in accordo con due avvocati che ci hanno seguito in questa vicenda. Di fatto è un modo per tutelarci, la falesia è un luogo potenzialmente pericoloso per diversi motivi e su di noi gravano delle responsabilità. I cartelli rilevano che quella è una proprietà privata e chi vi si avventura lo fa a proprio rischio e pericolo”.

In conclusione, per tutti è stata una sconfitta e un’occasione persa: per il territorio, per lo sport e per il turismo.

Ma gli arrampicatori vanno più in là, oltre alla vicenda locale (che magari di qui a qualche mese potrebbe anche trovare una soluzione). Improvvisamente ci si è ricordati che tutte le falesie, se in terreno privato, sono a rischio chiusura! Se solo i proprietari ci riflettono, le probabilità che i cartelli di divieto crescano come i funghi salgono a dismisura.

Nello scoppiettio di opinioni, il 29 maggio 2015 Emanuele Pellizzari (mister Kinobi), di Treviso, scrive confidenzialmente: “Ostia… sono un filo scosso. Cercherò di spiegare la mia visione del mondo arrampicatorio. Io non so bene se ho capito male, ma ho stropicciato gli occhi e riletto più volte…“Questa Comunità Montana ritiene che una falesia non può assumere un valore di mercato in quanto tale, cioè per il fatto che la gente ci arrampica o, a maggior ragione, perché ospita itinerari storici. Riteniamo fondamentale che l’arrampicata sulle falesie naturali possa essere attività svolta liberamente, con la consapevolezza della responsabilità personale di chi la pratica”. A casa mia questa frase significa che, se una falesia è storica, si è autorizzati a comprarla a prezzo di esproprio. “Ghe sboro” direbbe un mio amico venexian! Diciamo che questo è un disincentivo per ogni proprietario terriero a far entrare un arrampicatore nel suo terreno, in quanto la falesia potrebbe diventare “storica” e ti ciulano il terreno. La seconda cosa, e facendo la premessa che non so bene come sia fatto il Nibbio e le complessità di richiodatura, mi azzardo a dire la mia opinione da fornitore di materiale (come dice la comunità “certificato”): chiodare un tiro con sosta a doppio moschettone inox e tutto a inox nei punti di protezione costa meno di 100 euro (ivati stando larghi, abbondanti e distesi). “Slarghemose”: facciamo 120 euro! Mettiamo un trapano defunto (720 euro), 4 statiche andate (500 euro), 150 euro tra casco e imbrago. La benzina costa, le tasse si pagano, ecc. Ripeto, ignoro la conformazione del Nibbio e le opere di disgaggio e di consolidamento da fare. Posso solo asserire che quando io devo richiodare un tiro in falesia, di norma, tra salirlo e richiodarlo, ci metto il tempo che il mio compagno fa due tiri. Detto questo, se io fossi il proprietario, per me 10.000 euro per una falesia (da capire con quanto terreno, sarebbe bello ce lo dicessero), manco dopo morto lo vendo, piuttosto lo regalo in cambio di una lapide sul bordello del paese: non in Municipio dove la gente va a questionare, ma nel bordello dove va a divertirsi! Infine, non so se la Comunità legge, ma per favore, non scrivete queste cose in giro che non si sa mai che i proprietari terrieri le leggano!”.

Emanuele Pellizzari
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La vicenda rientra in pieno, e clamorosamente, nella casistica per cui l’Osservatorio per la Libertà in Montagna è stato creato. In qualità di suo portavoce però, di fatto, io non so cosa comunicare… Allora mando una raffica di mail a tutti i nostri amici legulei. La domanda è: – Ma siamo così sicuri che il proprietario di un terreno è responsabile per chi ci si fa male? Come mai le autorità locali in zone del nord Inghilterra sono intervenute contro proprietari del genere?

L’avvocato Lucia Foppoli risponde subito, 29 maggio 2015: “Accidenti, Anna Ponziani la conosco bene; non sapevo fosse proprietaria anche del Nibbio! Qui a Sondrio abbiamo avuto una questione analoga per la palestra di arrampicata denominata della Sassella e intitolata a Celso Ortelli, di cui mi ero occupata anche io da presidente di sezione. E’ stata riaperta dopo anni di chiusura, a seguito di un’ordinanza che vietava l’utilizzo delle soste, ecc.
Era un’area privata e c’erano sempre questioni con i proprietari che legittimamente vietavano l’arrampicata per varie ragioni (c’è una vigna coltivata ai piedi, per esempio); la palestra è stata inserita nell’elenco delle opere pubbliche per cui era possibile espropriarne (appunto per pubblica utilità) l’area, ma il Comune ha preferito trattare l’acquisto dai proprietari. Ora si sta trattando l’acquisto anche di un’altra parte dell’area con lo stesso procedimento. Quanto all’indennità (il valore del bene da espropriare) va stabilita secondo legge. Il Comune ha in seguito stipulato una convenzione per la manutenzione dell’area con la locale sezione CAI che utilizza ovviamente professionisti per le certificazioni e ha assicurato la palestra (assicurazione stipulata dal CAI centrale) e si è tutti un po’ più tranquilli…
Certo il percorso non è stato semplice e neppure breve, ci sono voluti anni. Una soluzione, nel caso in argomento, forse più semplice burocraticamente parlando e trattandosi di privati, potrebbe essere quella di convincere la famiglia Ponziani ad affidare la sola gestione, trattenendo la proprietà alla Sezione del CAI che s’incarica di mantenere in ordine la falesia (soste, ecc.) e assicurare la palestra. Il dialogo con i proprietari e l’accordo con loro è imprescindibile
”.

In arrampicata sulla palestra della Sassella (Sondrio)
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Il giudice Maria Barbara Benvenuti risponde poco dopo: “Buongiorno a tutti, da quel che ho letto mi sembra che la decisione dei proprietari di vietare l’accesso nell’area di arrampicata rientri nella strategia delle trattative pre-contrattuali, per creare tensioni e indurre gli enti locali a concludere l’acquisto ai prezzi proposti dai Ponziani. Per questo, come Osservatorio, in questa fase delle trattative, prescinderei dalle questioni giuridiche e creerei invece un movimento di opinione volto a sensibilizzare gli interessati alla falesia (compresi la proprietà e gli enti locali), insistendo sull’importanza di mantenere aperta una palestra storica come quella in questione. Eviterei di cadere nella trappola delle responsabilità, che bloccherebbe irrimediabilmente la situazione irrigidendo la posizione dei proprietari. Dal punto di vista delle responsabilità è vero infatti che il proprietario può essere chiamato a rispondere se qualcuno si fa male, se non dimostra che l’area è data in gestione e in uso a qualche altro soggetto (ecco perché l’affidamento in gestione al CAI torna comodo, perché il sodalizio può beneficiare di buone condizioni assicurative a prezzi ragionevoli di premio); se la proprietà mette il divieto di accesso, come hanno fatto i Ponziani, diventa invece esente da responsabilità, come pure se mette l’avviso che l’area non è soggetta a controlli e che chi arrampica lo fa a proprio rischio e pericolo. Questa è la sintesi di un problema molto più complesso e articolato ovviamente”.

L’avvocato Paola Romanucci, 30 maggio 2015, dà una risposta abbastanza esauriente sulla quale poi convergeranno altri interventi: “La strategia del cartello “proprietà privata” (che in questa vicenda può essere strumento di pressione a fini contrattuali) è pratica diffusa tra i proprietari di fondi privati: implicitamente, un “proprietà privata” accompagnato da un “divieto di accesso” non obbliga il proprietario a presidiare il terreno per impedirne la frequentazione, ma può valere a escluderne la responsabilità in caso di incidente. Tipica soluzione di compromesso all’italiana, ma ha risolto alcune impasse con i proprietari, almeno in terra picena.
D’altra parte, in questo clima di “caccia al responsabile” dobbiamo aspettarci un fiorire di divieti più o meno effettivi, più o meno fittizi: i proprietari vogliono dormire sonni tranquilli.
Peraltro, pongo una questione giuridica: come si regge la responsabilità di un proprietario a fronte della pratica consapevole di un’attività sportiva? Una cosa è la fattispecie “Vermicino”, in cui un proprietario di un fondo accessibile omette di segnalare la presenza di un pozzo non visibile (il che configura la fattispecie denominata “insidia o trabocchetto”, che dà luogo a responsabilità). Altro è tenerlo responsabile del fatto che una libera (e anarchica) comunità di scalatori disgaggia, attrezza, scala, e magari cade nella sua proprietà. Mi pare che un’azione ad alta intenzionalità come scalare una parete basti e avanzi a fornire il nesso causale con l’incidente, escludendo per converso ogni rapporto di causalità con la proprietà e la conduzione del fondo. Sarebbe come dire che se un cacciatore si spara in un piede dentro un fondo privato, può chiedere il danno al proprietario.
Chiusa (ma mica tanto) la parentesi giuridica, veniamo alla fatidica domanda: noialtri (CAI, Osservatorio), che “famo”?
Personalmente, credo che accollare al CAI la gestione e la responsabilità di falesie aperte e frequentate da chiunque, dalla certificazione di sicurezza tramite professionisti alla manutenzione alla copertura assicurativa, sia un pericoloso boomerang. Non soltanto perché il CAI non è strutturato per reggere una simile gestione e simili rischi, specie a fronte di una frequentazione che deve, imprescindibilmente, restare libera e aperta (altrimenti cambiamo nome all’Osservatorio).
Soprattutto, perché mi pare profondamente sbagliato che il CAI diventi “fornitore di sicurezza”. Semmai, è l’esatto contrario: il CAI deve farsi carico di (tornare a) insegnare che le attività in ambiente – che siano su un paretone alpino o in una falesia di 30 metri, su un pendio di neve o dentro una forra – hanno, sempre, un rischio intrinseco incomprimibile, che impone assunzione di responsabilità personale. Responsabilità che, in falesia, è di chi attrezza la via, non meno di chi sceglie di scalarla. Su questo dobbiamo assumere la responsabilità di una battaglia culturale difficile e alta, a partire dalle Sezioni. Chi sceglie di “avventurarsi” (nel senso lessicale e filosofico del termine) in ambiente naturale e al di fuori di un contesto professionale, diventa automaticamente “capitano di se stesso” e si assume la responsabilità di quello che fa.
In sintesi, non facciamoci tentare dall’ennesimo “format” per rincorrere la soluzione dell’ennesimo problema creato da una società sempre più isterica: ferma la battaglia culturale comune, le falesie sono una galassia di situazioni diverse, entro le quali le diverse realtà territoriali troveranno una soluzione adatta alle contrapposte esigenze, del proprietario e dei frequentatori: da qualche parte si comprerà il fondo, altrove basterà scavalcare con nonchalance una catena e ignorare un cartello, forse qualcuno interdirà l’accesso sul serio. E’ la liberta, bellezza
”.

L’altro cartello alla base del Nibbio
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L’ingegner Carlo Zanantoni, che per decadi si è interessato alla qualità del materiale di arrampicata e alpinismo ed è uno dei fondatori dell’Osservatorio per la Libertà, il 30 maggio 2015 scrive rispondendo alle tre signore che l’hanno preceduto: “Mi fa molto piacere che la componente femminile dell’Osservatorio si dimostri particolarmente vitale e competente… Mi pare che il coinvolgimento ufficiale del CAI e delle guide sia da tenere come ultima ratio, invece l’acquisto da parte della Comunità Montana sarebbe un modo per sbrigarsi. Ma tutto questo non sarebbe strettamente necessario, se io non mi sbagliassi nel supporre che:
– una possibilità di esproprio non sia del tutto esclusa (Lucia Foppoli);
– la proprietà si libererebbe da ogni responsabilità se mettesse un divieto d’accesso e altri opportuni avvisi (Barbara Benvenuti).
Si tornerebbe così alla situazione preesistente, a meno che la proprietà impiantasse una recinzione che gli arrampicatori dovrebbero danneggiare per entrare (potrebbe?). Mi pare che la responsabilità del pasticcio sia della Comunità Montana e del suo progetto di riqualifica delle falesie, che ha generato nella proprietà un comprensibile desiderio di sfruttare economicamente un terreno altrimenti inutile
”.

Da parte del giudice Carlo Ancona, 1 giugno 2015: “Mi pare che le considerazioni che leggo a firma Paola Romanucci siano assolutamente da condividere; che poi i proprietari possano dormire davvero sonni tranquilli, con la giurisprudenza che esiste in tema di responsabilità per cose in custodia, è tutt’altro che certo; ma comunque va verificato caso per caso; che poi sia questa la via scelta in Italia alla libertà, dimostra solo che di essa vi è paura, e non desiderio; ma il punto essenziale è che condivido appieno le considerazioni sui compiti del CAI, che non può essere un titolare nella (scomoda) posizione di garante di sicurezza”.

(continua)

 

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Accesso alle falesie – 1 ultima modifica: 2015-07-06T07:00:43+02:00 da GognaBlog

10 pensieri su “Accesso alle falesie – 1”

  1. 10
    Alberto Benassi says:

    la storia per essere compresa deve prima di tutto essere conosciuta. Chi conosce oggi la storia? Chi ha rispetto oggi della storia scritta sulle pareti?

    Oggi si tende solo a mettere in sicurezza, ad omologare, a preconfezionare, ad appiattire tutto.

  2. 9
    Birillo says:

    «Migliorate sempre – commenta la Varale – ma per fare il vero salto di qualità avreste bisogno di qualche lezione da uno come Comici. Soprattutto imparereste le tecniche di progressione artificiale.Ormai in Dolomiti arrampicano tutti così.»
    «Ma se tu conosci Comici, perché non lo porti qui in Grigna?» «Posso chiederlo a Emilio, ma ormai siamo a fine ottobre. La prossima primavera sì, in primavera lo porto qui.» Mary è donna di parola e all’inizio della stagione 1933 Comici, che ha solo 32 anni, ma è davvero un astro dell’alpinismo, si materializza ai Piani Resinelli. Subito apre una via di quarto grado con la Varale e Augusto Corti sulla Torre, guglia vicina al Fungo. E la domenica arriva il sesto grado anche in Grigna! Comici con Boga e Antonio Piloni, affronta il Nibbio. E’ una guglia perfetta per tenere una sorta di lezione, perché si vede tutto quello che succede in parete.
    La voce è circolata e c’è una folla da stadio attorno al Nibbio: sono alpinisti pronti a rubare tutti i segreti, o curiosi che possono vedere all’opera un campione. Comici usa le staffe, la salita a forbice con la doppia corda e il nodo Prusik. Cose mai viste ai Resinelli. La chiamerà via dei Diedri, un sesto grado, appunto. Ma i lecchesi ci restano un po’ male non per invidia o rivalità, non scherziamo, ma per la parete. I Corni del Nibbio non li hanno mai presi in considerazione. Sono isolati in mezzo a un prato; da un lato ci si sale senza alcuna difficoltà, dall’altro la parete è interessante ma breve. «Cribbio – commenta Riccardo – avevamo un problema così bello qui sotto il naso e non lo avevamo mai visto! Bisogna fare qualcosa.»

    Forse questo racconto rende l’idea come tutto sto ciarlare di soldi, chiodi, trapano ed avvocati stoni terribilmente su quella parete. Ma forse è vero, quando la storia non è compresa è destinata a ripetersi. Nessuna polemica: volevo solo riportare questo passaggio per chi avesse piacere di leggerlo =)

  3. 8
    Gianni says:

    Per evitare altri infausti episodi come questi le richiodature istituzionali dovrebbero passare attraverso una procedura qualificata che preveda al primo posto il proprietario e in secondo luogo preventivi limpidi e indiscutibili. Non fa bene alla credibilità del movimento un approccio come quello descritto, un altro proprietario avrebbe fatto cementare la roccia un minuto dopo l’inqualificabile offerta. Sorprende che a Lecco si sia agito in questo modo, sia nella loro provincia che non lontano ci sono stati casi recenti di chiusura falesie da parte di proprietari giustamente irritati. Forse certi arrampicatori sportivi pensano con arroganza di poter fare quello che vogliono, dimenticando di essere ospiti. A quale persona civile non sarebbe venuto in mente, prima di ogni preventivo di progetto, chiedere al proprietario il costo del terreno, e allinearsi di conseguenza? Chi costruirebbe un campo da tennis su un terreno privato senza prima conoscerne il prezzo ed eventualmente accordarsi sull’acquisto?
    Se si voleva far uscire il problema, lo scopo è stato raggiunto con intelligenza. Se si voleva invece fare una riqualificazione, basta leggere le assurdità di chi ha probabilmente ideato il tutto. http://larioclimb.paolo-sonja.net/bacheca/2015/ceraunavoltailnibbio.pdf per rimanere sbigottiti da cotanta arroganza. Si ammette un preventivo insensato e un modo di fare sbagliato, perfino attaccando delle voci contrarie che non si capisce chi fossero ma che evidentemente non furono ascoltate visto il patatrac. Sulla rivista Pareti c’è un editoriale durissimo che senza mezzi termini allude ad amici degli amici e come si può non pensare ad una cosa del genere? Quello che scrive il Sig. Pellizzari è logico: qualunque proprietario di terreno con falesia che dovesse leggere il comunicato della comunità montana o peggio quanto scritto nel sito lecchese non ci penserà più di un minuto ad alzare palizzate con filo spinato.
    Prima di fare l’ennesima legge, sarebbe meglio non dare in mano a persone sbagliate progetti e affidare ad un ente come proprio il vostro osservatorio il compito di vigilare sulla procedura.

  4. 7
    carlo says:

    Ciumbia. Dilettanti allo sbaraglio. Dai giornali però la comunità montana è stata aiutata da arrampicatori locali nel progettino e lo sconcertante comunicato è anche sul sito delle guide alpine lombarde.

  5. 6
    Matteo says:

    Ma la proprietà è veramente al riparo da guai legali con un cartello o deve recintare? leggo che il Nibbio è molto frequentato quindi la proprietà non può ignorare che si continui a scalare. E’ quindi passibile comunque di denuncia in caso di incidente?
    Il resto della storia ha diversi lati oscuri. Se hanno offerto 6400 euro per 6700 metri quadrati le cose sono due: o volevano far saltare volontariamente il progetto dopo l’annuncio o erano sicuri di un esproprio che però non c’è stato. Nessuno offrirebbe meno di un euro a metro quadro a fronte di un progetto reclamizzato, a meno che non si sia sicuro comunque di una soluzione a proprio favore. Un’altra domanda: la comunità montana a chi si è appoggiata per un progetto? Gli errori di preventivo indicati da Pellizzari sono troppo macroscopici e rivelano l’assenza di uno studio. E perché a fronte di risparmi consigliati non hanno comunque acquistato il terreno? Il sentiero è così malmesso da necessitare di un intervento? Non volevano darla vinta alla proprietà o i soldi erano già stati spesi? Un brutto minestrone e una vicenda molto strana

  6. 5
    Angelo says:

    Il caso parte da un progetto costruito con leggerezza. C’era un esperto alla base del progetto? Non dal punto di vista legale, visto il pasticcio. Non delle chiodature, visto le osservazioni pertinenti del Sig. Pellizzari, che se ne intende. La mancanza di queste figure nel progetto è sconcertante e sospetta.

  7. 4
    GIANDO says:

    La frase “nessuno possa denunciare e chiedere danni a terzi estranei all’incidente” mi piace :-).
    In effetti esistono dei precedenti, non so se in termini di condanna, sicuramente a livello di denuncia. Per es., quando arrampicavo a Badolo con una certa regolarità (anni ottanta) i proprietari se ne stavano tranquilli. Poi qualcuno che si è fatto male (ma non so nè come nè quando, credo negli anni novanta) ha provato a rifarsi sulla proprietà. Da lì sono cominciati i problemi, risoltisi dopo anni con l’intervento del Comune, della Provincia e del CAI (questi almeno mi risultano essere stati i soggetti più rappresentativi intervenuti nella vicenda).
    La cosa che comunque mi colpisce, a prescindere dalla possibilità di trovare delle soluzioni, è il filone giurisprudenziale che si è andato via via instaurando nel corso degli anni. Una delle prime cose che mi hanno insegnato quando studiavo diritto è che le norme vanno interpretate anche perché risulta pressoché impossibile disciplinare ogni cosa in maniera esaustiva. Possono esserci casi in cui è giustificato passare col rosso, per es., se si deve trasportare d’urgenza una persona in ospedale.
    Accusare il proprietario di una falesia per incidenti occorsi agli arrampicatori sarebbe, a mio modesto avviso, come incolpare il proprietario di una casa perché un ladro cade dalla grondaia nel tentativo di andare a rubare.
    Ci troviamo di fronte a ragionamenti completamente privi di logica o che comunque seguono una logica avente forse valenza in ambito lavorativo, dove sovente ci si trova ad avere a che fare con imprenditori poco rispettosi delle norme sulla sicurezza.
    Pertanto, pur auspicando una rivoluzione culturale auspicherei anche un’applicazione delle leggi e dei regolamenti con un minimo di buon senso (e forse bisognerebbe pure sanzionare chi intenta delle cause prive di fondamento, così la smettiamo d’intasare i tribunali con delle minchiate).

  8. 3

    Si, c’è necessità di una “rivoluzione” culturale.
    .
    Il “se la sono andata a cercare” è una assunzione di rischio, che se ci pensate è per paradosso una assunzione di rischio spesso minore del rischio che ci si prende quando si percorre una strada urbana con un mezzo a motore o come semplici pedoni (i numeri di persone investite e sulle striscie pedonali e qui uccise ogni anno in Italia sono racappriccianti). Nella mia città c’è una media di 1 persona investita al giorno. Ma crediamo che il problema dei morti per strada (e per esteso di quelli in montagna) sia sotto controllo perchè regolamentato da una qualche contratto assicurativo. L’RCA Auto obbligatoria nel caso di possessori di mezzi con targa … L’assicurazione CAI per la montagna, etc. etc.
    .
    Cosa c’entra tutto questo ?
    .
    Il bailamme è nell’ambito della nostra “societè securitaire”, che chiamerei con gioco di parole: “società dell’assicurazione” (nel doppio senso di avere una assicurazione e rimborso finanziario in caso di danni subiti per ogni attività a rischio; e nel senso di essere sempre “in sicurezza”) 🙂
    .
    Perchè i proprietari della falesia hanno attaccato i cartelli ?
    .
    Per evitare di essere denunciati per richiesta danni e magari concorso in omicidio colposo, nel momento in cui qualcuno si è fatto male ed ha denuciato chiedendo SOLDI (se gli avvocati hanno fatto spittare i cartelli di divieto è perchè evidentemente ci sono dei precedenti)!
    Tutto lì.
    .
    La parola chiave più usata nell’articolo è giustamente “responsabilità”. Questa società invita a diminuire le responsabilità individuali a favore di meccanismi assicurativi, deresponsabilizzando l’individuo. Una mentalità ormai radicata nella gente è la “necessità” di un “rimborso economico del danno subito”. Lo si vede negli incidenti stradali, nelle denuncie ai medici ed ospedali, ed evidentemente anche nelle falesie, evidentemente anche negli incidenti in montagna (l’autore in un articolo tempo addietro rammentava la causa PERSA da una sezione CAI in seguito di richiesta danni di genitori di un allievo di un corso di alpinismo, fattosi male su una ferrata…).
    .
    Due ipotesi estreme e provocatorie:
    .
    1- Il CAI (ovvero lo stato) fa tutto: compra tutto ed assicura tutti ?!
    Immaginiamo per assurdo … che tutti i cittadini italiani pagassero la tassa CAI … ah ah ah i conti potrebbero magari quadrare! Lo “stato” (od il CAI per conto dello stato ) assicurerebbe tutto a tutti, manutenzione di falesie per tutti! Evvai 🙂
    .
    2- A me invece piacerebbe all’opposto una strada di responsabilizzazione individuale, con una legge che suonerebbe così:
    .
    nessuno possa denunciare e chiedere danni a terzi estranei all’incidente.
    .
    Estremo ? Forse, ma per me l’inghippo è tutto lì.
    .
    P.S. Sulle attività e gli interessi particolari delle Comunità Montane (eppure esistono…) direi che c’è spazio per decine di articoli. Stenderei un pietoso velo. Anzi no! 😉

  9. 2
    Alberto Benassi says:

    il problema è culturale.
    Gli italiani consideriano quelli che vanno in montagna e a scalare degli imbecilli in cerca di rogne. Qual’ è il primo commento quando qualcuno si fa male? …..”ma che ci sono andati a fare? oppure, “se la sono cercata” .

    Quindi condannano chi va a scalare ma giustificano la mamma che fuma in macchina con il proprio figlio e poi butta la cicca e il pacchetto vuoto fuori da finestrino.

  10. 1
    GIANDO says:

    Nella falesia di Badolo, vicino a Bologna, la soluzione è stata trovata. Ci sono voluti anni però con la volontà di tutte le parti in causa sono stati risolti problemi analoghi e senza nessuna cessione da parte della proprietà.
    In ogni caso basterebbe un minimo di buon senso nell’applicazione delle norme. Come giustamente dice l’avvocato Paola Romanucci “come si regge la responsabilità di un proprietario a fronte della pratica consapevole di un’attività sportiva?”.
    Probabilmente non capirò nulla di diritto pur avendolo studiato e sono pronto a mettermi il cappello con le orecchie da somaro ma francamente questa storia della “responsabilità oggettiva” applicata a determinati contesti non riesco a digerirla.
    In conclusione, ciò che manca, a mio modesto avviso, è la volontà di risolvere il problema dal punto di vista giuridico (non so quale sia il motivo ma mi piacerebb conoscerlo: ignoranza, pregiudizio, scarso interesse per un’attività tutto sommato di nicchia, boh..). Per il resto, volendo, la soluzione si trova.

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