Adrenalina e ambizione

Adrenalina e ambizione

Nella ricerca della propria libertà individuale, cammino che contribuisce in sommatoria niente meno che alla libertà collettiva di un popolo o di una civiltà, abbiamo a che fare con almeno due grossi ostacoli.
Il primo è dato dall’eccessiva ricerca dell’esperienza adrenalinica, il secondo dall’eccessiva ambizione personale.

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Se accettiamo che libertà non significhi poter fare ciò che si vuole e basta ma significhi poter fare ciò che si vuole dopo una “scelta” tra opzioni di vario grado di difficoltà, impegno e gusto personale, allora siamo già sulla buona strada nell’individuazione del nostro personale cammino alla ricerca della libertà.

Scelta infatti equivale in genere a responsabilità, se si è scelto è perché quel progetto ci piace e lo abbiamo valutato: è difficile che in questo processo ci si lasci prendere (oltre a un certo livello di base) dalle emozioni puramente epidermiche che generano adrenalina. Le emozioni adrenaliniche sono un genere di droga da evitare, chi ne è affetto ne è dipendente, anche se non se lo confessa o non se ne rende conto. Non c’è libertà, né responsabilità, nell’adrenalina. C’è solo un gusto depravato per il pericolo e un più o meno ingenuo dispregio della statistica.

Ugualmente, chi ha scelto responsabilmente in genere ha anche interrogato se stesso sulle sue reali motivazioni. Quanto l’esibizione di ciò stiamo per fare impressionerà gli altri e quindi quanto lustro ci darà? Quanto la volontà di potenza del nostro ego sta comandando questo processo decisionale se intraprendere un qualcosa o non farlo? O travestendo con la maschera del cosiddetto “divertimento” una partita di cui ci sfugge la portata? Quanta competizione ci sta governando? Il processo psicologico è: con quanto intero me stesso mi sto impegnando? Solo con la parte che si relaziona con gli altri (ego, competizione) o anche con il me stesso più profondo, quello che comprende istinti e miti che vanno ben oltre il mio piccolo essere individuo?

L’alpinista ha trovato modo di rappresentare questi miti e istinti con il pennello della sua montagna. La montagna, con i suoi colori, forme, potenza e varietà riassume bene la grandiosità che dovremmo sempre riconoscere in noi. Se la montagna si riduce a sfondo delle nostre imprese competitive ci amputiamo da soli della nostra più grande forza e ci poniamo in una lunga catena di pericoli: prima il distacco da noi stessi, poi la corsa inconscia verso l’incidente.

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Adrenalina e ambizione ultima modifica: 2015-04-20T06:16:47+02:00 da GognaBlog

7 pensieri su “Adrenalina e ambizione”

  1. 7
    Alberto Benassi says:

    l’uomo, come giustamente a scritto Giando, è avventuroso per natura e anche per necessità. Se non lo fosse stato, credo saremmo ancora all’epoca delle caverne.
    Oggi però questa necessità non ha più la stessa natura. E’ più una necessità avventurosa interiore che legata bisogno di mettere il pane e il companatico sul tavolino. Questo almeno per il mondo occidentale.
    Nulla di male. Anzi!!
    il problema però sta nel fatto che l’avventura di oggi spesso e volentieri è finta, costruita e garantita da altri. Molti oggi vogliono provare paura, sentire l’adrenalina, per ammazzare la noia quotidiana, ma senza un vero rischio. Rischio che non deve per forza essere quello di farsi male, ma quello di non riuscire, per poi naturalmente scrivere quello che hanno vissuto su faccialibro avvalendosi magari di belle frasi di altri.
    Quindi molta apparenza ma poca sostanza.

  2. 6
    Gianni says:

    Ed anche qui c’imbattiamo, come spesso accade, nella abituale necessità di una opportuna miscela di varie componenti che prese singolarmente non sono negative. E’ senza dubbio un fattore di educazione, insegnamenti, e poi, quindi, cultura. Che ognuno s’impegni con i propri figli, nipoti, alunni, clienti….. Sia d’esempio con i fatti

  3. 5
    GIANDO says:

    Ho scritto “no comment” ma quando sento parlare di ferrate mi viene la mosca al naso. Non mi riferisco tanto alle vie attrezzate storiche o a quelle costruite per ripercorrere sentieri storici (come alcune sul Lago di Garda che si sviluppano in parte attraverso trince e appostamenti della 1° Guerra Mondiale) quanto a quelle cosiddette “sportive”.
    Con buona pace degli appassionati del genere se qualcuno le andasse a smantellare avrebbe la mia, seppur insignificante, ammirazione!

  4. 4
    GIANDO says:

    Credo che il desiderio di vivere esperienze avventurose e di godere di un certo livello di adrenalina sia scritto nei nostri geni. La vera sfida consiste nell’incanalare tale desiderio facendo sì che diventi fonte di crescita oltre che valvola di sfogo fine a sè stessa.
    In questo periodo storico viviamo uno sbilanciamento molto forte verso le esperienze esteriori, che sono poi quelle più facilmente condivisibili (è più semplice condividere dei risultati piuttosto che degli stati d’animo). Non sempre è stato così in quanto in alcune civiltà del passato sono stati dettagliatamente catalogati stati di coscienza dei quali la stragrande maggioranza di noi non ha letteralmente idea e se ciò è stato fatto significa che in quelle culture aveva un importante significato.
    Se non ci saranno intoppi nello sviluppo tecnologico ne vedremo ancora delle belle. E’ già ipotizzabile un futuro abbandono di corda, chiodi e moschettoni nel momento in cui sarà ritenuto conveniente produrre guanti e suole riproducenti le zampe del geco, così come è ipotizzabile l’abbandono delle bombole d’ossigeno a favore di maschere in grado di consentire di respirare sott’acqua (sto’ parlando di cose già inventate).
    Da contraltare fa sovente il vuoto interiore che si riscontra dietro a certi exploit. Non voglio dire che tutti gli amanti dell’adrenalina no limits siano dei derecebrati ma che sovente si riscontra in chi vuole vivere l’avventura a tutti i costi un’assenza d’interesse nei confronti, per es., della natura, dell’arte, della cultura. Sto’ parlando di persone che leggono poco o nulla, che non sentono minimamente il bisogno di visitare un museo o una città d’arte così come non sentono la necessità di passare una giornata bighellonando in un bosco senza obiettivi particolari.
    Ovviamente non si può fare di tutta l’erba un fascio. Ci sono persone capaci di vivere esperienze avventurose ed adrenaliniche senza perdere di vista tutto il resto e lasciando ai posteri un’eredità ricca di contenuti interiori. Solitamente sono i ricercatori, gli innovatori, coloro cioè che si cimentano nell’avventura con la A maiuscola e non nel suo surrogato commerciale.
    A proposito di quanto citato da Luca. Ma non era stato strombazzato dal CAI “mai più ferrate”? No comment.

  5. 3
    Alberto Benassi says:

    nella società attuale bisogna avere un risultato.
    Fermarsi ad ammirare la bellezza di un fiore , di un tramonto, di un paesaggio non è un risultato.

    E brave le guide alpine di Cortina, altre ferrata sulle Tofane. Effettivamente ne sentivamo il bisogno……

  6. 2
    Luca Visentini says:

    Condivido quanto scrivi, Massimo, la vedo anch’io, purtroppo, così. Ma contano molto gli operatori, chi fa cioè cultura o sottocultura. Pensa che nel pacchetto offerto ai clienti dalle guide alpine di Cortina, gli stessi che hanno appena realizzato due nuove vie ferrate sulle Tofane (!!!), ho letto: “E, per i più avventurosi, l’eliski”. Capito? Non per i più danarosi o per i più consumisti, no, per i più avventurosi. Di nuovo tre punti esclamativi.

  7. 1

    Alessandro metti via la mannaia altrimenti potresti apparire anacronistico, o meglio smetti di usare la penna o la tastiera del pc come fosse una mannaia. Sto scherzando ma solo in parte il problema sollevato da te di fatto esiste ed oserei dire che sta diventando preponderante. Sono 34 anni che vado in montagna anche se in versione ridotta perchè per la maggior parte mi sono mosso in Sardegna e 20 anni che faccio la guida e ho passato al setaccio diverse generazioni di escursionisti, aspiranti torrentisti e arrampicatori. Anche adesso mi trovo a combattere con la richiesta di adrenalina continua da parte di molti ragazzi e anche non più ragazzi, ma con la sindrome di Peter pan. Tipo porti l’ottantenne in cima a Tavolara e s’incazza e ti dice che lui era abituato a salire sul Cervino e sul Bianco e adesso è ridotto a fare queste cretinate. Io gli ho risposto: Forse non hai capito bene, mio suocero ha la tua età ed usa la bombola dell’ossigeno per spostarsi dalla camera da letto al soggiorno, non per salire sull’Heverest. Quando porto i ragazzi nelle nostre gole mi chiedono sempre altri percorsi con calate possibilmente sempre più alte si portano dietro la go pro per documentare le azioni più adrenaliniche, il contesto naturalistico passa completamente in secondo piano, perde importanza. Mi sento quasi un cretino quando gli spiego:” Ragazzi la corda, l’imbrago non sono fine a se stessi, sono degli strumenti che vi consentono di progredire in questi luoghi e di vedere cose che in altre maniera non avreste potuto vedere”. Parole perse nel vento l’adrenalina prevale su tutto anche dopo 5/6 uscite, i venticinquenni di adesso hanno a disposizione il doppio dei mezzi, degli strumenti e delle risorse che avevamo a disposizione noi e vogliono bruciare tutte le tappe, ma stanno perdendo il senso delle cose. Quando faccio delle escursioni ad anello passando in luoghi stratosferici, molti mi chiedono: ma dove dobbiamo arrivare? gli rispondo sei già arrivato guardati attorno sei hai una fotocamera scatta altrimenti guardati attorno e vedrai che starai comunque bene. No l’escursionista moderno vuole una meta, deve poi comunicare su facebook dove è arrivato, come non ha poi molta importanza. Alessandro mi sa che questo mondo è profondamente cambiato.

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