Tra adventuring ed escursionismo

Tra adventuring ed escursionismo
di Alessandra Longo
(già pubblicato su Bardo News il 17 ottobre 2016 e su Verticales.it il 2 gennaio 2017)

In Olanda ci sono le spookwegen, “strade degli spiriti”. In Spagna le caňadas, tratturi sassosi. In Scozia i clachan, le vie della transumanza. Sulle Alpi occidentali sono le strade militari d’alta quota a segnare il territorio: un patrimonio paesaggistico immenso, 980 km di strade carrozzabili, suddivisi in 537 itinerari. Tracce che incidono i crinali delle montagne e ne testimoniano la storia.

Il passato lascia le sue tracce. E il presente? Saliamo nel Comune di Oulx sulla strada militare 79 costruita negli ultimi anni del XIX secolo per collegare i forti Fenil, Pramand, Föens e Jafferau. È una bella domenica di fine agosto: sopra di noi il cielo è d’un azzurro sorprendente. Un’altra sorpresa ci coglie nel rivolgere lo sguardo verso il cammino.

Nella polvere solo tracce di pneumatici. E’ questa l’impronta che l’uomo oggi lascia sulla montagna?

Carovana di fuoristrada in sosta sulla strada per il Pramand

Cosa direbbe il grande alpinista Albert Frederick Mummery? Per non lasciare segni di mezzi artificiali, nel 1880 rinunciò alla salita al Dente del Gigante e scrisse su un biglietto infilato nella roccia il motivo della rinuncia: “assolutamente impossibile con mezzi leali”. Ovviamente si tratta di una provocazione. Oggi l’accesso motorizzato alle vette è un fenomeno assodato: le strade d’alta quota rappresentano una delle principali vie di frequentazione dell’ambiente montano dell’Alta Valle Susa. Gli “esperti” del settore lo chiamano “turismo adventuring”.

A piedi, zaino in spalla, ci fermiamo ad un tornante e veniamo superati dalla prima carovana di possenti fuoristrada. Siamo sudati e assediati da un nugolo di mosche. Ho dimenticato la maglia e su di un tallone si sta gonfiando una vescica. In salita balena sempre un pensiero. Se poi sei sorpassato a gran velocità l’interrogativo diventa pressante: “ma chi me lo fa fare?”.

I passi si fanno più lenti e il dislivello cresce. Il ritmo si cadenza. Il dubbio scompare. Ci sono innumerevoli modi di affrontare la salita. Lasciare un’impronta significa avere contatto diretto con la terra e percepirne l’immediata risposta. Solitamente, nelle stretegie di promozione turistica dell’ambiente alpino, l’escursionismo viene promosso quale accesso ecologico, green, slow, responsabile. Indubbiamente vero. Tuttavia bisognerebbe aggiungere a questa considerazione – ormai ampiamente recepita – anche l’aspetto conoscitivo, culturale, migliorativo non solo delle condizioni esterne, ma sopratutto del sé, della propria coscienza.

Of(f)road go home: graffittaro rimandato in inglese, promosso in ecologia

Cosa mi accade quando cammino? Le teorie sono innumerevoli e spaziano dalle rêverie filosofiche alle attualissime scoperte delle neuroscienze. Il poeta inglese Edward Thomas pensava che i sentieri portassero impressi i “sogni” di tutti coloro che vi avevano camminato: solcare una traccia significa depositarne un’altra, in un continuo gioco di esperienze che si sedimentano sotto i piedi degli uomini. Nelle politiche turistiche questo aspetto non viene mai apertamente affrontato: il marketing prevale, inglesizza i termini (trekking, walking, ecc.) e l’esperienza montagna viene promossa per il suoi aspetti più ludici.

L’adventuring ci si palesa nuovamente quando siamo superati da due quad che si divertono a rincorrersi. Li guardiamo con aria interrogativa. Il “mettersi in moto” e il “mettersi in gioco” qui si sovrappongono. La salita diviene puro intrattenimento. Il territorio equivale a un ampio terreno di sperimentazione. Ma di cosa? Di noi stessi, delle nostre potenzialità? O della potenza motore?

Sempre di più ci si affida a mezzi esterni, vere e proprie protesi del nostro corpo. Demandiamo il nostro sentire alla tecnologia. Ammiriamo il panorama attraverso lo smartphone. Calcoliamo la nostra resistenza con il braccialetto fitness. Intessiamo le relazioni personali principalmente attraverso social network. In un contesto così ricco, vero e prepotentemente coinvolgente com’è la montagna dovremmo osare di più: lasciare per un giorno la vettura in garage ed avere il coraggio di affrontare l’avventura più avvicente. La sfida con noi stessi per imprimere nei nostri segni i nostri sogni.

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Tra adventuring ed escursionismo ultima modifica: 2017-04-23T05:28:45+02:00 da GognaBlog

6 pensieri su “Tra adventuring ed escursionismo”

  1. 6
    Marco says:

    purtroppo questo è un problema comune anche nella nostra nostra bella e spopolata Sardegna. Quad, moto da cross che arrivano anche nei luoghi più selvaggi… vedi la Gola di Gorropu e Campo Donanicoro in pieno Supramonte

  2. 5
    Antonella says:

    @Fabio Bertoncelli Molto triste ma vero e reale è così dovunque
    E i cacciatori spesso comunque e volentieri dentro gli ingranaggi del potere economico e politico, comunque sia portano molti voti !
    È squallido ma anche le sinistre in Italia fanno o niente per l’ambiente e la fauna, anzi spesso il contrario.

  3. 4
    Antonella says:

    Quoto l’analisi ( più sintetica di altre 🙂
    e le conclusioni di Lorenzo Merlo
    In fondo la rassegnazione qualunquista del ” tanto le cose vanno comunque così” è una sorta di non-ragionamento di comodo,egoistico e di superficie che non porta da nessuna parte né sé stessi né il mondo ( le montagne , qui ) Ed è altrettanto vero che i grandi cambiamenti nascono sempre da piccole frange avanzate, per poi crescere, soprattutto quando le condizioni generali dei sistemi vanno sempre più verso l’implosione. E a questo stanno portando appunto sempre più i cambiamenti climatici negativi e il crescente cannibalismo turistico sia da parte dell’offerta che dei fruitori stessi , che mercificando distrugge ancor più il “malato” ( il territorio, l’ambiente alpino ) anziché salvaguardarlo !

  4. 3
    Ferdinando Corbetta says:

    La colpa in primis è dei locali che vogliono guadagnare sempre di più col turismo (in questo caso pessimo e poco rispettoso della natura)
    Da facebook, 25 aprile 2017, ore 12.20

  5. 2
    lorenzo merlo says:

    Per “lasciare per un giorno la vettura in garage” è necessario disporre del valore della natura, della terra, della montagna come soggetti.

    Un valore ha bisogno dell’impegno della scuola, della famiglia, del giornalismo, del ministero.

    Senza quel valore, natura, terra e montagna sono oggetti. Nei confronti dei quali la presunta superiorità dell’uomo su ogni altro ente senziente e non, l’antropocentrica politica fondata sul pil non potranno che ritenere doveroso consumarli.

    Una politica capace di proporre paradigmi non più solo mercificanti e produttivistici ha bisogno d’essere stimolata e promossa da ognuno fosse anche nei confronti di una sola persona.

  6. 1
    Fabio Bertoncelli says:

    Stagione di caccia, stagione di auto
    ————————-
    La strada sterrata che inizia al Passo del Lagadello (Appennino Tosco-Emiliano) si snoda per lungo tratto appena al di sotto dello spartiacque tra i due mari. Sul versante adriatico si estende il Parco del Frignano, dove la fauna può trovare protezione, mentre cosí non è per quello tirrenico. Ecco che cosa succede durante la stagione venatoria.
    I baldi cacciatori si presentano addobbati virilmente con tuta mimetica in stile Rambo appenninico, ma con effetto scenografico miseramente screditato da un cappellino parasole, magari sponsorizzato da qualche ceramica di Sassuolo. Agevolati dal comodo approccio, prendono le mosse dal Lagadello e scorrazzano con prepotenza per i prati, a bordo dei loro fuoristrada da parecchie decine di migliaia di euro. La battuta a volte è accompagnata da una generosa abbuffata, spaparanzati su seggiolini da picnic con tavolino imbandito come se fosse un banchetto di Trimalcione. Poi, per favorire la digestione, ha inizio la marcia di avvicinamento (cinque minuti scarsi) ai territori di caccia. Le imboscate avvengono sul lato toscano, a non piú di dieci metri dal limite del parco. Qui i valorosi si appostano allineati in folta squadra, spesso seduti sui ridicoli seggiolini che si sono trascinati appresso per schivare ogni minimo disagio per i loro deretani. Quindi si attende, magari tracannando una birra, che le prede varchino i confini. Il povero capriolo che osi farlo anche con una sola zampa è trafitto all’istante da una sventagliata di fucilate; forse lo sconfinamento non è neppure necessario.
    La zona è frequentata anche dagli escursionisti, che nel clima di esaltazione generale corrono il pericolo di fare la stessa fine della cosiddetta selvaggina, forse confusi con un cinghiale. In particolare, ignaro dell’andazzo, chi si azzardi a partire in gita dall’Imbrancamento rischia davvero di essere ucciso per errore da qualche esagitato a pochi passi dalla Bocca del Fornello. Se invece si ha la ventura di sopravvivere, allora occorre rassegnarsi a passare in mezzo a una minacciosa schiera di cinque, dieci o venti canne di fucile. La scena sarebbe degna dei migliori film di Fantozzi, se non fosse cosí pericolosa, e oltremodo irritante per la squallida arroganza che bisogna patire. Poi si deve camminare sul tappeto dei bossoli di gloriose antiche battaglie (è troppo faticoso raccoglierli), quindi in mezzo ai tavolini da picnic con i resti della scorpacciata, e infine tra i fuoristrada parcheggiati in modo selvaggio sull’erba. In teoria la strada è proibita al traffico, come da cartello di divieto crivellato da pallottole e pallettoni.
    Durante le mie scorribande per i monti sono contento della giornata se mi capita la fortuna di ammirare un capriolo, immagine di grazia, che gironzola libero nei boschi. Costoro invece, in sadica adunata, si sollazzano a massacrarlo.
    … … …
    Signori, questa è terra di Toscana, da lunghi decenni amministrata da sedicenti “protettori della natura” con le loro clientele. Beninteso, non che in Emilia l’ipocrisia sia da meno… Il partito della caccia e del verde, partito di lotta e di governo, qui regna sovrano.

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