Alla ricerca delle Antiche Sere

Alla ricerca delle Antiche Sere (GPM
di Gian Piero Motti
(pubblicato su Rivista della Montagna-Momenti di Alpinismo, aprile 1983)

Lettura: spessore-weight(4), impegno-effort(2), disimpegno-entertainment(2)

Il Vallone di Sea è un profondo solco che per parecchi chilometri si inoltra da Forno Alpi Graie nel cuore delle Alpi Graie Meridionali, nel tratto compreso tra l’Uja di Ciamarella 3676 m e la Cima Monfret 3373 m. È un vallone veramente splendido e selvaggio, che offre una serie di visioni e paesaggi mutanti, dai forti contrasti: tratti cupi e chiusi tra alte pareti rocciose lasciano spazio a vasti e dolcissimi pianori di pascoli in fiore, dove le acque calme e tranquille scorrono ruscellando, per poi cadere più oltre in cascate fragorose e rinserrate entro forre in rovina. È un vallone che possiede una sua anima ben definita: anima saldamente ancorata all’antico.

Gian Piero Motti, prima comunione all’istituto Sant’Anna, 1952. Foto: Arch. Fam. Motti

Vi si respira ancora un’atmosfera quasi ottocentesca, ancora sembra di vivere il tempo dei Castagneri, dei Corrà, dei Vaccarone, ancora pare di vivere le stesse sensazioni descritte, in modo così affascinante, dal Conte Francesetti di Mezzenile nelle sue Lettres sur les Vallées de Lanzo. Non starò a dilungarmi su quanto io abbia amato e ami tuttora questo mondo di rocce e di silenzi e su quanto esso mi abbia donato. È lì che sono ben piantate le radici del mio amore per la montagna, lì, come in uno scrigno, ho riposto i miei ricordi più intatti e più puri, quelli legati al mondo dell’infanzia e dell’adolescenza, quando tutto era stupore e meraviglia. Ricordi di quando Tômé mi portava per le prime volte a scoprire le montagne della valle e, forse, anche per prendere un po’ di fiato, mostrava ai miei occhi incantati i ghiacciai, i colli e le cime e mi narrava le avventure di caccia, di contrabbando e di guerra partigiana… Là ‘l Pas ‘dla Crava, che permetteva, strisciando (e quella volta col fucile in spalla e trascinando il camoscio colpito…!) su una cengia pericolosa, di passare dal piano del Massiet alla Cômba di Mombran; lassù sulla grande parete, avvolta dall’ombra e fantasticamente alta nella luce della sera, indicava la Sengia dli Preivi o Côla dle Barache (quella storia dei preti che, in cerca di stelle alpine sui fianchi dell’Albaron, caddero e si uccisero percorrendo la cengia erbosa… quelle storie del contrabbando del sale durante la guerra e gli incontri con il Papa, la grande guida di Bonneval). E poi quelle notti, quelle notti passate nella piccola scatola di lamiera in attesa dell’alba, con il cuore che batteva nell’udire i colpi secchi delle pietre che cadevano, mosse dagli stambecchi in corsa, sulla grande parete dell’Albaron… E quelle corse, quelle corse a quindici-sedici anni su per la Ciamarella, la Punta di Sea, la Punta Tonini, il Canalone delle Disgrazie, a volte soltanto con le pedule scamosciate e una canna usata come piccozza…

Gian Piero Motti, a 18 anni sulla cresta sud dell’Aig. Noire de Peuterey. Foto: Arch. Fam. Motti

Non ho rimpianti: ogni volta che torno in Sea tutto ciò esiste e rivive nella sua purezza cristallina, come le tante sorgenti che sgorgano copiose sui fianchi dirupati e che donano un’impressione di leggerezza e di sollievo quando ci si disseta, lasciando la bocca fresca e pulita. Questo lavoro non si occupa delle grandi montagne che coronano il vallone, ma invece delle bastionate rocciose, segno della potenza erosiva dell’antico ghiacciaio, che caratterizzano i fianchi della sua prima metà. Su di esse, in anni recenti, si è imposta la dimensione dell’arrampicata pura, come già accaduto, per esempio, in Valle dell’Orco. E il Vallone di Sea è veramente in questo senso un territorio magnifico e ideale, per ora sfruttato soltanto per un terzo delle sue reali possibilità. I pionieri di quest’opera di conoscenza sono stati innanzi tutto Isidoro Meneghin, amante della creazione e della scoperta, alpinista dalla grandissima e silenziosa passione, che ha aperto un numero ingente di vie, anche in solitaria, sulle pareti del vallone. A lui va il mio più vivo ringraziamento, per la mole di relazioni tecniche, osservazioni, note che gentilmente e prontamente mi ha fornito: questo lavoro in buona parte è anche suo. E poi Gian Carlo Grassi, anch’egli profondamente legato alle Valli di Lanzo, amante della scoperta e ancora capace di stupirsi come un ragazzino, sempre alla ricerca di nuove espressioni. E infine Ugo Manera, che sembra migliorare, come il buon vino, con il passare degli anni, acquistando sensibilità creativa e grande serenità di giudizio, unite a una passione forte e tenace che sembra non conoscere incertezze. Sono stati loro, dunque, i pionieri di questo vallone affiancati da pochi altri, come Vincenzo Appiano, Antonio Cotta e alcuni giovani alpinisti di Ciriè.

Perché antiche sere? Perché un albero mette frutti e fiori soltanto se ha radici e soltanto se la linfa vitale scorre dalle radici ai rami: se si taglia l’albero all’altezza delle radici, ahimè!, ben presto esso morirà, diverrà un tronco secco da ardere, senza fiori e senza frutti.

Qualcuno, forse in buona fede, ha cercato e sta cercando di segare l’albero per staccarlo dalle sue radici, con l’illusione di dargli finalmente la libertà di movimento. Ma forse si è ancora in tempo a porre riparo, a cicatrizzare la ferita, ormai molto estesa, e a ricollegare i capillari della linfa con le radici sottostanti. Molti cominciano già a vedere che l’albero dà frutti avvizziti, quasi non dà più fiori, va perdendo le foglie e rinsecchendosi nei rami. Ed è per questo che mi sono preso l’arbitrio di usare tanto mito nel battezzare le pareti rocciose: lo si voglia o no, è nel mito che possiamo trovare il senso del nostro esistere e la risposta ai grandi perché della vita.

Nota
Qui termina l’introduzione alla lunga monografia alpinistica sul Vallone di Sea, che è stata omessa per ragioni di spazio ma che è leggibile qui.

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Alla ricerca delle Antiche Sere ultima modifica: 2019-06-21T05:24:43+02:00 da GognaBlog

3 pensieri su “Alla ricerca delle Antiche Sere”

  1. 3
    Giuliano Pettenuzzo says:

    Un grandev

  2. 2

    Pura poesia.
    Per dedicarsi all’alpinismo portando gli occhiali da vista bisogna avere più passione di chi ci vede bene.

  3. 1
    Carlo Crovella says:

    Nuovo Mattino – Antiche Sere: si chiude il cerchio di Motti.
    Notazione di cronaca:  a pag. 56 della monografia su Sea è riportata la tabella del confronto fra le scale di valutazione delle difficoltà (UIAA-USA-FRANCIA). Tale tabella fu introdotta in Italia grazie ad Alessandro Gogna (vedi Mezzogiorno di pietra, edizione 1982), ma la sua diffusione capillare nell’ambiente torinese deve moltissimo agli scritti di Motti.
    Potendo finalmente fare la traduzione precisa in scala UIAA, capimmo come mai il 6b non fosse solo un semplice udgrade del 6a. Il mondo degli arrampicatori (free climber ci chiamavamo allora) si divideva in due: chi riusciva a mettere il naso oltre il 6a e chi si infrangeva contro tale muro. E pensare che, oggi, il 6a-b è terreno di riscaldamento, prima dei monotiri “seri”.

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