Alpe Devero Bene Comune – 2

Nell’ambito dei Sustainable Outdoor Days della Milano Montagna Week, si è tenuta l’importante conferenza Beni Comuni e Alpe Devero. Sede dell’evento è stata la sala B di BASE, via Bergognone, 34, Milano, domenica 20 ottobre 2019.
Introdotti da Elena Gogna, sono intervenuti Carlo Alberto Graziani, del Consiglio direttivo del Club Giuristi dell’Ambiente, promotore della proposta di legge di iniziativa popolare sui Beni Comuni, e Luca Mozzati, guida culturale e profondo conoscitore della legislazione ambientale dell’Alpe Devero e delle sue debolezze.

La tutela dell’Alpe Devero
di Luca Mozzati

L’Alpe Devero è un luogo meraviglioso nel quale, per adesso, la tutela è esercitata solo attraverso gli strumenti che possediamo, vale a dire la legislazione italiana, regionale e comunale, e la legislazione europea: queste non affrontano le tematiche legate ai Beni Comuni, ma sono esclusivamente collegate alla difesa ambientale.

L’Alpe Devero ha cominciato a essere protetta 24 anni fa, assieme alla contigua Alpe Veglia, con l’istituzione di un parco regionale. E’ un luogo che per natura, struttura, vocazione e per bellezza si presta al tipo di turismo che è stato chiamato “dolce”. Ci sono solo tre microscopici impianti, le auto si fermano a un parcheggio sito prima dell’ingresso all’Alpe e quindi, dal parcheggio in poi, è un sostanziale “liberi tutti” per chi vuole camminare. L’Alpe Devero è nell’angolo più settentrionale del Piemonte, in zona Passo del Sempione e al confine con la svizzera Val Bedretto.

Foto: Alessandro Franzini

L’area protetta istituita nel 1995 abbraccia delle zone di struggente bellezza, nelle quali la natura è assoluta protagonista. Spazio e silenzio sono dimensioni che coloro che vi si recano vogliono proprio cercare. Un luogo dunque necessario al benessere personale, per ritemprare lo spirito; necessario a crescere. Soprattutto per esercitare quei diritti vitali che sono garantiti dalla nostra Costituzione.

In cima al Monte Cazzola

Il parco è compreso tra due grandi valli, la val Divedro e la val Antigorio, nel territorio dei comuni di Varzo, Trasquera, Crodo e Baceno. Dalle sua cime si può avere una vista grandiosa sui Quattromila del Vallese. Per motivi politici il parco ha avuto una precisa delimitazione, ma intorno ad esso si è creata una zona tecnicamente detta “di salvaguardia” che beneficia degli stessi vincoli di tutela. Attualmente dunque parco+zona di salvaguardia formano un’area molto vasta, di bellezza straordinaria, che anche un piano paesistico realizzato alla fine degli anni Novanta da un architetto del Politecnico di Milano ha messo sotto tutela per i suoi valori di architettura e urbanistica tradizionale. Questi vincoli hanno permesso a questo luogo di rimanere una perla assoluta in tutto l’arco alpino.

Una novità recente è stata che grazie al direttore uscente del parco, Paolo Crosa Lenz (che purtroppo quest’anno ha terminato il suo mandato, probabilmente senza possibilità di essere rieletto), nel settembre 2019 è stato istituito un gemellaggio con il Parco Paesaggistico della Valle di Binn, in territorio svizzero, realizzando in questo modo il terzo parco transfrontaliero in Italia (il primo è del 1987, unione di Parc national du Mercantour e Parco delle Marittime; il secondo è del 2018, tra Parco naturale regionale delle Prealpi Giulie e il Parco nazionale sloveno del Triglav).

Questo sottolinea la grande importanza che l’area ha a livello internazionale, perciò ci fa sperare in un aumento dei vincoli di tutela. Fauna e flora, sempre grazie alla protezione, hanno grande diffusione e varietà di tipologie. E’ possibile incontrare, con una certa facilità, molti esemplari di animali protetti proprio perché le aree in cui essi vivono sono state dichiarate in sede europea ZPS (Zone Protezione Speciale) o SIC (Siti d’Interesse Comunitario). Queste sono un’ulteriore garanzia contro qualunque intervento antropico. SIC e ZPS proteggono flora, fauna e tutte quelle forme di biodiversità, più o meno visibili, che oggi la stragrande maggioranza degli scienziati ritengono fondamentali per la salvaguardia di quel delicatissimo ecosistema che, come ormai tutti sappiamo anche se non sempre ammettiamo, è in gravissimo pericolo. Le foto che vi sto mostrando sono quelle che può fare un innamorato di questi posti: ma di certo danno l’idea di come si possa parlare, in questo caso, di Bene Comune. Più aumenta in noi questa consapevolezza e più abbiamo possibilità di salvaguardare ciò che è minacciato. Per fortuna ho qualche amico bravo fotografo. Non tutti siamo capaci di realizzare immagini di questo tipo, ma tutti siamo in grado di apprezzare ciò che ci fanno vedere. Qui per esempio siamo a cinque minuti dal parcheggio: non ci sono grandi infrastrutture, o grandi alberghi. Il pilone che vedete là in fondo è il residuato di una centralina idroelettrica dell’ENEL degli anni Trenta, quando gli operai, per non dover camminare 15 minuti, avevano diritto di andare in teleferica… Oggi queste cose non succedono più. Se vogliamo questo è un residuato di un piccolo privilegio.

Negli ultimi tempi è tornato il gipeto, altro animale straordinario. Naturalisti, birdwatcher e fotografi apprezzano questo patrimonio paradisiaco non meno di camminatori, ciaspolatori, scialpinisti, arrampicatori e quant’altro.

Corridoio infrastrutturale Ponte Campo – San Domenico.

Abbiamo un piano paesaggistico regionale. Le regioni devono infatti recepire una legge dello Stato che impone la costituzione di un piano paesaggistico che specifichi, regione per regione, quali sono gli obiettivi della tutele e dello sviluppo sostenibile. La Regione Piemonte nel 2017 ha approvato un piano paesaggistico molto ben fatto che, tra le mille norme che ha, ha pure quella per cui non si possono scavalcare con impianti i crinali delle montagne oltre a una certa quota. Se voi foste tra coloro che, al posto di andare all’Alpe Devero per goderne la bellezza, ci vanno per immaginare quanti impianti ci possono costruire, quanti alberghi ci possono edificare, quanti bar si possono aprire, è chiaro che andreste a pensare che questi crinali rappresentano un malaugurato ostacolo per collegare una valle con l’altra. Può sembrare incredibile a un pubblico accorto e che vive nel 2019, ma purtroppo è quello che sta per succedere. Esiste il progetto Avvicinare le Montagne per svalicare questi crinali e per trasformare quel patrimonio che vediamo in un qualcosa di diverso. Responsabili di questo sono proprio quelle amministrazioni pubbliche che gestiscono le proprietà comunali e che cercano di sviluppare l’economia del luogo. Queste amministrazioni, che nella fattispecie sono quelle dei quattro comuni sopra citati e la provincia Verbania-Cusio-Ossola, si inventano un progetto di sviluppo, “ovviamente” ecosostenibile (ma sapete che oggi questa parola è troppo sulla bocca di tutti), che in realtà interferisce con tutte le normative di tutela che abbiamo citato prima, quindi con quelle comunali, regionali, nazionali ed europee, per realizzare una serie di infrastrutture che, nella logica del piano proposto, andrebbero a garantire il benessere economico e lo sviluppo ad infinitum della zona. Quindi, quello che per noi è un paradiso, perché privo di antropizzazione, per altri può essere un paradiso perché, non essendoci nulla, possono costruirvi quello che vogliono.

Fino a che non avremo una legislazione in grado di bloccare queste minacce, il pericolo ci sarà sempre. L’accordo territoriale che ne prevede lo sfruttamento è stilato dalla provincia VCO e dai quattro comuni, con l’appoggio tecnico di una società privata. Le conseguenze potete immaginarle da soli, non ho tempo qui per descriverle una per una. Questa è la tipologia di uno degli impianti che verrebbero realizzati:

Si tratta di un impianto esaposto, 2.400 persone allora (forse neppure Cervinia ha delle stazioni così). La stazione centrale è lunga 60 m, le due stazioni intermedie sono lunghe 20 m. Realizzando una proiezione rendering, vediamo quanto l’attuale pista del vecchio impianto verrebbe trasformata, con taglio di bosco, ampliamento, livellatura dei pendii, costruzione di bacini artificiali per l’innevamento programmato, adattamento per le discese in mountain-bike. Sulla cima del Monte Cazzola, oggi facile gita per camminatori ma anche meta scialpinistica beneamata da migliaia di persone perché effettuabile con qualunque condizione di innevamento, è previsto il luminoso arrivo di una seggiovia. Vi risparmio, perché magari tra il pubblico c’è qualche anima impressionabile, le piattaforme per punti panoramici che hanno pensato di costruire. Oggi qui c’è il silenzio, lo spazio: sono dimensioni che nel nostro mondo cittadino sono difficili da trovare. E siamo a un’ora di cammino dall’auto, a due ore da Milano, un po’ di più da Torino. Un polmone straordinario. La cima del Monte Cazzola ha un panorama bellissimo, ma potete immaginare cosa succede quando la stessa sia invasa dalla seggiovia e dalle altre infrastrutture. Immaginate la musica dagli altoparlanti, il clamore che viene prodotto dagli sciatori: una forma di inquinamento devastante. Se questo è disturbo per gli umani, figuratevi il disturbo alla fauna. Gli attuali microimpianti verrebbero sostituiti e prolungati tramite un’unica risalita al Monte Cazzola, per collegarsi quindi con l’attualmente immacolata val Bondolero e quindi ancora con quell’impianto, attualmente fuorilegge per via del vincolo dei crinali, proveniente dalle piste di San Domenico. La nuova amministrazione regionale piemontese ha già promesso di cambiare il piano paesaggistico del 2017, così potranno costruire una funivia nuova dal val Divedro. Il piano è in fase di valutazione ambientale strategica, la funivia è attualmente stralciata perché non potrebbe mai essere accettata. Quando il piano sarà approvato, chissà mai che anche la funivia possa trovare il suo spazio. Gli estensori del piano sono molto convinti al riguardo della sua pretesa ecosostenibilità. Questa è una citazione: “L’idea promossa nell’accordo territoriale utilizza il comprensorio esistente tra San Domenico, Varzo e Devero come occasione di ristrutturazione e integrazione in un progetto turistico strutturato ed ecosostenibile”. Per ciò che riguarda gli impianti già costruiti, grazie alla VINCA (Valutazione Incidenza Ambientale) i progettisti hanno dovuto garantire una serie di compensazioni e risarcimenti per quello che già vediamo oggi. E questa è la prova che l’impatto c’è e anche significativo. Il loro progetto è una vera privazione per noi, per coloro che qui non sono mai stati, per gli animali. E’ una sofferenza per ciò che vediamo sparire inghiottito nella cosiddetta ecosostenibilità. Per un luogo che farebbe volentieri a meno dell’essere umano, convinto d’essere il signore del pianeta.

Il Comitato di Tutela dell’Alpe Devero, nato allorché è stato reso pubblico il piano d’intervento, ha lanciato una petizione su Change.org che ad oggi ha raccolti 90.000 firme. Non si tratta di uno scherzo, se pensate che una petizione ambientalista normalmente non va oltre le 40.000. Si tratta di 90.000 individui come noi, che hanno saputo che questo progetto rovinerebbe un luogo e vi si vogliono opporre, sia questo un posto vicino a casa nostra o lontano. Concludo con ciò che dice l’articolo 9 della Costituzione: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica; tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. In più vi riporto una sentenza della Corte Costituzionale che sottolinea la primarietà del valore culturale che non può essere subordinato ad altri valori ivi compresi quelli economici.

Nell’ultimo anno 180.000 persone hanno raggiunto l’Alpe Devero. Vi si sono recati perché quel luogo è incontaminato e non omologato ad altre località alpine molto più compromesse.

L’Alpe Devero appartiene a tutti e come tale va conservata.

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Alpe Devero Bene Comune – 2 ultima modifica: 2019-12-03T05:21:28+01:00 da GognaBlog

3 pensieri su “Alpe Devero Bene Comune – 2”

  1. 3
    Comitato Tutela Devero says:

    Comunicato stampa.
    Il 12 gennaio 2020 due televisioni sono uscite sul tema del Devero, dando anche voce alle nostre posizioni, pur con abbondanti tagli e scelte editoriali.
    Ecco i link:
    http://www.tg1.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-aca3b41e-c68e-4d36-b547-9a7ff66b8d02-tg1.html#p=0
    dal minuto 28.14
    https://www.rainews.it/tgr/piemonte/notiziari/index.html?/tgr/rainews.html
    dal minuto 7.37

  2. 2
    Comitato Tutela Devero says:

    Comunicato stampa del 9 gennaio 2020
    Nuovi alberghi, bar, ristoranti, seggiovie, teleferiche, bacini per la neve artificiale, piste; con relative strade, parcheggi, servizi. Dove? Dalla località di San Domenico, negli affascinanti spazi montani verso la leggendaria Alpe Devero da un lato e l’incontaminato Teggiolo dall’altro, in aree al limitare del Parco Devero Veglia, in gran parte protette da norme italiane e dell’Unione Europea. E’ il contenuto del tanto discusso Piano Strategico “Avvicinare le Montagne” proposto dalla Provincia del VCO e da quattro Comuni. Costo dell’intervento: quasi 43 milioni di euro di spesa pubblica e più di 130 dell’investitore privato, la San Domenico Ski srl.

    Il Comitato Tutela Devero oggi è invitato in audizione presso la Quinta Commissione del Consiglio regionale Piemonte per manifestare le proprie obiezioni. Al Consiglio da poco eletto espone le criticità di ordine ambientale e normativo già altre volte sollevate, condivise da 91.000 persone che hanno firmato la petizione Salviamo l’Alpe Devero” su change.org, cui chiunque può aggiungersi se ne condivide le motivazioni.

    Cosa chiede il Comitato?

    1. Chiede conto alle Istituzioni delle previsioni economiche del Piano: da parte dei promotori manca una relazione che descriva i tempi di rientro degli investimenti del Piano Strategico. Secondo stime effettuate sulla base dei dati dichiarati in “Avvicinare le Montagne”, comparando i possibili ricavi con altre stazioni sciistiche rinomate, anche ipotizzando per ogni parametro un valore molto ottimistico (numero di presenze, di posti letto, di giorni d’apertura in inverno e in estate, massimo innevamento senza flessioni, etc.), i costi degli interventi non risultano ripagabili in tempi utili. Infatti il Pay Back Period dell’investimento (gli anni necessari per ripagare l’investimento e cominciare a guadagnare) risulterebbe essere di 30 e di 48 anni a seconda che si tratti delle attività sportive (sci, MTB, trekking) o della ricettività. A questi anni occorre però aggiungere il tempo necessario per arrivare ai dati di fatturato utilizzati nello studio comparativo (che si riferiscono a località sciistiche da tempo avviate) e alla costruzione delle infrastrutture (almeno 7-8 anni di camion, scavi, ruspe, elicotteri, gru, movimenti di terra, con conseguente abbandono del Devero da parte dei turisti): se si dovessero correggere quindi i dati arriveremmo a Pay Back Period di 50 e di 70 anni. Con un termine così lungo il business sembra evidentemente insostenibile, anche perché supera la vita utile degli impianti stessi. Pur trattandosi di un ipotetico scenario di sviluppo economico, i risultati dell’analisi comparativa sono così sconfortanti da accendere una lampadina di allarme sulla sostenibilità economica di «Avvicinare le montagne». Si invitano dunque le Amministrazioni a richiedere all’investitore dati precisi e dimostrabili in merito alla sostenibilità economica del progetto.

     

    2. Chiede alla Regione garanzie: l’investimento ha uno stabile retroterra finanziario? Chi lo sosterrà? Quali i rischi di abbandono di un’operazione che si presenta così poco sostenibile? La Società San Domenico Ski srl, con socio unico e bilanci in deficit, in caso di fallimento dell’operazione risponderà solo con i 40.000 euro del suo capitale sociale. Quale è la garanzia finanziaria che le Amministrazioni hanno richiesto per questa

    operazione così impattante sul territorio pubblico?

     

    3. Il Comitato infine chiede trasparenza sui finanziatori: chi sono i beneficiari ultimi dell’investimento? San Domenico Ski è detenuta da una società svizzera i cui soci sono anonimi. Come è possibile che le istituzioni approvino un colossale progetto con impatti devastanti sull’ambiente e sul tessuto economico e culturale del territorio pubblico con un partner “anonimo”?

     

    I rischi dell’operazione appaiono elevati, e lo scenario da evitare è chiaro: oltre ai danni ambientali della pesante infrastrutturazione in un’ area tra le più integre delle Alpi –per non dire dei lunghissimi tempi di realizzazione – con i dati a disposizione si può ipotizzare il rischio di un fallimento economico che, senza alcun garante, ricadrebbe sul bilancio pubblico e lascerebbe ulteriori scheletri abbandonati nel paesaggio.

    E’ uno scempio e una speculazione sul territorio, bene comune, ancora più intollerabile ora che la popolazione sta maturando consapevolezza sul mutato contesto climatico e sull’urgenza di salvaguardare l’ambiente.

    Nell’ultimo anno 180.000 persone hanno raggiunto l’Alpe Devero per camminare e godere la montagna in questa magica area non infrastrutturata.

    Il Comitato invita le Istituzioni: perché non mettere a disposizione parte dei 43 milioni di euro di fondi pubblici previsti dal Piano Strategico per un sostegno alle Comunità locali (messa in sicurezza della strada di accesso, recettività diffusa e sostenibile), al di là e indipendentemente da “Avvicinare le Montagne”?

  3. 1
    Carlo Crovella says:

    Sante Parole!

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