Alpinismo bene immateriale

Alpinismo bene immateriale

Dopo la transumanza, fenomeno pastorale lungo rotte migratorie che coinvolge Grecia, Austria e Italia, e in occasione della Giornata internazionale della Montagna (11 dicembre 2019), il Comitato per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale Onu-Unesco, riunito a Bogotà, in Colombia, ha ufficialmente iscritto l’alpinismo nella Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Unesco. L’alpinismo, cioè «l’arte di scalare le montagne e le pareti rocciose, grazie a capacità fisiche, tecniche e intellettuali».

E’ stato così chiuso un iter avviato nel 2008. A presentare la candidatura erano state Italia, Francia e Svizzera, col coordinamento dei comuni di Courmayeur e Chamonix (2011).

Le prime comunicazioni al riguardo di questo “storico” evento riferiscono di un mondo della montagna genericamente “in festa”. Ma ad essere in festa sono soprattutto figure pubbliche ed enti che vedono questo riconoscimento come naturale quadro generale degli scopi ch’essi perseguono, a volte molto particolaristi.

Non possiamo che essere felici per questo prestigioso riconoscimento di un’attività nata tra le nostre montagne – commenta l’Assessore all’Ambiente della Valle d’Aosta, Albert Chatriane che fa parte della cultura e delle tradizioni valdostane“.
Il ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini, sottolinea: “Siamo orgogliosi di questo nuovo riconoscimento dell’Unesco, che segna un ulteriore impegno nella promozione del dialogo interculturale e della cooperazione. È inoltre la dimostrazione di una sempre maggiore attenzione mostrata dal MiBact nel rapporto tra le politiche culturali, le comunità locali e gli impatti turistici“.
Non volendo tediarvi con elenchi di giudizi entusiasti, cerchiamo di riassumere con questi due concetti, ampiamente richiamati: attraverso l’alpinismo
a) si affermano “relazioni solide” e una “dimensione etica e spirituale”, verso un “rapporto complesso tra l’uomo, la natura e l’universo”;
b) si approfondisce e si diffonde la conoscenza ambientale e degli ecosistemi, anche nel rispetto delle specificità culturali locali dei territori, coniugando l’importanza di salvaguardare, in maniera integrata e sostenibile, aspetti del patrimonio naturale e tradizionalmente trasmessi dalle comunità.
Senza minimamente entrare nel merito di queste affermazioni, cui comunque occorre riconoscere fondamento di verità, è doveroso citare la prima fonte che pubblicamente mise in dubbio l’opportunità, proprio per l’alpinismo stesso, di essere oggetto di un tale riconoscimento: quella di Betto Pinelli, nel 2013, ancora del tutto attuale.

Alpinismo: non trasformiamolo in una patacca!
di Carlo Alberto Pinelli

Nell’ottobre del 2003 l’Unesco ha deciso di inserire nel proprio elenco dei Monumenti del Mondo (World Heritage) anche la categoria dei patrimoni culturali immateriali. L’elenco, che in pochi anni ha raggiunto quasi le duecento voci, comprende prevalentemente usanze e saperi di carattere demo-etno-antropologico, legati a culture tradizionali, più o meno in via di estinzione. Dentro si trova un poco di tutto: carnevali esotici, teatri delle ombre, cantastorie dell’Asia Centrale, musiche dei Pigmei, condimenti polinesiani, danze baltiche, scuole di samba brasiliane, ecc. Per quel che riguarda l’Italia, sono entrati in quel pantheon evanescente: il canto “a tenore” dei pastori sardi, l’opera dei pupi siciliana, la dieta mediterranea (!). Mi sembra che la trovata escogitata dall’Unesco sia piuttosto patetica e funerea: un volonteroso ma velleitario tentativo di conservare, imbalsamandoli, frammenti isolati di espressioni culturali, spesso subalterne, ormai condannati a scomparire. Perché l’argomento dovrebbe interessarci? Perché nel 2011 i sindaci dei comuni di Courmayeur e Chamonix hanno avanzato la proposta di candidare a far parte di quell’elenco niente meno che l’alpinismo. Proprio così, l’alpinismo. Anzi, per la precisione, l’alpinismo nato intorno al Monte Bianco. Il sindaco di Courmayeur disse allora che per patrimonio immateriale si deve intendere l’etica dell’alpinismo, ma anche le sensazioni uniche che una scalata può offrire. A queste vertiginose banalità si aggiunsero le riflessioni del sociologo Enrico Finzi, secondo il quale – cito quasi alla lettera – l’alpinismo dovrebbe essere riconosciuto dall’Unesco in quanto portatore di valori come il rispetto per l’ambiente, la cooperazione, la solidarietà e l’ecologia esistenziale, da associare alla sobrietà e alla ricerca dell’equilibrio nella consapevolezza dei propri limiti.

Paolo Marazzi e Luca Schiera in vetta al Cerro Mariposa

Non sarò certo io a negare che l’alpinismo, cioè l’incontro dell’uomo moderno con la sfida dei grandi spazi verticali, possa propiziare l’emergere e il rafforzarsi di alcuni di questi valori, qualora l’alpinista abbia già maturato in sé, nella vita di tutti i giorni, una sincera “permeabilità” al loro recepimento.

Ma posta nei termini perentori e istituzionali in cui è stata enunciata, tutta la faccenda puzza di retorica lontano un miglio. E anche, purtroppo, di retorica a buon mercato. E’ fin troppo facile ricordare quanto già disse Voltaire a Rousseau: “Sarebbe bello se per diventare migliori bastasse salire a quote più alte!”.

La verità è che l’alpinismo, in quanto categoria “metastorica” non esiste. E tanto meno esiste come una sorta di “chiesa” con i suoi dogmi e i suoi comandamenti. Esistono gli alpinisti, tutti figli delle culture delle proprie epoche e delle proprie storie individuali, con i pregi, le debolezze e i difetti che da ciò derivano. Nel novero rientrano tanto gli alpinisti che per decenni hanno abbandonato i propri rifiuti ai piedi e sulle pendici delle grandi montagne asiatiche (“rispetto per l’ambiente”?), hanno evitato di soccorrere altri scalatori in difficoltà perché se lo avessero fatto sarebbero stati costretti a non raggiungere la vetta (“solidarietà e cooperazione”?), non hanno mosso un dito per contrastare l’assalto consumistico e speculativo alle montagne europee, ecc.; quanto gli alpinisti che invece si sono comportati e si comportano in modo diametralmente opposto, ponendo al vertice delle proprie esperienze il perseguimento di tali valori.

Insomma credo che sia necessario e inderogabile respingere la retorica da quattro soldi che, idealizzando la “lotta con l’Alpe” al di là del ragionevole, tende a coprire e a nascondere queste scomode verità. La pratica dell’alpinismo – al pari di tante altre discipline (ad esempio la meditazione yoga o quella zen) – può portare alla liberazione, ma può anche rendere più solide le sbarre della cella in cui è imprigionato il nostro io. Ovvero rappresentare l’alibi, ingannevolmente eroico e autogratificante, per una fuga verso il nulla. La insensata corsa del criceto nella ruota della gabbia.
Molte voci, soprattutto all’interno dell’associazione Pro Mont Blanc, si sono levate in questi ultimi mesi per opporsi alla trovata dei sindaci di Courmayeur e Chamonix, subodorando che essa nasconda il tentativo di distogliere l’attenzione dalla proposta, ben più seria (e ben più pericolosa per i loro disegni di sviluppo!), di inserire il massiccio reale del Monte Bianco tra i monumenti naturali del mondo. Stupisce che il Club Alpino Italiano si sia dichiarato favorevole a questo espediente furbastro, di cui verosimilmente gli è sfuggito il vero e inconfessabile scopo. Ma stupisce ancora di più constatare che i partecipanti istituzionali alle “Assise dell’Alpinismo”, organizzate a Grenobles, si siano impegnati a sostenere presso l’Unesco una candidatura così equivoca e inconsistente. L’alpinismo in cui noi crediamo merita qualcosa di meglio di una simile “patacca”!

I dubbi
Il giorno dopo il riconoscimento dell’Unesco, Betto Pinelli sollecita un confronto su questo tema con tutti gli appartenenti al comitato etico-scientifico di Mountain Wilderness. Abbiamo ritenuto opportuno riportare i loro pareri. Dal filo della discussione è stato volutamente stralciato (tramite l’uso delle parentesi quadre) ogni riferimento a una spiacevole polemica tra lo stesso Pinelli e Simone Moro. Chi fosse interessato a questo genere di diatribe e scontri che diventano personali può facilmente cercarne le tracce nel web (sempre più infettato).

Così Pinelli scrive: «E così, cari amici, anche l’alpinismo alla fine è stato incorniciato e appeso alla parete dell’UNESCO, come bene immateriale. Vi invio una riflessione che ho scritto a questo proposito nel 2013, ma che mi sembra ancora attuale. In questi anni sulla parete di cui sopra sono stati inchiodati altri improbabili “santini”, come i percorsi della transumanza o le feste popolari per celebrare il raccolto del grano (in fieri). Il “prestigioso” riconoscimento è giunto mentre uno dei più famosi alpinisti del mondo sta trascorrendo un mese chiuso dentro una camera ipobarica, per acclimatarsi artificialmente alle alte quote del Karakorum, evitando il fastidio e le incertezze dell’acclimatazione naturale lungo la marcia di avvicinamento […]. Una bella istantanea da inserire nella cornice dorata del “bene immateriale”! Per non aggiungere che il mondo dell’alpinismo nel suo complesso e nelle istituzioni che sostengono di rappresentarlo non ha mosso un dito per contrastare e condannare la costruzione della nuova funivia detta Skyway e della vergognosa stazione di arrivo sulla punta Helbronner. Barbarici interventi antropizzanti delle alte quote fortemente sostenuti dal Comune di Courmayeur, il principale promotore del riconoscimento. In conclusione penso di mettere in giro una t-shirt con su scritto: Alpinismo bene immateriale: NOT IN MY NAME».

Giorgio Mallucci: «Concordo pienamente con Betto e sento svilito quello a cui ho dedicato buona parte della mia vita è passione. […]».

Ines Millesimi: «Entro nel merito della “certificazione” pur sentendo quell’amaro in bocca che sente Betto nella sua mail e nel suo testo in allegato, molto intelligente. Dobbiamo capire che si sta sdoganando l’alpinismo come meta del sogno e dell’immaginario. E’ lo scenario preferito della pubblicità, dato in pasto a chi si illude di una possibile vita altra, di libertà e autenticità, in un immediato futuro: basta acquistare quel bene in cui la montagna è fondale.
Verifichiamo nel tempo, diamoci qualche anno per monitorare questa “certificazione” se fa bene o fa male all’alpinismo i cui contorni si muovono nel bene e nel male riflettendo questa società. Il pensiero sempre più globalizzato ha bisogno di certificazioni. Sono buone le intenzioni per proteggerlo a fronte del suo (forse) imbarbarimento rispetto all’Alpinismo puro dei suo padri fondatori? Osserviamo come entomologi, per ora».

Matteo Righetto: «Condivido ogni parola della tua amara riflessione».

Renzo Bragantini: «Anch’io, da alpinista della domenica, concordo in pieno con quanto detto da Betto e riverberato dai commenti sinora giunti. Lasciamo respirare la montagna, per poterla respirare noi. […]».

Duccio Canestrini: «Bella Betto! […]».

Federica Corrado: «Condivido le perplessità e i dubbi su questa “curiosa” candidatura. Candidatura che non si trova sola nell’ambito delle cose curiose che si vogliono far passare come patrimonio Unesco…
Dello stesso problema ho parlato qualche giorno addietro relativamente alla transumanza a fronte di grandi disaccordi espressi dagli allevatori su proposta analoga che pone non pochi trabocchetti (e false illusioni…)
Ora, a me pare, che siamo di fronte ad un tema molto grave per la montagna che è l’era di una nuova retorica. Ripopolamento, turismo dolce… per fare due esempi di cui mi sono occupata più di dieci anni fa, solo in minima parte hanno trovato politiche in grado di affrontarli a livello istituzionale, nella maggior parte delle situazioni sono diventati idee da plasmare per un grande pubblico sempre desideroso del sensazionale e dell’estremo. Ed ecco l’ultimo pastore… il primo nato dopo 50 anni… ecc.
Alpinismo e transumanza servono sostanzialmente allo stesso scopo: ridisegnare un marketing più green che poi però di green ha solo il colore delle brochure… talvolta sostenute anche da associazioni ambientaliste!
Del resto non mi stupisce che se qualcuno vende vecchi rifugi per farne hotel a 4 stelle poi riconosca l’alpinismo come bene Unesco!
Se ritenete utile il supporto di CIPRA Italia in questo percorso, posso anche metterlo all’ordine del giorno del prossimo direttivo».

Paolo Cognetti: «Vi trovo spesso critici, polemici, sarcastici e quasi mai propositivi, e mi chiedo se è questo lo spirito del Comitato. Siamo come quel prete col campanello in Nuovo Cinema Paradiso, quello che scampanellava alle scene da tagliare: Unesco? Driiin! Simone Moro? Driiin! Milano-Cortina? Driiin! Sarà per età o per formazione anarchica ma non ho proprio voglia di stare qui a fare il censore della montagna.
Cosa può succedere di male se l’alpinismo è dichiarato dall’Unesco un bene dell’umanità? Al massimo, non succede niente. Sarà una cosa inutile così come la Giornata della Montagna appena celebrata (ero alla cerimonia di Milano). Il nostro compito però non dovrebbe essere quello di polemizzare né di farci quattro risate, ma di prendere questa cosa e provare a renderla utile. Per esempio potremmo proporre all’Unesco una definizione di alpinismo (se va protetto, bisognerà pur definire cos’è). O l’elaborazione di un codice etico condiviso da chi lo pratica (se va protetto, ci vorranno delle regole). A questo tipo di discussioni mi piacerebbe partecipare. […]».

Gianni Battimelli: «[…] Quello che un po’ mi preoccupa dell’avvenuta elezione dell’alpinismo a bene immateriale eccetera eccetera (che di per sé potrebbe solo significare che si aggiunge un’altra voce ad un lungo e inutile elenco) è che questo fornisca una (piccola) arma ulteriore a quanti, in nome della necessità di tutelare e preservare eccetera eccetera, si daranno da fare per restringere ulteriormente gli spazi di libero accesso (in tutti i sensi) al mondo della montagna. Già si sente parlare della “necessità per i nuovi frequentatori di un adeguato accompagnamento”, di opportune regolamentazioni e via discorrendo. E’ un andazzo che non mi piace per niente. E’ una sequenza che parte bene e finisce male… L’alpinismo è un bene dell’umanità che va preservato… l’alpinismo deve essere tutelato nei suoi valori fondamentali… l’alpinismo deve essere difeso dall’invasione di folle irrispettose dei suoi “autentici valori”… patentino obbligatorio rilasciato dai tutori del “vero” alpinismo per essere ammessi al regno delle vette… Come diceva quel tale, a pensar male si fa peccato ma generalmente “ci si piglia”».

Carlo Alberto Pinelli: «Vedo, caro Paolo, che non smentisci neppure questa volta il tuo ruolo di bastian contrario; la cosa non mi dispiace e la trovo stimolante. Alcune precisazioni mi sembrano però necessarie. La prima è che ho inviato anche ai componenti del comitato le mie riflessioni solo per opportuna conoscenza, senza chiedere o suggerire l’elaborazione di un documento ufficiale in merito. Riguardo all’Unesco, mi spiace ma non mi hai convinto. Anzi vorrei dire che le tue proposte (definizione dell’alpinismo e codice etico relativo) mi paiono il classico “tacun” peggiore del “buso”. L’ultimo atto autoritario per ingessare quel poco che resta della libertà “anarchica” dell’alpinismo. Del resto quando dici che il riconoscimento dell’Unesco sarà probabilmente una cosa del tutto inutile, concordi di fatto con quanto stiamo dicendo in molti: è un’egregia buffonata retorica che ammanta di una nobiltà apodittica e posticcia qualsiasi comportamento di chi pratica questa attività. Mi obietterai che sostenendo ciò io contraddico quanto ho appena scritto due righe più in alto. Solo apparentemente, perché se da un lato va rispettata la libertà dei singoli alpinisti, dall’altro non va inibito il diritto di ciascuno di esprimere il proprio giudizio in merito. […]».

Donatello Amore: «Certo che a volte mi vien da pensare, capita raramente ma capita. […]. Unesco, Unesco… Come da noi, un cavalierato, un dottorato, un esimio, un attestato, una targhetta, un titoletto, non si nega a nessuno. Viva il carciofo dop e la transumanza, di tutti i tipi.
Alpinismo bene immateriale? Essendo immateriale non è di nessuno.
Mi concentrerei sulla parola bene: Se si tratta di un bene, bisogna trarne profitto tangibile.
Posso liberamente evocarlo e usarlo per i miei bisogni e capricci.
E’ come per i beni comuni, i beni della collettività: sono di tutti e quindi ne dispongo come voglio.
Mi piace questo mondo dominato dai media; dai libri di Bruno Vespa infilati in tutti i siti istituzionali e non (essendo piuttosto anziano avrei altrimenti difficoltà a ricordarmeli) a reality sul Monte Bianco con splendido tramonto sulla Brenva (sfondo) e abluzione in acqua gelida (la montagna tempra i caratteri) di glutei brasiliani (primo piano). Finalmente un nuovo approccio alle sgambate in montagna».

Salvatore Bragantini: «Trovo che Paolo Cognetti abbia detto parecchie cose che condivido; non tutte ovviamente, per esempio […]. Bene dice Cognetti, non staremo magari diventando tutti troppo malmostosi? Gli è che così facendo togliamo credibilità alle nostre campagne più valide, e questo è un peccato. Quella del bene immateriale è una patacca senza significato reale e anche i timori dell’amico Gianni Battimelli mi paiono esagerati: non credo che nessuno metterà dei paletti burocratici alla transumanza sol perché qualche zelante assessore regionale avrà pensato di farsi bello agli occhi dei suoi compaesani con la patacca del bene immateriale».

Ugo Mattei: «Penso pure io, come Cognetti, che un impegno per così dire construens e non solo di critica anche un po’ moralista (a volte tuttavia ci sta!) sarebbe importante per il nostro gruppo. Per esempio è finalmente giunto in Parlamento il DDL Rodotà che abbiamo presentato con enorme fatica e che riconosce “i ghiacciai e le nevi perenni” espressamente nell’ elenco dei beni comuni che tutti possono tutelare nell’interesse delle generazioni future. Sarebbe importante che Mountain Wilderness stesse dentro a questo processo che nei prossimi mesi si concretizzerà in un tentativo di costruire una “rete di secondo livello” anche usando la tecnologia per tenere in costante comunicazione persone e organizzazioni che hanno a cura i valori dell’ecologia integrale provando davvero a ricostruire un assetto istituzionale non spettacolare ma concreto che ci consenta di agire politicamente. Sono battaglie importanti, quelle per il territorio che richiedono pazienza nel tessere e umiltà nell’ascoltare non solo la montagna ma anche le varie diverse sensibilità delle persone di buona volontà. Un tempo sfottevo il mio amico compianto Stefano Rodotà dicendogli che era “rodoteo”. Beh, col crescere e con l’imbiancarsi dei capelli, credo si debba davvero provare a dialogare ma non in modo fine a se stesso ma al fine alto di costruire istituzioni davvero attente alle generazioni future.
Posso sperare che MW ci dia una mano concreta? L’alpinismo non è forse attività di commoning su un bene comune come il ghiacciaio e le alte vette? Come lo si disciplina per evitare la tragedia dei comuni ma invece trasformarlo in attività generativa magari anche un po’ spirituale?».

Si somma al patrimonio netto rettificato, il valore dei beni immateriali non contabilizzati, aventi e non aventi valore di mercato: (know-how, portafoglio lavori, organizzazione umana, licenze, marchi, brevetti, concessioni) W = K’ + V.IMM. + V.B.A. K’ capitale netto rettificato. V.IMM. valore complessivo dei componenti immateriali non contabilizzati. V.B.A. ammontare dei beni accessori.

Considerazioni
Che l’alpinismo sia stato accomunato, nell’insieme dei diversi riconoscimenti, a culture tradizionali più o meno in via di estinzione è secondo me l’aspetto più evidente dell’intera questione. Proprio per suggerire che è “finalmente” morto! Qualcuno aveva detto che si erige un monumento a qualcosa sostanzialmente allo scopo di poterla dimenticare al più presto e senza alcun ripensamento di coscienza: a me sembra che anche in questo caso si voglia al più presto dimenticare ciò che è stato davvero l’alpinismo, perché si ha paura di riconoscere che ancora è così.

A mio parere la carica trasgressiva che l’azione alpinistica ha sempre avuto in ormai quasi due secoli e mezzo è ben lontana dall’essersi esaurita, anzi è più forte di prima. Di fronte alla tragedia di Whymper sul Cervino si era ventilato di proibire ogni attività alpinistica e, grazie agli alpinisti, la cosa non ebbe seguito. Stessa cosa di fronte alle tragedie dell’Eiger, ma lì si giunse invece al ridicolo di veder trasformate le morti in atti supremi di amore per la Patria. Oggi, ci sono due grandi attacchi all’essenza anarchica dell’alpinismo. Il primo è dato dai premi tipo piolet d’or che istituzionalizzano l’umano ardire su vie sempre più nuove e sempre più difficili. Non ci rende neppure conto che a premiare le imprese più visionarie si fa esattamente ciò che i moralisti fanno quando criticano gli exploit del free solo: eppure per quest’ultimo c’è la condanna volutamente senza appello, per il piolet d’or invece ci sono l’approvazione e il plauso totale. Viene da chiedersi perché non ci si rende conto di questa incredibile contraddizione. Come quando si dice no limits, naturalmente in “piena sicurezza”. L’idiozia del voler premiare le imprese alpinistiche che sono riuscite a farci intravvedere meravigliosi sprazzi di quello che potrebbe essere l’uomo se davvero volesse è pari a quella del voler condannare altre imprese alpinistiche ree solo di farci sognare anche di più.

L’idiozia di un riconoscimento culturale all’alpinismo è pari solo alla sua totale inutilità. Quell’inutilità di cui, da Lionel Terray in poi, siamo tutti fieri.

8
Alpinismo bene immateriale ultima modifica: 2020-01-14T05:02:24+01:00 da GognaBlog

19 pensieri su “Alpinismo bene immateriale”

  1. 19
    bruno telleschi says:

    La transumanza provoca sentimenti romantici che è giusto coltivare. Basta pensare ai pastori abruzzesi in D’Annunzio: “ah perché non son io coi miei pastori?” Infatti, perché? Perché il destino della società moderna è oscuro.
    Perché però ostinarsi a portare gli animali sull’erba e non portare invece l’erba agli animali?

  2. 18
    lorenzo merlo says:

    Assunzione di responsabilità su tutto come remata verso il giro di boa.

  3. 17
    Matteo says:

    Non capisco bene la posizione di Cominetti e Aristogitone. 
    Però sono sicuro che finché continueremo a dare la colpa agli altri (chiunque essi siano, non solo l’UNESCO)  di sicuro non risolveremo nulla.
    Le funivie, gli sbancamenti, le strade e i parcheggi li abbiamo fatti noi italiani, non l’UNESCO. 
    E con noi intendo Cominetti, Aristogitone, Gogna e me stesso. Qualunque cosa abbiamo in realtà fatto, dobbiamo sentire in prima persona questa responsabilità e non cercare capri espiatori esterni che diventano, magari inconsciamente, autoassolutori per noi e per gli altri.
    Solo poi possiamo criticare a morte l’UNESCO, Roma, i politici.
    Ma inizio a temere che comunque non ne usciremo mai.

  4. 16

    Matteo e Govi, l’errore è proprio quello che fate voi pensando che invece dipenda da altri  UNESCO a parte. A pensarla come voi siete in troppi e il risultato è davanti agli occhi di chi guarda bene. Per me il cerchio è chiuso, ma per le Dolomiti (o las Torres del Paine p.es) è la rovina qualitativa e ambientale.

  5. 15
    Prof. Aristogitone says:

    No Matteo, invece penso che la colpa sia dell’UNESCO perché mette la sua patacca e non controlla dopo cosa succede perché è impegnata a elargire altre patacche. E non lo fa gratis! E qui è meglio che mi fermi.

  6. 14
    Giacomo Govi says:

    Beh Matteo ha spiegato per bene quello che anche io penso. Sull’aumento del turismo dovuto alla patacca “Dolomiti patrimonio dell’umanita’”, posso credere che contribuisca in qualche forma, ma ripeto trovo difficile che “faccia la differenza”, il trend e’ abbastanza mostruoso da ben prima della patacca. Quanto messo in lista dal prof Aristogene o Cominetti, credo che ce lo ritroveremmo con o senza patacca. 

  7. 13
    Matteo says:

    Professore, non lasciamoci prendere
    “la “consacrazione” di gran parte delle Dolomiti alla causa UNESCO… posso giurare che l’incremento delle presenze che ha generato nell’ultimo decennio è impressionante”
    Siamo d’accordo che il bollino alle dolomiti abbia aumentato il turismo e abbia generato grandi porcate [che comunque non sono imputabili all’UNESCO ma agli italiani!], però non capisco l’aumento di cosa possa portare la consacrazione dell’alpinismo…
    Voglio dire, i Tenores sardi magari avranno fatto aumentare le visite in Sardegna, ma gli alpinisti cosa fanno aumentare? I turisti in Alpinismitan?
    O anche cosa vuoi che sbanchino o abbattano? I  capelli del Capo per allargar la fronte?
    Personalmente mi pare che in un caso simile la definizione di patrimonio dell’umanità sia una pura dichiarazione di “apprezzamento” e sostanzialmente inutile, ma non pericolosa

  8. 12
    Prof. Aristogitone says:

    Qui si vede che qualcuno sta parlando senza conoscere bene l’argomento.  Ho seguito passo passo la “consacrazione” di gran parte delle Dolomiti (la mia terra d’origine e residenza) alla causa UNESCO  e posso giurare che l’incremento delle presenze che ha generato nell’ultimo decennio è impressionante! Andate a vedere sul web quante agenzie propongono moto tours nel patrimonio dell’umanità UNESCO per esempio.
    Mentre individui e associazioni si scagliano in battaglie contro motoraduni e quisquilie simili, nascono nuovi hotels, funivie enormi, sbancamenti per piste sciistiche e molto altro. Addirittura dopo la rasatura al suolo della tempesta Vaia, si sono mosse le motoseghe per allargare piste da sci, ancor prima di quelle che sarebbero state necessarie per non fare marcire al suolo migliaia di alberi abbattuti dal vento. Queste cose le vedo dalle finestre di casa. Non è una mia visione personale, ma semplicemente una realtà tangibile facilmente,  ma solo se uno non è orbo.
    Non mi piacciono gli acronimi ma UNESCO e Cnsas andrebbero sostituiti da buonsenso comune e corpi militari. Tanto per non dimenticarci di alcune piaghe del nostro sistema.

  9. 11
    Alberto Benassi says:

    Tra l’altro io dubito che i fiumi di turisti in piu’ siano da attribuire alla certificazione Unesco

    Anche questo contribuisce. Certa imprenditoria turistica e certa politica, se ne fanno un vanto.

  10. 10
    Giacomo Govi says:

    Certo non porta a nulla. L’unesco ha bisogno di nuovi temi da premiare/certificare, ma nel caso dell’alpinismo difficile immaginare come e perche’ dovrebbe portare piu’ turisti.  Tra l’altro io dubito che i fiumi di turisti in piu’ siano da attribuire alla certificazione Unesco. Il trend e’ quello e le Dolomiti non ne hanno certo bisogno.  Rimango della mia impressione, e’ la “patacca patinata” in se’ e non le sue conseguenze che danno fastidio. E ci puo’ pure stare. Ma non merita una riunione del consiglio di amministrazione con nota congiunta.

  11. 9
    Alberto Benassi says:

    all’alpinismo e alle montagne l’Unesco non porta nulla, se non fare  danni con incrementi vertiginosi di turismo.
    Ma a certi “alpinisti imprenditori”….si

  12. 8

    Dimenticavo: gli alpinisti hanno già un riconoscimento incongruente con l’alpinismo tutto che si chiama Piolet d’Or. Vogliamo aggiungercene altri?

  13. 7

    Govi, l’Unesco ha bisogno di nuovi patrocinii al fine (inutile) della sua stessa esistenza. UNESCO ha un ufficio marketing, lo sapevi? 
    Vivo nelle Dolomiti e ho visto i danni che questo riconoscimento ha fatto negli ultimi 10 anni: milioni di turisti in più, alberghi nuovi, strade, piste da sci nuove e/o allargate, fiumi di motociclisti…. e come alpinista dovrei essere contento? Non voglio riconoscimenti patinati che possano indurre qualcuno a pensare che scalare le montagne sia come far parte di un golf club. Per questo non mi identifico in nessuna definizione applicabile tanto alla transumanza quanto alla pasta al pesto. Forse servirà ai pastori per diventare allevatori motorizzati ma agli alpinisti cosa può mai portare?

  14. 6
    Giacomo Govi says:

    Un puro meta-dibattito, da veri intenditori. La prima impressione per chi legge ( e non fa parte di MW ) e’ che il dibattito sia ancora più’ inutile della patacca.  Per carita’, che di patacca si tratti e’ fuori discussione… Ma a parte busillis di varia natura che riguardano l’ovviamente discutibile definizione, non si riesce a trovare un solo motivo credibile per cui la patacca debba essere rigettata. Se non per snobismo, per elitarismo, ovvero essenzialmente “perché’ questi non ci legano neppure le scarpe”.   Insomma, il tradizionale autismo sociale frequentemente applicato da MW, e che tuttavia continua ad affascinare.
     
    Alla fine, con una pur modesta apertura mentale, qual’e’ il messaggio dell’Unesco:
    “non capiamo molto quello che fate, ma ci pare costituisca qualcosa di grande per l’umanità’”.
    Che si possa pensare “chi se ne importa” pare logico, che si possa arricciare il naso, indignarsi o addirittura preoccuparsi mi fa sorridere.  
     
    Per fortuna ci sono le voci più’ ragionevoli di Paolo Cognetti e dell’ottimo Salvatore.
     

  15. 5

    UNESCO è marchetta pubblicitaria. Ho visto luoghi passare sotto la sua ala perdere ogni fascino. Non facciamoci infinocchiare con l’alpinismo  e continuiamo a fare come sempre ignorando simili cazzate.

  16. 4
    paolo says:

    Penso che l’obiettivo sia tenere isolati l’alpinismo e gli alpinisti, per rendere accessibile alle masse un attività certificata e redditizia in montagna, come già vien fatto anche con le avventure organizzate, filmate e ben supportate. 
    Mi vengono in mente i programmi di donne avventura, le salite sugli 8000, i club dei 4000 o dei 2000, il nudismo di sopravvivenza, i corsi televisivi con le bellone ….
    Non è sbagliato, la gente è contenta, capisce poco e ogni tanto muore eroicamente, magari qualche volta si scandalizza, spende tanto, ma è più facile fare alpinismo ad ogni età senza essere in coda … certo non quello dei media.

  17. 3
    Fabio Bertoncelli says:

    Sono d’accordo con te, caro Agh.
     
    L’UNESCO si è completamente squalificata: un vergognoso carrozzone di parassiti che si trastullano con una “attività” puerile, ma con prebende e stipendi favolosi. Paga Pantalone.
     

  18. 2
    agh says:

    Si può dire alla Fantozzi? E’ una cagata pazzesca. Ma ormai il marketing deve appropriarsi di tutto. Anche le ultime, residue attività libere dell’uomo devono essere classificate, inquadrate, regolamentate, marchiate, sfruttate e magari monetizzate… 

  19. 1
    Paolo Gallese says:

    A casa ho due film documentari molto particolari. Uno è “Tokyo ga”, di Wim Wenders; l’altro è un documentario National Geographic, ” I tesori viventi del Giappone “. Entrambi risalgono rispettivamente al 1985 e al 1980, casualmente epoca in cui mi formai come alpinista. Ma non è importante cosa facessi, quanto che mi siano venuti in mente leggendo questo articolo. 
     I giapponesi riconoscono ai grandi artisti e artigiani il massimo prestigio, definendoli appunto tesori nazionali viventi. Vasai, burattinai, tessitori, fabbricanti di spade o di carta, maestri del cinema, attori, pittori…
    Non è l’arte in sé, che evolve e si perfeziona sempre, ma è il maestro di quell’arte che le infonde una vita propria, un senso profondo che si fonde con l’animo e la sensibilità, coltre che con la tecnica, della persona che le dà forma.
    Mi sono venuti in mente questi due documentari pensando al tema dell’articolo. E se fosse possibile pensare l’alpinismo in questi termini, più che come attività per sé stessa.
    La storia dell’alpinismo è costellata di potenziali ” tesori”. Ma non farò nessun nome per non sollevare vespai. Forse sono proprio i potenziali vespai a non rendere possibile una cosa di questo genere. E naturalmente anche le regole dell’UNESCO, legate ad una visione molto diversa nei tempi recenti.
    Senza contare il problematico presupposto che la persona in questione dovrebbe essere viva.
    Tuttavia credo che avrebbe più senso. Una persona, portatrice di una tecnica, di una visione delle cose, di valori condivisibili (lasciamo stare per un momento che lo siano davvero, sto facendo un esempio potenziale).
    Ovviamente, soprattutto nel nostro paese, “chi decide chi” diventerebbe un caso di guerra, indipendentemente dalla sua possibile soluzione. Siamo un popolo di prime donne, litigioso e rancoroso. Ma anche il Giappone lo è, benché riescano a risolvere questo genere di conflitti. Dalla loro hanno che “parlano” meno di noi e hanno riposto la spada (avevano un modo un po’ brusco di risolvere questo genere di questioni poste sul personale).
    Naturalmente ho in mente dei nomi. Purtroppo sono nomi del passato, ma che nell’ultimo tempo della loro vita avrebbero potuto incarnare questa particolarissima dimensione di patrimonio esistenziale comune.
    Sui vivi ho più difficoltà, pur con qualche idea.
    Ma sarebbero le idee di Paolo Gallese, equivalente a pincopallo… Taccio.
    Ma voi che ne pensate?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.