Alpinismo e scienza

Il 12 aprile 2019 si è tenuto alla Sapienza Università di Roma il convegno Scienza e Montagna, percorsi di conoscenza. Coordinatore della prima sessione (Scienziati e Alpinisti) è stato Vincenzo Cerulli Irelli, con relatori Giovanni Battimelli, Alessandro Gogna, Pasquale Iannetti e Giancarlo Morandi; mentre coordinatore della seconda sessione (la Montagna laboratorio di Ricerca) è stato Stefano Ardito, con relatori Paolo Bonasoni, Annalisa Cogo, Annibale Salsa, Francesco M. Cardarelli e Giovanni Paoloni. Le conclusioni le ha tratte Antonio Ciaschi.

Alpinismo e scienza
(relazione di Alessandro Gogna al convegno Scienza e Montagna)

Lettura: spessore-weight(3), impegno-effort(3), disimpegno-entertainment(2)

Come è stato ben affermato anche dal relatore precedente, l’amico Battimelli, le connessioni tra alpinismo e scienza sono indiscutibili: io aggiungo che sono perfino nati assieme! Al di là di qualche isolato episodio, come quello di Francesco Petrarca sul Mont Ventoux, l’alpinismo è nato alla fine del XVIII secolo, quindi in piena epoca illuminista, a braccetto quindi con la scienza come la intendiamo oggi.

Oscar D’Agostino, Emilio Segrè, Edoardo Amaldi, Franco Rasetti ed Enrico Fermi

Tra le due parole “alpinismo” e “scienza” potremmo metterne una terza, la parola “ricerca”. Tanti anni fa io scrissi un libro, Un alpinismo di Ricerca, si vede che già allora vivevo questo binomio. Che la ricerca sia importante nella scienza non è certo il caso di sottolinearlo, mentre invece è importante far notare come la ricerca sia alla base dell’alpinismo: vuole dire esplorazione, vuole dire novità. Fare, vedere, scoprire. A volte non c’è neanche bisogno di fare, però si scopre. Questa è esigenza innata nell’uomo, l’inizio non poteva che essere molto simile a quello della ricerca scientifica.

In seguito ci sono stati molti cambiamenti, diciamo evoluzioni. Chi pratica oggi alpinismo è trasversale alla scienza: tutti i mestieri sono rappresentati. Ci sono artisti, filosofi, medici, operai, impiegati, nullafacenti. Sì, anche nullafacenti, perché nobili o molto benestanti: invece di oziare nella bella società andavano a trovare rischi e gloria sulle nostre montagne e talvolta anche nelle montagne più lontane. Poi, naturalmente, ci sono anche gli scienziati, o più semplicemente i ricercatori scientifici.

Ma all’inizio la scienza dominava. Tra i campioni dell’Illuminismo certamente il più importante è Horace-Bénédict de Saussure, nato a Ginevra nel 1740. Filosofo e botanico, nel 1784 de Saussure è eletto socio straniero della Reale Accademia Svedese di Scienze, mentre nel 1788 diviene membro straniero della Royal Society di Londra. Deciso a calcolare l’altitudine del Monte Bianco, è stato lo sponsor non solo morale della prima ascensione di questa montagna, nel 1786. Salita che fece anche lui l’anno dopo, 1787 (la terza ascensione). Al di là dei suoi esperimenti di vita in quota al Colle del Gigante, su di lui occorre osservare che già una quindicina d’anni prima della conquista della più alta montagna d’Europa egli promise un premio a chi avrebbe conquistato il Monte Bianco. Il motivo di questa “sponsorizzazione” non era il primato della conquista, ma l’esigenza di misurarne la quota di vetta. Oggi a noi fa sorridere e si può concludere che l’uomo moderno sia più vicino al Petrarca che a de Saussure. Ma questo era a quel tempo, i “dati” scientifici erano al primo posto nell’interesse.

Altri nomi, Louis Agassiz, James David Forbes, glaciologi; oppure lo stesso John Tyndall che andò a un pelo dal conquistare il Cervino prima di Edward Whymper.

Altra figura gigantesca è stata quella di Francis Fox Tuckett (inglese di Bristol, 1834): con le sue guide alpine salì innumerevoli prime, munito di barometro, igrometro, anemometro e altri strumenti scientifici. Diventò poi membro della British Association for the Advancement of Science.

Ma, quasi nello stesso tempo, si affermava una nuova visione del mondo, una nuova Weltanschauung. La filosofia del Romanticismo si è immediatamente tradotta nella realtà e l’alpinismo non poteva esserne indenne. Con il Romanticismo si ha una separazione tra il nostro Io individuale e la Natura, una separazione netta in un mondo che prima, anche attraverso la contemplazione del Sublime, vedeva il Creato (Natura) una cosa sola con l’uomo. L’alpinismo offriva perciò la bellissima illusione di riunione con la Natura, tramite la “conquista”. Se “vinco” la montagna sono di nuovo tutt’uno con lei. E’ un ciclo che ha avuto e ha ancora oggi molte sfumature. Questo ciclo si può anche chiamare “ricerca della felicità”, anche se non mi sento di affermare che su una cima si possa essere felici. Non confondiamo la soddisfazione con la felicità. La soddisfazione c’è perché abbiamo raggiunto il nostro obiettivo, abbiamo finito di soffrire e faticare. Ma che non ci sia la felicità risulta già evidente dai primi pensieri durante la discesa, quando ci sorprendiamo a fantasticare sulla prossima impresa. Io ho vissuto una vita in questa condizione, e per nulla al mondo cederei quest’esperienza: ma non posso affermare che la conquista sia fonte di felicità, cioè sia vera possibilità di riunione tra me e la Natura.

Tra gli alpinisti “romantici” dobbiamo dividere quelli “con Guida” da quelli “senza”. Tra gli scienziati “con Guida” vi cito James Eccles (inglese, 1834), geologo, esploratore del versante meridionale del Monte Bianco. Una curiosità a pochi nota: nel 1877 denuncia per primo la quantità di rifiuti che trova sul Monte Bianco. Le sue collezioni di minerali sono oggi conservate in due musei differenti.

Poi il barone Lorand von Eötvös (ungherese, 1848), professore di Fisica Sperimentale. I suoi lavori sono stati citati da Albert Einstein come essenziali per lo sviluppo della Teoria della Relatività.

Paul Güssfeldt (Berlino, 1840), ricercatore scientifico, con all’attivo la prima  invernale alle Grandes Jorasses nel 1891, ma con innumerevoli salite sulle Alpi, in Africa e sulle Ande.

Non voglio insistere sui già citati Quintino Sella e Alfonso Sella e passo direttamente alle personalità scientifiche che hanno praticato alpinismo “senza Guida”.

Ma che differenza c’è tra l’alpinismo “con Guida” e quello “senza”? Che occorra essere più bravi di un cliente è una differenza ovvia, ma esiste una differenza più profonda. Che improvvisamente un Hermann von Barth (bavarese, 1845), prima avvocato poi laureato in Scienze Naturali, uomo con centinaia di prime, decida di fare a meno delle guide è davvero degno di nota. Gli uomini come von Barth, da buoni scienziati, avevano fatto tesoro dell’esperienza di de Saussure e quindi hanno pensato per primi di poter andare in montagna solo grazie alle conoscenze scientifiche acquisite e grazie alla tecnica. Al contrario del “cliente” che, sia pur bravino” si affidava soprattutto all’istintualità della guida e alla sua bravura, alla sua forza. Non alla scienza e alla tecnica. Von Barth cominciò ad operare tra il 1850 e il 1860, poi morirà in una delle sue esplorazioni in Angola nel 1876: divorato dalle febbri, si sparò.

I senza Guide hanno recuperato in certo qual modo la dimensione “scientifica” dell’alpinismo, sfruttando la separazione dall’istinto. In Italia il Club Alpino Accademico Italiano fu fondato nel 1904, proprio per riunire in un unico club tutti coloro che praticavano alpinismo di ricerca senza l’ausilio delle guide.

Tra gli altri nomi degni di nota, Pierre-Henri Puiseux (Parigi, 1855), astronomo. Nel 1912 è nominato Accademico francese delle Scienze, sezione astronomia. Notevoli sono le sue 6.000 foto scattate per l’Atlante della Luna.

Otto Ampferer (Innsbruck, 1875), geologo, è sua la prima ascensione del Campanile Basso con Karl Berger, 1899. Nel 1906 sviluppa la teoria della plasticità della crosta terrestre, anticipando così la teoria della deriva dei continenti.

Valére Alfred Fynn (russo, 1870), fu un fenomenale ingegnere elettrotecnico, con 300 brevetti a lui intestati in 9 paesi.

Josef Enzensperger (bavarese, 1873), si distinse negli studi meteorologici, teorizzando i primi modelli di andamento climatico.

Marcel Kurz (Neuchâtel, 1887) fu il più grande teorico dell’esplorazione alpina invernale, oltre che grandissimo topografo.

Siamo al Novecento e di mano in mano che ci si avvicina nel tempo l’alpinismo si sportivizza sempre di più, le due attività tendono a scindersi completamente, perché sono sempre di più gli alpinisti appassionati che nulla hanno a che vedere con la scienza. Splendide eccezioni sono quelle di Giotto Dainelli e, ancor più, di Ardito Desio (friulano, 1897): questi è stato grande geologo e grande esploratore. Dalle campagne in Libia per il petrolio all’esplorazione del Karakorum, fino alla direzione della vittoriosa spedizione italiana al K2 nel 1954. Una direzione davvero essenziale, perché di certo la sua disciplina, quasi militare, e la sua grande esperienza di Karakorum sono state, assieme all’abnegazione degli uomini di punta, carte essenziali per il successo.

Arriviamo ai già citati Ragazzi di via Panisperna, i vari Enrico Fermi, Edoardo Amaldi, Enrico Ciaranfi, Antonio Rostagni, Enrico Persico, Ettore Pancini, Gilberto Bernardini, Franco Rasetti, Nello Carrara e altri.

E infine a Henry W. Kendall (Boston, 1926), premio Nobel per la Fisica nel 1990 e a Mike Kosterlitz, scozzese di Aberdeen (1943), che ha portato nelle Alpi l’arrampicata moderna (famosa la parete est del Pizzo Badile con Dick Isherwood, ma anche il piccolo ma significativo Masso Kosterlitz nella Valle dell’Orco) ed è stato ispiratore del Nuovo Mattino torinese. Gli viene attribuito il premio Nobel per la Fisica nel 2016 per (cito testualmente) “le scoperte teoriche di transizioni di fase topologiche e fasi topologiche della materia”.

Ci avviamo alle conclusioni. Come è scritto qui nella presentazione del convegno, è vero che la montagna è “Universo interdisciplinare”. Ma la presenza massiccia degli scienziati in alpinismo fa escludere che sia tutta una serie di coincidenze. Le due discipline sono intimamente collegate, e lo sono dalla nascita. Ancora nella presentazione è scritto dell’odierna “frantumazione dei saperi” che è anche necessaria, perché il chirurgo si serve di un sapere estremamente specializzato. Ma è anche vero che non possiamo perdere quella visione globale che era caratteristica degli antichi. Insomma, c’è bisogno di una sintesi e io credo che la montagna, che appunto “tende al cielo”, sia il luogo più adatto dove questa sintesi possa verificarsi. Una sintesi che deve prima di tutta realizzarsi a livello individuale, ma poi anche a livello collettivo. Che la montagna sia luogo di sintesi è l’argomento che più mi preme in questi anni di riflessioni ed esperienze, sono alla ricerca di evidenze che rispecchino questo concetto: e una di queste evidenze che più mi hanno colpito è il pensare che la Montagna è il classico Bene Comune, un concetto oggi in via di progressiva definizione, grazie soprattutto a Ugo Mattei: ricerca e conoscenza vanno verso il riconoscimento del Bene Comune, che alla fine è raggiungimento di libertà individuale e collettiva. Una comprensione profonda di questo nuovo concetto potrebbe addirittura portare a nuovi modelli di difesa dell’ambiente, oggi decisamente in crisi di fronte all’invadenza della crescita economica a tutti i costi. L’ambientalismo non potrà più solamente focalizzarsi sulla conservazione, le fandonie che vengono spacciate per “valorizzazione” alla luce della nuova coscienza teoretica e pratica del Bene Comune sarebbero spazzate via senza esitazioni dalla gente e quindi anche dagli amministratori. Le promesse degli speculatori apparirebbero nella loro vera luce di falsità.

La scienza ha dato grande contributo al Bene Comune con il progressivo riconoscimento delle ricchezze, bellezze e potenzialità della Natura e quindi anche della montagna. E ancora può darne, perché relativamente alla montagna la scienza continuerà a scoprire nuovi particolari affascinanti.

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Alpinismo e scienza ultima modifica: 2019-07-11T05:55:36+01:00 da GognaBlog

1 commento su “Alpinismo e scienza”

  1. 1
    giorgio says:

    Bel ricordo dei “Ragazzi di via Panisperna”, non solo scienziati innovatori. In una foto si vede anche Antonio Rostagni, giovane fisico torinese, poi per decenni direttore dell’Istituto di Fisica dell’Università di Padova (prima dei dipartimenti) e promotore nell’immediato dopoguerra delle ricerche sui raggi cosmici con base in Marmolada. Ai tempi della foto a Gressoney, Rostagni ed Emanuele Andreis fecero la prima della parete ovest della Piramide Vincent. 
    Un piccolo commento su Desio, non sulle vicende del K2 , a voi ben note: come geologo è rimasto nella norma, certamente non fu “un grande” scienziato, ricordato in particolare per la longevità (104).
    Tra gli scienziati alpinisti dell’Ottocento va certamente annoverato Felice Giordano (forse ricordato in altri interventi del convegno che non conosco). Ai primi del Novecento, il fisiologo Angelo Mosso e allievi lavoravano dal Col d’Olen alla capanna Margherita.
     

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