Amaro tè sulla Nord del Cervino

Amaro tè sulla Nord del Cervino
di Corradino Rabbi
(ascensione effettuata con Roberto Bianco il 24 luglio 1977. Tempo impiegato: 18 ore, dalla base)
(già pubblicato su Scandere 1977)

Lettura: spessore-weight(1), impegno-effort(2), disimpegno-entertainment(3)

A Giorgio Rossi e Guido Machetto.

Sono ormai passati un bel po’ di anni da quando con Giorgio Rossi mi ero avviato per la prima volta verso la parete nord del Cervino con l’intenzione di salirla. Ricordo che avevamo cercato di mitigare il lungo approccio attraverso il Colle del Furggen e la salita alla Hörnly Huette, unendoci a due ragazzi genovesi che intendevano salire la cresta svizzera. Né a noi, né a loro fu concesso di arrivare più in alto della capanna: non avemmo neanche la possibilità di farci un’idea dell’ambiente, tanta era la nebbia e la nuvolaglia. Con qualche difficoltà ritornammo per la stessa via al Breuil dove, essendosi rischiarato il tempo, sostammo ai piedi della parete sud, divertendoci ad arrampicane su grossi massi erratici. Devo quindi confessare che il primo approccio con questa grande parete fu per me ben poco eccitante.

Corradino Rabbi sulla parete nord del Cervino, copertina di Scandere 1977

Ritornai qualche anno dopo, una decina credo, con Guido Machetto, e la cosa, questa volta, risultò fin troppo eccitante. Dopo la regolare sosta alla Hörnly, attaccammo alle tre di notte, con tempo caldo e nuvole vaganti, il primo salto oltre il quale si accede al grande plateau. Sin dai primi metri ci siamo trovati in coda a una cordata di due americani che era diretta alla cresta di Zmutt, ma noi non lo sapevamo e li scambiammo per due concorrenti per la Nord da superare quindi, egoisticamente, già prima di raggiungere il pendio di ghiaccio (per non dover diventare in seguito bersaglio indifeso dei poco piacevoli frammenti di ghiaccio scaturiti dal lavorio delle loro piccozze) pensavamo di superarli. Spronato da Guido mi gettai al loro inseguimento. Giunto su un piccolo ripiano dove uno dei due sostava in assicurazione, comunicai al compagno che mi seguiva l’avvenuto raggiungimento, e Guido, che già stava salendo a forte andatura, mi gridò di proseguire. In genere, queste corse nel buio, legati e senza assicurazione, col compagno che sale contemporaneamente, non mi sono mai piaciute, ma in quell’occasione accettai il rischio e ripartii. Ero appena salito di forse sette, otto metri al massimo, quando mi trovai improvvisamente a dover compiere uno spostamento sulla destra in direzione di una bella piazzola che sembrava ricavata apposta per noi nel pendio: il passo era un po’ lungo, la corda degli americani mi era d’ingombro ma mi sembrò che una tacca per la mano destra mi permettesse una discreta trazione, utile per spostarmi. Ingenuamente la sfruttai, applicando così una tecnica di arrampicata su roccia poco consona al terreno su cui mi trovavo. Dico ingenuamente poiché, così facendo, venivo ad assumere una posizione anomala per una salita su un pendio di ghiaccio, escludendo inoltre dall’azione il notevole contributo della piccozza, sempre utilissimo anche se, allora, la tecnica della piolet-traction non era ancora stata inventata. Il fatto sta che, nel momento in cui, superato lo sforzo, stavo per assestarmi su detta piazzola, questa, che nell’oscurità mi era sembrata di sicuro affidamento, mancò invece ai suoi doveri: tutto il mio equilibrio andò a farsi benedire, il mio corpo ebbe una rapidissima rotazione sul piede sinistro e partì velocemente per una discesa assolutamente fuori programma. Qui fu tutta una questione di attimi, di frazione di secondi, più lunghi a descriversi che, purtroppo, a viverli. Ricordo la velocità con la quale stavo piombando sul punto di sosta precedente senza riuscire a manovrare utilmente, in qualche modo, la piccozza che avevo al polso. «Se non riesco a fermarmi», pensai, «sono spacciato, e con me Guido che sta arrampicando». Guido, infatti, era in pieno movimento e non si era accorto di nulla. Mentre questi pensieri saettavano fulminei per il mio cervello, con la mano riuscii a piazzare la piccozza in posizione di «freno». Mi ci buttai sopra con tutto il peso della parte superiore del mio corpo, continuando nello scivolone e frenando disperatamente. Piombai sul terrazzino tra scintille e rumore di ferraglia, e riuscii a fermarmi. Guido era a tre metri sotto di me, in un tentativo di assicurazione alquanto precario. Mi vide fermo ed emise un sospiro di sollievo. Non ci sono commenti da fare. Dopo un po’ riprendemmo a salire, lentamente, con minor premura, anche perché ormai il tempo stava peggiorando a vista d’occhio e, dopo averci costretto a rinunciare dapprima alla parete, poi alla cresta di Zmutt, ci obbligò a un veloce rientro, non dopo, però, di essere saliti fino alla base dei Denti omonimi.

E venne, dopo qualche anno, il terzo tentativo. Questa volta eravamo in due cordate. Partenza all’una dopo mezzanotte, con un tempo buono ma caldo. Nel tratto iniziale per raggiungere il gran plateau il pendio, subito dopo i primi salti di roccia, era di neve inconsistente. Ci arrabattammo alla meglio in un paio di lunghezze di corda da cardiopalma, poi, finalmente i ramponi affondarono sul pendio della Nord. Le prime lunghezze di corda — otto per la precisione — alle sei del mattino, con la parete già in pieno sole, la constatazione che la nostra progressione fosse troppo lenta per sperare di poter uscire in giornata, ci fecero dubitare sull’esito della salita. Ci accorgemmo, inoltre, di esserci tenuti un po’ troppo sulla sinistra del pendio e che dalla posizione in cui ci trovavamo sarebbero state necessarie numerose lunghezze di corda per raggiungere la cosiddetta rainure, la quale, vista da lì, non era per niente impressionante. All’osservazione si indovinavano facilmente i pochi metri da compiere in leggera discesa per raggiungere il limite destro del largo sperone obliquo che rappresentava il passaggio-chiave della salita.

Comunque, dopo un breve scambio di opinioni, brevissimo anzi, perché effettuato in posizione alquanto scomoda, decidemmo di rinunciare. Sull’ultima «doppia» riuscii a mettermi fuori uso una caviglia. In giornata rientrammo a piedi al Breuil.

Ormai avevo preso confidenza con la parete, e il compiacimento per ciò che si considerava un risultato era il tema di fondo nell’abituale convegno del lunedì nel negozio di Cichin Ravelli. Ci fu, invero, chi fece malignamente osservare come i progressi sarebbero stati certamente più apprezzabili qualora i tentativi fossero avvenuti a intervalli ravvicinati…

Era effettivamente giunto il momento di concludere questa ormai annosa partita. La parete, per quel poco che avevo avuto modo di conoscerla, mi piaceva: l’assenza caratteristica di una via obbligata, con pochi e grossolani punti di riferimento su un dislivello di 1200 metri, mi aveva attirato fin dai primi approcci, esercitando su di me tutto quel fascino dell’incognito. Anche Roby (Roberto Bianco), che già era stato della partita nell’ultimo tentativo, era un convinto della parete. Con lui mi ero trovato bene sul pilone «Gervasutti» al Freney: perché non ritentare?

E ritentammo, sotto i più neri presagi. Alla partenza delle funivie, diciassette furono gli alpinisti che riuscimmo a radunare per poter fruire del notevole «sconto-gruppi». E subito qualcuno si affrettò a comunicarci la notizia di una mortale caduta di una cordata italiana sulla via normale del Cervino, cui fece seguito quella altrettanto allegra di quattro giapponesi sulla Nord, una catastrofe. Era decisamente una giornata «no», giacché alla stazione superiore di Cime Bianche, l’addetto alla funivia, dopo averci interrogato sulle nostre intenzioni, ricevendo da noi risposte evasive, non trovò niente di meglio che pronosticarci una miseranda fine a breve scadenza. Non riconobbi nel nostro interlocutore una nota guida e, a mia volta, persa la pazienza, gli prospettai, a voce piuttosto alta, la possibilità di una sua caduta dalla finestra della cabina di guida con conseguenze funeste… L’arrivo della funivia troncò la discussione che si era fatta piuttosto accesa.

Raggiunto il Plateau Rosa riuscimmo straordinariamente a trovare il modo di portarci alla Hörnly con un percorso che comportava un dislivello di 1000 metri in discesa e altrettanti in salita.

Alla capanna ritrovammo il simpatico e cordiale gestore di due anni fa; riuscimmo a ordinare per cena un minestrone svizzero, birra e cioccolata calda. Grazie alla cortesia del custode, potemmo concederci quasi un’ora di sonno completamente gratuita e poi, partenza. Era l’una del mattino. Presto, troppo presto arrivammo alla base del pendio nord: decidemmo di farci un tè caldo. Nel tempo necessario per preparare questa bevanda riuscimmo, maldestramente, a fare precipitare un paio di sovra-calzoni di Roby, prontamente inseguiti dallo stesso il quale, non senza fatica, riuscì a ricuperarli un centinaio di metri più in basso. Ma le disgrazie non dovevano finire lì: mentre Roby stava risalendo e io ero impegnato nella doppia funzione di curare la sua assicurazione sorvegliando amorevolmente il nostro tè, dal sacco precipitò un altro involucro, questa volta contenente viveri, guanti e qualcos’altro ancora del quale non ho memoria!

Urlo di avviso, e Roby nell’oscurità riuscì ad agguantarlo: parte del contenuto si era però involato. All’inventario risultò mancante, tra l’altro, lo zucchero. Vi fu un momento di tensione tra di noi, che presto però dissipammo, anche perché, con tutte queste passeggiate su e giù, avevamo fatto quasi le tre. Ci sorbimmo così il nostro… amaro tè, e ripartimmo.

Il custode ci aveva avvisati che sulla parete vi erano già due cordate di giapponesi partite il giorno innanzi; nel buio trovammo le loro tracce sul pendio, e, alternandoci di lunghezza di corda in lunghezza, ci innalzammo con buona andatura. Ai primi chiarori eravamo già alla traversata; da qui alla rainure era solo questione di poche lunghezze di corda. Tutta la parete era ormai  in piena luce. Tempo bellissimo, con temperatura fredda ma non rigida, ideale.

Ad  un cambio  Roby, quasi  timoroso di  essere  udito,  mi  sussurrò: «Questa volta è nostra!».   Doveva essere così perché ebbi subito la sensazione come di una cosa già trascorsa, come se tutto fosse già stato compiuto, mi sembrava di vivere già nel ricordo. Ma l’azione non consentiva di abbandonarci a ulteriori «sensazioni». L’arrampicata sulla parete laterale della rainure, dove ormai eravamo giunti, è da considerarsi tra le più classiche su terreno misto, a tratti entusiasmante, impegnativa sempre. In questa zona ricevemmo a più riprese la visita di un elicottero svizzero da turismo che evidentemente stava portando in giro i suoi clienti a godersi lo spettacolo. Vedevo distintamente sia i passeggeri intenti a scattare fotografie, sia il pilota. Mi venne in mente la profetica vignetta di Samivel: «l’Alpinodrome », e mi resi conto che ormai era già superata: lo spettatore, anziché starsene seduto comodamente in platea a contemplare una riproduzione scenografica delle difficoltà e dei pericoli dell’alpinismo, è portato direttamente in loco con un mezzo meccanico che, per la sua apparente precarietà, offre abbondanti possibilità dì partecipazione emotiva alla scalata. In quel mentre sperai solo che questa innovazione non facesse in modo di farci precipitare qualche cosa sul cranio, cosa a cui, del resto, stavano già provvedendo abbondantemente i quattro figli del Sol Levante che ci precedevano e dei quali ormai eravamo in vista. Dovevano essere dei bei dormiglioni, nel senso letterale del termine, dal momento che avevano lasciato da poco il posto di bivacco e ora stavano cercando di riscattarsi arrancando con molto entusiasmo su una crestina di neve. Ci trovavamo nel punto di giunzione della rainure col tratto mediano della parete, la zona più pericolosa: dall’alto viene qui convogliato, come in un grande imbuto, tutto quanto precipita. I giapponesi avevano bivaccato su un’esile piazzola ricavata nella neve appena sotto un salto poco marcato che offriva qualche illusione di protezione. Ci togliemmo da questo posto il più velocemente possibile e, per un succedersi di salti costituiti da placche ricoperte di neve, ci portammo a ridosso dei quattro, i quali erano in quel momento impegnati a superare un passaggio giallastro strapiombante. Vidi un luccicar di staffe, e vidi anche che per una lunghezza di corda avevano impiegato un bel po’ di tempo.

Sulla sinistra del salto giallo una serie di passaggi difficili, ma superabili in «libera», ci permise di oltrepassare il tratto verticale sul quale era ancora impegnata la seconda delle due cordate che ci precedevano, mentre la prima era alle prese con una traversata sulla destra. Il terreno di questo tratto è costituito da placche rocciose ricoperte da una spanna di neve di scarsa consistenza. A tratti, però, trovammo condizioni migliori e riuscimmo persino a piazzare un chiodo da ghiaccio. Complessivamente si tratta di un terreno di arrampicata che richiede grande concentrazione, pur non essendo classificabile come difficile.

A questo punto, decidemmo di passare in testa, ma la manovra si presentò un po’ complicata. Mentre Roby raggiungeva il primo dei «giapo», come ora confidenzialmente li chiamavamo, il secondo era partito per raggiungerlo ed ora si trovava nel bel mezzo della traversata, proprio nel momento, cioè, in cui mi ero messo in movimento, cosicché mi trovai nell’alternativa di dover passare più in alto o di fare appello alla sua personale cortesia per superarlo: discorso difficilissimo da fare senza l’ausilio delle mani, con le quali noi italiani riusciamo sempre a ovviare alle nostre carenze linguistiche, ma che, nella circostanza, erano già diversamente utilizzate. Mentre stavo cercando mentalmente una soluzione, giunsi al suo fianco e notai come sul manico del martello fosse pirografato quello che ritenni fosse il nome del proprietario: incuriosito provai a pronunciarlo. Forse lo feci con un volume di voce piuttosto esagerato. Tarkai! La reazione fu immediata, il «giapo» scambiando il prodotto della mia curiosità per un avvertimento, si bloccò, e, rincagnando la testa fra le spalle, rimase in attesa del verificarsi di chissà quale terribile evento. Mi avvantaggiai del malinteso per scavalcarlo abilmente e raggiungere il mio compagno, il quale, intanto, per guadagnare tempo, si era fatto due lunghezze consecutive di corda da primo, dopo avere beninteso ricevuto da me la promessa che a mia volta avrei condotto per altrettante lunghezze di corda. Cosa più che ovvia, su questo tipo di terreno, dove è persino difficile essere egoisti, e, senza troppi rimpianti, si fa volentieri «alla romana» nello spartire l’onore (e l’onere), di condurre la cordata.

Ora filavamo verso la vetta, inseguiti, oltre che dai «giapo», dalle ombre della sera che stavano man mano impadronendosi delle montagne. In alto, sulla massima elevazione di quest’isola luminosa (così mi apparve la cima), vedevamo gente che scendeva lungo la cresta svizzera. Dalla nostra posizione, rapportata alla conformazione della parete, sembravano curiosamente affacciati dalla sommità, intenti a osservare la nostra progressione.

Sulla parete che qui, aperta e ampia, favoriva un senso di smarrimento ci si sentiva come disorientati. Roby continuava a ripetermi che dovevamo portarci sulla destra, e, per convincermi ulteriormente della legittimità della sua insistenza, mi ricordò il racconto di Bonatti della sua ascensione solitaria: «Sul pendio finale chiudo gli occhi e mi ritrovo abbracciato alla croce».

A noi, questa trasposizione della materia riuscì solo attraverso un dispendio di energie su erti pendii di neve non trasformata, insicura, che ci fecero trovare eterno questo finale. Non solo ma, nonostante tenessimo gli occhi ben aperti, riuscimmo a sbagliare clamorosamente percorso, andando a sbucare sulla cresta di Zmutt, a pochi metri dalla cima italiana.

Di fronte a questi pochi metri di cresta che per anni avevo atteso di salire, provai una strana sensazione, un misto di commozione e di stupore: fu solo per un breve momento, poi mi avviai verso la cima. E mi accorsi che tutto avveniva proprio come avevo sempre sperato: facilmente, sul finire di una bella giornata, insieme ad un buon compagno.

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Amaro tè sulla Nord del Cervino ultima modifica: 2018-05-26T05:54:00+02:00 da GognaBlog

3 pensieri su “Amaro tè sulla Nord del Cervino”

  1. 3
    LUCIANO RATTO says:

    GRANDE ALPINISTA (UN “MAESTRO”) E GRANDE (E SPIRITOSO)SCRITTORE DI MONTAGNA CORRADINO RABBI.

    GRAZIE PER QUESTA BELLISSIMA RIEVOCAZIONE.  MOLTI ANNI PIU’ TARDI HO SALITO LA ZMUTT ED HO OSSERVATO PERCIO’DA VICINO QUELLA IMPRESSIONANTE PARETE.

    INCREDIBILE LA COSTANZA E LA DEREMINAZIOINE DI CORRADINO E DEI SUOI COMPAGNI.

    LUCIANO RATTO

    LUCIANO RATTO

     

  2. 2
    Andrea says:

    Cronaca molto ironica e divertente! Bravi!!

  3. 1
    Fabio Bertoncelli says:

    In quegli anni lessi piú volte di Roberto Bianco nelle cronache alpinistiche, impegnato su grandi vie classiche che scatenavano la mia invidia. Qualcuno sa dirmi che è stato di lui?

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