“Angel”, alpinista gentiluomo

Angel, alpinista gentiluomo
di Fulvio Scotto, Andrea Parodi e Giovannino Massari
(per gentile concessione della rivista Alpidoc che lo ha pubblicato nel suo numero 97)
foto Archivio Fulvio Scotto

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(3)

In punta di piedi come è vissuto, nel settembre 2017 se n’è andato Angelo Siri: poliedrico apritore di vie su roccia e su ghiaccio, video maker e molto altro, ma soprattutto, a detta di chiunque lo abbia conosciuto, un amico sincero, un vero signore.
Lo ricordiamo in queste pagine attraverso le parole di suoi tre suoi compagni di avventure, in montagna ma non solo.

È stata amicizia a prima vista
di Fulvio Scotto

Quando penso ad Angelo Siri e ai giorni della nostra amicizia, le emozioni sospingono il mio pensiero a un episodio lontano. Era una sera d’aprile del 1980. Stanco, sporco, carico di uno zaino con la corda bagnata, degli sci, delle picche e di altra ferraglia, e di un borsone pieno di vestiti umidi e puzzolenti di sudore, mi trascinavo dall’auto, finalmente parcheggiata, nel chiuso androne del condominio dove allora abitavo, a Savona. Rientravo dalla Valle d’Aosta dopo la salita della Via Chiara sul seracco, all’epoca ancora presente, della Nord del Ciarforon.

Angelo Siri in vetta alla Punta Sella al Monviso, 1986.

Era stata una giornata per me memorabile. Una scalata su ghiaccio nero, a settanta gradi o forse più, in un ambiente con l’abito invernale, reso quasi patagonico da una bufera di neve che ci era giunta addosso verso la cima. E poi, a conferire un tono alla salita, l’inaspettato incontro in parete con tre torinesi, di cui due accademici del CAI, di quelli che ai miei occhi rappresentavano un riferimento, Mario Marone e Angelo Gaido. Ma soprattutto, mentre arrancavo verso l’ascensore, il sentimento che dominava il mio animo, a consuntivo della giornata, e la cui sensazione è rimasta viva in me a distanza di tanto tempo, era quello di aver trovato un’amicizia importante.

Era stata la mia prima salita con Angelo e già avevo netta l’impressione che la nostra cordata sarebbe andata oltre lo spazio di qualche scalata… Sono passati quasi quarant’anni, Angelo non c’è più, ma il ricordo più incisivo che mi resta di lui è legato a quel momento, lì nel buio del palazzo, al ritorno dalla prima salita insieme.

La nostra amicizia e la conseguente frequentazione ci hanno portato a trascorrere altre intense giornate all’inseguimento di quegli obiettivi e di quelle linee alpinistiche che ci facevano sognare. Era quello il periodo della nuova esplorazione di potenzialità glaciali nelle pieghe della montagna che l’avvio della piolet-traction stava rivelando.

Tre mesi dopo andammo al Monviso. Sulla sua parete nord-est individuammo quello che poteva essere considerato uno dei suoi “ultimi problemi” evidenti, ma che non tutti riuscivano ancora a leggere, il Couloir Nord-est. In realtà, data la stagione (eravamo nel mese di luglio), nella nostra esplorazione quel giorno abbiamo salito quella che può essere considerata una logica possibilità d’uscita verso l’alto dal Couloir Nord-est, il Canalino Nord del Torrione Saint Robert. Poi nel gennaio 1982 abbiamo realizzato la prima salita anche del couloir inferiore, il sopracitato Nord-est, che nel frattempo Angelo era andato a tentare con un amico. L’affrontammo come una salita fine a se stessa, come se fosse stata una cascata, fermandoci al nevaio centrale, e forse questa resta la più significativa salita di ghiaccio fatta insieme.

Angel su Rocky Horror Show al Bric Camosciera, 1985.

Sempre alla ricerca di flussi ghiacciati, Angelo, abitando a Cairo Montenotte, aveva avuto l’intuito di andare a curiosare tra le pieghe della vicina Valle Tanaro. Pur essendo una zona prevalentemente calcarea, sovente con fenomeni carsici, in alcuni casi presenta qualche esile colata. Così nel febbraio del 1984 riuscì a cogliere, con un’amica, un’evidente cascata di ghiaccio in un canalone proprio di fronte all’abitato di Valdinferno: Due Salti nel Fantastico. Un anno dopo tornammo insieme, ficcandoci nel fitto della boscaglia alla ricerca di quelle che, viste da lontano, nascoste tra gli alberi, parevano delle colate di ghiaccio sotto balze rocciose che, sulla carta, scoprimmo chiamarsi Monte Scalabrino.

Percorrendo una strada sterrata giungemmo alla frazione di Villarchiosso e ancora su fino a una chiesetta nel bosco. A piedi, tra gli alberi ornati di neve in un ambiente da fiaba, giungemmo sotto una bastionata dalla quale scendevano verticali colate di ghiaccio. Ci parvero bellissime. Magari era il fascino della scoperta o, forse, bellissime lo erano davvero. Era l’Epifania del 1985 e nella calza quell’anno invece dei dolcetti, o magari del carbone, trovammo il Salto della Befana, una bella e impegnativa, seppur breve, cascata di ghiaccio che scalammo su due diverse possibilità. Poco a sinistra poi faceva bella mostra di sé la più estetica stalattite di ghiaccio della bastionata.

La corta giornata invernale però volgeva già al termine…

Tornammo la settimana dopo. Quel giorno Angelo compiva gli anni. La meravigliosa candela era il giusto regalo che lui si concedette per il suo compleanno. Da allora quella colonna di cristallo ha un nome: Chandelle 36.

Angel con Guido Pasi sull’Arête de Rochefort, 1978 (foto Archivio Guido Pasi).

Se ad Angelo era congeniale il ghiaccio, altrettanto lo era l’arrampicata su roccia, e proprio in quel di Valdinferno mi accompagnò un giorno in uno splendido bosco di castagni dove aveva individuato tutta una serie di massi piccoli e grandi su cui si recava periodicamente a fare boulder. Allora lo chiamavamo “sassismo”, come lo aveva definito Gian Carlo Grassi in un volumetto sui massi della Val di Susa, Sassismo, spazio per la fantasia, pubblicato nel 1982, che proprio il suo autore mi aveva regalato con la dedica “Per Fulvio, come stimolo a conoscere il settimo A!”. Sì, perché la continua ricerca di flussi ghiacciati non poteva non portarci a incontrare Gian Carlo Grassi… Ripensando a quei giorni, mi viene in mente un altro aneddoto.

Angel con Fulvio Scotto (a sinistra) sulla Cima del Roc de la Niera dopo la salita della Cresta nord-est, 1984.

Un anno dopo la Valle Tanaro, sognando linee glaciali da inventare, su idea di quel mito che era Gian Carlo, nel giugno del 1986 partimmo insieme alla volta di una goulotte fantasma sul versante meridionale dell’Aiguille de Rochefort. Il meteo – chissà se lo avevamo guardato – fu capriccioso. Arrivati al Rifugio Boccalatte, il Monte Bianco si chiuse in una nebbia sciroccosa che trasformò man mano la neve in un paciocco… E allora via! Cambio di programma! Visto che il ghiaccio si scioglie e il Monte Bianco si nasconde dietro le nuvole, Gian Carlo ci propone di correre di nuovo giù. Dormiamo a casa sua a Condove e la mattina dopo andiamo a fare una via nello sconosciuto, per noi, Vallone di Sea. Così, dopo essere partiti con le picche in mano, siamo andati a romperci le unghie sul granito. Ci siamo picchiati quanto basta con un ostico diedro che, nella fantasia di Gian Carlo, non poteva che divenire il Diedro di Gollum.

Angelo Siri in sosta sul Diedro del Lup, 1983.

Per qualche giorno mi portai poi negli occhi il terriccio che Gollum mi aveva tirato in faccia mentre mi affannavo a forzare l’uscita, su per l’allora lurida e vegetal-colonizzata fessura dello strapiombo finale, e non ci tornai più… Angelo invece si ritrovò frequentemente a Sea con Gian Carlo e con lui continuò a scalare anche su ghiaccio. Forse la via più bella che aprirono insieme fu l’Overcouloir al Mont Maudit.

Ricordi solo in parte affievoliti dal tempo. Sensazioni che naufragano oggi tra le onde della malinconia, pensando agli amici che non sono più qui, mentre cerco tra le tante salite fatte assieme ad Angelo qualche via che porti la sua firma, per un ricordo di lui da lasciare tra le pagine di questa rivista…

Angelo Siri sulDiedro del Lup, 1983.

Una punta tutta per lui
di Andrea Parodi

Ricordo perfettamente quando conobbi Angelo Siri: era il 21 agosto 1983 e con lui c’era Fulvio Scotto. Ero appena rientrato al rifugio Bozano dopo aver scalato la via Grassi-Kosterlitz al Corno Stella con due amici di Mondovì. Nel rifugio c’erano questi due tipi un po’ singolari, che avevamo visto tutto il giorno fare a botte con il Diedro del Lup alla Punta Innominata. Uno piccoletto e muscoloso; l’altro magro, con il volto affilato e i capelli grigi: sembrava un signore di mezza età. In realtà Angelo era molto più giovane di quello che sembrava: allora aveva soltanto 34 anni.

Quel giorno al Bozano scoprii che anche Angelo e Fulvio avevano in progetto, come me e Nanni Villani, un libro di scalate sulle “montagne d’Oc”. Così decidemmo di unire le forze e cominciammo anche a salire insieme le vie da inserire nel libro.

Angelo Siri sulla via Grassi-Re al Becco della Tribolazione, 1983

Malgrado i capelli grigi, all’inizio Angelo era il meno esperto, quasi timoroso a lanciarsi sui passaggi ostici, ma ben presto recuperò terreno e, anzi, in certe situazioni divenne più bravo e audace di noi. Rammento ancora con un brivido di terrore il traverso della via Rocky Horror Show al Bric Camosciera, che Angelo aprì senza esitazioni e senza protezioni intermedie: da secondi, Fulvio e io vivemmo alcuni minuti di adrenalina pura.

Ci fu un periodo, tra il 1988 e il 1989, in cui arrampicai moltissimo con Angelo: avevamo raggiunto un’ottima intesa e ci divertivamo anche parecchio. Il 9 ottobre 1988 tracciammo una via assai elegante, senza dubbio la più difficile tra quelle che abbiamo aperto insieme: la Fessura delle Streghe al Pian Ballaur, nelle Alpi Liguri, ripetuta per la prima volta soltanto ventisette anni dopo dai giovani e forti Pietro Godani e Gabriele Canu (si veda la relazione su Alpidoc n. 91, pagine 31-32).

Nel 1989 me ne andai a Novara e con Angelo ci perdemmo un po’ di vista. Tuttavia seguivo sempre le cronache delle sue prime ascensioni. Su ghiaccio era diventato fortissimo: faceva cordata con il grande Gian Carlo Grassi e insieme scalavano nuove cascate e couloir fantasma su tutto l’arco delle Alpi Occidentali.

Durante le riprese di Scarason, l’anima del Marguareis, 2011.

Su roccia fu il primo, dalle nostre parti, a usare il trapano per tracciare vie nuove su placche altrimenti improteggibili. In particolare, con il garessino Enrico Gallizio, aprì alcune vie stupende sull’impressionante Scudo della Rocca dei Campanili, nel Gruppo del Mongioie, prima che arrivasse il frenetico eporediese Manlio Motto a piazzare i suoi spit in ogni angolo disponibile.

Più tardi Angelo si diede anche al boulder, scoprendo nuovi massi in Valle Tanaro insieme allo stesso Gallizio e al talentuoso Giovannino Massari.

Poi, improvviso, è arrivato il male: un tumore che lo costringe a interrompere tutte le sue attività. Una brutta botta, tuttavia Angelo non si dà per vinto: superata la fase cruciale, riparte più estroso e creativo di prima. Si appassiona alla mountain bike, alla fotografia e, grazie alla collaborazione con Alessandro Beltrame, inizia a fare riprese con la videocamera.

Ci siamo ritrovati nel 2003, a fare la cordata dei fotografi per documentare la rievocazione in costume della prima ascensione al Corno Stella. Io da primo sulla storica via De Cessole, Angelo da secondo, intento a fotografare Vincenzo Vince Ravaschietto nei panni di Jean Plent, Jean Gounand in quelli aristocratici di Victor De Cessole e Giova Massari nelle vesti di Andrea Ghigo detto il Lup. E stata una giornata un po’ surreale, vissuta con l’impressione di avere al nostro fianco gli autentici De Cessole, Plent e Ghigo con la corda di canapa, i cappelli di feltro e i vecchi scarponi…

La faccia di Angelo era sempre più affilata e a salire faceva un po’ fatica. Io ero sposato con tre figli piccoli e di nuovo ci siamo persi.

In seguito ho sentito notizie allarmanti di ricadute nella malattia, ma l’ho rivisto ancora a presentazioni di libri miei e di filmati suoi, alcuni bellissimi, tra cui quello sullo Scarason realizzato con Fulvio Scotto. Alla fine, però, il cancro è tornato per sferrare l’attacco definitivo: ascoltavo i tristi resoconti di Fulvio e di altri amici comuni, io non ho più avuto il coraggio di andarlo a trovare…

La notizia della morte di Angelo mi è giunta in un momento e in un luogo assai particolari: in cima al Monte Oronaye, alle nove e mezzo di sera, al buio, stravolto, dopo aver aperto – con Enrico Sasso e la sua amica Sabrina – una via assai avventurosa su una punta senza nome (per la relazione della salita si rimanda alle pagine 14-16 di Alpidoc n. 97).

Enrico, seppure assai più giovane, conosceva bene Angelo, abitando nello stesso paese e avendo in comune la passione per l’alpinismo. Avevamo parlato di lui la mattina stessa, guardando di fronte a noi i pilastri della Tête des Blaves, scalati per la prima volta proprio da Angelo. Ci è sembrato naturale, quasi un segno del destino, dedicargli la punta senza nome appena scalata.

Angel sulla via Bonino-Perino-Girodo alla Rocca Provenzale, 2010 (foto Giovannino Massari).

Ha raggiunto il punto di sosta più in alto
di Giovannino Massari

Angelo è mancato. Per me è venuto a mancare una specie di fratello maggiore, che frequentavo con assiduità da circa trent’anni. Potrei scrivere fiumi di parole per ricordare le sue molteplici, e sempre all’avanguardia, qualità di alpinista, arrampicatore sportivo, mountain biker, video maker, e rievocare tutte le innumerevoli avventure che abbiamo vissuto insieme (quella della salita della Goulotte Grassi-Tessera al Monte Ferra, in Val Varaita, compiuta il 15 dicembre 1991, è rievocata qui: https://www.gognablog.com/giovannino-massari-questione-di-stile-2/), ma preferisco sottolineare il suo lato umano, forse quello meno conosciuto. Sì, perché Angelo era prima di tutto un signore, anzi direi un gran signore, di quelli che avevano una parola sola, sempre pronto in caso di bisogno a tendere una mano, a esprimere un’opinione che spesso si trasformava in critica benevola su cui riflettere e meditare.

Ora, come ha detto bene un nostro comune compagno, Angelo ha raggiunto il punto di sosta più in alto e là ci attende, ma io spero che nel frattempo, continui in qualche modo a indirizzarmi i suoi preziosi consigli. Mi mancheranno le nostre frequenti telefonate, le nostre considerazioni sulla vita, le nostre confidenze. Mi mancherà Angelo: un amico vero.

Nota biografica
Nato a Cairo Montenotte (SV) nel 1949, Angelo Siri è stato cancelliere dapprima presso il tribunale di Savona, quindi quello di Cairo. Ha praticato l’escursionismo fin dagli anni giovanili approdando poi all’alpinismo con il Cervino e il Dente del Gigante. Il suo curriculum va dalle vie di roccia, spesso alla ricerca di linee nuove, ai couloir di montagna; dall’esplorazione, già dalla prima ora, delle valli cuneesi alla ricerca delle cascate di ghiaccio (inizio anni Ottanta) al boulder, con la scoperta dei massi di Valdinferno.

Di quegli anni si possono ricordare varie prime salite: Gran Cascata del Valasco (la prima della Valle Gesso, 1980), Couloir Nord-est del Viso (1982), Couloir dei Savonesi alla Nord del Viso (1984), Cascata dei Salmoni (1985), le cascate del Monte Scalabrino (1985), Placche Nere e Rocky Horror Show al Bric Camosciera (1985), Via Rossi-Siri alle Saline (1987), Fessura delle Streghe al Pian Ballaur (1988).

Angelo Siri

Nella seconda metà degli anni Ottanta si è legato sovente con Gian Carlo Grassi, con il quale ha aperto una trentina di vie nuove sulle strutture del Vallone di Sea e alla Cima Leitosa (Spazio Bianco sulla Mappa, 1987), oppure nel Bianco (Overcouloir al Maudit 1986, Canale Est alla Punta Baretti 1988) e varie cascate (Verdon Ice, 1988, Macrocouloir di Rocca Bianca, 1987).

È stato tra i primi nelle Alpi Meridionali a sperimentare uno stile di “chiodatura alla Piola” con l’apertura di alcune vie in Valle Tanaro (La Calata dei Lanzichenecchi alla Punta Emma, Bal do Sabre al Mongioie). Ancora sulle cascate, insieme con Giovannino Massari, a partire dall’inizio degli anni Novanta partorì l’idea della “salita in libera”.

Tra le altre ascensioni, in ordine sparso, Couloir Chaude al Pelvoux, Couloir Claude alle Cadreghe, Nord del Pilier d’Angle…

Come video maker negli ultimi anni si è dedicato al cinema di montagna (cosa che gli ha valso l’ammissione al Gruppo Italiano Scrittori di Montagna) con la realizzazione di numerosi docufilm, tra cui Gian Carlo Grassi, l’uomo del giardino di cristallo (2009), Scarason, l’anima del Marguareis (2012), Matteo Campia (2017). Inoltre ha fatto riprese per programmi televisivi quali La macchina del Tempo e Linea Bianca, e per progetti commissionati da Regione Liguria e Regione Piemonte.

Angelo si è spento nella sua Cairo lo scorso 13 settembre 2017.

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“Angel”, alpinista gentiluomo ultima modifica: 2018-08-20T05:55:31+02:00 da GognaBlog

2 pensieri su ““Angel”, alpinista gentiluomo”

  1. 2

    Poesia sull’assenza.

  2. 1
    Fabio Bertoncelli says:

    Bello! Articoli come questi, che narrano il cammino esistenziale di alpinisti del tempo passato, per me sono sempre del massimo interesse.

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