Arrampicare sul facile non vale la pena?

Arrampicare sul facile non vale la pena?
di Maurizio Oviglia
(dal suo profilo fb, 27 agosto 2019, ore 08.18)

In arrampicata non c’è nulla di più relativo del concetto di “facile” e “difficile”. Volendo soffermarci sul facile, con l’arrampicata che sta divenendo sempre più prestazionale, vorrei farvi una domanda provocatoria: c’è ancora un senso ad arrampicare al di sotto dei propri limiti? Certo, per molti scalare sul facile è una necessità, non è a questi che mi sto rivolgendo… Per spiegarmi meglio racconterò un aneddoto: una decina di anni fa mi trovavo in una falesia molto frequentata. Ricordo che c’era un’unica via facile, rispetto alle altre, un 6a, e anche di una certa bellezza. O, almeno, non si poteva chiamare una brutta via! Si faceva la fila per riscaldarsi su quella. Un’arrampicatrice, appena scesa dalla via, dove non si può dire avesse passeggiato, commentò “Certo non ne valeva proprio la pena salirla!”. E si dedicò subito ai 7a, che era il suo obiettivo della giornata. Mi ricordo molto bene di questa circostanza, perché quel giorno mi resi conto che ormai molte cose erano cambiate nell’arrampicata, e ne dovevo prendere atto.

Dunque arrampicare sul facile, anche se la via è bella, “non ne vale la pena”. Ma certamente, perché sprecare energie preziose da dedicare all’obiettivo prestazionale della giornata su una via che non dà per giunta alcuna soddisfazione, in quanto la gratificazione risiede altrove? Infatti, le cose hanno poi preso decisamente questa piega: sino a dieci anni fa si faceva ancora la fila per le vie di riscaldamento, oggi non più. Spesso osservo scalatori scaldarsi tirando i rinvii su una via difficile, o farne solo una parte, oppure utilizzare gli elastici. Non sto parlando da giudice, ma solo da spettatore. Probabilmente, tra dieci anni, le vie facili spariranno dalle falesie, anzi non servirà più nemmeno chiodare le placche, dato che nelle palestre artificiali già non sono contemplate.

Eppure mi è capitato di recente di accompagnare boulderisti forti e di una certa esperienza che mi hanno mostrato i loro passaggi, compreso quelli “facili”, per non dire “banali” per il loro livello. Insomma sono rimasto sorpreso nel vedere che ce n’erano anche di quarto grado! Che senso potrà avere, in una disciplina come il boulder, in cui la difficoltà e l’esplosività sono alla base, salire un quarto grado? Non credo che un passaggio di quarto grado serva per scaldarsi per i 7 e gli 8 di blocco, dunque la risposta non può essere che una: il piacere di scalare!

Dobbiamo prendere atto che ci sono stati importanti cambiamenti e si va avanti, ma ho la sensazione che stiamo perdendo qualcosa di importante, che sta alla base della nostra attività. Quando ricevo i complimenti perché sarei uno dei pochi che “apre non solo vie difficili, ma anche facili” dovrei essere contento e soddisfatto del mio ruolo sociale. Invece mi preoccupo. Probabilmente è un pessimo segnale, significa che è divenuto normale che un chiodatore confezioni solo le vie per se stesso, o per persone del suo livello. O che faccia vie facili solo perché si rende conto che queste sono utili alla propria attività lavorativa, magari legata al turismo dell’arrampicata, altrimenti chi glielo farebbe fare?

So bene che ci sono ancora molti, anzi moltissimi, che godono a scalare sulle vie facili, semplicemente per il piacere di muoversi e stare nella natura. Ho certamente esagerato, portando degli esempi estremi, ma secondo me sintomatici di una tendenza. Fra non molto tempo l’arrampicata sportiva diverrà definitivamente uno sport, cioè un universo dove c’è spazio solo per i primi, dove solo la vittoria ha un senso. E dove “la ricerca dei propri limiti” sarà il fine principale del nostro agire. Ricordo come, negli anni Novanta, ci arrabbiavamo quando i giornalisti definivano l’arrampicata uno sport “no limits”. “Voi non capite niente della scalata!”, sbottavamo. Invece avevano ragione, perché ormai questo è rimasto.

Godetevi ciò che resta dell’apparente inutilità del piacere: ogni giorno che andate a scalare, prendetevi il tempo per una via facile rispetto alle vostre possibilità, eseguendola il meglio possibile. Credetemi, ne vale la pena!

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Arrampicare sul facile non vale la pena? ultima modifica: 2019-09-12T05:13:53+02:00 da GognaBlog

27 pensieri su “Arrampicare sul facile non vale la pena?”

  1. 27
    Paolo Panzeri says:

    Tondini : da oggi divento un tuo estimatore !!!
    Sempre  critico nevvero 🙂 

  2. 26
    Mauro Tondini says:

    Credo che manchi una cosa fondamentale…. L’umiltà. 

  3. 25
    Giandomenico Foresti says:

    Leggo sempre con molto piacere gli articoli di Maurizio.

  4. 24
    Pietro says:

    Nella Vita dobbiamo già correre per mille cose: lavoro, problemi, salute, tasse e chi più ne ha, ne metta.
    Dobbiamo imparare a trovare il piacere nelle cose semplici (Famiglia compresa) e darci il tempo di assaporarlo … https://www.youtube.com/watch?v=W2mcDqAyZyk

  5. 23
    Vittorio says:

    Articolo e commenti molto interessanti. Sicuramente da proporre nelle scuole del cai per sviluppare concetti quali “facile” “difficile” “difficoltà” e come ha citato qualcuno “relativo”. Sicuramente concetti pieni di ore e ore di lavoro per dita mani piedi e naturalmente cervello. In questi momenti di velocità virtuale soffermarsi su qualcosa di così lento come la scalata forse è già una bella risposta. 

  6. 22
    Paolo Panzeri says:

    Per non parlare dei danni al cervello ! 🙂
    Fra i pochi che arrampicano su roba molto difficile, quelli che non subiscono dei danneggiamenti vistosi al cervello sono molto rari, basta guardare le facce che hanno invecchiando (già dopo i 30 anni).  😉
    Invece fra i molti che scalano, tanti son danneggiati dall’inizio e non ci si accorge facilmente, nemmeno a guardarli bene.

  7. 21
    Alberto Benassi says:

    c’è anche un altro aspetto che è quello della salute.
    Mi domando se arrampicare sul difficile, tirando microtacche fa bene alla salute ?
    Un pò tutti gli arrampicatori che fanno del duro accusano dolori alle dita, alle spalle, ai gomiti.
    Arrampicando sul facile penso che il fisico ne possa trovare giovamento. Ma sul duro non credo, non siamo fatti per arrampicare. Come tutti gli sport estrimi anche l’arrampicata estrema , stressa il fisico provocando danni che diventano anche cronici.
     
     

  8. 20
    Giuseppe taini says:

    Splendido articolo…premesso che ognuno al il diritto divertirsi salendo la via che vuole, molti fanatici delle vie al limite delle loro capacità passano il tempo ad urlarsi consigli…..dimenticando di rispettare il vicino di via che vuole arrampicare concentrandosi e vivere intensamente questi momenti.
     

  9. 19
    massimo ginesi says:

    tacchina, nel senso di micro tacca.
    la gnocca abbassa la tenenza, è notorio :o)

  10. 18
    Carlo Crovella says:

    Io personalmente mi muovo sul facile da un po’ di anni, perché, invecchiando, ho ridotto le mie capacità. Probabilmente sono più un alpinista che un arrampicatore, nel senso che mi piace andare in montagna, anche su difficoltà rocciose (ma non solo), piuttosto che stare intere giornate in falesia.
    Anche io sostengo che andare in montagna sia principalmente un’avventura dello spirito. Da questo punto di vista meglio il III grado vissuto in quel modo che il 7ª da impallinato sportivo.
    Ben vengano quindi scritto come quello in questione.

  11. 17
    Alberto Benassi says:

    della tacchina,

    in senso di tacca o di gnocca?
    mi sa la prima….

    Poi potremmo anche discutere se l’attrezzatura sistematica di decine e decine di itinerari in questi luoghi con tonnellate di ferramenta sia davvero espressione di libertà e di liberà di vivere le proprie sensazioni, ma finiremmo per imboccare una strada laterale diversa dal tema dell’articolo.

    mica più di tanto fuori tema…
     

  12. 16
    massimo ginesi says:

    quanto all’articolo: non giudico e credo non giudichi neanche Cominetti, ma non posso fare  a meno di esprimere sensazioni personali.
    resta il fatto che ognuno è libero di divertirsi come meglio crede, anche tirandosi su per una intera giornata su una sola presa di resina, contento lui…
    Non credo sia nè peggio nè meglio di chi fa la sud della noire o la cresta dei bimbi. 
    Tuttavia… l’attuale evoluzione dell’arrampicata ha reso di fatto intollerabili per alcuni (io sono fra quelli)  determinati luoghi. Alcuni giorni fa ero in un   luogo immerso in un bosco favoloso dalle parti di tenerano (dieci anni fa sconosciuto ai più) ed oggi meta di orde di climber che hanno urlato tutto il santo giorno incitandosi e parlando a voce altissima, sino alla paranoia, della tacchina, della spallata, del rovescino…
    Concordo anche con Alberto, che due coglioni…
    A questo livello  si sono ridotte buona parte delle falesie, Muzzerone compreso, dove oggi riuscire a passare due ore in pace, anche sul facile, per il puro piacere di fare due tiri è pressoché impossibile. 
    Poi potremmo anche discutere se l’attrezzatura sistematica di decine e decine di itinerari in questi luoghi con tonnellate di ferramenta sia davvero espressione di libertà e di liberà di vivere le proprie sensazioni, ma finiremmo per imboccare una strada laterale diversa dal tema dell’articolo.
    Io sono uno di quelli che scala sul “facile” (concetto che è l’apoteosi della relatività)  per necessità, già il numero sette mi inquieta, ma se c’è qualche bel tiro di 5 a/c perchè non farcisi un giro per il puro piacere di muoversi, sempre che non ci sia uno che dopo aver passato 35 minuti a nastrarsi (visto con i miei occhi) sbraita come un ossesso sullo strapiombo vicino…
    vale la pena, vale la pena… se il posto è bello e non ci sono troppi urlatori da lancio.  
     

  13. 15
    Alberto Benassi says:

    Chi si può permettere di dire che un arrampicatore che si allena, prova una via, ci torna magari varie volte finchè non la completa, non possa vivere una splendida avventura fisica, mentale, del cuore, delle emozioni? scusate ma forse mi viene da dire che non avete mai provato.

    per quanto mi riguarda non mi pare di avere scritto questo.
    Ho scritto che non sono capace, che mi verrebbero DU COGLIONI cioè mi annoio.
    Dirlo è mancare di rispetto a chi invece fa così? E’ sentenziare?
    Bohhh??

  14. 14
    Alberto Benassi says:

    caro Enri (De Luca?)
    nessuna sentenza, nessuna acidità. Non sono un arrampicatore sportivo ma nei miei bassissimi superlimiti, ho fatto e faccio arrampicata sportiva. La faccio più per preparazione all’alpinismo, all’arrampicata in montagna  che per il gusto di farla. In falesia spesso e volentieri ci vado quando magari in montagna è brutto.
    Poi non nego che se mi riesce un passaggio, una difficoltà ci provo gusto . Ma un pò per carattere, un pò per incapacità non riesco a stare una giornata sullo stesso passaggio a riprovarlo e riprovarlo  fino a riuscire a farlo. Semplicemente mi annoio e non riesco a capire come si possa fare.
    Se in falesia non mi riesce un tiro ne faccio un’altro. Non sto li a provare  e riprovare. Si lo so che non è il modo giusto . Ma perchè lo dovrei fare se mi annoio?!?!
    Sicuramente è un mio limite ma a me non è mai interessato il superamento della pura difficoltà quanto piuttosto la complessiva esperienza, l’avventura, il rapporto con il compagno o con me stesso se in solitaria,   che si vive arrampicando che più che un fine è un mezzo per vivere la montagna.
    Quindi tutto il mio rispetto per chi lo fa ma non mi appartiene e di conseguenza non li invidio e per certi versi mi riesce difficile capire.

  15. 13
    massimo ginesi says:

    @cominetti “Stare tutto il giorno in falesia tra arrampicatori è peggio che lavorare.”
    sono totalmente d’accordo :o)))))))

  16. 12
    Fabio Bertoncelli says:

    Caro Marcello, commento “ruspante” 😂😂😂 ma, tutto sommato, in fondo in fondo, alla fin fine, in linea teorica… insomma, sono d’accordo (anche in linea pratica). 😂😂😂

  17. 11
    enri says:

    Mi sembra che i commenti che leggo, quasi tutti perlomeno, non siano pertinenti con l’oggetto dell’articolo, nel quale si chiedeva se ha senso arrampicare sul facile. Leggo invece commenti, noto anche un po’ acidi, verso tutti coloro che si allenano, provano vie difficili in falesia, passano tempo a provare movimenti che spesso alla prima non riescono. Perchè prendersela cosi con chi ha desideri e sogni diversi? perchè giudicare? i giudizi che leggo sono allo stesso livello di coloro che dicono che arrampicare sul facile non serve a nulla. Chi si può permettere di dire che un arrampicatore che si allena, prova una via, ci torna magari varie volte finchè non la completa, non possa vivere una splendida avventura fisica, mentale, del cuore, delle emozioni? scusate ma forse mi viene da dire che non avete mai provato. Personalmente sono nato alpinista e da alpinista ho vissuto momenti ed avventure indimenticabili,  ho aggiunto poi l’arrampicata sportiva ed ho vissuto con essa momenti e avventure indimenticabili e non può esservi nessuno che possa dire che questa o quella specialità è migliore e tantomeno che facendo questo o quello non si possano provare certe emozioni, stringere amicizie, sognare e realizzare i propri sogni. Davvero perplesso rispetto a quello che ho letto… Da parte mia arrampicare ance sul facile è bellissimo e non vedo come si possa mettere in dubbio una cosa del genere, tra l’altro tutto è relativo. Aggiungo che arrampicare sul difficile implica maggior impegno, dedizione, costanza, che rendono l’arrampicata a mio avviso ancora più bella ed interessante ma sempre senza nulla togliere a tutto quello che è di difficoltà inferiore. Senza scomodare i miti del passato (Manolo, Edlinger ecc.) provate a chiedere ad arrampicatori più recenti come Gnerro, Sharma solo per fare due nomi, se quello che fanno o hanno fatto è solo palestra o ripetizione noiosa di movimenti o forse invece è per loro un loro modo di vivere una splendida avventura fisica, mentale umana. Rimango davvero sconcertato ogni volta che leggo sentenze su quelle che dovrebbero essere le emozioni provate dagli altri nel momento in cui vivono la loro passione.

  18. 10

    E w la gnocca! 
    Questo commenta anche l’articolo sulla distopia sessuale. Sai, sono nato a Genova…

  19. 9
    Fabio Bertoncelli says:

    L’alpinismo è avventura dello spirito: ciò che sopra ogni cosa io ricerco in montagna (oltre a ricercare anche la bellezza della natura, il silenzio, la solitudine, l’amicizia del compagno di cordata, la sfida con se stessi, l’autocontrollo, il senso di responsabilità, la sobrietà di vita, la solidarietà alpinistica, l’attività fisica salutare per il corpo e per la mente, i rapporti umani sinceri ed essenziali, ecc. ecc.).
    L’arrampicata sportiva NON è avventura dello spirito.
    W l’alpinismo!

  20. 8
    Mario Polla says:

    io è anni che porto in giro ragazzi per monti ed ad arrampicare e dico che sulle cose anche facili si divertono come mi diverto io , io quando vado in falesia vado per puro divertimento e non mi preoccupo se non faccio un grado duro , e pensate che il mio co.pagno di falesia ha la bellezza di 76 anni e viene per divertimento. Poi tutti a parlare di grado difficile , secondo me la maggior parte dei frequentatori di falesie non va oltre il 6b ,compreso io , e questa maggioranza va per divertirsi, come si divertono ad arrampicare su vie di più tiri anche se facili , ma di puro divertimento

  21. 7
    Alberto Benassi says:

    nonostante ciò fa il 7a!!

    ma il 7a che gli è riuscito è vero oppure è un 7a “politico” ?
     
     

  22. 6
    DI FACO GABRIELE says:

    L’arrampicata è un’arte!!Siamo convinti che tutti quelli che arrampicano su gradi alti sanno arrampicare? Ho i miei dubbi!! La continua ricerca dei cosiddetti limiti è l’omicidio del consolidamento del grado che è la cosa piu’ importate. All’ipotetico climber dopo giorni di lavoro su una via gli riesce un 7a e se gli domandi quale grado fa lui ti risponde: faccio il 7a. Scommetto che se lo stesso climber lo porti  su dieci vie di  7a non gli riesce nessuna  in continuità neanche da secondo, nonostante ciò fa il 7a!!

  23. 5
    Alberto Benassi says:

    Come si fa a stare tutto il giorno in falesia  a ripetere fino alla nausa sempre lo stesso tiro, a tirare sempre gli stessi appigli fino ad imparare a memoria il movimento, a fare sempre gli stessi discorsi.
    DU COGLIONI !!  DU COGLIONI !!
    E’ vero con questa mentalità sicuramente non si alza il grado, ma che me ne frega. Anche perchè mi alleno scalando poi, del resto come dice un mio amico “son nato allenato”.
    Oggi ci sono gli zaini da falesia, in pratica  dei borsoni con gli spallacci che si aprono a libro, con tanto di scomparti, dove dentro il materiale viene messo  tutto bello preciso, ordinato. CHE PALLE!
     

  24. 4
    Maurizio says:

    Sono fermamente convinto che la ricerca maniacale del grado sia la morte della sensazione che vado cercando quando arrampico. Arrampicare a mio parere è puro piacere per la mente e tale deve rimanere.. Avete mai notato le descrizioni delle vie percorse da chi cerca solo il grado: “L1 7a, L2 7b, L3 7c, L4 8a, ecc., ecc. Che tristezza! Ammesso che vengano provate, le sensazioni sono espresse in nri.. Un’aridita’ d’animo sconcertante.. Una persona che mi parla solo di n.ri non mi dice nulla, la trovo insipida, noiosa, triste. Credo che il grado delle vie, se così possiamo definirlo, debba essere espresso in termini di bellezza della parete, dell’ambiente che ci circonda, delle visioni che si hanno mentre si arrampica, dell’esposizione che non necessariamente coincide con un grado elevato, dell’armonia delle sequenze da rispettare per superare determinati passaggi.. della bellezza dei tratti di roccia che superiamo in libera: diedri, camini, placche, tetti, della qualità e delle caratteristiche della roccia, della sicurezza della via (che non necessariamente corrisponde ad una spittatura “ascellare” ma nemmendo ad una spittatura ogni 6/8 mt., ecc. ecc.  Se avete notato non ho parlato di gradi, bensì solo di sensazioni.. Alla prossima

  25. 3

    Che casualità! Proprio ieri sera parlavo di questo con un amico con cui ci chiedevamo se ci piacerebbe iniziare ad arrampicare se lo facessimo oggi. Non ci piacerebbe è stata la risposta di entrambi, e ci siamo detti che siamo stati fortunati a vivere l’era di passaggio dall’alpinismo all’arrampicata sportiva, perché è stata la più bella. E non solo perché eravamo più giovani! Negli anno ’80 sotto le falesie c’era l’entusiasmo per la scoperta e una certa “cultura” nell’azione. Non eravamo proprio dei brocchi, perché certe vie dure di quegli anni resistono come banchi di prova ancora oggi. E lo scrivo io che ai tempi non ero di certo un fuoriclasse ma di fuoriclasse ne ho frequentati molti. Oggi cerco di evitare la frequentazione di arrampicatori (a parte chi mi fa sicura) perché mi annoiano da morire. Gli arrampicatori della mia generazione, che è la stessa di Maurizio, erano persone un po’ diverse dalla norma, mentre oggi gli arrampicatori sono assolutamente NELLA norma per come si vestono, agiscono e soprattutto pensano. Non esagero se affermo che oggi più uno è ignorante e monotematico, meglio arrampica perché non si fa domande e ci dedica tutti i neuroni che ha, pochi o tanti (qui ho qualche dubbio) che siano. Stare tutto il giorno in falesia o in struttura (ancora peggio) e parlare solo di appigli e movimenti, per me è letale, infatti le volte che vado in sala boulder, almeno non mi serve un compagno che potrebbe rientrare tra i tipi di cui sopra, mi porto un libro da leggere nei tempi di recupero.Cosa è successo? L’originalità degli arrampicatori di un tempo è malvista perché l’arrampicatore odierno (ovvio che sto generalizzando) è un perfettino da tabelle e deodoranti esattamente come chi fa atletica o ciclismo. Non me ne vogliano questi ultimi, ma devo fare degli esempi. Persone noiose, insomma, con l’auto sempre pulita, tedesca (possibilmente), l’attrezzatura luccicante e i rinvii mostruosamente tutti uguali. Ecco, quelli con i rinvii tutti uguali mi sono sempre stati sui coglioni. Cosa ci posso fare?
    In breve, da quando il sistema si è impadronito anche dell’arrampicata, la stessa si è svuotata di ogni elemento arricchitore che aveva per restare una disciplina sterile e fine a se stessa: un’attività per persone limitate intellettualmente. E giuro che non esagero.
    Sono d’accordo che arrampicare sul facile in falesia non abbia senso. Se l’obiettivo è quello di raggiungere una certa difficoltà che gratifichi e vai sul facile, butti tempo e occasioni. Diverso è l’alpinismo che spesso anche sul facile è molto esigente e pure più rischioso. Ma qui rientriamo nel più ampio discorso del contesto in cui si svolge, che pure lui deve gratificare. Ovvio che preferisco arrampicare in una bella falesia e magari in ottima compagnia, ma mentre scalo sono concentrato sugli appigli, mica sul paesaggio, che oltretutto normalmente mi sta alle spalle e manco lo vedo.
    Personalmente sono tornato (liberi di pensare che di me non ve ne freghi nulla, ovviamente, e scusate se mi cito) a vedere l’arrampicata come propedeutica all’alpinismo. Cosa che facevo a fine anni ’70, proprio perché, se ami l’avventura, in falesia è tutto così piccolo che quel doversi concentrare solo sugli appigli non riesce a prendermi per più di un paio d’ore. Poi devo andare a farmi una corsa o un giro in bici. Stare tutto il giorno in falesia tra arrampicatori è peggio che lavorare.

  26. 2
    Alberto Benassi says:

    arrampicare sul facile è bello è divertente , ci permette di godere dell’arrampicata e allo stesso tempo del luogo dove siamo perchè ci possiamo guardare intorno, cosa che gli arrampicatori mica fanno tanto.
    In montagna arrampicare sul facile ci da la possibilità di ritornare indietro nel tempo quando si cercava il modo più semplice di salire una cima, un parete, lungo un percorso suggerito dalla montagna stessa, lontani da tecnicismi, allenamenti e diavolerie tecnologiche.
    Mettere alla prova i propri limiti

  27. 1
    Matteo says:

    In arrampicata sportiva non so, ma in montagna arrampicare vie facili è una delle cose più belle che ci possano essere; ovviamente dalla via ma anche dai compagni.
    Eppoi è più o meno tutto quello che mi resta!

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