Arte e Alpinismo 1

Arte e Alpinismo Parte 1
Conversazione con Michele Fanni, Milano, lunedì 24 novembre 2014

Che cosa voleva dire per un giovane degli anni Sessanta andare ad arrampicare?
Beh, allora, se per anni Sessanta e ragazzo si intende, per esempio, quello che potevo essere io, nel 1960 avevo quattordici anni, nel ’65 ne avevo diciannove e nel ’70 ne avevo ventiquattro. Parliamo di quell’età lì, ero un ragazzo giovane insomma.

John Bachar su Midnight lightning, Yosemite (1978)
John Bachar, campo 4, Midnight Lightning su Columbia Boulder

Direi andare in montagna, perché non stiamo parlando di arrampicare: non c’era alcuna divisione tra arrampicata e alpinismo. Il primo che io ricordi, il primo dal quale abbia sentito dalla sua viva voce di mountaneering e climbing, dicendo che erano due cose molto diverse, è stato John Bachar, 1978. Quindi addirittura dopo il Nuovo Mattino. Di Nuovo Mattino possiamo già parlare dal ’74, ’75, ’76, però si era affermato l’uso della parola free climbing e quindi era diventata quasi inutile la divisione tra alpinismo e arrampicata, perché c’era già quella tra alpinismo e free climbing. Questo nel ’78 è successo: sono andato in California, ho conosciuto John Bachar, ho parlato con lui. Se tu hai letto il mio libro La Parete avrai visto che c’è tutta una serie di fotografie di John Bachar quando fa il suo Columbia Boulder [Midnight Lightning]. C’è una serie di fotografie pazzesche, molto belle… direi che questo è un discorso che ben si associa a quello della danse escalade. Perché non è neanche più la performance di vittoria: lui quel sasso lo aveva già fatto, evidentemente lo faceva, non dico una volta al giorno, ma insomma… lo faceva spesso. Una roba per noi impossibile. Questa oramai era una danza, l’esecuzione di un pezzo. Sostanzialmente non era più un discorso del tipo “ci riesco o non ci riesco”, ma se ”ci riesco bene o ci riesco male”; questo discorso secondo me si avvicina molto a quello artistico. Una volta per salire un blocco (restiamo un attimo sul bouldering) c’era un valico: o lo fai o non lo fai; o cadi (anche senza cadere, non ce la fai a salire), oppure lo fai. Ma nel momento in cui lo facevi valeva tutto cioè, ovviamente non dico chiodi o cose strane, però se tu riuscivi a salire con i tuoi mezzi questo era avercela fatta. Però magari, se uno ti filmava o ti fotografava vedeva di quelle cose penose… Uno sforzo… Uno sbanfamento tale che francamente… si va bene ce l’hai fatta… però! …Al limite del limite, e soprattutto non certo una visione estetica piacevole. Per carità, tutto bene, però c’era questa differenza e la si avvertiva. Invece appunto lui, Bachar ha fatto ‘sta cosa… dove noi non riuscivamo neanche ad alzarci da terra, non solo io, anche altri; venivamo dall’Italia e credevamo di essere chissà chi… Questo ci ha colpiti e ci ha dato un indirizzo…

Tornando agli anni Sessanta, non c’era questa differenza tra alpinismo e arrampicata che è arrivata davvero dopo. C’era, se consideriamo che era ben chiara, la distinzione, ad esempio, tra alpinismo nelle Dolomiti e alpinismo nelle Occidentali. Si è parlato spesso di questa contrapposizione: gli occidentalisti che dicevano che i dolomitisti scalavano i paracarri; i dolomitisti invece dicevano che gli occidentalisti scalavano dei pendii di neve… Insomma era un po’ così, c’era questa contrapposizione anche un po’ goliardico-scherzosa, qualcuno che invece si prendeva più sul serio, ma vabbé, pazienza per lui… Però era tutto alpinismo, almeno questo bisogna dirlo. Anche lo scalare la Guglia De Amicis con il lancio della corda, come ha fatto Piaz… beh, lì però si parlava di funambolismo…

C’era la visione legata unicamente all’alpinismo e la faceva da padrone la parte cosiddetta eroica, cioè la parte degli anni Trenta quando si parlava di alpinismo eroico… che poi è rimasta anche negli anni Cinquanta; lasciamo perdere i Quaranta, c’era la guerra… non che non si sia fatto niente, si è fatto anche lì, però, lasciamoli un attimo perdere gli anni Quaranta. I Cinquanta sono stati un po’ più focalizzati sulle vittorie sulle ultime pareti, l’esagerazione dell’artificiale, anche se poi c’erano tutte le eccezioni a quel tempo…

John Bachar su Midnight lightning, Yosemite (fine anni ’90)
Arte-alpinismo-105857126_medium_e56e93

La Philipp in Civetta è stata fatta nel 1957, dunque allora già lì c’era una contrapposizione tra artificiale e libera. Il Naso del Capitan, vabbé, non è che si può qualificare arrampicata libera o artificiale, è il Naso. Il Naso è il Naso. È stato fatto nel 1958, però già nel 1961 Robbins, Pratt e Frost fanno la Salathè e questa è chiaramente una contrapposizione di liberismo rispetto all‘artificialismo tipo Warren Harding sul Naso. Questo lo leggi, lo vai a vedere sui testi, se vuoi. Robbins aveva quell’idea lì. Non che non abbiano usato chiodi, per carità, li hanno usati anche loro, però indubbiamente molti meno, su una via che probabilmente è anche più difficile del Nose.

Le discussioni erano queste e specialmente in Italia si era legati a quello che era il discorso eroico degli anni Trenta. A me viene da sorridere perché quando avevo quell’età lì – che poi è anche l’età tua – pensavo agli anni Trenta come a una cosa geologicamente distante, ad un’altra era, ma molto vicina, perché comunque era talmente importante sapere, conoscere e apprezzare i vari Cassin, Vinatzer, Gervasutti, Heckmair; tutta ‘sta gente qua, che erano i miei miti sostanzialmente. Erano tutte persone degli anni Trenta… vive o morte… Buhl, per carità grande personaggio, però non era degli anni Trenta, vabbé, poi insieme a Buhl è venuto fuori anche Bonatti, etc… Gli anni Trenta erano in qualche modo, come dire, un punto di partenza: perché quando si andava a ripetere delle vie, andavi a ripetere le vie degli anni Trenta, se ci pensi… È vero che Buhl ha fatto anche lui delle vie nuove, anche molto difficili, però tanto per cominciare erano in Tirolo o chissà dove. Cioè non è che puoi andare ovunque. Piussi faceva delle cose spettacolari, ma le faceva dalle sue parti nelle Alpi Giulie e nelle Alpi Carniche. Le ultime grandi prime, assieme a quelle di Bonatti, anche quelle grandi prime, la Est del Capucin, il Dru, etc… Ma se prendi in considerazione la massa delle grandi prime tra le quali potevi scegliere per andare a ripetere, erano quasi tutte degli anni Trenta. Ed è per questo che eravamo legati agli anni Trenta. Io vedevo questo periodo che va, appunto, dal 1929 all’inizio della seconda guerra mondiale, lo vedevo come una cosa geologicamente distantissima. Ma se vado a vedere attentamente, prendiamo un anno esempio, non so, il 1937 che è l’anno in cui è stato fatto il Badile, la Nord-Est del Badile di Cassin, 1937… 1947 eh… nel ’47 avevo un anno. 1957 son vent’anni e 1967, quando io ci avevo ventun anni, sono trent’anni… Trent’anni non è poi un granché. Non è così terribile. Se io oggi, che è il 2014, vado indietro di trent’anni, arrivo al 1984 (risata), cioè la bellezza di venti anni dopo il Nuovo Mattino, venti! 30 più 20 fa 50! Questo periodo del 1984 non lo vedo come vedevo gli anni Trenta quando ero giovane, lo vedo in maniera completamente diversa.

Si sono compressi i tempi…
Sì, ma è solo per sorridere sulla nostra capacità o incapacità di vedere le cose in maniera oggettiva. Comunque siamo legati al nostro ciclo naturale, e non c’è niente da fare. Davvero, io ricordo questi anni Trenta e li vedevo distantissimi, adesso non vedo così distanti gli anni Ottanta… Anzi dal punto di vista delle differenze ce n’è di più adesso, perché voglio dire, tutto il discorso tecnologico, informatico, le invenzioni, l’esser stati sulla luna, tutte queste belle balle qua, sono state cose che hanno davvero cambiato tutto. Nel 1989 mi hanno chiesto: «Scusi, ma lei ce l’ha un fax?», come dire “è attrezzato?”. Gli dico: «Sì guardi, l’ho messo giù 15 giorni fa». «Ah, allora le faccio un fax, benissimo…». Oggi il fax appena appena si sa che cosa era… O il telex, cazzo era il telex? Ci sono stati dei cambiamenti spaventosamente importanti, più grossi dei cambiamenti tra anni Trenta e anni Sessanta, a parte la guerra. Quindi è una visione soggettiva la nostra, una visione che noi dobbiamo comprendere, accettare, farcene una ragione, è una visione soggettiva. Quindi, non sarà mai per nessuno qualche cosa di davvero oggettivo. È un mito quello dell’oggettività, anche nella scienza secondo me, comunque questo è un altro discorso.

Isabelle Patissier
Arte-Alpinismo-Asolo 05

Allora, tu mi hai chiesto come vivevamo l’alpinismo negli anni Sessanta. T’ho risposto che lo vedevamo come se quelli fossero stati i trogloditi, ma trogloditi bravi, quelli… che riuscivano con la clava ad ammazzare il mammut. Nello stesso tempo cercavamo anche un po’ di… non sfigurare, ecco. Di non sfigurare nei loro confronti, di fare qualcosina di nuovo, di fare delle cose nuove nel nostro piccolo.

È venuta poi la mania a fine anni Sessanta, con l’articolo di Messner Lassassinio dell’impossibile, di non usare più assolutamente i chiodi, o di usarli il meno possibile. Rigettare tutta la parte dei chiodi a espansione, chiodi a pressione, quindi spingere verso un’arrampicata libera.

Certamente uno potrebbe dire: ma l’arrampicata libera sicuramente è più vicina all’arte che non l’arrampicata artificiale, ma sai che invece non sono di questa opinione? Perché se tu vedi uno bravo fare artificiale, vedi che anch’essa è un’arte. Non è assolutamente vero che soltanto l’arrampicata libera sia artistica. Certo, è il mio parere. Ricordo persone che arrampicavano in artificiale come oggi nessuno sa più fare nella maniera più totale, è proprio un’arte dimenticata, a parte qualcuno mezzo matto che fa l’A5, l’A5+, perché ci sono ancora matti così. Però è indubbiamente una nicchia. C’era quello che ora fa l’elicotterista, Valerio Folco, il più bravo in Italia in questa specialità, un piemontese… Fino a 10 anni fa ha fatto delle cose meravigliose, è andato anche in Yosemite, ha ripetuto, ha fatto… Io non l’ho mai visto in azione, dal vero, e quindi non ti so dire a che livello potesse essere dal punto di vista che ci interessa oggi, posso però garantirti che certe persone che arrampicano in artificiale sono nel campo dell’arte… Perché mi sto riferendo sopratutto alle ripetizioni, perché chiaramente in apertura è diverso. Lì vedi la bravura, vedi come uno si muove, però è tutto talmente lento, quasi noioso da un certo punto di vista, quello che gli fa sicura è lì che si rompe i coglioni… parlare di arte tipo danza mi sembra un po’ difficile. Ma invece quando tu ripeti, e sai già dove mettere il chiodino… o c’è già il chiodino… allora vedi le movenze fatte in un certo modo, insomma quella per me lo è… una danza… non è che siamo così distanti. Io te lo dico perché questa è la mia opinione. Quello che voglio dire alla fine di questo ragionamento è che negli anni Sessanta non è che non si parlasse di danza perché c’era l’artificiale! Sto cercando di dimostrare che anche l’artificiale poteva rischiare di far parlare di danza – però nessuno ne parlava. Questa è la verità. Nessuno pensava che potesse esserci una analogia.

Qualcuno si è mai sentito artista o questa suonava come un’espressione eccessivamente retorica, troppo legata proprio a quell’alpinismo eroico (richiamo ad esempio, a L’arte di arrampicare di Emilio Comici)?
A dare nome al titolo del libro non è stato Comici, ma è stato l’autore: Casara. E notoriamente Severino Casara era un personaggio che noi oggi sbagliando potremmo definire estremamente romantico, o molto retorico, anche molto… logorroico. Quando incominciava a scrivere non finiva più. Il titolo è di Severino Casara, non di Comici.

Valerio Folco sul Capitan
Valerio Folco belaying Tom McMillan. El Capitan, Yosemite, California
Poi però c’è da dire che a parlare di alpinismo come di una forma d’arte sono stati in tanti. Sono stati veramente tanti, magari non hanno scritto un libro, magari non hanno neanche scritto un articolo, però…

C’è un articolo già di Mallory, mi sembra… [L’alpinista come artista pubblicato nel 1914 sul Climber’s Club Journal, NdR]
Non mi vengono in mente particolari nomi, ma sono sicuro che la parola “arte” è stata usata e strausata, Bepi Mazzotti sicuramente, ma tanti, tanti altri la hanno usata. Bisognerebbe fare una ricerca nei libri… Non è così facile, non è che lo vedi nel titolo. Lo stesso Guido Rey, quando descriveva la lotta coll’Alpe “utile come il lavoro, nobile come un’arte, bella come una fede”: il suo motto sarebbe stato scritto sulla tessera del CAI per anni!. Già nel 1910 dunque si parlava di alpinismo come un’arte.

Io più volte ho scritto nei miei articoli, già da quarant’anni, ho scritto che l’alpinismo è una forma d’arte. È una forma d’arte, una forma. Ce ne sono tante… questa è una forma d’arte, si può essere d’accordo, si può non essere d’accordo, ma io la pensavo e la penso così. E non la vedo assolutamente come un’espressione retorica…

Ma c’era dunque una consapevolezza rispetto alla portata culturale dell’attività alpinistica?
Ma sai, anche lì c’era di tutto. Personalmente quando avevo la tua età e anche meno, mi dava un enorme fastidio sentire i miei compagni dire: «Ah, io vado in montagna per divertirmi…» Mi ha sempre dato fastidio. Da allora è una cosa che personalmente non sopporto più di tanto. Non perché non mi piaccia divertirmi, anzi mi piace molto divertirmi con gli amici, etc… in montagna prima di andare e dopo essere andati. Non è questo il punto. Il punto è: «perché vai in montagna?», «Vado per divertirmi…». Questa è una balla gigantesca che si dice, si racconta, proprio per dei sentito dire, per star dietro al gregge, cioè non c’è alcuna voglia da parte di chi si esprime in questo modo di andare ad indagare veramente se stessi per capire perché cazzo ci va. Perché con uno che mi risponde “vado per divertirmi”… ho tutte le possibilità e armi per dimostrargli il contrario. Se ci penso e vedo cosa succedeva allora… gente che rantolava di qua e di là, che faceva i passaggi in modo disgustoso, che ci riusciva per il rotto della cuffia, etc… «Ma questo si sta divertendo?». Ed erano, guarda caso, proprio quelli lì, la maggior parte di quelli che ti dicevano: «Ah, io vado in montagna per divertirmi…». Gli dava fastidio qualunque tipo di riflessione. Riflessione non voglio dire analitica, ma anche semplicemente dei pensieri: esprimere le proprie emozioni, queste cose qua, per loro era fastidioso… «Io vado in montagna per divertirmi», come se il divertimento fosse l’unica cosa che loro accettassero. Potrei farti nomi e cognomi… Persone per altri versi ottime, non sto dicendo che erano delle teste di minchia, però c’era questo punto preciso che a me dava fastidio. Spesso mi sono messo a discutere con questa gente, a dire: «Ma cosa stai dicendo?! Dentro di te c’è qualcosa di più!». Questo qualcosa di più è quello che stiamo cercando anche oggi. E tu non mi puoi dire che vai in montagna per divertirti… e basta! Allora, perché non vai a giocare a biliardo: gioca a calcio… «No, a me piace la montagna…»… «Dio bono! Se ti piace la montagna ci sarà un motivo! Cosa ha la montagna in più che il biliardo? O per te potrebbero essere la stessa cosa?» E lì cominciavano a traballare le loro convinzioni. La ricerca di un motivo per cui si andava in montagna era certamente l’ansia, che in alcuni si manifestava di più, in altri magari non si manifestava affatto, di cercare una motivazione a questo nostro agire. Questa è solo un abbozzo di consapevolezza.

Che significato hanno per te le parole autodeterminazione e autolimitazione? Che rapporto intercorre tra queste azioni, lo spazio di libertà proprio dell’alpinismo e la prospettiva artistica?
Allora, siamo sempre lì: c’era certa gente che era talmente troglodita che non vedeva alcun rapporto. Uno che ti dice “vado in montagna per divertirmi”, basta, è tagliato fuori. Uno così, lo prendi per quello che è, magari un caro amico, però con il quale non puoi metterti a parlare di certe cose perché non le accetta e basta. Però chiaramente accanto a persone del genere c’era tutta una serie di persone che, invece, queste domande se le facevano eccome. In varie maniere, diverse. Tu mi parli, lo hai detto un attimo fa, di regole, no? Allora, le regole ci sono sempre state, e le regole le abbiamo cambiate negli anni. Non è come il gioco degli scacchi che è così da non so quante centinaia o migliaia di anni, non ne ho idea, so che comunque il gioco degli scacchi è quello. E non è che ci sono le varianti, non c’è alcuna variante… Questo è bellissimo tra l’altro: è l’unico gioco che io sappia che non ha varianti. Penso… tutti i giochi: scala quaranta, tutti i giochi di carte, hanno la variantina. A Oslo si gioca in una maniera, a Palermo si gioca in un’altra, insomma… Oppure: in Lombardia e in Calabria… E invece il gioco degli scacchi…

Georg Winkler
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Il gioco alpinismo, se lo si intende per un attimo come gioco, non ha nulla a che fare con gli scacchi, perché al contrario, abbiamo avuto dal 1800 in poi, tutta una serie di cambiamenti che hanno determinato un’evoluzione, o un’involuzione… : un cammino che dimostra soltanto che ci sono stati dei grandi cambiamenti. All’inizio valeva tutto. Le regole: quali regole? Avessero potuto andarci in elicottero lo avrebbero fatto, non c’era nessun bisogno di andare su a piedi. Perché lo scopo era quello di andare in cima al Monte Bianco. Poi però, quando si parlava di scalare il Cervino, evidentemente era già diverso, perché sul Cervino, vabbé, l’elicottero non c’era ancora, però in ogni caso, mal si sarebbe sopportata un’invasione militare tipo quella creata nel XVI secolo per il monte Aiguille, dove addirittura un mezzo esercito è andato a costruire una specie di ferrata per salire in cima per il re di Francia. Questo non andava già più bene a Whymper. Quindi, se non sbaglio, qui c’è già un grosso cambio di regola, enorme. Si cominciava a ragionare in termini sportivi, non dico proprio di fair play, però ci stiamo avvicinando. Arriva Mummery e parla di fair play, cioè la lotta giusta con il monte, la lotta ad armi pari… il fair play. E poi c’è stata tutta l’evoluzione che conosciamo: ogni decade ha avuto le sue principali caratteristiche. Negli anni Cinquanta c’è stata questa vittoria a tutti i costi sulle pareti più lavagnose, a costo di mettere dentro tutta una serie di chiodi… bucando con il perforatore, poi questo è cambiato, con L’assassinio dell’impossibile, con Enzo Cozzolino, con… mettici anche me, ci sono veramente tanti personaggi che hanno cambiato questa regola. La regola è diventata: andare su con meno chiodi, sopratutto non con chiodi per cui si doveva forare la roccia. Anche se, contemporaneamente, arriva un Cesare Maestri che nel 1970 addirittura ti usa il compressore, quindi… La storia è strana per questo: non c’è mai un momento in cui tutti procedono assieme: c’è una parte di persone che va in una direzione così, e ci sono altri che seguono. Ma quelli che seguono a volte credono di essere davanti…(risata). Perché io sono sicuro che tanta gente che ha visto il fenomeno del compressore sul Cerro Torre di Maestri, avrà pensato: «Cazzo, che figata! Questo è l’avvenire!». Non aveva mica poi tutti questi torti, perché guarda adesso noi cosa facciamo con i trapani. Quindi non è che Maestri fosse così fuori di testa!… C’era chi gli dava del coglione… ma quale “coglione”…? Quello ha esattamente anticipato i tempi che sono venuti dopo. Con altre regole, per carità, perché poi c’era il discorso della libera, però alla fine non siamo così distanti. Capisci? Quello che voglio dire è che un fenomeno, perché è stato un fenomeno, è stato una roba… una tantum. Sembrava dovesse essere una tantum ed invece è diventato normale. Usare una apparecchiatura elettrica per attrezzare una via è diventato di una normalità quasi sconcertante, persino troppo. Quindi, allora aveva ragione Maestri? No, non aveva ragione Maestri, però quello che è successo è questo. Adesso forse ho un po’ perso il filo… Le regole! Le regole continuano a cambiare, ma tu guarda. Oggi le regole, ad esempio, che ci sono sul discorso del trad: cosa puoi fare con il trad, cosa non puoi fare, piuttosto che con l’arrampicata libera con tutte le sue definizioni: on sight, flash, rotpunkt (risata).

La Torre Winkler seminascosta dalla nuvola
Rifugio Vajolet, Punta Emma, Torre Winkler e Torri principali del Vajolet. Dolomiti Occidentali


Ma mettendo a paragone i diversi sistemi di regole e norme tra ieri e oggi, tu noti una forte differenza? Si restringe lo spazio di libertà effettiva per lo scalatore, c’è un appiattimento delle possibilità?
No, un appiattimento no. A me fa sempre impressione quando si vogliono adottare, diciamo, dei comandamenti, delle regole, acriticamente. E questo mi dà fastidio, da una parte. Ma mi dà anche fastidio quando proprio ce ne freghiamo totalmente. Il menefreghismo totale a volte porta a degli atteggiamenti tipo quello di Maestri, per fare un esempio, a volte porta semplicemente all’isolamento: «vabbé, ma quello lì cosa sta facendo? Pensa di essere a vent’anni fa, che può fare ciò che ora non si può più fare… ». Sembra che il non poter usare più alcuni mezzi sia l’evoluzione. Da una parte è vero, perché c’è il principio per cui una cosa è tanto più bella quanto è più pulita. Ovvero che per farla sono state usate meno mezzi, meno tecnologie, meno tutto. Il famoso “diminuisci!” invece di “aggiungi!” e avrai l’opera d’arte. Tu togli invece che mettere, questo è un po’ il concetto. In effetti Michelangelo, quando prende il blocco di marmo, toglie, non è che aggiunge. Toglie pietra. Secondo determinati criteri evidentemente… Se lo faccio io di togliere pietra non verrà mai fuori una Pietà, verrà una schifezza. Però lui invece era capace. Per il pittore è già diverso perché ha una tela bianca, quindi è chiaro che lì deve aggiungere, per forza, perché se non aggiunge niente, lascia la tela bianca… Qui è già meno evidente il discorso del togliere. Vedi che si può ragionare all’infinito su come si costruisce un’opera d’arte, dipende quale opera d’arte. Magari, in alpinismo, non è sempre detto che l’opera d’arte si ottenga togliendo, chi l’ha stabilito? Prendi l’esempio della pittura: devi aggiungere! Allora, cosa facciamo? Aggiungiamo o togliamo? Secondo me è un problema che ogni generazione e soprattutto ogni individuo deve risolversi. A ciascuno i propri. Non possiamo, noi che abbiamo già fatto, dato, sofferto, amato, gioito, non possiamo andare, noi, a intervenire su una cosa del genere. Riassumendo, ritengo che le forme d’arte siano tante. E tutti gli exploit che si sono registrati nella storia dell’alpinismo stanno a dimostrare che c’è un’enorme differenza tra loro e io mi auguro che questa differenza rimanga, anche se oggi abbiamo appunto queste limitazioni che apparentemente sembra che costringano, sembra che vogliano ridurre l’azione in un ambito preciso perché il tutto possa essere misurabile, a spese della forza creativa. Questa è poi la penosa realtà. Dev’essere tutto misurabile. Prendiamo un campione dell’arrampicata che va in Sardegna e scala su una via nuova: come tutti noi mortali, prima di scalarla in libera come oggi l’usanza comanda, semplicemente la apre. E quindi sostanzialmente va lì e fa come tutti i cialtroni di questa terra e si appende ai ganci e fa quelle robe oggi tanto detestate dai più. Poi in altra occasione si mette in testa di aprire una via on sight. Benissimo, basta dirlo, non c’è nessun problema. Io mi sono occupato di tutte queste cose, perché ho scritto un libro che ho finito da poco e che si chiama La pietra dei sogni. La storia dell’arrampicata al Sud Italia, Sicilia, Sardegna… una continuazione di Mezzogiorno di Pietra. Mi sono occupato di queste cose e ho visto che coloro che aprono una via ci tornano un giorno dopo, due giorni dopo, un settimana dopo, un anno dopo e la fanno o vogliono farla e non la considerano fatta, fino a che non la fanno in libera. Non è strano? Perché questo va contro qualunque tipo di comportamento del passato, cioè una volta una via quando era fatta era fatta, basta! Adesso no. Adesso la apri: la devi aprir dal basso, perché se la apri dall’alto non va bene, e quando l’hai aperta dal basso la devi anche poi fare in libera, o tentare quantomeno di farla in libera. Questa è la forma d’arte che perseguono.

 

Un giovane Massimo Mila
Arte-alpinismo-mila


Massimo Mila a proposito del concetto del fare scrive: «E, poiché le parole hanno una loro saggezza segreta, questa ebbrezza estasiante di sentirsi dio nell’identità di conoscere e di fare, l’alpinista la racchiude inconsciamente in quel curioso particolare linguistico del suo frasario: fare una punta.[…] L’alpinista crea la montagna nell’atto stesso di dominarla, di prenderne possesso palmo per palmo, testandone con la mano gli appigli, riconoscendone le strutture[…].
» A questa prospettiva assai pragmatica del fare, non si era sostituita negli anni Sessanta e Settanta una ben più poetica pratica dell’immaginare? Quasi fosse più importante immaginare che fare…
Ma questo è sempre vero, non è soltanto vero per quel periodo lì, credimi. Si verifica sempre. In quel periodo lì, forse ci si faceva più attenzione, ma è sempre stato vero. Per esempio… Recentemente ho scritto sul Gognablog un pezzo dove parlo di alpinismo creativo e di alpinismo non creativo. Lo hai letto tu? In questo articolo c’è la distinzione, che per me è grossa, tra alpinismo creativo e alpinismo competitivo. Io sostengo che le grandi imprese che ci hanno fatto sognare sono equamente distribuite tra quelle creative e quelle competitive, però quelle creative sono sicuramente quelle che ci hanno fatto sognare di più. Voglio dire che quando Georg Winkler va a farsi la sua torre, nelle Torri del Vajolet, ci va da solo, a 17 anni, con un equipaggiamento ed un’esperienza ridicoli, se si pensa a quello che in questo campo è successo dopo. Ma soprattutto ci va perché ha visto che c’è quella torre. Non è che per anni qualcuno si fosse messo a parlare di quella torre in particolare… “Dio bono quand’è che saliranno quella torre? … quanti l’hanno già tentata… quanti non hanno fatto ritorno? Allora Winkler legge e dice: «Cazzo, ci vado io a salire quella torre…». No, non è andata così: lui è andato là, ha visto la torre e l’ha fatta. Non pretendo che sia stato l’unico a veder la torre, per carità, altri probabilmente l’aveno vista prima… ma non si era creato un problema da risolvere, era un’idea di quel ragazzo. È diverso, molto diverso. E’ andato e l’ha fatta. Quando noi vediamo in tempi più recenti gente come Joe Tasker e Pete Boardman che fanno il Changabang e lo fanno per il pilastro ovest, da soli, senza portatori, senza aiutanti, in due, fanno ‘sta paretazza pazzesca nel 1976, beh, questo ha dato un violentissimo scossone all’alpinismo. Perché ha fatto capire quanto fossero enormi le possibilità di sviluppo e di evoluzione al di là degli Ottomila, al di là di questa serie di 14 Ottomila dove ci si stava concentrando. Ha aperto un mondo gigantesco, e nessuno aveva mai provato a fare la Ovest del Changabang. Quindi nella loro azione c’è davvero una massiccia quantità di creatività. Questo voglio dire… fantasia, creatività. Le imprese le vedi così. Poi prendiamo un Cassin: senza voler nulla togliere a Riccardo Cassin, che fa la Nord delle Grandes Jorasses, o a un Anderl Heckmair che fa la Nord dell’Eiger, è un discorso diverso, lì c’erano stati tentativi dei migliori per un decennio. Cioè gente che per dieci anni aveva tentato di fare ‘ste pareti e non c’erano riusciti. Questa gente qui, Cassin, Heckmair, ecc., arrivati in punta avrebbero dovuto inginocchiarsi e invece che dire “deo gratias”, dire: «ringraziamo tutti quelli che ci hanno indicato la strada». Perché questi sono quelli che hanno avuto davvero l’idea, non loro. Senza nulla togliere ripeto, perché è normale. Anch’io ho fatto delle prime ascensioni che erano, come dire, “sulla lista” e altre come lo Scarason dove invece veramente nessuno ci andava nemmeno per sbaglio… No, non è vero, qualcuno ci aveva pensato, il povero Armando Biancardi ci aveva pensato, quando ha portato lì Armando Aste e Cesare Maestri e quelli gli hanno fatto praticamente il segno dell’ombrello… Biancardi era un sognatore… Anche Sandro Comino ci aveva pensato, lo hai letto il libro Scarason, no? Hai letto come è andata? Addirittura era stato già tentato dai due torinesi Mimo Folli e Aldo Tardito, un tentativo serio… anche il savonese Carlo Aureli, mio caro amico, ci aveva messo le mani. Lo Scarason non era una roba ex novo, no. Lo so perfettamente, però di lì a paragonare lo Scarason alla Nord delle Jorasses che erano dieci anni che la tentavano i più forti del mondo, qualcosa di diverso c’è! C’è modo di far delle distinzioni, senza volersi mettere lì con l’accetta, però le distinzioni le fai. Questo della creatività e della competizione è un punto estremamente importante per quello che ha a che fare proprio con l’arte.

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Incarnare l’idea, creare lo spazio per dare corpo all’opera d’arte…
Per l’opera d’arte che cosa devi avere? Devi avere l’idea, che ti arriva, che hai, che ti sei costruito, che ti sei abbozzato, comunque un’idea, che è solo dentro di te, nella tua psiche “bacata”. E dopo di che, osare metterla in pratica, cazzo! Osare metterla in pratica: questa è la vera arte! E se hai successo, allora hai raggiunto davvero il massimo. Io la vedo così. L’alpinismo creativo è la massima forma artistica di alpinismo. Non c’è dubbio, sono due cose che vanno proprio a braccetto. Io sostengo che la Cassin alla Walker non è un’opera d’arte, è un’impresa ciclopica. Casomai c’è stato un tentativo di opera d’arte quando nel 1929 vi furono i primi a tentare di salire quella parete, casomai. Non credo che tanta gente sia disposta ad accettare questo tipo di ragionamento, però ci proviamo…

Prima parlavamo di Mila. Mila mi dà l’occasione di riflettere su quanto veramente le espressioni che noi usiamo per parlare con i nostri simili, o che scriviamo, sono parziali, non possono che essere parziali. Mila dice “l’alpinista crea la montagna nell’atto stesso di dominarla...”.
Io ero un grande ammiratore di Massimo Mila, e un giorno ho avuto l’occasione di andare in giro con lui. Era già molto anziano, però andava ancora in montagna, e siamo andati con uno di quei trekking, sai uno di quei primi trekking che si facevano nei primi anni ’70. Siamo andati al Mount Kenya, e io ero il tour leader. E lui pian pianino è venuto su al rifugio, la Lenana Hut, circa a 4800 metri. Da lì puoi andare in cima al Kenya, oppure accontentarti di fare una cimetta che è lì sopra e che si chiama Punta Lenana, di poco superiore a 5000 metri… Chiaramente l’obiettivo di Massimo Mila, ottantenne o giù di lì, era di salire la Punta Lenana… e ricordo quella sera che eravamo proprio lì al rifugio, più o meno all’altezza del Monte Bianco. Eravamo lì sei o sette persone, e qualcuno ha iniziato un discorso su non so più bene quale argomento, ma che non era alpinistico o di montagna… forse un pochetto politico… davvero non ricordo… Però mi ricordo invece che, a un certo punto, Mila interpellato ha detto: «Guarda, a me interessa esclusivamente la montagna». (risata) Detto da lui! Ma come fai a credergli?! Cazzo, è uno che ha scritto quello che ha scritto, una mente, un esperto musicologo a livello mondiale… e mi viene a dire che a lui interessa esclusivamente la montagna!? Ma forse voleva prendermi per il culo… e infatti ci prendeva per il culo… E poi leggo la sua frase e me lo vedo dire queste cose, «fare la punta»… perché poi “fare la punta” è proprio torinese, non lo dicono da nessun’altra parte… Vabbè, questo non so se c’entra…

Comunque tornando al discorso degli anni ’60, ’70, eccetera, questo era un po’ l’atteggiamento. Di arte se ne era parlato, molta gente ne aveva anche scritto, però c’era anche tanta massa che non capiva nulla di queste cose e diceva “vado in montagna per divertirmi…”.

E’ plausibile che a inizio anni Ottanta la risposta all’agonismo professionistico sia stato un inaspettato avvicinamento al mondo dell’arte e della danza?
Allora, io sono un sostenitore, anche se non fanatico, perché non sono un bravo ballerino… dell’idea della danse escalade.
Non voglio dire che invidio Le Menestrel, sto dicendo che l’idea che nell’arrampicata ci possa essere, no… che ci sia e che io riesca ad osservare qualcosa che possiamo definire come danza, mi piace. E dicendo questo cerco anche di capire il perché, parto da una constatazione, non da una riflessione, parto da un’emozione, e vorrei arrivare a comprenderla, non per giustificarla, perché l’emozione non è che debba essere giustificata. A me la danza piace perché è creativa. Creativa per il fatto che i gesti che vengono concatenati in un’armonia sono molto spesso differenti: non c’è un modo per farli, ce ne sono milioni, e in ogni individuo c’è una differenza che gli fa interpretare la danza in quel modo preciso. C’è quindi un grandissimo spazio per la creatività. Al contrario invece di tutto ciò che è competizione, e prendiamo ad esempio anche le gare indoor di arrampicata o di boulder, dove ci sono regole molto precise, dove comunque c’è un premio, la vittoria… la vittoria! Nella danza non c’è! Invece nella competizione c’è la vittoria che, guarda caso, comporta anche il concetto contrario, la sconfitta, e tu navighi tra vittoria e sconfitta. E non dirmi che ci sono anche i premi della medaglia d’argento e della medaglia di bronzo… che importano? Ci sono, per carità. Le Olimpiadi funzionano così, e capisco che in una competizione mondiale arrivare terzi sia indubbiamente una soddisfazione della madonna, però è un po’ una contraddizione: se c’è una competizione ci deve essere il primo e basta. Tanto è vero che, quando uno prende poi il quarto posto, la famosa medaglia di legno, è incazzato come una biscia. La competizione esige che ci siano dei vincitori e dei perdenti. Perfetto, va benissimo, non sto dicendo che faccia schifo, l’unica cosa è che in tutto ciò io non vedo creatività, e non vedendo creatività non vedo arte, a meno che colui che si muova in un contesto competitivo lo faccia in maniera tale da superare anche la competizione stessa… Gli do questa possibilità, però diventa sempre più difficile, devi fare come Cassin sulla Walker, devi fare qualcosa di sovrumano. Tanto è vero che Manolo, che è l’artista per eccellenza, l’Artista con l’apostrofo e la A maiuscola, non ha mai partecipato a una competizione. C’è stata gente che non ha capito un cazzo e ha detto: «perché è stato un vigliacco e non ha voluto confrontarsi con gli altri». Lasciamoli dire, la verità è che è stato coerente con se stesso. Punto. E se lo capisci bene, se non lo capisci è un problema tuo.

Maurizio Manolo Zanolla
Arte-alpinismo-Manolo_-_Trento_2013

 


Anche lo stesso Berhault…
Anche Berhault certo… l’unico, nel Manifesto dei diciannove firmatari contro la competizione in arrampicata, a essere fedele a ciò che aveva firmato. Questo la dice lunga su quello che era Berhault: gente come Berhault e come Manolo ha nel sangue, nel DNA, questa cosa e non adegua la propria creatività a niente, neppure agli sponsor. Anche gli sponsor possono fare questo effetto costrittivo, che, essendo costrittivo non ti permette di poter esprimere la tua arte. Nel caso di Berhault e di Manolo direi che non è mai successa una cosa del genere.

La danza è veramente la rivoluzione dello spirito che si ribella alla costrittività, al raziocinio e alla sportivizzazione delle cose. Alla regolamentazione e al paragone tra i vari individui… Per me è importante, è estremamente importante questa operazione di rifiuto della competitività, ma con questo non voglio dire che la competitività sia esclusa… La competitività c’è ovunque, è una parte nostra, non possiamo eliminarla forzosamente, non sto dicendo questo. Però un conto è essere leggermente competitivi, altro conto è agire solo ed esclusivamente in funzione della competizione. Considera il rapporto creativo che abbiamo con la montagna, con la roccia, con il ghiaccio. Questo tipo di rapporto tra l’individuo, che sta praticando l’attività, e il milieu entro il quale si svolge tutto questo (che può essere la montagna, può essere una parete verticale di roccia, uno strapiombo, una scogliera)… è preciso, è veramente il rapporto che c’è tra il pittore e la tela, tra Michelangelo e il suo blocco di marmo. È un rapporto molto importante. Nel momento in cui c’è la competizione, questo rapporto crolla abissalmente, perché evidentemente (parlando di montagna) la montagna non è più un partner, il tuo partner, ma diventa uno sfondo nell’ambito del quale ci si misura con il tuo antagonista. A questo punto c’è l’antagonista che prende il posto del tuo partner. La cosa può avere i suoi vantaggi, le sue bellezze, ma indubbiamente la montagna perde dignità, perde importanza… nella tua testa intendo, perché di fatto lei rimane là. Ma nel tuo modo di agire è chiaro ed evidente, matematico, che la montagna perde la sua dignità, o se non la perde la diminuisce. La presenza del competitore, dell’antagonista, provoca senza ombra di dubbio questa diminuzione dell’importanza di quello che una volta era il tuo partner. Questo secondo me è estremamente importante per capire… Allora se noi crediamo che una forma d’arte, tra cui c’è sicuramente anche la danza, abbia bisogno di un partner e di un discorso emotivo in cui svolgersi, creatività e fantasia, beh, allora dobbiamo scartare tutto quello che promuove la competizione.

CONTINUA

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Zoe Bundros. Foto: Jim Thornburg
Arte-Alpinismo-Thornburg ZoeBundros

 

 

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Arte e Alpinismo 1 ultima modifica: 2015-04-29T07:00:00+00:00 da GognaBlog

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