Baiser Sanglant

Baiser Sanglant
di Ivano Zanetti

Lettura: spessore-weight(3), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(3)

In questa fotografia che mi ritrae su il traverso di Baiser Sanglant, nelle Gorges du Verdon, via che ripetei nel 1984 assieme al grande Roberto Vigiani, in un fresco pomeriggio di fine aprile, quando magicamente si espatriava tutti in massa per il ponte, alla ricerca di nuove esperienze, felicissimi ed eccitati di trovarci casualmente lì in terra straniera, come altre volte in giro per la nostra penisola, alla ricerca di un pezzo di roccia a cui aggrapparsi e cercare di tenersi il più a lungo possibile…
Eravamo un bel gruppo di persone con una fortissima passione in comune, l’arrampicata, le montagne e la natura selvaggia.
Desiderosi di fare anche nuove conoscenze, e di metterci in gioco su quelle muraglie, che per i più erano ancora aliene, misteriose ma al contempo bellissime, e molto, ma molto lisce…

1984. Ivano Zanetti sul traverso di Baiser sanglant

In quel 1984 c’erano i romani Jolly Lamberti, Andrea Di Bari, Stefano Finocchi, ecc., i toscani Federico Schlatter, ecc., i piemontesi Marco Bernardi, Davide Marnetto, Laura Ferrero, Paolo Gualandi, Renzo Luzi, ecc., i liguri Flaviano Bessone, lo stesso Vigiani, ecc., i piacentini Franco Cattivelli, Ornella Calza, Cremaschi, ecc., i milanesi Lele Dinoia, Vittorio Tamagni, Franco Banal, Valerio Casari, Vignazzi, Giovanni Chiaffarelli, ecc., i bergamaschi Bruno Camos Tassi, Vito Amigoni, i fratelli Marco e Sergio Della Longa, ecc., i lecchesi Sergio Panzeri, Marco Ballerini, Norberto Riva, Giuseppe Ciusse Bonfanti, ecc., i bolognesi Mirko Giorgi, Lorenzo Nadali, Alberto Corticelli, e poi tanti altri…
Una nota a parte la merita sicuramente Alessandro Gogna (con il suo Circo), che comunque quando c’era da fare certo non si tirava, né si tiravano indietro.
Eravamo gli italiani, les Italien per i francesi.
Scalavamo, giocavamo a calcetto e al biliardo nei locali de La Palud quando il tempo era brutto, oppure dopo le nostre giornate arrampicatorie.
Succedeva altresì che qualcuno tirasse fuori una palla sferica, e allora partivano delle interminabili partite di pallone, ma forse le definirei delle vere e proprie lotte del tutti contro tutti, dove il pallone c’entrava davvero poco, e ci sbizzarrivamo con le competizioni più astratte: Roma contro tutto il Nord, Centro Italia contro Milano e Piacenza, e la più esilarante compagine urlata dal Camos un giorno: “Bergamo contro il resto del mondo”…
Eravamo davvero una bella banda di scanzonati e irrimediabili scalzacani, ma eravamo davvero molto uniti e, se serviva, molto pronti ad aiutare chi era in difficoltà: non era affatto inusuale la sera fare un giro per la Route des Crêtes, e dei vari belvederi, per controllare che lì non ci fossero automobili parcheggiate, soprattutto se ormai era buio, e urlare a squarciagola giù nel più grande canyon d’Europa, per verificare che tutto fosse a posto, e se non lo era, aiutare i poveri malcapitati a risalire sino al piano orizzontale.
Si sentiva molto la comunanza e l’appartenenza a una categoria, quella degli arrampicatori, o per meglio dirla alla Lionel Terray “di conquistatori dell’inutile”.

Verdon, Provenza, la Falaise des Escalès

Ripenso a quel periodo con un po’ di nostalgia, ma questo è come un traverso molto difficile, dove praticamente è impossibile tornare indietro, il traverso è come una metafora della vita.
Noi non lo sappiamo, ma durante tutto l’arco della nostra esistenza siamo sempre impegnati a guardare avanti, soffermandoci solo di tanto in tanto a contemplare il tempo presente, a vivere intensamente l’attimo, che perennemente ci sfugge, pensando che tutto sarà sempre così, eterno e inalterato, che noi saremo sempre così, come siamo ora, e per nessun motivo mai cambieremo.
Vediamo gli altri cambiare, modificarsi, invecchiare, ammalarsi, e andarsene.
Ma noi non ci vediamo come loro, noi non siamo come loro, abbiamo ancora tante cose da fare, abbiamo ancora tanti anni con cui giocare, inventarci e reinventare la nostra vita.
E tutto ci sembra infinitamente eterno, e non ci accorgiamo che invece, facendo tutto quello che facciamo, senza pensare che mentre lo facciamo ci è già svanito tra le mani, proiettati come siamo nel fagocitare molto velocemente il presente… dicevo, non ci accorgiamo che ormai è passato, e quegli attimi di vita non ci sono né tantomeno torneranno mai più.
Penso che ognuno di noi abbia almeno qualche periodo della sua vita cui ripensa con nostalgia.
Ma è l’eterno gioco della vita, e noi continuiamo a guardare in avanti, perché prima dobbiamo fare tante cose, creare il nostro futuro, prima studiando, poi creandoci una posizione nella società, facendo cose che ci appagano, oppure lavorando e guadagnando il più possibile, perché dobbiamo permetterci di tutto e di più: divertimenti, viaggi, automobili, case, donne, vizi e forse alcune virtù…

Così facendo abbiamo davvero poco tempo per riflettere e soffermarci sull’attimo presente, gustandolo davvero come dovremmo, tenendocelo stretto, e assaporandolo per bene. Perché questo periodo, queste sensazioni, questo attimo perfetto non tornerà mai più.
E allora non ci resterà che rimpiangerlo e rimpiangerci, al più rimarranno i ricordi chiusi nella nostra mente, oppure fissati in un lungo fermo immagine, come se fossimo in un eterno traverso difficile, da cui è impossibile tornare indietro.
Magari si arriva in sosta, terminando tutto il tiro, senza mai fermarsi o cadere.
Oppure si cade all’inizio o a metà del tiro, o ancora ci si ferma quasi incapaci di continuare, paralizzati dalla paura, da un chiodo insicuro, o da un orribile barancio posto sotto di noi, ricordandoci che forse è meglio non cadere.
Ma poi, se si ha molto coraggio, e/o lo si trova, negli angoli della nostra anima, è possibile anche arrivare alla nostra sosta, e infine in cima, anche del nostro personale percorso di vita.

Gole del Verdon, Provenza, Francia.

Io nel 1984 in quel traverso ho lottato, ho avuto i sudori freddi, per la chiodatura davvero precaria, ho sbagliato salendo troppo, e poi sono riuscito a tornare indietro e salire infine dalla parte giusta, senza cadere in quell’orribile enorme vuoto, che si spalancava appena due metri sotto i miei piedi, senza sapere se i cordini marci, infilati in piastrine artigianali col filetto tagliente, cui avevo attaccato i rinvii, avessero mai tenuto.
Molto probabilmente non lo avrebbero mai fatto!
Ma in quel traverso, così come nella vita, bisogna sapere andare oltre, oltre le nostre paure, le nostre angosce e persino i nostri limiti, cercando di fare sempre del nostro meglio per ergersi, o per meglio dire elevarsi, e giungere infine alla nostra meta finale.
Magari, se ci riesce scalando e sostenendosi assieme, come in una formidabile e fortissima cordata, con i nostri compagni, i nostri figli, i nostri migliori amici, e con loro tutti i nostri sogni.

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Baiser Sanglant ultima modifica: 2019-07-05T05:22:57+02:00 da GognaBlog

4 pensieri su “Baiser Sanglant”

  1. 4

    E ci si portava la torta del Riciulin!
    Ciao Ivano, Grande! (In tutto)
    Marcello

  2. 3
    Guido Gioia says:

    Ah… Ivano Zanetti, scalzo anche a Natale, con quegli sguardi da Commedia Dell’Arte, un vero personaggio, un Maestro Sottile. Non solo nella Montagna ( o nell’Edilizia !!!!  )
    Mi sono sempre domandato come facesse ad essere sempre così serio ed ascoltato pur essendo così STRAORDINARIAMENTE divertente nelle espressioni. 
    Quegli anni erano irripetibili, e persino io che ero un alpinista di infima qualità  ( ma non teorica o tecnica ! ) li ho vissuti con una intensità che i giovani d’oggi che frequento ( e sono molti ) non so se potranno mai vivere…
    Beh, il tempo passa. Menomale !
    Certo che chi è stato così tanto giovane in quegli anni certamente avrà sempre ben in mente quel motto molto razionale che dice pressapoco: “fate che la morte vi ritrovi vivi !” ( naturalmente il più tardi possibile dopo gaia e gagliarda e specialmente sfrontata vecchiaia )
    Però attenzione: Ivano nell’articolo è di nuovo un Piccolo Maestro: lui dice “si si, va bene, momenti irripetibili, nostalgia ecc. …ma bisogna applicare in tutta la vita lo spirito della cordata” 
    Così si fa. Significa avere la montagna dentro.

  3. 2
    Alberto Benassi says:

    “Ma in quel traverso, così come nella vita, bisogna sapere andare oltre, oltre le nostre paure, le nostre angosce e persino i nostri limiti, cercando di fare sempre del nostro me”.

     
    “se l’uomo non avesse cercato il superamento dei propri limiti e non avesse avuto il coraggio o l’incoscienza di andare a vedere cosa c’è oltre le Colonne d’Ercole, forse ancora oggi sarebbe all’epoca delle caverne. Così come l’esploratore che va verso l’ignoto, anche l’alpinista ha continuamente cercato nel suo cammino di superarsi. ”

  4. 1
    eugenio pesci says:

    Bellissimo scritto, chapeau al “sempre giovane ” Ivano, che se ne va ancora su e giù’ sul Escales silenzioso e contento
     Davvero un grande maestro non solo di roccia..

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