Ben Laritti, storia di una meteora

Non ci siamo sentiti di presentare con un titolo diverso questo articolo che ci viene offerto da Ruggero Meles: lo stesso titolo che lui ha dato al suo volume nel quale, con una lodevole ricerca storiografica, ha recuperato le avvincenti vicende dell’estroso alpinista lecchese, strappato all’affetto dei suoi cari e di tanti amici, da un inverosimile incidente in montagna, quand’era poco più che trentenne. Nell’articolo che ci ha trasmesso, Ruggero Meles condensa con appassionata intensità e con vera perizia di sintesi, le 176 pagine con cui ha documentato, rivivendola con percepibile partecipazione, la breve vita di questo ragazzo dal comportamento istintivo ed esuberante, imprevedibile e sconcertante, ma anche piacevolmente estroverso, disponibile e generoso.

Con la foto (di Fabio Lenti) della Torre Ben si è fatta la copertina del libro di Ruggero Meles. Imponente, pur nella sua evidente snellezza, lo slancio verso il cielo di questa torre

Chiamarlo “meteora” è stato forse suggerito all’autore dalla risposta data da Ivan Guerini, un forte e innovatore arrampicatore milanese, all’intervistatore, Enrico Camanni, che gli aveva chiesto quali fossero stati i personaggi di rilievo di quel periodo. Come terzo nell’ordine, Guerini aveva citato proprio Benvenuto Laritti, definendolo “una meteora dal carattere impulsivo e generoso, con negli occhi la luce inquieta di un eterno ragazzo“.

Ben Laritti. Foto: Marco Ballerini

Meteora sì, ma non tanto esattamente così, perché quella ha solo un attimo di visibilità, per scomparire poi subito e per sempre. Se la sua di vita, invece, ha potuto brillare per un tempo brevissimo, a differenza di ogni meteora il ricordo di “Ben” rimane concretamente duraturo: attraverso le numerose vie di arrampicata che gli sono state dedicate, tra le quali primeggia superbamente la Torre Ben, la più bella delle torri del Cerro Murallón in Patagonia. Ed anche, adesso, attraverso questo avvincente articolo che ne ripropone la sua figura, simpatica e irripetibile (Renato Frigerio).

Il rapporto di Laritti con la Patagonia aveva avuto origine già nel 1978 quando con Giuliano Giongo, Gianluigi Quarti e Antonio Rainis, aveva affrontato il pilastro sud-ovest del Fitz Roy, una salita impegnativa su una slanciata e imponente parete di ottimo granito, VI e A2 oltre a difficili tratti di ghiaccio, con la sesta ripetizione assoluta della via dei Californiani, la seconda italiana. Questa salita era stata aperta nel 1968, da un gruppo di cinque scalatori condotto da Yvon Chouinard. Archivio: Ruggero Meles

Ben Laritti, storia di una meteora
di Ruggero Meles
(già pubblicato su Uomini e sport, n. 23, febbraio 2017)

La forza che nella verde miccia spinge il fiore spinge i miei verdi anni…” La frase d’inizio di questa poesia di Dylan Marlais Thomas è quella che mi sembra più adatta a presentare la storia di Benvenuto Laritti. Torniamo indietro nel tempo, andiamo alla seconda metà degli anni Sessanta. Ai piedi del Corno del Nibbio al Pian dei Resinelli si formava un pubblico che se ne stava con il naso in su alla base di quello che veniva chiamato il “rocciodromo” per guardare le manovre degli arrampicatori sulle vie prese d’assalto da cordate composte da alpinisti ancora rigorosamente vestiti con i pantaloni alla zuava. Le evoluzioni dei maglioni rossi dei “Ragni della Grignetta” erano al centro dell’attenzione. Ma un ragazzotto muscoloso andava su e giù per il Sasso Rossi e provava e riprovava l’esercizio di posizionare la punta dello scarpone rigido su un appoggio alto per poi issarsi con grande fatica fino a distendere la gamba. Colpiva la sua sfrontatezza nel modo di fare e l’energia fisica che sprigionava dal suo corpo. Ne aveva per tutti, saliva, scendeva, facendo un casino d’inferno, ma sempre attento a proseguire il suo allenamento: era Benvenuto Laritti, meglio conosciuto come Ben.

Benvenuto festeggia al campo base il vittorioso risultato alla Piedra del Fraile. Foto: Gianluigi Quarti

A lato, il recupero di Ben nella salita a comando alternato nella ripetizione dell’aereo Spigolo degli Scoiattoli alla Cima Ovest di Lavaredo. Foto: Antonio Rainis

Nasce a Lecco il 19 settembre 1952, la partenza è decisamente in salita perché la madre deve andare in sanatorio per una malattia ai polmoni. Ben viene mandato in un istituto di Como da dove la madre riuscirà a riportarlo a casa solamente due anni e mezzo dopo al momento della sua guarigione. Quella di Ben è un’infanzia decisamente “molto vivace”, lo confermano la sorella Florivana e il fratello Gianluigi e i suoi maestri della scuola elementare che lo hanno ricordato per anni. Gli aneddoti poi sulle sue imprese da adolescente sono infiniti, dalle fughe in motorino inseguito dai vigili, alle scalate alla facciata della chiesa di Castello. La madre frequenta già la montagna e Lecco offre molte opportunità a chi vuole scalare. A tredici anni Ben va a lavorare nell’officina di Dino Piazza ed Emilio “Topo” Ratti, due colonne del gruppo Ragni della Grignetta. Dino lo guida per primo sulle guglie della Grignetta e scopre subito il talento nascosto dietro a un carattere che lo spinge a far qualsiasi cosa gli passi per la testa. Il rapporto con Piazza è importante e burrascoso sia sul lavoro che in montagna, ma Ben per la prima volta trova qualcuno che prova con decisione a incanalare la sua energia. Per tutta la sua carriera alpinistica Ben saprà far sua la forza della tradizione lecchese, ma la saprà utilizzare per allargare i suoi orizzonti. Dopo Piazza arrampica col Dumenegg, un personaggio milanese che ama la montagna e si diverte ad accompagnare i giovani arrampicatori sulle vie di quarto grado. Ma a Benvenuto non basta. Durante un’uscita in Dolomiti con Dumenegg incontra un trio di milanesi: Luciano Manzoni e Victor Kaftal, ingegneri, e Gianluigi Quarti, giornalista e operatore cinematografico: nello stesso periodo comincia a frequentare anche Massimo Mesciulam, attore e regista genovese, come il nuovo amico Giovanni Costa. Con i milanesi il panorama alpinistico di Ben si dilata e ogni fine settimana li vede protagonisti sulle più famose e difficili pareti delle Alpi. Nel 1970 Ben vince il “Grignetta d’Oro” assegnato dalla sottosezione CAI di Belledo al giovane alpinista lombardo under 24 che ha presentato la più ricca attività alpinistica. Rivince il “premio” anche l’anno successivo e ormai è qualcosa di più di una promessa. Così entra a far parte del gruppo Ragni della Grignetta. Nel ‘72 parte per il servizio militare, ma non viene ammesso alla Scuola Alpina di Aosta e si ritrova a fare il carrista in Friuli. Si sente soffocare come se fosse chiuso in gabbia e chiede aiuto a Riccardo Cassin e ai Ragni che hanno contatti stretti con i finanzieri che frequentano corsi d’arrampicata ai Piani Resinelli. Il 3 maggio del 1973 entra in Finanza come Istruttore di Alpinismo. In molti credono che la sua esuberanza non gli permetterà di sopportare le rigide regole della vita militare.

Qui vediamo Ben in una ripetizione (1975) dello spigolo nord-ovest della Cima Ovest di Lavaredo. La via strapiombante di VI e A2 (o VIII+), lunga 500 m, ha in comune la prima parte della via Cassin e prosegue poi con una serie continua di tetti che la rendono una delle vie artificiali più belle e impegnative: era stata aperta nel 1959 dagli Scoiattoli di Cortina Gualtiero Ghedina, Lino Lacedelli, Lorenzo Lorenzi e Albino Strobel Michielli. Foto: Antonio Rainis

Ma anche se movimenta non poco la caserma di Predazzo, Ben resiste. Un ruolo importante lo gioca il tenente anziano Pierluigi Marconi che poi diverrà colonnello. Conquista la sua stima e la sua fiducia e riesce a incanalare la sua energia, senza uccidere la sua vitale originalità. A partire dal ‘73 Ben compirà grandi imprese in Dolomiti con i suoi compagni istruttori Aldo Leviti e Guido Pagani ed in particolare con Toni Rainis, con cui stringerà un forte rapporto di amicizia. La montagna permette al giovane Ben viaggi impensabili. La prima grande esperienza extraeuropea la vive in Karakorum nel 1975 con la spedizione vittoriosa alla Grande Cattedrale del Baltoro organizzata dalla sottosezione del CAI Belledo. I suoi compagni di spedizione ricordano la grande capacità di Ben di entrare in sintonia con i portatori balti e la sua contagiosa allegria che contagiava tutti nonostante i forti contrasti che caratterizzarono quella spedizione e che porteranno alla chiusura del CAI Belledo, ad una scissione del gruppo Ragni e alla conseguente nascita del gruppo “Gamma”. Subito dopo il Baltoro a Laritti viene offerta l’opportunità di un’esperienza esaltante: si imbarca sulla Rig Mate, una nave noleggiata dal produttore Renato Cepparo e partecipa, con molti amici “Ragni” ad un’importante spedizione alpinistico/esplorativa in Antartide. È il periodo in cui gli alpinisti sono gli occhi sul mondo dell’operosa Lecco e al loro ritorno le sale cinematografiche faticano a contenere i numerosissimi spettatori. Ben vive ad altissima velocità, nel 1976 apre in Dolomiti con Rainis e Giongo una difficile via sul Croz dell’Altissimo, nel gruppo di Brenta e, subito dopo, è al Bianco dove compie con Rainis, Piero Perrod e Giuliano Giongo la prima salita in cordata completamente italiana sulla via Bonington al Pilone Centrale del Fréney. Come se presagisse che la sua vita sarebbe stata breve, Ben la vive con grande intensità e una coraggiosa e dissacrante allegria. Nel 1977 è in Nepal con Giongo al Thakarmo, un quasi Settemila himalayano ancora inviolato, nel ‘78 fallisce l’apertura di una via nuova sul Fitz Roy in Patagonia, ma compie la sesta ripetizione assoluta della via dei Californiani. Sempre nel 1978 con Marco Preti si aggiudica la prima ripetizione della difficile e bellissima via degli Americani all’Aiguille du Fou al Bianco, nel 1980 sarà al Cerro Murallón da nord-est per un tentativo che il maltempo patagonico renderà vano.

Per provare una via di ghiaccio, nel 1976 ripete al Monte Bianco una classica sulla parete nord della Tour Ronde: è con Luisa lovane, in primo piano, e Antonio Rainis. Foto: Gianluigi Quarti

Ben è straordinario anche dal punto di vista umano. La sua casa di Predazzo ospita moltissimi giovani alpinisti lecchesi che a volte Ben riesce persino a far intrufolare nelle caserme: Marco Ballerini, Antonio Peccati, Fabio Lenti sono solo alcuni dei loro nomi. Poi c’è Don Agostino Butturini con i suoi giovanissimi “Condor”. Benvenuto è un punto di riferimento per tutti. Nel 1980 si sposa con Monica Trotter e Monica ricorda i pochi anni passati insieme come un’esperienza dura, ma unica come intensità di vita. La loro casa accoglie senza riserve e senza calcoli, e Ben si circonda di una schiera infinita di amici, tra loro ci sono persone semplici e professori universitari. Tutti ricordano la sua curiosità e la sua voglia di scoprire, che però viene spenta il 21 luglio del 1983 da una tragica scossa di terremoto che lo fa precipitare dalla Cima dei Bureloni, nel gruppo delle Pale di San Martino, dove sta salendo in solitaria per attrezzare una via per i suoi allievi finanzieri.

II 28 giugno 1980 corona il suo sogno d’amore sposando Monica Trotter.  Foto: Marco Ballerini

Un fiume di persone lo accompagna sotto la pioggia al cimitero di Predazzo e molti alpinisti gli dedicano delle vie. La più bella delle torri del Murallón verrà chiamata “Torre Ben” dalla spedizione guidata da Casimiro Ferrari che vincerà la montagna nel 1984.

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Ben Laritti, storia di una meteora ultima modifica: 2017-04-02T05:02:27+02:00 da GognaBlog

8 pensieri su “Ben Laritti, storia di una meteora”

  1. 8
    Giuliano says:

    Gran bella persona! Mio istruttore nel 1982/83

  2. 7
    Andrea Sgrosso says:

    Per me è stato il mio Maestro, ma ancor più un fratello maggiore. Nonostante il dolore per la sua perdita, mi accompagna ancora, sempre, in montagna e non solo. Monica, un abbraccio forte, che spero, presto, sia ancora di persona.

  3. 6
    giacomo says:

    Un grande c’è lo ricordiamo così con noi e Don Lino all’ oratorio di castello

  4. 5
    Giacomo Luvisetto says:

    Bellissimo libro…ricordo una sua frase…”Manolo é Manolo…ma io sono il Ben !….” grande Benvenuto Laritti.

  5. 4
    Antonino Pistilli says:

    Io ero uno dei ragazzi napoletani che dopo un corso al Cai tenuto dagli istruttori di Predazzo (Laritti, Soma, Partel), frequento’ per una paio di estati la sua casa a Predazzo.
    Ricordo la sua generosita’ ed il suo modo di fare allo stesso tempo gentile ed un po’ burbero…ricordo un giorno di Agosto del 1982, con lui alla testa di 3 o 4 cordate di partenopei sulla Piccola Micheluzzi al Ciavazes, come una anatra mamma alla guida dei suoi anatroccoli…
    I suoi insegnamenti e la sua passione per la montagna hanno segnato i miei esordi alpinistici e lasciato un ricordo indelebile nel cuore di tutti gli amici del Cai di Napoli.
    Un abbraccio Ben…riposa in pace…

    ps. Un saluto anche a Monica semmai dovesse leggere…

  6. 3
    paolo panzeri says:

    Lui era forte, molto forte e con una grandissima gioia di scalare.
    Tanti anni fa loro erano sullo “naso” del Cengalo e noi sulla parete del Badile.
    Arrivati ai camini ci ha “beccato” una brutta e lunga tempestata.
    Per un attimo si sono aperte le nubi, loro per proteggersi avevano indossato roba bianca e verde, noi roba rossa e blu.
    Tutti abbiamo continuato a salire.
    Poi ridevamo contenti.

  7. 2
    Pierangelo says:

    Grande amico, personaggio unico, umile e sincero. Ho arrampicato con Ben un po di volte alle Tre cime di Lavaredo, Marmolada e Pale di S.Martino. Sono stato un suo allivo al corso roccia a Passo Rolle. Mi ha fatto piacere ricordarlo leggendo questo articolo. Grande alpinista.

  8. 1
    Dario Bonafini says:

    Ne avevo sentito parlare e sapevo di alcune salite ma non conoscevo la sua storia.
    Questo libro di Ruggero Meles sarà una bella occasione per tutti per conoscere meglio la vita di Ben che già l’articolo suggerisce essere molto interessante o perlomeno è il genere di conoscenza che ha me interessa approfondire, quindi un grazie all’autore per l sua opera.

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