Benessere senza crescita

L’euforia della crescita ha lasciato lo spazio al fatalismo della crescita. Secondo una indagine realizzata recentemente dall’Emnid, più di due terzi dei cittadini tedeschi non credono più alla condizione che una continua crescita economica sia il presupposto per una qualità di vita privata in crescita. Contemporaneamente l’ottanta percento crede che un ulteriore crescita economica sia necessaria. Questo vuol dire che gli argomenti inizialmente promossi dal Club of Rome con la pubblicazione “i limiti dello sviluppo”, quattro decenni fa da Ivan Illich con “il mito del progresso”, dai lavori del Wuppertal Institut e da Serge Latouche con la “decrescita felice” argomenti inizialmente recepito da pochi critici della crescita, oramai hanno raggiunto tutta la società civile. Anche il parlamento federale tedesco ha recepito i segnali e ha istituito una Commissione Enquete “Crescita, benessere, qualità di vita” che ha iniziato i lavori nel gennaio di quest’anno. È lecito domandarsi se l’attuale critica alla crescita è un chiacchierio in seguito alla crisi finanziaria degli ultimi anni o se può essere interpretato come un nuovo segnale per un futuro con una crescita più lenta, una crescita zero o una decrescita. Esiste un “Più lento e meno”, caro a Hans Glauber, come idea di fondo per una nuova società oppure esiste solo come minaccia di un disastro imminente?

Pubblichiamo qui il comunicato stampa finale e la relazione di Friederike Habermann.

Benessere senza crescita
I Colloqui di Dobbiaco 2011
01 – 02 ottobre 2011
Ideatori: Wolfgang Sachs, Karl-Ludwig Schibel
Moderazione: Karl-Ludwig Schibel

Comunicato stampa
a cura di Günter Altner
Benessere senza crescita è la provocazione più incisiva che oggi occorre lanciare nel dibattito – tuttora controverso – per superare la filosofia del PIL (improntata invece al benessere basato sulla crescita).

– L’effetto distruttivo dell’ideologia della crescita – propugnata dal neoliberismo – si manifesta con sempre maggiore evidenza sotto forma di distruzione ecologica e di depredamento delle risorse sociali, a scapito delle generazioni future.

– Una svolta sostenibile nella nostra economia è urgente e improcrastinabile, e ormai l’hanno capito anche i fautori della crescita.

– Diversamente da quanto si credesse in passato, non si delinea un approccio alternativo unico, ma una moltitudine di laboratori in cui si sta compiendo una svolta storica di mentalità: nuovi modelli di consumo (sufficienza), limiti all’economia monetaria, tecnologie alternative, beni comuni, lavoro, ecc.

– Il messaggio generale è che dobbiamo rimettere ordine nel sistema economico.

– Le Tesi di Dobbiaco formulate fra il 1985 e il 1999 hanno anticipato diverse soluzioni possibili per uscire dalla crisi, e da lì occorre partire per il lavoro dei prossimi anni.

Tilman Santarius

– Considerata la complessità dei compiti da affrontare, sarà decisivo che il confronto critico sulla filosofia del PIL si compia in quanti più luoghi e livelli possibile.

– Sarà essenziale rimettere ordine nella nostra economia ispirandosi al rispetto dell’equilibrio ambientale, e tenendo conto delle diverse dinamiche temporali fra economia ed ecologia.

– Dobbiamo ripensare profondamente il nostro rapporto coi paesi emergenti e in via di sviluppo.

– Le soluzioni più efficaci sono quelle che consentono di conciliare le dinamiche temporali diverse dei processi naturali e di quelli sociali.

Le comunità a crescita zero – Lavorare e vivere in modo sostenibile
di Friederike Habermann

Come abbiamo udito nell’intervista ad Anderson Ray – direttore generale di Interface, il più grande produttore mondiale di moquette – i primi tentativi di volo intrapresi dall’umanità sono un’ottima metafora della nostra epoca. Nello spezzone di quel vecchio filmato, infatti, si vede un uomo lanciarsi col proprio velivolo da una parete di roccia: mentre precipita nel vuoto, agita le ali dell’aeromobile, il vento gli soffia sul volto, e quel pazzo crede di volare, ma in realtà è solo in caduta libera. Non sa ancora che sta precipitando perché il suolo è ancora lontano, ma ovviamente quell’aereo si schianterà a terra. Ebbene, è proprio ciò che sta accadendo alla nostra civiltà odierna.

Friederike Habermann

Commentando la tendenza ormai sempre più diffusa a chiudere gli occhi di fronte ai disastri planetari in cui si sta proiettando la nostra società, il sociologo Harald Welzer afferma che quella spacciata per realpolitik è, in realtà, una politica delle illusioni, mentre l’unica politica realistica sembra essere quella delle utopie. Lo stesso autore fornisce una risposta al quesito frequente su come una svolta sociale ed ecologica si potrebbe realizzare con strumenti democratici, affermando che l’unico modo è interpretare anche in chiave politica il cambiamento delle “pratiche culturali”.

Sulla stessa falsariga, da vari decenni anche le femministe individuano degli approcci possibili a un’economia alternativa nelle cosiddette “pratiche dissidenti” della vita quotidiana (Carola Möller). Ciò non significa che altri spazi politici sarebbero privi d’importanza, ma cambiare le nostre pratiche quotidiane è comunque una base importante da cui partire.

Ma allora, quale ruolo rivestono gli approcci a un’economia solidale per la società postcrescita? E la stessa economia solidale, non è forse vincolata alla presenza di comunità ristrette in cui tutti puliscono il gabinetto per amore, e per il resto del loro orario di lavoro rincorrono i ritmi produttivi con un ritardo di secoli? Da un lato, i progetti di economia solidale sono dei tentativi concreti per ripensare e gestire le attività economiche senza fissarsi sull’eccedenza del capitale e sulla crescita. In questo senso, tali approcci pratici si possono considerare sicuramente dei campi di sperimentazione per un’economia al di là della crescita. Dall’altro, però, sono anche dei punti di partenza necessari, poiché non è sufficiente riflettere su una società del dopocrescita, ma ciò che conta sono, semmai, le esperienze che in questa società possiamo maturare e che ci fanno cambiare come persone. Per esempio, una certa Petra, medica di professione e socia di una cooperativa finanziaria (uno di quei gruppi in cui si dive il proprio reddito con gli altri, compresi i disoccupati), mi diceva: “Sono abbastanza convinta che una microeconomia solidale di questo tipo abbia delle ricadute esterne, se non altro perché spinge la gente a riflettere. Le paure che incombono su questi modelli in parte sono le stesse che si hanno quando si decide di condividere un appartamento con altri, col timore di vedersi sparire dal frigorifero il formaggio acquistato poco prima. In effetti, fra le due cose non c’è poi tanta differenza”.

Irmi Seidl

Un dato tutto sommato non sorprendente è che sono stati proprio gli studenti di economia i primi ad avviare, nei giochi di cooperazione, delle strategie non cooperative. Del resto, imparano giorno per giorno a vestire i panni dell’homo economicus, ossia l’individuo guidato esclusivamente da considerazioni sull’utilità economica delle proprie azioni, ma a ben guardare il più grande di questi esperimenti ci vede coinvolti tutti: è la moderna economia monetaria, anch’essa ispirata all’immagine dell’homo economicus, la cui seconda definizione, stando al dizionario, è semplicemente quella di “persona della nostra epoca”. Il motivo è semplice: ridurre la vita ai suoi valori materiali, all’egoismo e alla concorrenza è una capacità che impariamo tutti giorno per giorno.

Come dimostra l’epigenetica, la nostra biologia – geni compresi – non sarebbe pensabile senza gli influssi ambientali esterni, e nessuno di noi può essere scisso dal contesto in cui vive e cresce. “È la società il fattore che più ci plasma”, afferma Robert Maurice Sapolsky, professore di neurologia alla Standford University.

Hermann Knoflacher

Che cosa significhi tutto ciò per la ricerca di una società più felice è evidente: ogni volta che si afferma che non può esistere una società migliore, né un modello economico meno basato sull’egoismo perché purtroppo “la specie umana è fatta così”, dovremmo ricordarci le parole del filosofo Richard David Precht: “Nessuno di noi nasce egoista, semmai ci fanno diventare tali”.

E siccome lo scambio, la concorrenza e la necessità di imporsi sugli altri sono gli ingredienti che ci hanno plasmato, abbiamo bisogno di esperienze diverse con cui cambiare noi stessi, acquisendo in tal modo delle conoscenze nuove. Proprio per questo ci sono persone che cercano di dare spazio a esperienze diverse in quelle che io chiamo le “penisole controcorrente”. Queste penisole sono quindi dei luoghi – geografici (come un comune) o sociali (come una rete di rapporti) – in cui le persone cercano di vivere una vita migliore insieme agli altri, creandosi e sperimentando almeno per un po’ una realtà diversa in cui integrarsi, luoghi in cui le persone, grazie a meccanismi consolidati diversi, si permettono di diventare diverse da quanto potrebbero fare al di fuori di queste penisole.

Da società diverse fra loro – come potrebbero essere quella individualista e quella collettivista – scaturiscono persone altrettanto diverse, dotate di mentalità diverse”, aggiunge Sapolsky, che ricorda come in un mondo in cui ciò che conta è salire la scala sociale, e in cui le persone si definiscono per la propria appartenenza a una determinata fascia – come nel capitalismo odierno – ciascuno di noi trova solo poche persone “dello stesso rango” con cui allacciare rapporti reciproci alla pari, e tale fattore riduce notevolmente il nostro altruismo.

Enrico Giovannini

Il termine inglese per definire le persone “dello stesso rango” indicate da Sapolsky è peers. Yochai Benkler, professore di Harvard, parla di commons-based peer production a proposito del meccanismo con cui nascono i programmi informatici gratuiti, un fenomeno che la teoria basata sull’homo economicus non sarebbe mai in grado di spiegare. Solo dopo aver letto le reazioni al mio libro “Penisole controcorrente – Vivere e lavorare in modo diverso” (2009) – dedicato alle forme economiche alternative nei paesi germanofoni – ho capito che questi, in fondo, sono gli stessi principi che emergono dalle iniziative più recenti.

Perché se negli anni Settanta gli esempi tipici della gestione alternativa dell’economia erano i comuni rurali, negli anni Ottanta le aziende collettive, e negli anni Novanta i circoli di scambio, nell’ultimo decennio abbiamo osservato spesso dei principi caratterizzabili proprio con la definizione di commons-based peer production.

Io, anche per semplicità, preferisco usare il termine di ecommony, ma mi fa riflettere l’osservazione di Sapolsky secondo cui il concetto di peers è troppo importante per essere lasciato fuori dalla definizione. Da questi principi, infatti – e qui sta il punto decisivo – scaturisce quel senso di comunità strutturale che favorisce la cooperazione anziché la concorrenza, aprendo alle persone opportunità di crescita e realizzazione diverse.

Nel filmato abbiamo visto come si giunse alla recinzione delle proprietà collettive medievali, alla privatizzazione dei corsi d’acqua, dei corridoi aerei e perfino di una filastrocca come “happy birthday”, e in effetti già oggi le scuole materne, quando cantano certe canzoni natalizie coi bambini, sono tenute a pagare i diritti d’autore. Nella ecommony, invece, tutto ruota intorno all’idea che le risorse vanno messe a disposizione a più persone possibile. Ecco perché il primo principio recita “disponibilità, non proprietà”.

Daniel Cohn-Bendit

Ciò che conta, infatti, non è la proprietà astratta di un bene, ma chi ha bisogno di quali cose e chi le usa. Per esempio, secondo questo principio una casa non può appartenere a chi non ci abita. Ma il principio “disponibilità, non proprietà” può riferirsi anche a utensili, libri, mezzi di trasporto o infrastrutture, in pratica a tutto. In questo senso, i negozi gratuiti vanno intesi come luoghi in cui gli oggetti non passano da una proprietà privata all’altra, ma semmai dove vengono riconsegnati da chi un tempo ne deteneva la disponibilità e oggi non ne ha più bisogno.

Da questo principio deriva direttamente il secondo: “Dividi ciò che sai fare”. Oltre ai beni, infatti, lo stesso enunciato vale anche per le capacità, i servizi e ogni sorta di attività produttiva. Il terzo principio ne è la diretta conseguenza: “Contribuire anziché scambiare”.

Invece di convertire in denaro le proprie capacità, come accade perfino nei circoli di scambio alternativi, si interagisce attivamente con gli altri partendo da bisogni reali. Fra gli esempi più noti di questo principio spiccano i software gratuiti e le relative comunità virtuali, in cui si erogano servizi come in un circolo di scambio, ma senza fatturazione. Altri esempi sono visibili nell’ambito dell’agricoltura o della produzione non commerciale.

Un’altra opportunità che si richiama a questo principio è puntare su iniziative di skill sharing, ossia di condivisione delle capacità, soprattutto nel campo della formazione, istruzione e conoscenza.

Ciò che distingue per definizione lo scambio dal contributo è l’assunto del quarto principio, quello della “volontarietà”. “Come fa una comunità complessa a funzionare in base al principio del dare incondizionato?” – si chiede Veronika Bennholdt-Thomsen – ma aggiunge: “Certo è che l’umanità ha funzionato per secoli in base a questo meccanismo”. In questo momento non siamo in grado di sapere come sarà e funzionerà nei dettagli una società futura ispirata a tali principi. Ma se ci rendiamo conto che l’umanità può esistere solo interagendo col proprio ambiente, capiamo anche che una mentalità e un orizzonte operativo diverso possono nascere solo nell’interazione con un contesto diverso, che deve comprendere anche un’economia diversa nella vita quotidiana. Ecco perché occorrono delle “penisole” in cui vivere e sperimentare già oggi vari aspetti possibili della società del dopo-crescita.

È sbagliato pensare che sia realistico solo ciò che ci appare realizzabile in questo momento: il mondo ci plasma, ma siamo anche noi a plasmare il mondo.

I relatori 2011
Günter Altner
Teologo e biologo, Istituto Uomo, Etica e Scienza, Berlino

Stefano Bartolini
Professore di economia politica presso l’Università di Siena, collabora con il CEPS/INSTEAD, istituto di ricerca lussemburghese, Siena
Dal ben-avere al ben-essere
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Daniel Cohn-Bendit
Co-Presidente dei Verdi/Alleanza Libera Europea al Parlamento europeo, Francoforte s.M.

Giuseppe de Marzo
Portavoce A Sud ed esponente dei Comitati nazionali referendari, Roma
Buen vivir – dalle Ande alle Alpi
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Enrico Giovannini
Presidente ISTAT (Istituto Nazionale di Statistica), membro della Commissione Stiglitz, Roma
Usare nuovi indicatori per misurare il benessere delle persone e della società
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Frederike Haberman
Economista e attivista, Berlino
Le comunità a crescita zero – Lavorare e vivere in modo sostenibile
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Hermann Knoflacher
Prof. emerit. dell’Istituto di Costruzioni stradale e Traffico presso l’Università Tecnica di Vienna, Vienna
Mobilità senza crescita
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Stephan Kohler
Direttore DENA, (Agenzia nazionale per l’Energia), Berlino

Wolfgang Sachs
Sede di Berlino dell’Istituto Wuppertal per il clima, l’ambiente e l’energia, professore onorario all’Università di Kassel, Berlino

Tilman Santarius
Responsabile per la politica internazionale del clima e dell’energia presso la fondazione Heinrich Böll, Berlino
Ci può essere una crescita sostenibile? La crescita svincolata dal consumo di risorse e gli effetti rebound
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Karl Ludwig Schibel
Coordinatore della fiera delle utopie concrete a Città di Castello, membro della presidenza dell’Alleanza per il clima e coordinatore per l’Italia, Città di Castello
La solitudine dell’ambientalista
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Irmi Seidl
Istituto federale WSL, responsabile unità di ricerca scienze economico-sociali, Birmensdorf (CH)
Il lavoro e il reddito nella società post-crescita
Relazione – download

Curiosità
Nell’opuscolo di presentazione del convegno, ovviamente in carta riciclata, figurano queste avvertenze:
Un convegno ad impatto climatico zero. Come negli anni precedenti, i Colloqui di Dobbiaco 2011 saranno ad impatto climatico zero. Il viaggio e il soggiorno dei partecipanti, la stampa e l’invio dei materiali e le varie attività organizzative produrranno circa 14 tonnellate di CO2. Ma quest’impatto sul clima sarà compensato investendo in progetti destinati alla tutela dell’ambiente in altri luoghi, che a loro volta ridurranno le emissioni di CO2. Nel caso specifico, si investirà tramite l’organizzazione non-profit myclimate di Zurigo (www.myclimate.org). Pertanto, potete venire a Dobbiaco con meno rimorsi. Ciò nonostante, vi invitiamo a scegliere la modalità di viaggio più sostenibile possibile.

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Benessere senza crescita ultima modifica: 2019-10-08T04:22:54+02:00 da Totem&Tabù

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