Bicentenario della Piramide Vincent

Bicentenario della Piramide Vincent
di Pietro Crivellaro
(pubblicato su Montagnes Valdôtaines, n. 133, gennaio 2019 2019)

Mentre sta per arrivare il bicentenario sia della Piramide Vincent, sia della Punta Zumstein, grande è la confusione anche ai piedi del Monte Rosa riguardo alle date delle prime ascensioni. Chi pensa di tagliare la testa al toro andando a consultare la guida CAI del Monte Rosa, radicalmente riscritta e pubblicata nel 1991 da Gino Buscaini, ben noto per la sua scrupolosa precisione, casca subito nella trappola. Già, anche l’autorevole guida Buscaini commette un errore che confonde le idee. Prima scrive che la Vincent è stata salita nel 1819, cosa giusta. E poi aggiunge che la Punta Zumstein è stata salita “nello stesso anno” (p. 61, Storia alpinistica, firmata da Silvia Metzeltin). L’errore è confermato più avanti nella descrizione degli itinerari della Punta Zumstein, dove si precisa la data della prima ascensione: 31 luglio-1° agosto 1819 (p. 431). Se così fosse davvero, la Zumstein 4563 m, nettamente più alta, più lontana e quindi più impegnativa della Piramide Vincent 4215 m, sarebbe stata salita qualche giorno prima della stessa Vincent, raggiunta il 5 agosto 1819. Una stranezza che capovolgerebbe i fatti, indubbiamente collegati dal particolare che entrambe le cime furono salite dai gressonari Jean-Nicolas Vincent e da Joseph Zumstein detto Delapierre sulla base di un comune piano esplorativo del Monte Rosa.

Dalla Piramide Vincent verso Corno Nero, Ludvigshöhe e Punta Parrot

Un errore illustre
Diciamo subito che cascare in questo errore è facilissimo. Tant’è vero che ci cascò perfino Luigi Vaccarone, alpinista egregio e sommo storico, pubblicando sul Bollettino del CAI 1885 la Statistica delle prime ascensioni dal Monviso al Monte Rosa: sull’ultima pagina delle sue tabelle indica per la Zumsteinspitze la data del 12 agosto 1819. Con una fonte così ufficiale è naturale che l’errore si sia tramandato in tanti testi che trattano del Monte Rosa.
Per ritrovare il bandolo e dirimere la questione bisognerebbe risalire ai resoconti originari, che sono stati scritti da Joseph Zumstein.
Ma anche avendo la costanza e la competenza per rintracciare i resoconti Zumstein, bisogna poi leggerli con attenzione per non prendere fischi per fiaschi.

Dobbiamo ringraziare il colonnello austriaco Ludwig von Welden che nel 1824 cominciò a fare chiarezza sul massiccio pubblicando a Vienna la preziosa monografia Der Monte Rosa. Il barone von Welden, spintosi in Piemonte per reprimere i moti carbonari, ne aveva approfittato per sviluppare le esplorazioni del Rosa intraprese da Vincent e Zumstein.

Nel suo libro illustrato da splendide tavole panoramiche e da una carta dettagliata egli battezza finalmente le maggiori cime del Monte Rosa, fissando alcuni punti di riferimento fondamentali. Fu quindi Welden a dedicare a Vincent la sua Piramide e a Zumstein la sua Punta, assegnando in tal modo meriti certamente graditi da Zumstein, ma non del tutto, e a ragione, da Vincent.

L’importanza della monografia di Welden è avvalorata dal fatto che ospita in appendice i resoconti di Zumstein dei suoi cinque viaggi compiuti sul Monte Rosa tra il 1819 e il 1822.

Capanna Vincent, disegno di Domenico Vallino, 1878

Scritti ovviamente in tedesco e quindi ben poco accessibili al lettore italiano. Anch’io, che non ho la fortuna di conoscere la lingua di Goethe, ho potuto leggere e studiarmi i testi di Zumstein grazie alla traduzione del libro di Welden pubblicata dalla Fondazione Enrico Monti nel 1987. Ed è servendomi anche di questa edizione che cercherò di spiegare qui come sono davvero andate le cose nelle prime ascensioni della Piramide Vincent, cui fece seguito, un anno dopo, quella della Punta Zumstein.

Niente bollino
Gettate in campo queste prime considerazioni, è meglio riordinare le idee fissando le date giuste. La Piramide Vincent è stata scalata per la prima volta il 5 agosto 1819 da Jean Nicolas Vincent con il cacciatore di camosci Jacques Castel e due minatori delle miniere d’oro di Indren, di cui Vincent era titolare.

L’ascensione venne ripetuta subito dopo, il 10 agosto, dal canonico Bernfaller del Gran San Bernardo, allora vicario a Gressoney-la-Trinité, accompagnato da un montanaro locale: i due, evidentemente non digiuni d’alta montagna, favoriti dalla luna e dalle tracce dei primi salitori sulla neve, compirono gran parte del tragitto di notte e giunsero in vetta alle 8 del mattino, evitando così di marciare nella neve rammollita dal sole. Il 12 agosto la stessa cima venne nuovamente salita da Vincent per accompagnarvi Joseph Zumstein con i suoi strumenti.

Jean-Nicolas Vincent, dipinto di Valentin Curta, 1920  

Solo l’anno dopo, il 31 luglio 1820, Vincent e Zumstein con folta comitiva si spinsero oltre il colle del Lys, dove furono costretti a bivaccare al riparo di un crepaccio. Già questa fu, tra parentesi, una notevole impresa per l’epoca.

Il giorno dopo, 1 agosto 1820, proseguirono verso le cime più alte del Monte Rosa e raggiunsero quella che Welden avrebbe chiamato Zumsteinspitze, sulla quale piantarono una croce di ferro come segnale per le misurazioni trigonometriche.

Perciò nell’estate 2019 si dovrebbe celebrare il bicentenario della prima ascensione alla Piramide Vincent, quattromila vistoso, frequentato e oltretutto interamente italiano. Dico si dovrebbe, perché mi aspettavo di vederlo ricordato, per cominciare, sul bollino CAI 2019. Ho aspettato invano. Di questo passo, faranno passare in cavalleria anche la Punta Zumstein sul bollino 2020, per par condicio naturalmente, per non fare favoritismi.

Walser di Gressoney
Come ho già accennato, anche la storia della Vincent la scrisse Zumstein. Egli anzi la anticipò in un resoconto, letto il 18 giugno 1820 all’Accademia delle Scienze di Torino in qualità di socio corrispondente: Voyage sur le Mont-Rose et première ascension de son sommet méridional confinant avec le Piémont par Joseph Zumstein dit De La Pierre et Jean Nicolas Vincent au mois d’août 1819. Questo primo testo in francese, pubblicato nelle Memorie dell’Accademia torinese, precede di alcuni anni i resoconti in tedesco ospitati dal libro di Welden. Per ora qui si parla solo della cima che verrà chiamata Piramide Vincent.

Non si può parlare di quella che verrà esplorata nell’estate 1820 e sarà chiamata Zumsteinspitze. Ma la lettura frettolosa di questo testo ha dato origine all’errore che ora sappiamo. Errore favorito dal fatto che in questo racconto della prima ascensione della Vincent, l’autore Zumstein entra in scena solo in un secondo tempo, per fare una ripetizione della Piramide Vincent, sia chiaro. Teniamo inoltre conto che noi usiamo citare i nomi di Vincent e Zumstein nella versione francese per nostra comodità, ben sapendo però che in famiglia, come tutti a Gressoney, essi parlano il dialetto walser e sono germanofoni.

Piramide Vincent e Corno Nero

Zumstein spiega che aveva in mente da anni di esplorare le alte cime del Monte Rosa, in accordo con l’amico Vincent. Il primo, che è nato a Gressoney il 24 marzo 1783, nel 1819 ha dunque 36 anni. Il secondo, nato anch’egli a Gressoney il 14 aprile 1785, ha dunque due anni di meno, ma ha due spinte famigliari in più. Anzitutto è figlio di un protagonista della primissima esplorazione del massiccio, quella dei sette pionieri di Gressoney che a metà agosto 1778 si spinsero fino alla Roccia della Scoperta 4177 m, un isolotto nei pressi del colle del Lys. Inoltre ha ereditato dal padre la miniera d’oro dello Stolenberg nel vallone di Indren, al limite dei ghiacciai, che la sua famiglia sfrutta fin dal 1778.

Zumstein lavora abitualmente a Torino, forse come commerciante di stoffe, mentre Vincent fa il merciaio radicato in Baviera e torna a Gressoney d’estate per occuparsi della miniera d’oro. Su quest’ultimo esiste un’eccellente biografia di Michele Fabrizio Gregori pubblicata nel 2003 ad Aosta da Le Château.

Invece sulla vita di Zumstein, naturalista, pioniere della protezione degli stambecchi e ispettore delle foreste della Valsesia, per ora abbiamo notizie sparse: so che ci sta lavorando un bravo storico che ha rintracciato carte di famiglia.

Il blitz di Vincent
Finalmente i due amici decidono di passare all’azione nell’estate 1819. In verità Zumstein ha già compiuto un tentativo tre anni prima, nel settembre 1816, accompagnando verso il colle del Lys il medico e fisico tedesco Friedrich Parrot, reduce dall’Ararat, la montagna di Noè. Ma l’esplorazione sul Rosa è stata bloccata dalla nebbia a quota 3915 m.

Malgrado ciò Parrot allora celebre si meriterà dal barone von Welden la sua ragguardevole cima, di 4436 m.

Joseph Zumstein, che a Torino si è fatto costruire un barometro e strumenti trigonometrici, arriva a Gressoney il 25 luglio 1819. Qui trova Vincent rientrato dalla Baviera e insieme preparano i materiali da scalata: ramponi, bastoni ferrati, scure da ghiaccio, corde, scale e rifornimenti. Il 3 agosto Vincent si occupa di mandare il tutto con due muli fino a una propria capanna al limite dei ghiacciai. Il 4 agosto con dei minatori porta i materiali fino all’ultimo casotto in pietra a secco, che si trova sullo Stolenberg, nelle vicinanze del colle superiore delle Pisse a 3100 m circa. Qui passa la notte con i suoi operai e l’abile cacciatore Jacques Castel.

Punta Zumstein e Punta Gnifetti dalla Punta Dufour

All’alba del 5 agosto la comitiva di Vincent, Castel e due minatori lascia l’ultimo ricovero per esplorare il versante sud-est della robusta cima piramidale che sovrasta il ghiacciaio di Indren e si affaccia sulla Valsesia. Tale è il loro slancio che la ricognizione diventa la prima ascensione: alle 11 Vincent e compagni raggiungono la vetta. Purtroppo il cielo è nuvoloso e sono avvolti nella nebbia. Memore delle esigenze trigonometriche, Vincent ha fatto portare dei pali con cui viene montata una croce che resterà piantata in profondità sulla vetta. Entro sera rientrano al casotto dei minatori che diverrà l’abituale campo base dei pionieri del Monte Rosa. Lo spartano ma solido edificio che sopravvive tuttora è l’antenato dei rifugi alpini, non solo del Monte Rosa.

Il 10 agosto, come s’è detto, avviene già la prima ripetizione del coraggioso reverendo Bernfaller con un montanaro. Evidentemente in paese si è scatenata una specie di gara, di cui Zumstein non si cura granché. Egli parte dunque nel primo pomeriggio dell’11 agosto con i suoi strumenti, Vincent e il cacciatore Castel raggiungendo l’estrema capanna degli operai che ormai conosciamo. Il giorno dopo compiono la terza ascensione, coadiuvati da un minatore ingaggiato come portatore.

Lassù hanno la certezza che sul massiccio ci sono altre cime ben più alte. Perciò i due amici di Gressoney dovranno spingersi oltre il colle del Lys, ma l’anno dopo, nell’estate 1820.

Stranamente nel racconto di Zumstein la ripetizione della Vincent si rivela più laboriosa e impegnativa dell’ascensione dei primi salitori: è evidente che l’autore della relazione all’Accademia di Torino ha cercato così di sottolineare i rischi affrontati e il suo ruolo di capo spedizione incaricato delle misurazioni.

Si vedrà che anche nel 1820, nel racconto dell’ascensione alla punta poi chiamata Zumstein, si ripeterà una forzatura analoga. Per ora tuttavia limitiamoci a ricordare e festeggiare l’impresa capitanata da Vincent sulla sua “piramide”, uno dei più bei quattromila del Monte Rosa. La storia della conquista della Zumsteinspitze la rievocheremo l’anno prossimo.

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Bicentenario della Piramide Vincent ultima modifica: 2019-09-14T05:20:32+02:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Bicentenario della Piramide Vincent”

  1. 2
    AndreaD says:

    Ho dei libri editi 15-25 anni fa che confermano come l’errore della data di prima ascensione della Punta Zumstein, indicata come 1 agosto 1819 o come anno 1819, sia migrato nel tempo.Dicono la data esatta i signori Valsesia, Anker e Volken nel loro “Monte Rosa Regina delle Alpi Vol.2”. E dice esattamente la prima edizione della Enciclopedia La Montagna della DeAgostini, che ho ancora dopo più di 40 anni.

  2. 1

    si parla di ramponi ma credo nel 1819 non li avessero ancora inventati e gradinassero, in ogni caso bellissima ricostruzione storica, complimenti

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