Biografia di Giusto Gervasutti

Biografia di Giusto Gervasutti (GPM 078)
di Gian Piero Motti
(da Giusto Gervasutti, il Fortissimo, edizioni Melograno, 1985)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(3)

Alpinista di origine friulana (Cervignano del Friuli, 17 aprile 1909 – Mont Blanc du Tacul, 16 settembre 1946), seppur da molti considerato torinese, è stato forse l’alpinista più completo del periodo compreso tra le due guerre mondiali. Si può dire che con Gervasutti nacque l’alpinismo moderno: egli infatti seppe fondere la corrente dolomitica e quella occidentale, divise precedentemente da polemiche assurde tese a negare l’una il valore dell’altra. L’intelligenza e l’apertura mentale di Gervasutti invece gli permisero di applicare la tecnica di arrampicata dolomitica sulle pareti granitiche delle Alpi Occidentali, realizzando imprese che fino ad allora erano impensabili. Gervasutti fu ideatore e ricercatore di nuovi problemi, che trovavano forma concreta dopo esser stati a lungo elaborati nella sua fantasia. Romantico, sognatore, teso esasperatamente al raggiungimento di mete ideali irraggiungibili, Gervasutti non fu certo un uomo dal carattere facile e nemmeno un uomo felice e soddisfatto. Era divorato dal fuoco dell’azione eroica e sublime, viveva nel costante disprezzo della normalità e della vita dei comuni mortali, vissuta nella quotidianità. Era costantemente alla ricerca del bello, del nobile e del sublime: l’azione non era che un mezzo per soddisfare, almeno in parte, la sua sete di infinito.

In un circolo chiuso in cui la contemplazione serviva da molla per l’azione nel raggiungimento di una meta ideale insoddisfacente che riportava alla contemplazione, la morte può apparire come la conclusione più logica e scontata. Alla luce della moderna psicologia Gervasutti era affetto da un notevole conflitto nevrotico che giustifica ampiamente il suo rifiuto del sociale, un certo misoginismo, il timore della vecchiaia, della normalità e della decadenza fisica, la costante e lacerante insoddisfazione con la relativa coercizione ad un continuo autosuperamento, la notevole dose di narcisismo evidenziata dal culto del proprio fisico e dal timore della debolezza e infine lo sviluppo inconscio di un desiderio di morte, posto al termine della nostra analisi ma certo causa prima di tutto del formarsi di una personalità. D’altronde sono elementi del carattere che incontriamo sovente nell’alpinismo e negli alpinisti, almeno di un certo periodo e di una certa corrente.

La sua attività alpinistica, proprio perché caricata da una forte molla interiore non poteva essere che imponente. Iniziò da giovanissimo nelle Dolomiti, poi nel 1931 si stabilì definitivamente a Torino, inserendosi ben presto nell’ambiente locale e realizzando profonde amicizie con Renato Chabod e con Amilcare Crétier. «A Torino si era stabilito nel 1931 e aveva subito cercato contatti con alpinisti della sua età. Chabod l’aveva preso in esame e condotto alla palestra, da poco “lanciata”, dei Tre Denti di Cumiana. Sulla prima placca, poco ripida, ma fornita d’appigli irrisori, il candidato s’era innalzato d’un paio di metri, convinto di trovare i buchi che nel calcare permettono di salire su inclinazioni ben più esposte, poi li aveva riscivolati fino in fondo. Aveva sbuffato un po’ col naso, come faceva spesso, poi ci si era rimesso, e fu chiaro che aveva subito capito la situazione (Massimo Mila)».

Non gli fu certo difficile impratichirsi all’arrampicata su roccia granitica, forse ancor più adatta alle sue doti atletiche non comuni, esaltate dalla pratica di numerosi sport oltre l’alpinismo. Da quell’anno Gervasutti iniziò un’attività mista, tuttavia dando per il momento la sua preferenza alle Dolomiti. Non disdegnò però certe attività tipicamente occidentali, come lo scialpinismo e l’alpinismo invernale, che ben presto trovarono in lui un vero campione. Sono di questo periodo la salita invernale della Nordend, quella (parziale) della cresta di Furggen al Cervino. In estate con l’amico Gabriele Boccalatte scalò nelle Dolomiti la Solleder al Sass Maor e lo Spigolo del Velo nelle Pale di San Martino. La prima grande affermazione che confermò la sua classe coincide con la prima ripetizione della cresta sud dell’Aiguille Noire de Peutérey (1933), reputata da tutti una via riservata agli specialisti dolomitici. Frattanto il suo «lavoro» di aggiornamento nell’ambiente torinese iniziava a dare i primi frutti concreti, con il sorgere di una fitta schiera di alpinisti di notevole valore. Ancora nel 1933 con Piero Zanetti compì una prima ricognizione sulla parete nord delle Grandes Jorasses. L’anno seguente partecipò ad una spedizione nelle Ande, poi nell’estate iniziò con Chabod, che gli sarà compagno in numerose imprese, la serie dei tentativi per la conquista della Nord delle Grandes Jorasses.

Frattanto il «Fortissimo», com’era ormai conosciuto nell’ambiente torinese che gli aveva dato questo soprannome, strinse legami d’amicizia con il francese Lucien Devies, con cui avrebbe portato a termine tre grandiose salite nel Delfinato, veri capolavori di intuito e di tecnica: parete nord-ovest del Pic d’Olan, cresta sud-est del Pic Gaspard (1935) e parete nord-ovest dell’Ailefroide (1936).

Il 1935 lo vide impegnato con Chabod sulle Grandes Jorasses e con Devies sulla via Solleder al Civetta. Nel 1936 salì da solo, la vigilia di Natale, la via italiana al Cervino: un’impresa da molti esaltata che illustra chiaramente la sua personalità.

Molto importante la prima ascensione della parete sud-sud-ovest del Pic Gugliermina, compiuta con Boccalatte nel 1938, una delle più belle e difficili scalate delle Alpi Occidentali, realizzazione concreta del proposito di trasferire la tecnica dolomitica sul granito. Nel 1940 realizzò un’impresa grandiosa e proiettata nel futuro dell’alpinismo occidentale: la via lungo il pilone di destra di Frêney al Monte Bianco.

Dopo una serie di tentativi e di ritirate, il 16-17 agosto 1942 riuscì a realizzare forse la sua impresa più compiuta e certamente quella che maggiormente aveva esaltato la sua fantasia: la parte est delle Grandes Jorasses, difficile, ghiacciata e selvaggia, forse la meta ideale dei suoi sogni e delle sue aspirazioni. Ma neanche questa volta fu soddisfatto, neanche in quest’occasione riuscì a riconciliarsi con se stesso e a ritrovare una pace interiore conosciuta forse solo nella prima infanzia. Ritornato a valle riprese la sua tragica corsa che si concluse il 16 settembre del 1946 nel tentativo di scalare uno splendido pilastro di rosso granito sulla parete nord-est del Mont Blanc du Tacul. Come spesso accade, una banale distrazione mentre preparava una corda doppia, gli costò la vita. Giuseppe Gagliardone, già suo compagno sulla Est delle Grandes Jorasses, assistette impotente alla scena senza poter far nulla. Privato delle corde, discese quasi tutta la parete, unendosi poi alla squadra di salvataggio.

Queste sono solamente le imprese più significative, ma vanno ricordate anche tutte le scalate compiute nelle Dolomiti, la metodica esplorazione delle montagne canavesane, le innumerevoli salite sull’arco alpino piemontese, la scoperta di numerose palestre, che in seguito si riveleranno preziose, sulle montagne torinesi. La Scuola d’Alpinismo torinese porta il suo nome, come pure la capanna posta ai piedi della parete est delle Grandes Jorasses nel vallone di Fréboudze.

Va anche ricordato il suo libro Scalate nelle Alpi, certamente uno dei migliori della letteratura alpinistica, diario sincero e appassionato, attraverso le righe del quale facilmente si riesce a cogliere tutto il travaglio interiore di quest’uomo che dedicò la sua intera vita alla montagna.

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Biografia di Giusto Gervasutti ultima modifica: 2019-07-01T05:52:27+02:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Biografia di Giusto Gervasutti”

  1. 2
    renzo says:

    Il signore che compare alla destra di Gervasutti nella fotografia del dicembre del ’36 è l’accademico torinese Firmino Palozzzi.                                                                      Non mi è chiaro il commento di Riccardo. Chi è che disse “dai Giusto, ecc.”?

  2. 1
    Riccardo says:

    Dissi: “dai Giusto, vieni su che è facile, non è verticale.
    Ma lui non venne con noi, ci lasciò salire da soli sulla Walker.
    Poi andò a est dove poteva esprimere tutto il suo essere friulano, come me.”
     

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