Bit. Alpinismo

Bit. Alpinismo
di Lorenzo Merlo

Le imprese ai tempi di Cassin e Bonatti avevano le doti sociali per rappresentarci tutti. Salvo eccezioni, quantitativamente decrescenti, già dalle ultime di Messner, e a maggior ragione per quelle via via più recenti, non risuonavano più nel comune sentimento. Acquisivano invece una nascente indifferenza comunitaria. Contemporaneamente limitavano alla stretta élite specializzata la fredda emozione di stimare (nel bene e nel male) la dimensione alpinistica della salita o della vicenda. Infine venne l’indifferenza o peggio, il timore d’essere trattati da consumatori.

Assunto
1) Telefoni satellitari, collegamenti al web, meteo in tempo reale, contiguità virtuale con la civiltà e gli affetti, e concreta per mezzo di elicotteri e soccorsi sempre più efficienti.
2) Chiodo a pressione, superdirettissime, goccia d’acqua.
3) Ossigeno per le salite in alta quota.
4) Sponsor: vincoli di libertà e degrado etico.
Quattro diverse espressioni parzialmente assimilabili. Tutte scaturiscono dall’impiego strumentale della tecnologia in funzione del successo.

Banalità
La crescente, capillare mediatizzazione esaltata e oppressa dall’assolutistico dogma del tempo reale (germe e scheletro della globalizzazione) collusa al capitalismo liberista, implica una invasività crescente, un occulto momento coercitivo della creatività. Il mondo che ci viene offerto e il tempo (poco) che ci lascia, sono un’ottima base per ridurre, calmare o mettere a tacere considerazioni critiche.

Chi nasce in un certo ambiente, cresce credendo sia il solo e il vero. Il tempo necessario affinché se ne emancipi, può durare anni e per molti, una vita non basta. Considerando che l’energia necessaria a qualunque sommossa non può che essere giovane, prendere coscienza di quella coercizione nella seconda parte della vita non comporta il rischio di una rivoluzione. Sono i giovani che si identificano agli ideali, che devono costruire il loro avvenire, che non hanno nulla da perdere.

Collegamento satellitare da campo base

Diversamente da quanto si è tenuti a credere, la messe di dati, che ci hanno abituato a chiamare informazione, di fatto non lo è, e non è nemmeno sapere. Crea invece luoghi comuni. E questo accade a tutti, eruditi professori inclusi, semplicemente perché non possiamo sapere tutto di tutto.

Il luogo comune non è un trait-d’union ma un muro nei confronti della verità comunque la si intenda. Nessuna compassione – in senso laico – può avvenire tra chi detiene il luogo comune e ciò che il luogo comune copre. Così, la tsunamica quantità sempre disponibile di informazione implica la spinta a distanziare fatto e destinatario, a ridurre la critica invece di alimentarla, a far digerire attraverso il suo rapido metabolismo anche l’evento più indigesto alla dignità.

Una specie di esorcizzazione. Così come il comico, continuando la sua satira politica, partecipa (in modo direttamente proporzionale alla sua audience) a rendere via via più ordinario e accettabile ciò che all’origine era deriso, straordinario e ripugnante.

Non solo. Tornando all’alpinismo. La fagocitante mediatizzazione non può che limitarsi a sottolineare i valori tecnici e sportivi di un’impresa, nel contempo incapace di dimostrare l’esigenza storica e sociale di quell’impresa stessa. La spettacolarizzazione di tutto, pur di far crescere i click, ci lascia con un senso di superfluo, in quanto già visto, con un senso di assuefazione occulto che però si rivela nella famelicità con la quale reiteriamo quegli stessi click. Colpi di mouse ormai edonistici, non più sentimentali. Individuali non più comunitari. Figli dell’opulenza, rinnegatori della frugalità.

Una dinamica eticamente e moralmente pauperizzante sulla quale Walter Bonatti aveva spesso richiamato l’attenzione con la sua ferma critica all’alpinismo mercificato.

Chiodi a pressione (recuperati), assieme a un knife-blade

Uno per tutti
La dimensione, l’estensione tribale, clanica (di clan), di vallata, di regione, di popolo e di nazione dell’alpinismo conteneva, esprimeva e risuonava esigenze di identità, appartenenza e rappresentazione condivisa. Ognuno viveva quell’impresa come propria, come direttamente scaturita dal terreno sociale dal quale egli stesso traeva il senso delle cose e di se stesso. Ora non più, il terreno ha perso i solchi che marcavano le tradizioni. Peggio, sono spariti in quanto ricolmi del primo prodotto del consumismo, gli scarti. Quel solco era il caldo supporto di un’intima architettura psicologica. Polarizzati dai luccichii degli specchietti che ci mostravano, abbiamo tralasciato di proteggerlo e mantenerlo. Svanito con il wireless, perso nello spazio della comunicazione satellitare, quasi non se ne trovano più tracce sociali. E i singoli che lo professano passano facilmente per passatisti e disadattati.

Come un tempo, oggi un record muove il palmares personale, gli elenchi di biografi e storiografi, ma non ha più un popolo (se non personale e commerciale) di sodali ammiratori che sentono, che hanno voluto quell’impresa, anch’essi come il protagonista.

Situazionismo (1) bit.alpinistico
Seguendo il canone narcisistico ed egocentrico, la storia, ronzando intorno al valore del culto della personalità, celebra i grandi uomini e le loro grandi imprese. Una modalità di cui evidentemente avevamo (abbiamo?) necessità profonda, l’ontologia del mito la dimostra. Dialettica storica carica di dignità e legittimità, che nel contempo però riduce il grande alpinismo a singoli individui. Dimentica che ognuno di loro emerge da un contesto famigliare, di relazioni personali, da precisi contesti sociali, possibilità economiche, valori culturali. Quel tipo di storiografia dimentica che estrapolare una persona dall’humus che l’ha generata, fatta esistere e modulata, è sì processo logico e possibile ma snaturante e riduttivo.

Tuttavia è vero che la curva che emerge dal collegamento delle grandi imprese dell’alpinismo è sovrapponibile a quella umana del superamento di tabù; è vero che questi ultimi si animano sospinti dall’onda di paura del mistero e della morte; ed è vero che da questo punto di vista anche il bit.alpinismo ha dei meriti in quanto estende il percorso di aggiornamento dei limiti. Tuttavia, come anche in altri contesti della realtà liquida (2) di quest’epoca, i figli di oggi, sono meno sociali e più individuali. Questi, è come si fossero scrollati da dosso la pletora di timori sostanzialmente bigotti, non respirano più i tabù, siano essi etici o psicologici, che hanno vincolato i loro padri.

È un valore sociale del bit.alpinismo che gli va rinosciuto sebbene anch’esso non sia libero da zone d’ombra. Va infatti menzionato a fianco di un lato meno mondano e individualistico, quello della dimensione sacrale.

Questa, connaturata e simbiotica al mistero, vive in noi attraverso il doppio riflesso della paura e dell’attrazione. Paura di andare oltre noi stessi; attrazione per ciò che percepiamo a noi corrispondente. Entrambi, umani motori di ricerca. È anche da questa metafisica prospettiva che in buona misura gli esponenti dell’alpinismo di oggi giocano per sé, per il denaro. Nessun ponte spirituale li unisce più a noi. La spettacolarizzazione da stadio, insieme alla mediatizzazione tout court e on demand, costituirà il solo mercificato, blasfemo (rispetto al sacro) legame. L’unità tra élite e base si è disciolta.

«[…] l’umanità sembra ormai, in questi “tempi liquidi”, alla mercé del mercato (3)».

Nota 1. Movimento culturale degli anni ‘50 e‘60 del secolo scorso, di critica alla società dello spettaco- lo. Testo referente: La società dello spettacolo, Debord Guy.
Nota 2. Modernità liquida, neologismo ad opera di Zygmunt Bauman per intendere un contesto dove i valori, l’etica, la cultura, la psicologia, un tempo solide e rassicuranti ora sono instabili e latenti.
Nota 3. Zygmunt Bauman – Vite che non possiamo permetterci – Laterza.

PM o Pressione parziale del Mercato
Esponenzialmente più di quanto non potesse avvenire in passato, non si può più neppure essere certi di quanto viene diffuso. Con abilità più commerciali che etiche gli uffici stampa (gemelli siamesi degli uffici marketing) dello sponsor generano e diffondono notizie per il loro diritto istituzional-commerciale, solo secondo logiche che riguardano il business. Coprendo perciò l’eventuale pochezza dell’impresa o viceversa, esaltandone aspetti che possono convincere solo il profano.

Se la cosa non è una novità da addebitare ai giorni d’oggi, diversamente da un tempo, è la dimensione, la frequenza, la quantità, la ridondanza che diviene sostanza, è il medium che è il messaggio. In questo caso però, non più da intendere e limitare all’hardware che lo diffonde ma da estendere e concepire nel mainstreaming globale. Un essere vivente persuasivo e soddisfacente, con una missione coercitiva e una forza indolore, non una semplice, innocua rassegna di informazioni. Con le sue doti naturali ci risucchia e trasferisce in contesti di suo interesse, senza la nostra consapevolezza, a chiedere ed accettare ulteriori dosi di desideri, ulteriori prodotti imperdibili.

Edmund Hillary, Tenzing Norgay e la loro dotazione di ossigeno

Whimper risuonò negli ambienti inglesi e tutti trovarono ovvio che fossero ancora loro, gli inglesi, a dominare il mondo. Comici, Solleder e Cassin uscirono dalla famiglia della montagna per raggiungere quella più ampia del nazionalismo, all’epoca governativo. Bonatti entrò nelle case di ognuno perché presentato dalla sua prorompente, intrepida forza ingenua e leale e perché quelli erano i valori facilmente rintracciabili nei solchi di ogni biografia. Messner affermò la dimensione professionale dell’alpinismo senza dimenticare però di rendere merito alla storia che lo aveva preceduto, né di rassegnare a noi tutti le sue debolezze. Per ambo i gesti ha rispettivamente avuto accesso a menti e cuori di ammiratori e invidiosi, due condizioni umane comunque lontane dall’indifferenza e dalla distanza che domina nei confronti dell’attuale alpinismo di vertice.

Uno per sé … e lo sponsor
Con tutta la tolleranza necessaria, dopo Reinhold Messner, venne la tecnologia del tempo reale ove il sacro è esorcizzato al punto da perdere la sua voce umana per sostituirla con quella del codice a barre.

Conosciamo i contesti storici che hanno provocato certe tendenze, senza sforzo dobbiamo dare a quelle espressioni tutta la legittimità che pretendiamo per le nostre, dobbiamo togliergli qualunque fronzolo di gratuità e colpa.

Una qualunque locandina pubblicitaria di un evento in montagna

Chi sosteneva che impiegare i chiodi a pressione fosse del tutto ordinario e condivisibile; chi si autolegittimava all’impiego dell’ossigeno, lo ha detto la scienza, perché mai avrebbe dovuto abbandonare le proprie convinzioni?

E così oggi, che siamo nel pieno della luce della comunicazione permanente, perché mai dovremmo allontanarcene? Perché mai dovremmo rinunciare, questa volta sostenuti dall’inconfutabile principio che pararsi le chiappe è prioritario.

È una domanda alla quale una risposta razionale non dà soddisfazione. È umanamente che si può trovare una risposta. Umana è stata la risposta che ha evitato di finire nel vicolo cieco di un alpinismo ginnico e a pressione, comunque snaturato. Umana è stata la dimostrazione dell’Everest senza ossigeno. Solo umana sarà la spinta di coloro che vorranno tornare a valutare una prestazione anche in funzione degli ausili tecnologici impiegati. Esattamente come umano è attenersi a un’etica piuttosto che lasciarla ad altri.

Al di  là dei  luccichii
Sono molte le opportunità che la letteratura alpinistica ci offre sul tema dell’impiego della tecnologia ovvero sull’etica per un alpinismo meno produttivistico e mercificabile.

Se gli storici – dal 1970 – interventi di Messner, Cozzolino, Dorigatti e Gogna, dedicati a criticare  un uso gratuito del chiodo a pressione, sono più noti e frequentemente citati, questo a seguire, di Giuliano Giongo, sebbene successivo, è stato forse inopportunamente dimenticato. In poche righe riesce a radunare gli aspetti umani, i luoghi comuni, le meschinità e le evoluzioni che mettiamo in gioco quando scegliamo.

Il brano è tratto da In due sulla Torre Egger. Un articolo dedicato all’allora recente salita alla Torre Egger compiuta insieme a Bruno De Donà, pubblicato su Scandere del 1980 e leggibile per intero qui.

«Quando da noi, sulle Alpi, qualcuno si azzarda ad attrezzare una parete prima di salirla come hanno fatto ad esempio gli spagnoli alla Nord della Lavaredo, viene criticato aspramente e senza pietà e la sua salita viene svalutata; mentre invece, chissà perché, anche forti alpinisti, quando sono a dieci o ventimila km lontani da casa, si ritengono autorizzati ad usare tutti i mezzi possibili e immaginabili anche su montagne facili.

Solo che per loro non ci sono critiche. In questo modo sono state fatte le più importanti salite in Patagonia: il Cerro Torre da sud-est e da ovest, la Torre Egger dal Colle della Conquista, il Fitz Roy per le pareti sud, est, e per il Pilastro nord-est. Ben altra cosa è stata l’impresa di Cesare Maestri e Toni Egger nel 1959.

Personalmente penso che ognuno in montagna può usare i mezzi che vuole ma dato che oggi, con il sistema delle corde fisse, con i collegamenti radio ed un ricambio di uomini in parete, una spedizione non troverebbe forse l’impossibile nemmeno cercandolo su tutte le montagne della terra, mi sembra che solo agire in stile alpino abbia ancora valore alpinistico. Se invece di questo non ci importa, ma vogliamo fare un altro tipo di esperienze, allora anche i mezzi per farci arrivare in cima a tutti i costi possono essere leciti; però mi sembra che a questo punto non abbia più senso mirare alle cime».

Monza, 9 settembre 2012: Lewis Hamilton, Sergio Perez e Fernando Alonso. Le tute d’alta quota degli alpinisti d’oggi sono abbastanza simili a queste

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Bit. Alpinismo ultima modifica: 2017-04-03T05:38:42+02:00 da Totem&Tabù

7 pensieri su “Bit. Alpinismo”

  1. 7
    andrea dolci says:

    Dunque torniamo ai maglioni di lana, agli scarponi chiodati e alle corde di canapa perchè solo quello è il Vero Alpinismo eroico ?
    E torniamo poi alle spedizioni finanziate con in soldi dello Stato perchè gli sponsor sono l’emblema della societá mercificata ?
    Io credo che chi oggi affronta la montagna lo faccia con lo stesso amore e passione che avevano gli alpinisti di 50-70 anni fa e che non si meriti di essere considerato un bamboccione ipersponsorizzato che si crogiola in una ricca e amorevole bambagia.
    Il progresso non va sempre avanti in maniera lineare e deviazioni e cadute come i chiodi a pressione o le linee a goccia, aperte con spirito più militar/ingegneristico che alpinistico, ma vivaddio oggi è possibile coltivare la propria passione meglio di una volta.
    Forse il vero problema è definire oggi il concetto di “impresa” visto il progresso in termini di attrezzature, di tecnica, di alimentazione e di allenamento ma, in tutta onestá, non mi sembra una così tanto grave tanto più che una volta l’impresa finiva in copertina su Epoca, oggi al massimo scalda i cuori di qualche migliaio di affezionati.

  2. 6
    Cristiano says:

    In parte concordo, in parte no, in parte la mia cultura non è abbastanza di spessore per capire certe frasi e certe conclusioni. Qualcuno alla fine degli anni 90 parlava di una imminente morte dell’alpinismo. Molti hanno smentito con i fatti questa frase. Molti scrivevano che era stato scalato tutto. Con i fatti si è di mostrato il contrario…anche se gli spazi dell’avventura son sempre più limitati. Ma il senso dell’articolo mi pare si fonda sulla sua sempre più stretta correlazione alla società attuuale: l’economia ci vuole tutti ‘liquidi’ ovvero tutto uguali tutti senza religione e senza principi poiché principi e religioni sono bigotti. L’economia vuole che tutto sia acquistabile e vendibile tanto che la stessa sicurezza in montagna è e sarà sempre più composto di legiferazioni e regolamentazioni. La conclusione sembrerebbe una sola e cioè che questo provocherà la morte dell’alpinismo inteso come lo abbiamo inteso fino ad ora. Il presente e ancora di più il futuro saranno piene di punti di vista che ogni fatto ogni realizzazione è giustificabile:vuoi per motivi di sicurezza vuoi per motivi di sponsor vuoi per motivi di marketing. Ci vorrebbe una devoluzione per tornare a fare alpinismo vero ma questo non accadrà. Un Po come in formula uno dove parallelamente si inventano nuove regole per limitare le velocità mentre lo svopo dei meccanici è quello di aggirare tali regole. Il risultato è che la formula uno celebra sempre più se stessa in un non sport che cmq deve vendere e far girare soldi. Abbiamo tolto le dragonne e forse in futuro potremmo fare alpinismo certificano di salire senza cellulare o senza GPS.

  3. 5
    Alberto Benassi says:

    “Si polemizza su Moro che è sempre in contatto telefonico con media e meteo, ma alla fine a -50, in inverno e a 8.000 metri quanti sono che ci vanno?”
    Sul COME si fanno le cose si è sempre discusso. E non mi sembra una discussione sterile.

  4. 4
    lorenzo merlo says:

    Nel passato era cosa di tutti ora no.

  5. 3
    Giampiero Assandri says:

    Non ho capito, forse è un mio limite. Il passato era più “etico”? Honnold non vale Lammer?

  6. 2
    Francesco says:

    Boh!?! Non mi sembra sia molto fluido come scritto.
    Sento parlare ancora di chiodi a pressione, satellitari, ecc. però io mi domando: Ma se si rispetta l’ambiente e se non si da fastidio a nessuno, che bisogno c’è di continuare a criticare e discutere su tutto?
    Si polemizza su Moro che è sempre in contatto telefonico con media e meteo, ma alla fine a -50, in inverno e a 8.000 metri quanti sono che ci vanno?
    Si applaudì alla prima coppia sulla vetta dell’Everest e dopo 50 anni c’è il super atleta che arriva in vetta in X ore ed Y minuti, non posso pensare che questo signore non sappia che il suo record deriva dal fatto che sono passati 50 anni e la mentalità, alimentazione, allenamento e tecnologia hanno contribuito alla sua prestazione.
    Ad ogni epoca la sua tecnologia, l’importante è essere onesti e dire realmente cosa si fa e come si fa.
    Tout le reste, ce sont des foutaises.

  7. 1
    paolo panzeri says:

    Interessante.
    Ieri cercavamo di trovare un indirizzo con un “certo” senso etico nella comunicazione.
    Ad un certo punto è venuta fuori la frase: “si dovrebbe avere il coraggio di dire in modo completo quello che si fa”.
    Ma tutti hanno detto che è impossibile: “la verità non si dice mai”.
    Poi ci siamo detti che di questi tempi la comunicazione è usata quasi esclusivamente come “specchietto per le allodole”, qualsiasi “bit” è di solito strumentale e parecchio “farlocco”.
    Così ci si diverte, diciamo che è il sistema usato attualmente per gestire la società: almeno molta gente si diverte (diverge, distraendosi e vivendo nel nulla illusorio).
    Brutti ragionamenti dopo una arrampicata che ha impegnato il cervello.

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