Il cellulare e l’illusione del rischio zero

Il cellulare e l’illusione del rischio zero
di Luca Calzolari
(pubblicato su Montagne360, settembre 2017)

Lettura: spessore-weight***, impegno-effort*, disimpegno-entertainment**

Il telefono cellulare è ormai diventato una protesi aggiunta del nostro corpo. Per affermarlo non occorre scomodare sociologi o antropologi. È un dato di fatto. Per capirlo basta guardarsi attorno. In stazione, alla fermata del bus, in coda alla cassa del supermercato. Perfino alla guida. Sono (siamo?) tutti lì, con gli sguardi proiettati sul monitor luminoso e con le dita che scivolano via veloci sulle app.

Cosa c’entra questo con la montagna? Molto. Anzi, moltissimo. Promuovere l’attività in montagna significa educare a valori quali autonomia, responsabilità individuale, accettazione del limite e del rischio. Vivere la montagna significa scegliere la libertà che, come cantava Giovanni Lindo Ferretti, è anch’essa una «forma di disciplina». Questo parallelo non è affatto casuale. Nello spiegarvi il perché, faccio un passo indietro. Poco più di un anno fa, durante un’escursione in un bosco di Montalto – sopra Stia, in provincia di Arezzo – un gruppo di ragazzi si è seduto su una catasta di legna. Uno di loro, un ragazzino di dodici anni, è andato in cima, ha mosso un tronco e la catasta è crollata travolgendolo. Purtroppo il ragazzo è morto sotto il peso dei tronchi. Una tragedia enorme. Prima di tutto per i genitori, per i quali non esiste parola di consolazione. Ma anche per i suoi compagni e per gli accompagnatori, tra cui c’era una guida di media montagna. Quella di cui parliamo è una delle gite che da molti anni organizza un circolo Arci del milanese. Sulla vicenda è in corso un procedimento giudiziario, quindi non mi addentro nei particolari. Ma occorre far presente un aspetto. Al presidente dell’Associazione, in quanto rappresentante legale, vengono contestati due fatti: primo, non aver pianificato il trekking assicurandosi che tutto il percorso fosse coperto dalle reti nazionali di telefonia mobile; secondo, che il cellulare fosse solo in possesso della guida e non dei ragazzi. Prima di proseguire, va chiarito che sì, la guida ha dovuto percorrere 500 metri a piedi prima di intercettare il segnale. E sì, i soccorsi hanno fatto fatica per raggiungere il luogo dell’incidente, ma queste cose accadono e chiunque va in montagna lo sa benissimo. Da quanto si sa, il ragazzo è deceduto in breve tempo e probabilmente si sarebbe potuto fare ben poco per evitare il drammatico epilogo. Ma ad accertarlo sarà la giustizia.

Questo episodio ci pone però di fronte a una (doppia) riflessione. La prima è che l’idea di limitare il lavoro delle guide e l’attività di associazioni come la nostra a itinerari in cui vi è copertura della rete cellulare mi appare davvero porre una grave limitazione alla libertà. Non pretendiamo da magistrati e giudici la conoscenza delle tematiche legate alla frequentazione della montagna ma, come sembra in questo caso, demandare alla tecnologia la garanzia della sicurezza è ben altra cosa. Inoltre se passasse questa tesi in un futuro breve vi sarebbe un grave danno per le professioni di montagna. E ancora, al primo grido di “montagna assassina” qualcuno sosterrebbe che l’obbligo dovrebbe valere per chiunque posi piede in montagna, E così ancora una volta vedremmo attaccare e negare il concetto di responsabilità e di libertà individuale, in nome di quel falso concetto di sicurezza propugnato dalla società sicuritaria (si veda Vietare la montagna? No, grazie! su Montagne360, maggio 2013). La seconda riflessione riguarda il possesso e l’utilizzo dei cellulari da parte dei ragazzi. Non permettere loro di portare e di usare cellulari in escursione è una scelta educativa, anche del CAI. Ed è sempre condivisa con le famiglie che (ce) li affidano. Sì, in un mondo iperconnesso, fargli prendere una pausa dalla tecnologia, far scoprire altre velocità – quelle del ritmo del camminare – che non siano quelle della rete fa crescere i ragazzi. E inoltre è un elemento di diminuzione del rischio. Cosa potrebbe accadere se “chattassero” o si facessero selfie sui sentieri? Aumenterebbe il rischio di incidenti. Basta pensare al cosiddetto fenomeno dei “selfie killer” e al fatto che l’uso del cellulare è tra le principali cause di gravi, spesso mortali, incidenti stradali. Quindi che la giustizia faccia il suo corso. Di fronte alla morte di un ragazzino, ogni parola è di troppo.

Tuttavia da questo episodio traggo ancora una volta la conclusione che è necessario continuare a insistere con forza sui temi delle trappole culturali (e umane) che nasconde la società sicuritaria – compresa l’idea che la tecnologia sia sempre un salvavita – e il suo falso concetto di vita a rischio zero.

Sullo stesso argomento in GognaBlog:
https://www.gognablog.com/rinuncia-al-web-sfida-impossibile-per-i-base-jumper/
https://www.gognablog.com/ma-quanto-desideravamo-il-primo-smartphone-mountainproof/
https://www.gognablog.com/mountainow/

Sullo stesso argomento in Totem&Tabù:
https://www.gognablog.com/strategie-giovani-digitali-la-montagna/

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Il cellulare e l’illusione del rischio zero ultima modifica: 2017-10-31T05:30:29+00:00 da GognaBlog

20 pensieri su “Il cellulare e l’illusione del rischio zero”

  1. 20
    Lorenzo Molinari says:

    Da quelle poche intomazioni nell’articolo la domanda dovrebbe essere:

    perché l’accompagnatore ha permesso ai ragazzi di sedersi su una catasta di legna (evidente pericolo)? Perché non li ha messi in guardia circa il pericolo derivante dallo sposare legna della catasta (pericolo ovvio per un adulto ma a quanto pare meno ovvio per un ragazzo)?

    Questa mi pare una grave responsabilità e non quella inerente al cellulare.

  2. 19
    Valerio Rimondi says:

    D’accordo con tutti però rimango della mia idea. Esistono tanti problemi ma in questo caso ne esiste uno in particolare. Un fascicolo giudiziario vertente sul “non aver pianificato il trekking assicurandosi che tutto il percorso fosse coperto dalle reti nazionali di telefonia mobile e sul fatto che il cellulare fosse solo in possesso della guida e non dei ragazzi” non dovrebbe nemmeno essere aperto.

    Un magistrato può capire o meno di montagna ma qui si tratta di buon senso e il buon senso dovrebbe insegnare che le motivazioni in base alle quali è stato aperto un fascicolo sono ridicole nella forma e nella sostanza.

    Non sarebbe nemmeno necessario scomodare un perito, il quale semmai dovrebbe occuparsi di altre questioni. Ma torniamo sempre lì, quest’ansia di dover sempre e comunque dare delle risposte attraverso delle responsabilità sarà anche tipico di una società che ha perso la bussola ma evidenzia pure come la bussola l’abbiano persa per primi proprio coloro che dovrebbero vigilare su questa deriva.

  3. 18
    Agostino Venturini says:

    Fin troppo facile mettere un mi piace a questo aricolo. Ma nella realtà quotidiana, cosa cambia? Nulla. Tra poco la montagna sarà vietata, circondata di filo spinato. Un luogo dove non si può essere sicuri al 100%…

    Da facebook, 31 ottobre 2017

  4. 17
    Alberto Benassi says:

    “Lo hanno i bambini alle elementari, non si capisce perché non debbano averlo gli escursionisti/alpinisti.”

     

    Non è che non lo devono avere e nessuno nega che può essere utile.  Ma è l’ affermare che è indispensabile, che è sbagliato; è la dipendenza da questi attrezzi che è sbagliata; è l’essere completamente soggiagati da questi oggetti, tanto da non guardarsi nemmeno in faccia, anche se si è con  altra gente, che spaventa; è mettere in mano questo oggetto ad un bambino cosi non rompe le palle al genitore che da da pensare.

  5. 16

    Lusa: scrivendo “per noi” è ovvio non intendessi i ragazzini in questione… infatti non ho commentato il fatto in se stesso ma una deriva culturale prendendo spunto dal fatto stesso… :

    “Personalmente vedo una società che sempre più si chiude in se stessa ed un sempre maggiore rifiuto nei confronti delle responsabilità personali, perché non dimentichiamo (e non parlo ovviamente del caso specfico ma in generale) che alla minima occasione che si presenti vi è ormai l’abitudine a denunciare e tentare in questo modo (spesso) di guadagnare da una situazione imprevista, scaricando la responsabilità a destra ed a manca pur di ottenre un qualche risarcimento…”

  6. 15
    Lusa says:

    Stefano michelazzi scrive: “Stiamo approdando verso una realtà dove responsabili per noi sono gli altri, dove  la frequentazione di un ambiente naturale, nel quale il rischio è comunque parte del gioco, viene inteso in questo modo solo a belle parole ma al momento di un qualsiasi tipo di incidente ricerchiamo un colpevole e ci dimentichiamo di tutte le belle filosofie sull’accettazione del rischio, che magari sulle pagine di Facebook ci avevano assicurato qualche decina di like…”

    E’ bene tenere sempre presente che nel caso di accompagnamento di minorenni in montagna, responsabili per loro (i minori) sono sempre gli altri, ovvero chi li accompagna.

  7. 14
  8. 13
  9. 12

    Non dimentichiamo che in caso di giudizio, il giudice, in casi del genere si serve di un perito che di solito é una guida alpina (lo dico perchè sono perito del Tribunale di Belluno). Concordo pienamente con Calzolari (una volta tanto) su come propone l’argomento ma é anche vero che legalmente, piú o meno, esiste il rischio connesso ad attività in ambienti naturali e tale rischio é contenibile ma non eliminabile. Questo almeno riguarda l’ alpinismo, ma circa gite su mulattiere in prossimitá di cataste di tronchi, non saprei. Dipende dalle circostanze, che possono essere infinite.

    Vero é che la società sicura a tutti i costi che si affida per questo alla tecnologia, ha vita breve e i suoi seguaci sono quelli dalle dita a punta (senza muscoli e adatti solo a schermi touch e tastiere) piegate all’indietro che considerano lo Smartphone un’appendice del cervello. Genitori, comprate pure questi apparecchi ai vostri figli, se volete, ma fategli fare qualcosa con le mani. Il nostro corpo é una macchina incredibile è fantastica e la più parte di noi non ha neppure idea di cosa riesca a fare.

    E qui la finisco, perché ne avrei….

  10. 11
    pierandrea mantovani says:

    Una volta si scriveva col pennino e l’inchiostro del calamaio. Poi arrivò la biro ecc. ecc. Il cellulare è quindi uno dei passaggi,e certamente non l’ultimo,del “progresso”. Lo hanno i bambini alle elementari, non si capisce perché non debbano averlo gli escursionisti/alpinisti. I quali tuttavia devono sapere che non funziona ovunque, e dunque essere adeguatamente preparati ad affrontare le emergenze anche senza cellulare. Tutto qui.

  11. 10
    Fabio Bertoncelli says:

    Beh, a vostra e mia consolazione, pensiamo che anche i Giapponesi consideravano smidollati gli Americani nel 1941. Poi è andata a finire in modo diverso da come avevano previsto. Però in mezzo c’è stata una guerra apocalittica.

    Speriamo bene…

  12. 9
    Alberto Benassi says:

    “Noi educhiamo figli mollaccioni, viziati, impreparati, li facciamo crescere nella bambagia, siamo sempre pronti a giustificarli e guai a chi ce li tocca. Gli “altri” provengono da situazioni tragiche, spesso han preso delle legnate, hanno dovuto imparare a procacciarsi il cibo e a vivere di niente, non hanno nulla da perdere. E sono tanti (si prevedono 2 miliardi di soli africani fra qualche decina d’anni).”

     

    Non mi sembra tanto una provocazione. Direi piuttosto che è come stanno le cose.

  13. 8
    Ginadomenco Foresti says:

    Ottimi commenti, nulla da aggiungere. Pertanto mi diletto (si fa per dire) a buttarla sul provocatorio.

    Finiremo sottomessi! Faremo la fine dell’Impero Romano!

    Mentre, come dice giustamente il buon Michelazzi (sempre molto lucido nei suoi ragionamenti), ci stiamo sempre più chiudendo in noi stessi, ci confrontiamo con persone che, quando va bene, sanno come si taglia la gola a un capretto.

    Potrà sembrare che fra il tagliare la gola a un animale e a un essere umano ci passi un bel po’ di differenza ma forse non è poi così scontato. In ogni caso, quand’anche fosse (è auspicabile), siamo in presenza di un confronto fra persone che vivono nel terrore di perdere tutto (noi) e persone che non hanno nulla, a parte una grande fame (spesso nel vero senso della parola).

    Noi educhiamo figli mollaccioni, viziati, impreparati, li facciamo crescere nella bambagia, siamo sempre pronti a giustificarli e guai a chi ce li tocca. Gli “altri” provengono da situazioni tragiche, spesso han preso delle legnate, hanno dovuto imparare a procacciarsi il cibo e a vivere di niente, non hanno nulla da perdere. E sono tanti (si prevedono 2 miliardi di soli africani fra qualche decina d’anni).

    Finiremo sottomessi e saranno tutti cazzi nostri.

     

  14. 7
    Alberto Benassi says:

    Ma perchè i ragazzini DEVONO avere il celluare?

     

    e qual’ è  il  MODELLO  che  devono avere?

     

  15. 6
    Fabio Bertoncelli says:

    Il tizio è sotto accusa perché:
    1) si trovava in zona fuori campo;
    2) i ragazzini non avevano con sé il proprio cellulare.
    Fa paura pensare che gente che ragiona cosí ha il potere di sbattere in galera le persone.

  16. 5
    Alberto Benassi says:

    a quando il microcip come ai cani…??

  17. 4

    A mio avviso, la situazione descritta apre due capitoli di attualità estremamente gravi, per ciò che concerne sia la concezione culturale rispetto a ciò che viene universalmente definito fatalità, sia sull’uso di tecnologie alle quali demandiamo sempre di più la gestione della nostra esistenza.
    Va da se che disconoscendo o tentando di farlo, l’esistenza del rischio residuo ovvero quella percentuale più o meno ampia di fattori di pericolo non considerabili in anticipo ed affidando la nostra sicurezza personale a mezzi tecnologici (neanche poi così perfetti come si evince dal fatto che per 500 metri il segnale non c’era…), il giudice incaricato delle indagini farà fatica a non ricercare un colpevole concreto, responsabile di non aver utilizzato chissà quale metodo (a seconda della situazione).
    Personalmente vedo una società che sempre più si chiude in se stessa ed un sempre maggiore rifiuto nei confronti delle responsabilità personali, perché non dimentichiamo (e non parlo ovviamente del caso specfico ma in generale) che alla minima occasione che si presenti vi è ormai l’abitudine a denunciare e tentare in questo modo (spesso) di guadagnare da una situazione imprevista, scaricando la responsabilità a destra ed a manca pur di ottenre un qualche risarcimento…

    Stiamo approdando verso una realtà dove responsabili per noi sono gli altri, dove  la frequentazione di un ambiente naturale, nel quale il rischio è comunque parte del gioco, viene inteso in questo modo solo a belle parole ma al momento di un qualsiasi tipo di incidente ricerchiamo un colpevole e ci dimentichiamo di tutte le belle filosofie sull’accettazione del rischio, che magari sulle pagine di Facebook ci avevano assicurato qualche decina di like…

    Il grave danno per le professioni della montagna che si cita nell’articolo è già presente e miete vittime a tutto spiano, solo che fortunatemente non tutti gli incidenti che occorrono sono di gravità pari a quello descritto e quindi passano inosservati dal pubblico ma creano non pochi problemi ai professionisti del settore, i quali spesso si ritrovano a doversi difendere davanti ad un sistema inquisitorio, il quale non è in grado di definire fino a dove debba giungere il livello di accettazione del rischio e sempre più spesso si ritrovano a venire giudicati e quasi sempre condannati, sulla base di criteri oltre il limite del paradossale.
    Potrei citare diversi casi, che a leggere le sentenze viene la pelle d’oca e ben di più hanno sicuramente causato a chi ha subito la condanna, senza contare poi che mentre il cittadino è obbligato a ripondere direttamente ed in toto in caso di accertata responsabilità, le varie assicurazioni che dovrebbero coprire l’assicurato in questi casi, possono serenamente decidere di non farlo in svariati modi, creando ancora più caos…
    E’ dei giorni scorsi la legge sull’accompagnamento dei minori a scuola fino a 14 anni… se non riusciamo a vedere una completa chiusura mentale e culturale nei confronti di una crescita responsabile, non solo dei nostri figli ma anche dei loro genitori, è conseguente che stiamo coltivando una società sempre più blindata e paurosa dove l’accesso all’ambiente naturale, a breve sarà possibile solo seguendo dei corsi formativi, su percorsi prestabiliti e muniti di rilevatori satellitari… ci stanno già provando…!

  18. 3
    Alberto Benassi says:

    non porto quasi mai il cellulare quando vado in montagna. Qualcuno mi dice, scandalizzato: ” ma come fai ad andare in montagna senza ??”

    Come ho sempre fatto anche quando il cellulare non c’era. Con le gambe e con la testa.

  19. 2
    Giorgio Daidola says:

    Bellissimo articolo. Chiaro e sintetico. Penso che andrebbe letto e commentato nelle scuole e nelle università, promuovendo dibattiti a diverso livello. È però probabile che venga capito da pochi: alunni, docenti o genitori che siano. La società sicuritaria  è dominante ed è un male oscuro che ha ormai distrutto in buona parte il senso profondo del vivere, non tenendo conto della differenza che c’è fra il vivere ed il vegetare. Ed è difficile da combattere, alla pari dei peggiori estremismi. Tutto questo non significa che non bisogna reagire.

  20. 1
    Valerio Rimondi says:

    No ma secondo me il problema è un altro.

    Si sta’ perdendo, o forse si è già persa, la capacità di fare dei ragionamenti sensati. Questo non vale solamente per le attività outdoor ma più in generale per tutte le attività umane. Anche nell’ambito del mio lavoro tocco costantemente con mano l’incapacità di affrontare le situazioni con un minimo di logica.

    Qual è la ratio che sta’ alla base delle contestazioni mosse nei confronti del Presidente dell’Associazione? Si tratta di contestazioni sostanzialmente ridicole, le quali non tengono minimamente conto di come si sono svolti i fatti.

    Immagino che le contestazioni siano state mosse dall’accusa e che quindi spetterà ai giudici la valutazione finale ma rimane il fatto che noi tutti paghiamo profumatamente gente che si permette di omettere la logica e il buon senso nel lavoro che svolge.

    Quando sento di persone che dicono di aver fiducia nella giustizia io sobbalzo sulla poltrona perchè se questo è il modo con il quale la giustizia affronta i casi c’è da aver paura.

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