Cerotti verdi?

Negli ultimi anni i cambiamenti climatici e l’innalzamento delle temperature hanno messo in crisi un modello di sviluppo, quello del turismo alpino, che non sembra, per diversi motivi, essere più sostenibile. Solo lungo l’arco alpino sono oltre 200 le stazioni sciistiche che hanno chiuso i battenti negli ultimi trent’anni. Quale può essere quindi il futuro dell’industria del turismo alpino? Esistono dei modelli virtuosi? Questo è stato il tema del convegno Quale futuro? che si è tenuto a Milano il 20 ottobre 2019 nell’ambito dei Sustainable Outdoor Days della Milano Mountain Week.
I relatori erano Tomaso Clavarino, Michele Comi e Maurizio Dematteis.

Cerotti verdi?
di Michele Comi
(pubblicato su stilealpino.it il 22 ottobre 2019)

E’ stato interessante partecipare al dibattito all’interno della rassegna Milano Montagna riguardo ad un tema assai complesso, che tocca i cambiamenti climatici in atto e i connessi modelli di sviluppo della montagna.

Il reportage fotografico di Tomaso Clavarino incentrato sulla montagna dismessa, sulle stazioni sciistiche abbandonate (centinaia disseminate lungo le Alpi), messe in crisi dal clima che cambia, ha costituito il filo conduttore dei pensieri e del racconto condiviso con Maurizio Dematteis e lo stesso Tomaso.

E’ stato uno dei tanti momenti di una ricca serie di presentazioni e approfondimenti legati ai temi della “sostenibilità ambientale e dell’economia circolare”.

Quel che traspare è che la natura si inquadra sempre come un oggetto separato, distante, persino fuori dalla società. Quasi sempre da sfruttare oppure da proteggere, presa d’assalto come grande discarica oppure mitizzata come luogo di svago e di avventura.

Insomma l’ambiente è qualcosa da consumare, come se fosse un oggetto, anche nella sua conservazione.

Grafici, studi, numeri e modelli indicano il baratro. La pressoché totale assenza di percezione, relazione e comprensione di questa natura, impedisce di prenderne coscienza.

Allora sorge il dubbio che in fondo la questione dei cambiamenti climatici sia una questione culturale ancor prima che tecnica, una sfida che parte dal significato del rapporto tra uomo e natura, prima di buttarsi a capofitto nelle esibizioni di “sostenibilità”, soluzioni “green” e applicazione di cerotti verdi più o meno sofisticati e vistosi…

Forse non solo tecnica e management, ma ricostituzione di sistemi sociali che tengano conto della relazione con l’ambiente? Una ripartenza da condivisioni intime, familiari, che riportino a regole morali? Così come è stato per tanto, tantissimo tempo, prima del “default”?

Insomma tentare di comprendere che in fondo l’ambiente che ci circonda ci fa vivere o scomparire e che i beni comuni richiedono una cura collettiva, un rinnovato senso locale per ritrovare una buona Terra.

Tutto il resto scivola via come gli scrosci d’acqua battente di queste (calde) giornate piovose d’autunno che gonfiano i torrenti sulle Alpi… con l’isoterma di zero a 3500 metri…

Tomaso Clavarino

Tomaso Clavarino
Nato nel 1986 Tomaso Clavarino è un fotografo documentarista.
I suoi lavori sono stati pubblicati su numerose riviste, quotidiani e media, tra i quali Newsweek, New York Times, Washington Post, The Atlantic, Der Spiegel, Al Jazeera, Vice, Vanity Fair, The Guardian, D-La Repubblica, Internazionale.
Parallelamente sviluppa progetti più personali e a lungo termine che sono stati esposti e proiettati in gallerie e in alcuni dei più importanti festival di fotografia: Athens Photo Festival, Fotografia Europea, Format 19, Les Rencontres d’Arles, Photo Kathmandu, Obscura Festival, Fotografia Etica, Encontros da Imagem.
Nel corso degli anni ha ricevuto svariati finanziamenti da fondazioni e istituzioni come il Pulitzer Center e lo European Journalism Center/Bill&Melinda Gates Foundation.

Michele Comi

Michele Comi
E’ nato e vive sulle Alpi, in Valmalenco (SO).
Tra gli antenati annovera Guide e custodi di capanne alpine. E’ padre di tre figli con i quali trascorre tutto il suo tempo libero.
Facilitatore d’esperienze in montagna, geologo, guida alpina e maestro di sci.
Da sempre si interessa di ambienti incerti e variabili, occupandosi del supporto tecnico logistico per attività di ricerca scientifica in alta quota, del monitoraggio frane, di accompagnamento su tutti i terreni, cui affianca l’attività di formazione esperienziale in natura e la partecipazione a vari progetti di comunicazione, divulgazione culturale, scientifica e sportiva a favore di un turismo alpino consapevole.

Maurizio Dematteis

Maurizio Dematteis
Maurizio Dematteis (1969) si è laureato in Scienze politiche con Indirizzo sociologico presso l’Università di Torino. Giornalista, ricercatore e videomaker, si occupa di temi sociali e ambientali e di tematiche legate ai territori alpini. Attualmente dirige l’Associazione Dislivelli ed è direttore responsabile della rivista web mensile Dilsivelli.eu.
Pubblicazioni: Avem fach en sumi. Dall’alta Valle di Susa alle Valli Monregalesi 14 coppie raccontano il loro sogno, realizzato, di abitare la montagna, Chambra d’Oc 2009; Mamma li turchi. Le comunità straniere delle Alpi si raccontano, Chambra d’Oc 2010; La frontiera Addosso (di Luca Rastello), editori Laterza 2010, (sviluppando la parte relativa al reportage da Patrasso); Nuovi montanari. Abitare le Alpi nel XXI secolo, (a cura di Federica Corrado, Giuseppe Dematteis, Alberto Di Gioia) Terre Alte-Dislivelli, Franco Angeli (sviluppando il capitolo su Val Tanaro e Imperiese); Via dalla città. La rivincita della montagna, Derive&Approdi 2017; Montanari per forza. Rifugiati e richiedenti asilo nella montagna italiana, (di M. Dematteis, A. Di Gioia, A. Membretti), Terre Alte-Dislivelli, Franco Angeli Editore 2018.

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Cerotti verdi? ultima modifica: 2019-11-15T05:28:13+01:00 da GognaBlog

8 pensieri su “Cerotti verdi?”

  1. 8
    AndreaD says:

    Al recente Bookcity ho sentito dire che lo sci ha trasformato le Alpi in fonte di reddito, e ciò è un fatto. E’ un fatto anche che è stato invasivo per l’ambiente. Ora come dice l’articolo, e non solo questo, tale modello di sviluppo sta entrando in crisi. Aggiungo che la mia esperienza personale con i conoscenti trentenni (io sono del 1962) è che allo sci preferiscono per vari motivi calcetto, pallavolo oppure la partita del Milan.

  2. 7
    Daniele Piccini says:

    Bertoncelli, la mia critica era diretta al fatto che non sei entrato nel merito dell’articolo ma hai criticato un fatto formale che nulla aggiunge alla discussione, questo per me è “a gratis”, non odio nessuna lingua, figuriamoci la mia. Non voglio comunque alimentare  ulteriori  polemiche, come precedentemente scritto mi piacerebbe che si incrementasse il dibattito.

  3. 6
    lorenzo merlo says:

    Tutto viene dalle nostre creazioni. Considerare impossibile qualsiasi realizzazione ne impedisce la realizzazione. 

  4. 5
    Fabio Bertoncelli says:

    Piccini, un commento in cui si protesta per l’uso di ridicole e superflue espressioni inglesi e si chiede di esprimersi in italiano per te è “patetico”? Odi a tal punto la tua lingua madre?
     
    E quando si dovrebbe protestare non “a gratis”, come scrivi tu? Nel frattempo bisognerà sopportare i ragli di chi scimmiotta l’inglese per darsi importanza, lui sí “pateticamente”?

  5. 4
    Daniele Piccini says:

    80 commenti sul pensiero di Crovella riguardo alle corse in montagna che pesano sull’inarrestabile degrado ambientale come un fringuello in  groppa ad un elefante, 3 commenti su questo articolo di Comi,  (di cui il n. 1 pateticamente polemico “a gratis”) “che propone di ricostituire sistemi sociali che tengano conto della relazione con l’ambiente”, cosa sicuramente difficile da applicare in località fortemente antropizzate, ma a mio parere efficace per i siti abbandonati,  e destinati al degrado. I giovani di buona volontà possono incidere efficacemente su queste realtà promuovendo un nuovo modello di sviluppo senza doversi scontrare con interessi miranti soltanto allo sfruttamento economico e senza dover promuovere una decrescita felice. Quando si recupera si può solo crescere in modo diverso e migliore perchè si riparte dal fallimento di modelli sbagliati. Se comunque questi argomenti non solleticano l’interesse  del blog a differenza delle “Crovelliane” marmoree certezze, come dice Marzullo “facciamoci una domanda e diamoci una risposta”.  

  6. 3
    emanuele menegardi says:

    Ormai con questi che hanno fatto dell’ambiente montano un affare, soprattutto legato alla neve, non penso proprio che si possa ottenere un cambiamento, spero che le nuove generazioni, i giovani che vivono in montagna e che frequentano la montagna siano in grado di capire che se si continua così il futuro dell’ambiente è solo il baratro. Da insegnante dei licei(per quasi quarant’anni) non ho colto nessun segno di cambiamento nei giovani, anzi ho constatato un “distacco” progressivo dalla realtà e quindi piuttosto una cultura “a una dimensione” di marcusiana memoria…attenta solo al consumo e all’arricchimento personale.

  7. 2
    Paolo Gallese says:

    Condivido il pensiero dell’articolo. Semplicemente credo che quanto auspicato sia semplicemente impossibile. È la struttura e l’infrastruttura della nostra civiltà moderna a renderlo impossibile, non solo una chiave di pensiero da recuperare. 
    Da un lato c’è chi ha avuto la fortuna di vedere un mondo scomparso sulle nostre montagne, negli anni 60, 70 (con le sue luci ma anche con le sue tremende miserie). Dall’altro chi appartiene a un mondo in cui è davvero difficile recuperare una unione ( o come la si voglia chiamare).
    All’epoca il grido era “facciamo”, oggi è ” limitiamo “, entrambe le posizioni (volutamente qui banalizzate e semplificate) con le loro ragioni.
    Io penso che vivremo una sempre maggiore ” limitazione ” e strade sempre più canalizzate, in barba a qualsiasi auspicio.
    Me ne dolgo. Ma nel mio piccolo pianto semi. Prima o poi qualcosa muterà, semplicemente io non lo vedrò.
    Lo dico con la serenità dello storico, senza enfasi. I tempi hanno ancora da trascorrere il peso inerziale dell’economia e della cultura dominanti.
    Poi si vedrà.

  8. 1
    Fabio Bertoncelli says:

    “Sustainable Outdoor Days”?
    “Milano Week Mountain”?
     
    Ci si vergogna della lingua italiana? Si scimmiotta la lingua inglese per un complesso di inferiorità? di esterofilia? oppure, semplicemente, si segue la moda?
     
    Siate coerenti: scrivete anche il nome di Milano in inglese.
     

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