Cerro Murallón: “El valor del miedo”

Cerro Murallón: El valor del miedo
la prima via sull’inviolata parete est del Cerro Murallón
di Matteo Della Bordella
(già pubblicato su Uomini e sport, n. 24, 1 maggio 2017)

L’idea di scalare il Cerro Murallón viene da molto lontano. Era il 2010, prima ancora di essere mai stato in Patagonia, quando mi incontrai con Matteo Berna Bernasconi: eravamo entrambi in cerca di un’avventura e di una sfida, qualcosa che ci mettesse alla prova e ci facesse conoscere la vera Patagonia, quella della quale avevo sentito parlare in tanti racconti di alpinisti più o meno famosi e di cui avevo letto nei libri. Cercavamo un progetto tosto, qualcosa di mai fatto prima e non ci importava nulla di fallire.

E così accadde che ci trovammo una volta al CAI Lecco, insieme a Fabio Palma e all’allora Presidente dei Ragni Daniele Bernasconi. Quella sera due personaggi come Mario Conti e Carlo Aldè, che qualche pagina di storia patagonica l’hanno scritta, ci parlarono un po’ di quelle montagne e ci diedero delle idee su alcune potenziali prime salite. Uscimmo da quell’incontro con un carico di motivazione impressionante, personalmente non vedevo l’ora di partire e mettere le mani su quelle mitiche pareti. Le montagne che quella volta avevano maggiormente catturato la nostra attenzione erano due: la parete ovest della Torre Egger, che non era ancora stata salita, e appunto il Cerro Murallón, dove pareva ci fossero un’infinità di possibili linee da scalare, in un luogo che era probabilmente il più remoto, difficile e severo dell’intero range delle cime patagoniche.

La parete est del Cerro Murallón 2787 m, con le sue goulottes di ghiaccio, illuminata dalle prime luci del giorno. Foto: Matteo Della Bordella.

Tuttavia la logistica di una spedizione al Cerro Murallón ci sembrò un po’ troppo complicata per due ragazzi quasi alle prime armi con le spedizioni extra-europee e senza una conoscenza approfondita della zona e fu così che optammo per la Torre Egger e la sua vertiginosa e un po’ spaventosa parete ovest. La Torre Egger fu prima di tutto per me e Berna una grande esperienza di vita, prima ancora di essere un’enorme sfida alpinistica. Ripensandoci adesso posso dire che in un certo senso è stata la nostra scuola. Una scuola molto dura, dove rischi di pagare ogni errore a duro prezzo, ma dalla quale abbiamo entrambi imparato tantissimo sulla Patagonia, sulle spedizioni, sull’organizzazione e sul potere della mente.                                      

Una volta conclusasi nel 2013 questa grande avventura, insieme anche a Luca Schiera (nostro compagno nell’ultimo e decisivo anno di tentativi), le strade mie e di Berna si sono un po’ divise: da parte mia ho cercato di cavalcare l’onda del successo per dedicarmi ad altre spedizioni e sfide alpinistiche, mentre Berna negli ultimi anni si è dedicato di più al suo lavoro da Guida Alpina.

L’anno scorso poi, a metà gennaio 2016, ancora una volta dopo tre anni di tentativi, sono riuscito a venire a capo di quello che è stata per me un’altra grande sfida, ovvero la prima ripetizione in stile alpino della via aperta da Casimiro Ferrari e Vittorio Meles nel 1976 sull’immensa parete est del Fitz Roy. Ancora oggi per eleganza della linea e difficoltà tecniche, ritengo questa una delle vie più impegnative e di maggiore soddisfazione mai salite nella mia carriera. In quell’occasione ho potuto contare su un altro compagno eccezionale: David Bacci, amico ormai da lungo tempo e compagno di diverse avventure, la cui crescita dal punto di vista alpinistico negli ultimi anni è stata esponenziale e la sua stagione Patagonia 2016 ne è stata la testimonianza, dal momento che alla sua prima esperienza in Sud America si è portato a casa, oltre alla via dei Ragni al Fitz Roy, pure la via dei Ragni al Cerro Torre e il “red pillar” all’Aguja Mermoz!

In arrampicata sulla parete est del Cerro Murallón

Guardando nei suoi occhi potevo chiaramente vedere la “sete di avventura”, e così decisi di parlargli del Cerro Murallón. A febbraio 2016 approfittammo di una meteo poco propizia per arrampicare, per raccogliere tutte le informazioni possibili su questa montagna e grazie all’aiuto di Rolando Garibotti e soprattutto di Alberto del Castillo, riuscimmo a organizzare una ricognizione durante la quale giungemmo fino al ghiacciaio sotto la parete. Nonostante il Cerro Murallón si trovi in linea d’aria solo a un centinaio di chilometri da Cerro Torre e Fitz Roy, l’isolamento e l’ingaggio ambientale offerto da questa montagna è radicalmente diverso da quello che si può trovare in qualsiasi scalata nel massiccio di “El Chaltén”: qui ti trovi nel bel mezzo dello Hielo Continental, letteralmente fuori dal mondo e, appunto, non esiste un paese come punto di appoggio. Per questo motivo, unito alle difficoltà tecniche e alle lunghe distanze, io e David pensammo fin da subito che tre sarebbe stato il numero di persone ideale per una spedizione del genere. E fu così che un bel cerchio si chiuse: chiamai Berna per chiedergli se fosse ancora interessato a scalare il Cerro Murallón e lui reagì subito con grande entusiasmo. Si vedeva che la sete di avventura era tornata (o forse non se n’era mai andata?) anche dentro di lui. In un grande progetto come questo, quando hai il team giusto sei già a metà dell’opera e parti avvantaggiato, e questo era uno dei migliori team che potessi immaginare per scalare il Cerro Murallón! La spedizione del 2017 però non iniziò sotto i migliori auspici… David, Berna ed io ci incontrammo a Calafate il 10 gennaio (David reduce da un lungo viaggio in bici da Ushuaia con la sua ragazza) e le previsioni del tempo non lasciavano molte speranze: l’andamento della stagione era disastroso, con una bassa pressione costante, nessuna finestra di bel tempo nell’ultimo mese e nessuna in vista per le successive due o tre settimane. Nonostante ciò il morale del nostro gruppo era alto, e dopo aver comprato tutto il cibo necessario a El Calafate e risolte le questioni burocratiche con i permessi del parco, siamo subito riusciti a prendere la barca che, da Punta Banderas, conduce all’Estancia Cristina, posta sulla sponda settentrionale del Lago Argentino. Da qui abbiamo caricato tutto il materiale su una jeep fino al rifugio Upsala e quindi abbiamo iniziato i trasporti a piedi fino al rifugio Pascale. Questa piccola scatola di legno e lamiera, che si trova in un posto stupendo, in mezzo a laghetti glaciali e massi erratici e con una fantastica vista proprio sulla parete est del Cerro Murallón (della quale però si può godere solo nelle rare giornate in cui la montagna non è avvolta dalle nuvole) è stata la nostra casa per le successive quattro settimane.

David Bacci impegnato in una sezione di dry tooling sulla parte finale della parete est del Cerro Murallón. Foto: Matteo Della Bordella.

I primi giorni di spedizione sono passati abbastanza veloci, dal momento che eravamo sempre impegnati nei trasporti di materiale, ma già al 15 gennaio avevamo tutto il necessario al rifugio Pascale e non ci restava che attendere il momento buono per avvicinarci alla parete, scegliere una linea da seguire e possibilmente attaccarla. Non avevamo fatto ancora i conti però con la meteo patagonica, quest’anno particolarmente severa, e così il gioco dell’attesa si prolungava di giorno in giorno e di settimana in settimana. Per fortuna intorno al rifugio Pascale c’erano diversi sassi sui quali fare bouldering, che in una spedizione è senza dubbio uno dei migliori modi per mantenersi in forma ed allo stesso tempo divertirsi. Ogni due giorni chiamavamo il nostro amico Dezza (Maurizio De Zaiacomo) per conoscere le previsioni del tempo ed il responso era sempre lo stesso “per i prossimi 4/5 giorni tempo brutto, precipitazioni e vento forte”. E così i giorni pian piano passavano, ma in tutta onestà io non ero affatto preoccupato. Una delle cose che sia io che Berna avevamo imparato dall’esperienza della Egger era sicuramente quella di gestire le attese, in più qui al rifugio Pascale ce la passavamo molto meglio rispetto a quando eravamo rinchiusi in una grotta di ghiaccio sotto la Egger. Insomma, il morale del gruppo era sempre alto ed eravamo tutti e tre fiduciosi dell’arrivo di una finestra, seppur corta, ma di tempo clemente, per fare almeno un tentativo concreto di scalare il Murallón. Finalmente a circa tre settimane dal nostro arrivo in Patagonia, sembrava che qualcosa nel tempo stesse per cambiare: nonostante le condizioni fossero ancora brutte si intravedeva la possibilità di una finestra di bel tempo nella prima settimana di febbraio.

Matteo Della Bordella, al risveglio dopo il bivacco, la mattina del secondo giorno, mentre osserva preoccupato le nuvole che iniziano ad addensarsi all’orizzonte. Foto: Matteo Bernasconi.

1 febbraio. Partiamo dal rifugio Pascale, attraverso il ghiacciaio Upsala, in direzione del Cerro Murallón. Con noi abbiamo attrezzatura di vario tipo e cibo per circa una settimana. Nelle scorse tre settimane non abbiamo avuto praticamente mai la possibilità di vedere e studiare la parete, e quindi non sappiamo bene cosa aspettarci dal punto di vista delle condizioni. Siamo aperti a diverse opzioni: la prima è quella di ripetere la via del 1984, di Casimiro Ferrari, Paolo Vitali e Carlo Aldè, che per eleganza, logica ed estetica, è senza dubbio la linea più bella ed attraente su questa montagna. La seconda è quella di tentare l’ancora inviolata parete est: una parete di 1000 metri di roccia e ghiaccio, che riserva tante incognite, ma che sul piano teorico, dopo tanto brutto tempo, dovrebbe essere in condizioni favorevoli per una salita di misto moderno. Ci sarebbe anche una terza opzione che è quella di tentare di aprire una nuova via sull’imponente parete nord-ovest, dove c’è anche la via aperta nel 2006 dai tedeschi Stefan Glowacz e Robert Jasper: tuttavia quest’ultima possibilità viene subito accantonata dal momento che le fessure sembrano piene di ghiaccio e la finestra di bel tempo troppo corta per buttarsi su una parete del genere. Molti alpinisti potrebbero pensare che in un luogo così remoto e con così tante possibilità per nuove linee sia logico tentare una via nuova piuttosto che ripeterne una esistente. Per noi non era esattamente così: è vero che la prospettiva di una via nuova verso l’ignoto ci attirava moltissimo, ma d’altronde la linea di Casimiro, Carlo e Paolo era così bella, così elegante e così carica di fascino, che anche solo il tentativo di ripeterla sarebbe stato per noi una cosa grandiosa! Quella stessa sera arriviamo a preparare un campo avanzato sulla morena sopra il Ghiacciaio Murallón, circa un’ora e mezza prima della parete. Decidiamo di fermarci qui, pensando sia un luogo riparato dal vento: tuttavia, ancora mentre stiamo montando la tenda, la tempesta incalza e il vento forte ci rompe un palo e il telo esterno.

2 febbraio. Il tempo è ancora brutto, e decidiamo quindi di aspettare tutto il giorno chiusi in tenda.

3 febbraio. Siamo fiduciosi in un miglioramento del tempo: il vento si è calmato, tuttavia le nuvole continuano a essere dense e piove. Alle 3 di pomeriggio smette di piovere e ne approfittiamo per preparare il materiale e muoverci in direzione della parete, sperando in una definitiva schiarita che ci permetta almeno di vedere la parete e studiare una linea da salire prima di essere sotto. Dal momento che di fatto la parete però non siamo ancora riusciti a vederla, dobbiamo fare una scelta “al buio” del materiale da portare solo sulla base della logica e dell’istinto. Dopo aver valutato tutti insieme i pro e i contro di ogni scelta, propendiamo per il tentare una nuova via sull’inviolata parete est: fondamentali per la decisione saranno il fatto che la roccia sembra piuttosto ghiacciata e il fatto che la finestra di bel tempo promessaci da Dezza pare si stia accorciando sempre di più e non dia grandi garanzie. Ci sono ancora tante incognite intorno a questa parete est: “Come saranno le condizioni?” “Ci sarà del bel ghiaccio o solo neve inconsistente?” “Che linea dovremmo seguire?” “Come sarà l’avvicinamento alla parete?” “In caso di bel tempo, l’arrivo del sole non renderà la parete pericolosa per via delle scariche?”.

Quella notte bivacchiamo sul ghiacciaio Murallón, esattamente sotto lo spigolo nord-est salito trentatré anni prima da Casimiro, Carlo e Paolo, in un’atmosfera un po’ surreale per la Patagonia: il vento è totalmente assente, ma le montagne sono avvolte nelle nuvole e sul ghiacciaio c’è come una strana foschia.

4 febbraio. La sveglia suona alle 3.30, ma le montagne ancora non si vedono e decidiamo quindi di posticipare l’uscita dai sacchipiuma. Alle 4.15 non ne posso più di questa snervante attesa ed esco a preparare la colazione. Alle 5, come in una favola, le nuvole si dissolvono e il cielo si apre con una stellata fantastica; vediamo in lontananza le prime luci del giorno e capiamo che è l’alba di una giornata spettacolare. Non c’è tempo da perdere perché sappiamo bene tutti e tre che questo tempo magnifico ha le ore contate. Così ci avviamo verso il canale, che, passando sotto un gigantesco seracco, conduce verso la parete est del Murallón. Finalmente abbiamo anche un attimo di tempo per vedere la parete e studiare una linea da seguire, per lo meno nella prima parte, dal momento che la seconda parte ormai non la vediamo più essendo già troppo sotto.

In vetta al Cerro Murallón

Alle 7.30 ci leghiamo e inizia la vera scalata. David attacca il primo tiro e conduce con sicurezza da primo i primi sei tiri che seguono una bella lingua di ghiaccio, incassata in una goulotte, che parte un po’ appoggiata per poi diventare più ripida. Gli ultimi due tiri prima della spalla nevosa si rivelano difficili, sempre verticali e con brevi sezioni strapiombanti: io e Berna seguiamo David da secondi, arrampicando con gli zaini pesanti e la fatica sulle braccia si fa sentire in questo tipo di terreno. Verso mezzogiorno sbuchiamo sulla spalla nevosa e siamo accolti da un caldo e potente sole. La temperatura si è alzata in modo drastico e siamo un po’ indecisi su cosa fare. Ci riuniamo un momento e valutiamo le opzioni che abbiamo: dal momento che il caldo sta, lentamente ma inesorabilmente, sciogliendo tutte le colonne e lingue ghiacciate che avevamo visto dal basso e vediamo in diversi punti neve e detriti cadere dalla parete, una delle possibilità che abbiamo è quella di aspettare che la parete vada in ombra per continuare la scalata con condizioni più sicure. Tuttavia questa opzione non mi convince più di tanto, dal momento che significherebbe aspettare almeno quattro ore fermi; quattro ore che potrebbero essere fondamentali per la riuscita della salita. Mi offro così di proseguire verso l’alto, direttamente sopra la spalla nevosa, in quella che ci pare una porzione di parete riparata dalle scariche. L’ultima volta che avevo usato le piccozze per scalare qualcosa di impegnativo era stato molto tempo fa e la mia esperienza di arrampicata su terreno misto non è certo paragonabile a quella che ho sulla roccia, ma d’altronde… da qualche parte bisogna pure iniziare! E in più mi piace l’idea di ingaggiarmi su terreni che sono un po’ al di fuori della mia cosiddetta “zona di comfort”. Così pian piano mi faccio strada verso l’alto, tra roccia e neve e quel poco di ghiaccio cotto dal sole; qualche volta uso le piccozze, altre preferisco prendere semplicemente gli appigli con le mani. È una scalata che richiede attenzione e concentrazione, ma che mi fa sentire abbastanza a mio agio e mi fa pure divertire! Dopo quattro lunghi tiri, che nel frattempo ci hanno permesso di guadagnare circa 200 metri di parete, il sole gira dietro lo spigolo nord-est e la parete va in ombra. Potevo vedere che il tiro successivo seguiva una ripida colata di ghiaccio e così ho pensato che era giunto il momento di cedere il comando a Berna, che su questo terreno si muove senza dubbio in modo più efficiente e veloce di me. Berna prende così il comando della cordata e con un buon ritmo prosegue verso l’alto, tra lingue ghiacciate e rocce. Superiamo così altri 300 metri e verso sera arriviamo su una scomoda cengia nevosa, alla base della ripida parete finale alta circa 200 metri. Vista l’ora ormai tarda decidiamo di studiare una linea da salire il giorno successivo e poi preparare il bivacco per la notte. Dopo un traverso di 60 metri verso sinistra iniziamo a intagliare una piazzola nella neve dove poterci sdraiare tutti e tre. In circa un’ora ricaviamo un bivacco a 5 stelle perfettamente piatto e, dopo una veloce cena, ci sistemiamo per la notte. Tutto sembra perfetto fino a quando una valanga di neve proveniente dall’alto ci investe in pieno: sono terrorizzato dal momento che mi sono anche tolto il casco per essere più comodo, ma per fortuna non mi succede nulla, a parte il restare ricoperto da 20 cm di neve; Berna invece non è fortunato come me e la slavina gli rompe il materassino!

5 febbraio. La notte passa lentamente e ci svegliamo con le prime luci dell’alba. Ci accorgiamo subito che qualcosa nel tempo sta cambiando: essendo su una parete est dovremmo ricevere subito i raggi del sole, tuttavia le nuvole all’orizzonte si stanno addensando e il sole non arriva, sentiamo anche le prime folate di vento. Alle 7 è David ad attaccare il primo tiro della parte finale della via. Sono due tiri impegnativi, verticali e strapiombanti su ghiaccio sottile e roccia da salire in dry tooling. Nei successivi due tiri la parete poi si abbatte un po’ e pensiamo che sia fatta fino a quando non giungiamo sotto un ultimo muro finale, che seppur alto solo 40 metri è strapiombante e certo non sembra per nulla facile. Il tempo nel frattempo sta peggiorando a vista d’occhio: arrivano le prime folate di vento forte e il nevischio. A questo punto, David, che è al comando della cordata, prende in mano la situazione e attacca senza indugi l’imponente muro finale. Sono momenti concitati: l’arrampicata è molto delicata e difficile, ma bisogna fare presto perché il brutto tempo ormai è sopra di noi. David si muove in modo efficiente e con grande audacia, arriva alla fine della parete, allestisce una sosta ed io e Berna risaliamo le corde più veloci che possiamo.

Matteo Bernasconi, Matteo Della Bordella e David Bacci, da poco in tenda, esausti ma contenti e soddisfatti per la prestigiosa prima salita della parete est al Cerro Murallón, sulla quale in stile alpino hanno aperto la via El valor del miedo. Foto Archivio: Ragni di Lecco.

È l’una di pomeriggio e siamo tutti e tre insieme a sbucare sulla cresta sommitale; camminiamo fino alla cima, circa 300 metri più avanti. Non c’è troppo tempo per i festeggiamenti e dobbiamo prendere una decisione difficile: scendere in doppia dalla parete appena salita con solo 2 corde, 4 chiodi, una serie di friend e una di nut e un vento che si sta alzando di ora in ora, oppure tentare una discesa sullo sconosciuto per noi versante ovest della montagna?

Avevamo letto sul sito di Rolando Garibotti che scendere dal versante ovest doveva essere poco più di una camminata e così propendiamo per questa seconda possibilità. Iniziamo a scendere, ma qui le distanze sono sempre molto più grandi di quello che ti aspetti. Pensiamo che abbassarci di quota sia comunque una cosa positiva, ma ben presto la visibilità si riduce ulteriormente e ci troviamo a vagare nella nebbia in un labirinto di seracchi. Sappiamo che nel 1984 anche Casimiro, Carlo e Paolo arrivarono in cima con il brutto tempo e tentarono la nostra stessa discesa sul versante ovest; loro non riuscirono a trovarla e dopo un giorno passato a girovagare nella tempesta sul plateau sommitale in cima al Murallón e un ulteriore bivacco decisero di scendere in doppia dalla via appena salita. Questo pensiero, unito al fatto che non abbiamo idea di dove stiamo andando, ci preoccupa parecchio. La neve inizia a cadere fitta e per un momento penso che l’unica soluzione ragionevole sia quella di scavare una buca nella neve e mettersi ad aspettare che il tempo migliori. Mentre tutti e tre pensiamo al peggio, una schiarita temporanea ci permette di vedere il ghiacciaio Cono sotto di noi. Purtroppo, tra noi e quest’ultimo ci sono un seracco alto circa 100 metri e un lungo sperone roccioso. Berna in modo ottimistico esclama “Ragazzi, tre doppie e siamo sul ghiacciaio!” e così decidiamo di provare a scendere e raggiungerlo. Iniziamo le calate su abalakov (detta anche clessidra artificiale, un ancoraggio a forma di V scavato nel ghiaccio, molto diffuso perché è facile da preparare, all’interno del quale si fa passare un cordino o una fettuccia, che poi viene legato in modo da formare un anello. Fu inventato dal “padre” dell’alpinismo sovietico, Vitalij Mikhajlovich Abalakov, autore di importanti imprese alpinistiche negli anni ’30, NdR) direttamente dal seracco e dopo due doppie su ghiaccio raggiungiamo la roccia. Attrezziamo ulteriori ancoraggi per corde doppie e circa un paio d’ore dopo aver iniziato a calarci mettiamo i piedi sul ghiacciaio Cono. Le tre doppie di Berna si sono rivelate poi dieci o undici, e quando ci voltiamo per vedere da dove siamo scesi, pensiamo che se avessimo visto prima il seracco da sotto mai e poi mai ci saremmo calati da lì. Ma non importa. Quello che conta adesso è essere giù e andare avanti, perché i problemi non sono certo finiti, siamo bagnati e infreddoliti e il ghiacciaio sembra un infinito labirinto di crepacci, nel quale la stanchezza e la fretta non devono indurci a commettere errori. Iniziamo così a procedere a tentativi verso il basso.

A volte ci infiliamo in un “vicolo cieco”, e dobbiamo tornare indietro per trovare la strada migliore tra i crepacci, ciononostante lentamente, ma inesorabilmente procediamo verso il basso. Sono le 10 di sera passate quando finalmente raggiungiamo la parte bassa del ghiacciaio Cono, stiamo scendendo nella bufera ormai da quasi dieci ore, abbiamo freddo e fame, siamo bagnati fradici, esausti e non vediamo l’ora di fermarci, ma non possiamo fare altro che continuare a camminare se vogliamo mantenere un po’ di calore corporeo. A un certo punto, come in un sogno, nel bel mezzo del ghiacciaio ci appaiono due giganteschi blocchi di roccia, con la faccia riparata dal vento perfettamente strapiombante! In quel momento è veramente il regalo più bello che potessimo ricevere, è una manna dal cielo, per noi è come un albergo a 5 stelle dove possiamo riscaldarci, passare la notte e recuperare un po’ di energie. Avendo programmato solo due giorni di salita, ci rimane pochissimo cibo, ma guardiamo la cartina e vediamo che la nostra tenda dovrebbe essere distante solo 25 km e valutiamo di poter essere lì il giorno successivo in 8-10 ore.

6 febbraio. Facciamo colazione con una delle ultime barrette rimaste, ci re-infiliamo gli scarponi fradici e iniziamo la lunga marcia. Ancora una volta il ghiacciaio Cono ci obbliga a continui su e giù tra le sue gigantesche vele di ghiaccio e poi ancora a infinite salite e discese per instabili morene. Solo per arrivare alla confluenza con il ghiacciaio Upsala impieghiamo 8 ore. Per fortuna però il ghiacciaio Upsala e il ghiacciaio Murallón ci offrono un terreno un po’ migliore per camminare e 13 ore dopo aver lasciato il nostro ultimo bivacco siamo finalmente di ritorno alla tenda! Il giorno successivo torniamo alla base del Murallón per recuperare un saccone con del materiale che avevamo depositato in quanto inutile ai fini della salita, quindi torniamo al rifugio Pascale e il 10 febbraio facciamo finalmente rientro all’Estancia Cristina e quindi a El Calafate.

Cosa posso dire per concludere? Tra le mie salite patagoniche, non è stata questa la più difficile (come il Fitz Roy), non è stata nemmeno la più sofferta e conquistata (come la Torre Egger) ma è stata senza dubbio la più avventurosa. Personalmente era la prima volta che mi muovevo in puro stile alpino con materiale ed equipaggiamento ridotto al minimo su una parete così grande e impegnativa, in un luogo così selvaggio ed esposto alle intemperie. Per tutta la salita e per tutta la spedizione mi sono sentito letteralmente fuori dal mondo, come un navigante verso l’ignoto senza mai la certezza di cosa potessi trovare. Il nome della via El valor del miedo, che tecnicamente si riassume con i numeri di 90°+/M6/A2 spalmati su 1000 metri di parete, si traduce come “il valore della paura” e deriva dall’omonimo libro, scritto dal capitano dell’aviazione Argentina, Luis Mario Olezza, il quale negli anni ’60 atterrò per primo con il suo aereo sul ghiacciaio Upsala, come preparazione a un futuro atterraggio in Antartide e fu anche uno dei primi nel suo libro a descrivere le vertiginose pareti del Cerro Murallón.

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Cerro Murallón: “El valor del miedo” ultima modifica: 2017-07-19T05:20:31+02:00 da GognaBlog

3 pensieri su “Cerro Murallón: “El valor del miedo””

  1. 3
    Giancarlo Venturini says:

    Ho seguito..questa Impresa..! In vero stile Alpino , è nello stile e nella
    Storia dei Ragni…queste grandi, scalate…! Saluti..G.C.

  2. 2
    Alberto Benassi says:

    “Per tutta la salita e per tutta la spedizione mi sono sentito letteralmente fuori dal mondo, come un navigante verso l’ignoto senza mai la certezza di cosa potessi trovare. ”

    Che dire: INVIDIABILE

  3. 1
    Fabio Bertoncelli says:

    Qualcuno sosteneva che l’alpinismo è finito…

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