Che cazzo c’entra Loredana Berté?

Che cazzo c’entra Loredana Berté?
di Luca Visentini
(già pubblicato in Il paese, di Luca Visentini, Luca Visentini Editore)

Mi chiama Gogna da Levanto a Cimolais e mi dice che laggiù si sta rompendo le scatole e mi domanda se per caso ho in programma delle scalate quassù nelle Dolomiti. Gogna che s’interessa ai miei programmi? Gli rispondo di sì, che l’indomani salgo in Civetta con due amici per tre o quattro giornate. Mi chiede allora se ci può raggiungere. Gogna che vuole accompagnarsi a noialtri? Alessandro Gogna, il Felice Gimondi o il Keith Richards dell’alpinismo, una leggenda vivente a spasso per i monti con me e i Ragazzacci? Ne sono soprattutto lusingato, però la faccenda un tantino mi preoccupa. Non già per la nostra, inevitabile, brutta figura. Ché in lui prevale l’uomo sulla competizione, la ricerca sull’esibizione. È che lo so “preciso”, mentre noi azzecchiamo talvolta qualche cima e per lo più siamo votati all’anarchia. Comunque sia, va bene, si combina.

Luca Visentini
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L’indomani dunque c’incontriamo nella Val Corpassa. Lui arriva in piena sindrome da GPS e ha viaggiato con un congegno apposito sull’auto, un viaggio fluido, “costantemente a 120 all’ora”. Tino (Paolo Carcano) e lo Squiccia (Stefano Squicciarini) ne sono soggiogati. Saliamo al Vazzoler. Ceniamo dentro. Usciamo dal rifugio. Tino e lo Squiccia estraggono una bottiglia di grappa “Noi e voi”, la più economica, comprata per tremila lire vicino a Fiera di Primolano. Fiera di Primolano? Alessandro obietta. Ma come spiegargli al momento che non sopportiamo più quanti sull’alpe ti indicano a ogni passo un posto, che odiamo la Guséla (del Vescovà) spesso avvistabile e scontatamente additabile, che preferiamo in cammino il silenzio e abbiamo preso l’abitudine di storpiare apposta i nomi quale legittima difesa? Come raccontargli per esempio che proprio lo Squiccia nell’ultima gita scialpinistica sul Colbricón ha mandato in confusione un invadente saputello della SAT scambiando la funivia della Marmolada con la Casera Cornetto e il Passo Cereda con la Val Bosco del Belo? Gli offriamo, meglio, un sorso. Tuttavia lui si nega, affermando che sa in che modo va poi a finire. No, lo rassicuriamo, solamente un goccio a testa. Lo sa e sa pure che Tino sta per Vomitino. Svuotiamo infatti, davanti alla chiesetta, il contenuto.

Il primo giorno in montagna punto alla Torre di Pelsa. Diritto per la normale. Alessandro, invece, vorrebbe un giro prolungato e panoramico. Fotografare più rilievi dei Cantoni di Pelsa. Tino va quindi con lui, per la Croda e il Castello. La Guglia nonché il Tridente. Sempre di Pelsa. Lo Squiccia e io portiamo la corda. Alessandro ancora, ai saluti: – Non hai letto nelle relazioni pubblicate che fuorché 5 metri è soltanto un II grado di difficoltà?
– Sì, per Vincenzo Dal Bianco e Giovanni Angelini, Oscar Kelemina, Giorgio Fontanive.
Sì, senza sorprese. Arrivederci in cresta. In cresta, adesso. Lo Squiccia e io stiamo attaccando il nostro torrazzo sommitale. Sentiamo un richiamo, Alessandro è alle spalle. Ci abbranca in un lampo. Gli serve la corda per recuperare Tino. Lo Squiccia e io aspettiamo. Lo Squiccia contempla e sussurra: – Peeelsa.
– Pelsa?
– Qui tutto è Peeelsa.
– Senti, piuttosto, quando torna la corda riattacca all’istante.
Ritorna la corda. C’è il buon Tino. E c’è Alessandro: – Vorrei sapere cosa ve ne fate di una corda di cento metri?.
Lo Squiccia la riprende silenzioso. Impiega un secondo: la taglia a metà con una pietra piatta che batte sopra una pietra aguzza.
– No! No! Dicevo così per dire. E oramai, chi parte?
Guardo lo Squiccia. Lui guarda altrove, verso il cielo totale di Pelsa. Parte Alessandro. Riguardo lo Squiccia.
– Oh, è Gogna!
Su nel camino: – Che grado? È difficile?
– Più che difficile… è straaano.
Ho capito. Il quarto grado superiore dello Squiccia. Raggiungiamo Alessandro e Tino sulla vetta. Una vetta importante. Alessandro in centottanta secondi: chioda, butta la doppia, va giù per uno strapiombo. Rientriamo attraverso il Tridente. La Guglia. Il Castello e la Croda. Di Pelsa. Alessandro aiuta anche me. Alessandro: – Per carità, non vorrei offendere i loro primi salitori ma queste altre quote mi sembrano topograficamente irrilevanti.

Dalla Cima Listolade: panorama (da sinistra) su Cima Terranova, Piccola Civetta, Cima De Toni, Cima Paolina e Cima della Busazza
Dalla Cima Listolade, panorama (da sinistra) su Cima Terranova, Piccola Civetta, Cima De Toni, Cima Paolina e Cima della Busazza

Il secondo giorno saliamo tutti assieme la Cima dell’Elefante. Alessandro, in una situazione degna d’Indiana Jones, si emoziona toccando per primo con la sua mano l’estremità della proboscide. Una proboscide di 150 metri! Si affaccia a una bolgia di pilastri, d’inghiottitoi, di buchi neri. Mi avverte: – Luca, Rivelazioni Dolomitiche!
Sopra la Cima dell’Elefante, lui e Tino ripartono alla volta nuovamente della cresta. Lo Squiccia e io stiamo per inseguirli allorché li vediamo ritornare, lungo una cengia, dal canale nascosto e proposto nelle guide in commercio. Alessandro sentenzia: – Là dietro c’è un salto “invincibile”.
Tira su diritto per la Cima Listolade. Apre forse in mezz’ora una via. Più che difficile, “straaana”. I ragazzi, io medesimo, siamo oramai conquistati. Facciamo le foto. In quella di Alessandro, lo Squiccia compare a sinistra e sullo sfondo di più spalti grandiosi. Nella mia lo stesso Squiccia, rivolto alla Cima delle Mede, sta sulla destra e sembra un soldatino scomposto in due pezzi. La scavalchiamo, inoltre, la Cima delle Mede. Poi, Alessandro trova il tempo addirittura per salire con l’itinerario più impegnativo il Dente della Henrietta.

Il quarto giorno Alessandro e io, soli, visitiamo il Castello della Busazza e doppiamo il Col dei Camòrz. Mi rimprovera, io affaticato, le sigarette. Mi guida sicuro, con dolcezza e premura. Le sue figliole ne hanno fatto un pane. Ci salutiamo, in ultimo, volendoci un gran bene.

Loredana Berté
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E il terzo giorno? Piove. Siamo costretti al rifugio. Per lo Squiccia e Tino, con la birra alla spina sul banco, no problem. E per quanto mi riguarda, benché preferisca l’acquavite, idem. Adoro cazzeggiare. Fumare sul terrazzino, fermare il tempo. Alessandro, viceversa, è impaziente. Propone le carte. Giochiamo per tre, quattro, cinque lunghissime ore. Lo Squiccia, a scopone, tutte le volte che scende dichiara: – Spariglio. Anche quando è diverso. Alessandro s’innervosisce. Così che propongo a un tratto: – Se ci facessimo un bel tè?
Alessandro butta le carte sul tavolo e sbotta: – No! È troppo e tu ora me lo devi spiegare: che cazzo c’entra Loredana Berté?
Ok, io mi mangio le parole. Ho persino la erre milanese. Ma perché Tino e lo Squiccia non vengono in mio soccorso e fingono di studiare le linee di arrampicata tratteggiate sulle immagini esposte nel locale? Non staranno magari memorizzando le varie cavolate sortite in questi giorni onde usarle per degli infiniti tormentoni con Alessandro qualora diventassimo dei buoni compagni? Fortuna che nella circostanza il cielo si riapre all’improvviso e corriamo tutti fuori, dispersi nei boschi e per i pascoli di Pelsa, a fotografare.

 

Il paese (di Luca Visentini)
Recensione di Marina Morpurgo (da https://alpinesketches.blog/2011/12/05/il-paese-di-luca-visentini/)

Io so già che mi prenderò una randellata dall’autore, nonché editore, che tra poco sgranerà quei suoi occhi chiari – vagamente atterriti dal genere umano e al tempo stesso da quel genere umano profondamente attratti – chiedendosi se lo sto prendendo in giro. E invece non ho alcuna intenzione di prenderlo in giro se adesso dico in molte delle sue pagine ho ritrovato (con molta commozione, a tratti) qualcosa dell’amatissimo Luigi Meneghello.

Blasco e Marina Morpurgo
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Certo, sono storie diverse, percorsi diversi, tempi e luoghi diversi. Ma come in Meneghello ci sono i molti frammenti che si incatenano uno all’altro, il grande affetto per la piccola umanità, lo sguardo divertito – mai beffardo – capace di trovare la bellezza e la poesia anche nei gesti scardinati di quelli che a un osservatore superficiale potrebbero sembrare dei matti di paese.

Ecco, vorrei dire che questo libro – nato da una raccolta di post dai blog di Intraisass e iBorderline – è un libro pieno di poesia e di affetto. Di affetto per la gente di Cimolais (e di Erto, e di Claut, che stanno lì vicino, tra boschi e rocce), il paese friulano dal formidabile tasso alcolico dove il nostro “compilatore di guide di montagna” ha scelto di vivere. Ma anche di affetto per le donne di lungo o breve passaggio nella sua vita, numerate con numeri romani – della XIV, la gaia Antonella, per esempio sappiamo questo: “Ti osservavo da tempo e a un certo punto te lo dovevo proprio dire, a bruciapelo: “Io ti amo”. Tu mi guardasti brevemente per non sbandare e intensamente per capire se ci ero o ci facevo. E ingannandoti di brutto, ahimè ribattesti: – Ma vai a cagare!

E poi c’è, naturalmente la montagna, non quella stoica, eroica e disciplinata del Club Alpino Italiano, non quella ipertecnica e competitiva, ma la montagna picaresca, avventurosa, tragicomica e romantica della banda di amici ruvidi e generosi che per anni e anni ha aiutato “il compilatore di guide” a esplorare metro per metro le cime meno conosciute. Una montagna che è così: “Ma in tutti i casi da ogni cima riporti giù una stilla di bellezza, a mo’ di un primo bacio o di un nuovo amore, fin nel profondo. Riaffiorerà, credimi, durante l’inverno e lungo un’esistenza pure grama, forse persino sul punto della morte. Ciò può succedere inoltre sopra un valico, su una forcella. Là dove ti si svela, di colpo, l’altra parte”.

Tra le sbronze formidabili, le cadute rovinose, le scene esilaranti, si compone a poco a poco un quadro diverso, non malinconico ma profondo, che riassume in sé le molte cose che messe insieme fanno una vita: le scelte, la musica, la letteratura, il ricordo del passato e i timori per il futuro.

Come dice l’autore in copertina: “It’s only rock’n’roll”.
It’s only rock’n’roll, Luca, but I like it.

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Che cazzo c’entra Loredana Berté? ultima modifica: 2017-01-24T05:22:23+02:00 da GognaBlog

6 pensieri su “Che cazzo c’entra Loredana Berté?”

  1. 6
    Andrea Parmeggiani says:

    @Marcello: assorto… e quasi sordo!!!

  2. 5
    Alessandro Gentilini says:

    Siamo davvero d’antan.
    Leggerò il libro

  3. 4

    Genova ore 9, in un bar di giorno feriale. Chiedo un gettone. Il barista sembra assorto in altri mestieri. Sono l’unico avventore, l’osservo aspettando che mi porga il gettone telefonico che gli ho appena chiesto. Ho giá nella mano che ho in tasca le 50 lire pronte.
    Lui mette un bicchiere sul banco, sbuffando prende del ghiaccio e glielo caccia dentro. Poi aggiunge del gin e appoggia a lato una bottiglietta di acqua tonica aperta. Mi aveva preparato un gin tonic.
    Ciao.

  4. 3
    adriano campardo says:

    Veramente un bel libro, lo consiglio !

  5. 2
    Giuseppe Penotti says:

    Eh… comprato e letto a suo tempo. Godibilissimo!

  6. 1
    Andrea Parmeggiani says:

    Beh, spassoso.
    Mi è venuta voglia di leggerlo… Ma forse è il proposito dell’autore no? 😉

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