Chi legge è un pericolo pubblico


Pordenonelibri è giunto alla ventesima edizione. Ci sono stati circa 500 ospiti e centinaia di appuntamenti in 50 location cittadine. Sono numeri che personalmente mi fanno venire l’orticaria, ma preferisco l’affollamento per obiettivi culturali che per altri motivi. Non si è parlato esclusivamente di libri di montagna, anzi. Però non è mancato lo spazio per la montagna, considerato il posizionamento geografico di Pordenone.

Ciò che ha colpito è la lettura dell’inaugurazione: un testo dello spagnolo Javier Cercas, un inno alla libertà di pensiero di chi legge.
«Chi ama i libri, pensa con la sua testa» – sottolinea Cercas – «insegue i suoi sogni e sa dire di no».

Pordenone durante il Pordenonelegge

Se un qualsiasi lettore è un “pericolo pubblico”, il lettore di montagna è un pericolo pubblico al quadrato: in un mondo come quello alpinistico (che sta diventando sempre più uguale e standardizzato) leggere, dibattere, argomentare sui temi della montagna permette di costruirsi una propria “testa”, al di fuori degli stereotipi dominanti.

E chi addirittura scrive di montagna allora cos’è? Un facinoroso, un terrorista, un fuorilegge? (Carlo Crovella).

Il lettore? Un pericolo pubblico
di Javier Cercas
(Traduzione di Fabio Galimberti)
(pubblicato su Il Venerdì di Repubblica del 13 settembre 2019)

La lettura o è un piacere o non lo è.
L’espressione «let­tura obbligatoria» rappre­senta un ossimoro, come «matrimonio felice»; l’espressione «lettura edonica» è un pleonasmo.

E’ chiaro che oltre a essere un piacere, la lettura è molte altre cose, per esempio un modo per vivere di più, in maniera più ricca, complessa e intensa, un modo per impossessarsi completamente della propria esistenza.

Javier Cercas

O come minimo, lo strumento migliore che conosca per tentare di farlo.

Non è un caso che proprio di questo parlino alcuni dei romanzi migliori che siano mai stati scritti, a cominciare dal Don Chisciotte, forse il migliore in assoluto.

Il protagonista di questo sba­lorditivo romanzo – il cui vero nome non è Don Chisciotte, ma Alonso Qui­jano, soprannominato nel suo paesino «il Buono» – è prima di ogni altra cosa un lettore, e il suo problema non deriva, come comunemente si dice, dal fatto che confonde la realtà con la finzione (i mulini a vento con i giganti), ma dal fatto che vuole rendere la finzione re­altà, realizzarla.

Alonso Quijano è un povero hidalgo che ha passato la vita rinchiuso fra quattro mura nel suo pa­esino, leggendo libri di cavalleria, im­maginandosi come un cavaliere erran­te che lotta per le cause più nobili e difende donzelle indifese.

Ma quando arriva ai cinquant’anni, quest’uomo dice a se stesso che adesso basta, che è finita, che d’ora in avanti vivrà veramente le avventure che ha sognato, e pertanto si inventa un cavaliere errante, pomposamente e ridicolmente chiamato Don Chisciotte della Mancia, e va nel mondo per vivere veramente quello che prima aveva vissuto solo attraverso i libri.

Più o meno la stessa cosa succede a Emma Bovary.

Come Alon­so Quijano, anche Emma è una lettrice avida, insaziabile e i suoi libri di caval­leria sono i romanzi romantici, che le fanno concepire il progetto insensato di trasformarsi lei stessa, un’insignifi­cante donnetta della provincia france­se, sposata senza amore con un uomo tanto insignificante quanto lei, in un’e­roina romantica, esattamente come Alonso Quijano si trasforma nell’eroico Don Chisciotte.

Insomma, Alonso Qui­jano ed Emma Bovary sono, in un certo senso, due lettori ideali.

In ogni caso due emblemi perfetti del lettore, e i ro­manzi di cui entrambi sono protagoni­sti contengono altrettante appassiona­te esortazioni a intraprendere l’avven­tura più arrischiata, rivoluzionaria e pericolosa che ci sia: l’avventura di vivere una vita piena, che sia all’altez­za dei nostri sogni più dissennati, dei nostri desideri più profondi.

Alla luce di questo, si può capire perché, molti secoli prima di Cervantes e di Flaubert, Platone volesse espellere i poeti dalla sua repubblica ideale, e perché, da Pla­tone in qua, tanti tiranni, inquisitori, commissari politici e persone di mentalità totalitaria abbiano cercato di mettere in guardia contro i pericoli della letteratura in generale e del romanzo in particolare.

Hanno perfettamente ragione: un uomo o una donna con un buon libro in mano sono un pericolo pubblico, una bomba a orologeria semovente, una persona che può pensare con la sua testa, un potenziale insubordinato, una donna o un uomo capaci di dire no quando tutti intor­no a loro dicono sì, come fanno, in mo­do radicale, Alonso Quijano ed Emma Bovary.

Essendo fatta di parole ribelli, la letteratura autentica rappresenta sempre un pericolo per il potere, per qualunque potere, che ha bisogno di cittadini sottomessi, acritici e ubbi­dienti, sempre pronti a rispettare i suoi dettami: e per questo, in forma più o meno esplicita o sottile, il potere aspi­ra sempre a controllarla.

È strano che ancora non l’abbiano proibita.

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Chi legge è un pericolo pubblico ultima modifica: 2019-11-21T04:03:40+01:00 da Totem&Tabù

2 pensieri su “Chi legge è un pericolo pubblico”

  1. 2
    Paolo Panzeri says:

    Chi non legge è convinto di sapere….. difatti non legge.
    Chi legge è convinto di non sapere ….. difatti continua a leggere.
    In Italia si pubblicano circa 50 libri al giorno: non so chi li legga.
    Non vi sono dei pericoli evidenti 🙂 

  2. 1
    Paolo Gallese says:

    Non hanno bisogno di proibirla. Le creano il vuoto intorno, le creano false priorità di vita che la relegano in un ritaglio di tempo. Le tolgono il tempo con un ricco e variegato nulla.
    Non c’è bisogno dì proibirla.

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