Chiavi buttate o chiavi in mano?

Si dice spesso (qualche volta anche loro lo fanno) che i “giovani” se ne fregano del passato, che sono disattenti quando ci sono in giro buoni consigli, che se ne fottono del futuro, che amano ciondolare e oziare senza costrutto in un apatico presente, insomma che “un tempo” era tutto diverso.

L’esempio di questi giovani (dei quali si può leggere qui sotto) contraddice in pieno quello che è davvero solo un luogo comune: è un peccato però che questi giovani siano tutti e solo francesi… ma non disperiamo.

Un appello di giovani
a cura di Le collectif des jeunes grimpeurs et alpinistes
da http://appel-des-jeunes.blogspot.fr/p/blog-page_19.html

Lo sviluppo del materiale e delle tecniche d’arrampicata e d’alpinismo ci offre oggi un ventaglio assai ricco di discipline: in sala, sul boulder, in falesia, in montagna; su roccia, su misto, su “dry”, su cascata di ghiaccio; su protezioni fisse o amovibili. Ma i nostri terreni di gioco non sono trattati come un bene comune. Sono soffocati dal peso culturale del periodo “spit ovunque”, che non tiene affatto conto della realtà e della pluralità delle nostre discipline. Sorgono numerosi conflitti di attrezzatura. Sta ormai a noi, giovani climber e alpinisti, il definire collettivamente una moderna visione delle nostre discipline e di definire gli strumenti di larga concertazione, per permettere una gestione collettiva dello spazio in comune alle nostre discipline.

Annot

La recente evoluzione    
L’esame dei luoghi delle nostre discipline mostra che la minor frequentazione dell’alta montagna a “vantaggio” della media montagna e, ancor più, delle zone urbane o periferiche, non risulta, come certi anziani hanno pensato, dalla mancanza di vie “chiavi in mano”. Al contrario…

Lo spit, apparso all’inizio sulle falesie di bassa quota, poi sulle grandi vie e poi perfino in alta montagna, ha innegabilmente contribuito allo sviluppo dell’arrampicata e dell’alpinismo. Ribaltando il rapporto con il “volo” e la caduta in arrampicata sportiva, ha permesso un aumento di livello tecnico di cui però oggi usufruiscono tutte le discipline. Permettendo la protezione su zone di roccia compatta e priva di fessure, ha aperto nuovi terreni di gioco. Sono stati realizzati dei magnifici nuovi itinerari e le possibilità di scalate si sono moltiplicate. Così, l’apertura di Jean-Michel Cambon nel 1984 di L’épinard hallucinogène sulla parete sud della Meije ha conosciuto un gran successo di ripetizioni. Come quella, due anni dopo, di Aurore Nucléaire al Pic sans Nom, che ha riportato alla frequentazione un settore assai selvaggio e trascurato del Glacier Noir.

Eppure oggi l’attrattività di queste vie chiavi in mano d’alta montagna vacilla. I dati raccolti tramite il custode del refuge du Promontoire sono assai chiari al riguardo. In questi ultimi dieci anni, il numero dei pernottamenti al rifugio è aumentato regolarmente. Circa l’85% delle prenotazioni è motivato da una scalata o da un’ascensione alpinistica, ma di questo solo il 6% riguarda vie attrezzate. Così, a dispetto di idee preconcette, il numero di cordate che percorrono itinerari poco o per nulla attrezzati è in crescita.

Se lasciamo l’ambiente d’alta montagna per esaminare la pratica della scalata in Verdon, si constata da una parte l’emergere di vie chiavi in mano su pareti satelliti, tipo Félines, che mietono grande successo e dall’altra parte si osserva la crescita d’interesse per vie “faro” come ULA, che ha conosciuto più fasi d’attrezzatura.

Alla sua apertura questa via contava qualche chiodo. Le ripetizioni si sono infittite quando l’uso dei blocchetti da incastro si è diffusa e ne ha parzialmente ridotto l’ingaggio.

In seguito è stata parzialmente riattrezzata con infissi alle soste e nei punti in cui erano stati piantati i chiodi in apertura, per conservarne il carattere. Le ripetizioni sono rimaste tante. All’inizio degli anni ’90 è stata completamente attrezzata, rendendo necessario l’uso di protezioni amovibili solo per le cordate di livello appena sufficiente. Ed è interessante constatare che proprio allora la frequentazione si è ridotta! Si potrebbe pensare che, visto che la via era comunque a spit, tanto valeva per molti scegliere altre vie più recenti che richiedono una gestualità di movimento meno “antica”. Un fatto significativo si è prodotto nel 2011, quando la via è stata disattrezzata, lasciando inalterata l’attrezzatura del primo intervento parziale. L’iniziativa ha provocato numerose reazioni, soprattutto la “profezia” per la quale quell’atto élitario avrebbe necessariamente fatto precipitare il numero delle ripetizioni. Mentre, al contrario, ULA ha ricuperato in fretta la sua popolarità e la sua frequentazione: sbarazzatasi della concorrenza delle vie “chiavi in mano”, questa via ha ritrovato l’attrazione delle vie trad a protezioni amovibili.

Arrampicata trad ad Annot

Nel caso delle discipline peri-urbane, per noi non è importante mettere in discussione il modo in cui intere falesie sono state attrezzate a spit, cosa che non avrebbe potuto essere altrimenti. Preferiamo piuttosto parlare di un luogo che è particolarmente rivelatore delle tendenze attuali: Annot. In questo sito sono concentrate in un campo abbastanza ridotto (non più di 30’ di cammino) vie brevi su spit, vie brevi trad con soste preparate e vari boulder. Annot, frutto della visione di qualche locale estraneo alle varie federazioni, è un esempio di coabitazione delle varie discipline. E’ anche la prova dell’interesse contemporaneo per una scalata senza spit. Basta una breve visita d’autunno o primavera per sperimentare la bellezza delle fessure non attrezzate, per le quali spesso bisogna spettare il proprio turno proprio come sulle vie attrezzate e più classiche. La frequentazione delle vie a spit di Annot è molto inferiore: eppure si tratta di vie bellissime!

Terminiamo con la pratica invernale di misto e cascate di ghiaccio. All’inizio erano ben pochi gli appassionati che vi si dedicavano, in alcuni casi si contavano sulle dita di una mano: oggi sono molte le cordate che le salgono, con una preferenza per quelle che vanno prima in condizioni, a inizio stagione. E in più ci sono le nuove aperture nei paraggi, segno che questa disciplina è nettamente in aumento.

Due fenomeni significativi
Diciamo subito che questi esempi dimostrano che trasformare a chiavi in mano quelle vie in media o alta montagna che hanno fatto i nostri vecchi non è necessariamente il buon sistema per aumentare la frequentazione degli itinerari. Non solo non aumenta il numero dei praticanti, ma addirittura l’attrezzatura di vie già esistenti e fattibili in trad può far diminuire la frequentazione. Gli esempi di Annot e delle vie invernali dimostrano al contrario che gli itinerari privi di attrezzatura sono attraenti.

E poi aggiungiamo che l’aumento di frequentazione più forte si registra in ambiente urbano e peri-urbano, nelle sale e in falesia.

Arrampicata trad ad Annot

Le ragioni di quest’evoluzione
Si possono elencare più ragioni di quest’evoluzione.

L’aumento del numero di praticanti dell’arrampicata sportiva nelle sale di scalata e sui monotiri non si spiega unicamente con la sicurezza della scalata su spit, perché allora si assisterebbe all’aumento anche su vie attrezzate chiavi in mano d’alta montagna. Occorre considerare un altro fattore: la scalata in ambiente urbano o peri-urbano elimina gli ostacoli pratici o logistici inerenti all’alpinismo e alla scalata in ambiente alpino (meteo, stagione, trasporto, tempo necessario per fare la via, investimento in materiale, ecc.). Se l’utilizzo dello spit ha provocato un rinnovamento e una redistribuzione delle discipline di montagna, oggi questa spinta diminuisce. Non corrisponde più alla pratica moderna. Così, all’epoca dell’apertura, L’épinard hallucinogène rappresentava una vera sfida per un “alpinista medio” e un innalzamento di livello tecnico delle scalate alla Meije. Oggi, con l’ulteriore progresso del livello di scalata, questo tipo di via non risponde più a quella motivazione. La creazione di un’abbondante offerta di vie (molto) tecniche e (molto) estetiche in ambiente peri-urbano e mezza montagna vi risponde meglio.

L’evoluzione del materiale (friend, nut, stopper, ecc.) ha permesso l’emergere di vie di livello superiore poco o non attrezzate che si possono percorrere senza eccessiva “esposizione”. Mitchka (parete sud del Grand Pic de la Meije) e le vie di Michel Piola del Monte Bianco ne sono l’esempio perfetto. Il successo importante di queste vie è testimone dell’interesse per questo tipo di itinerari. Si constata inoltre una frequentazione sostenuta degli itinerari classici tipo la via di Pierre Allain sulla parete sud della Meije, che, dopo tutti questi anni, conserva il suo fascino. Ed è anche interessante constatare che la via chiave in mano in alta montagna è senz’altro meno ricercata delle classiche non attrezzate.

Queste osservazioni portano a rivedere il ruolo dello spit nello sviluppo delle discipline d’alpinismo e arrampicata. Se è un vettore di sviluppo nelle discipline da sala e monotiri, non lo è più per le pratiche di media e alta montagna.

I giovani praticanti scalata e alpinismo
Per comprendere l’evoluzione delle pratiche bisogna anche prendere in considerazione i giovani praticanti scalata e alpinismo.

E’ una constatazione facile da fare se si chiacchiera un po’ con i climber/alpinisti di passaggio per esempio al refuge du Promontoire: fanno parte anche della maggioranza di tanti altri luoghi di scalata “chiavi in mano” come Presles, scialpinisti, scalatori di cascate di ghiaccio, climber da sala. 
Si constata la stessa cosa al di fuori dell’ambiente d’alta montagna con scalatori che praticano sia in sala che sulle grandi vie e su terreno d’avventura, come per esempio a Sainte-Victoire o in Calanques. Insomma, gente che fa diverse cose.

Arrampicata sportiva (su spit) ad Annot

Un’altra cosa che si può dire della nostra generazione di giovani scalatori e alpinisti è che cerchiamo di ridare un senso all’avventura.

I nostri vecchi, dopo aver conquistato le cime, le creste, i pilastri e le pareti, le dirette e le direttissime, poi fatto tutto questo in alta quota, a ogni generazione hanno sempre decretato “la morte dell’avventura”. Questo vuole dire dimenticare che in realtà l’alpinismo è reinventare continuamente l’avventura!

Oggi, con l’evoluzione del materiale, abbiamo anche la possibilità d’aprire o di scalare in libera itinerari belli su protezioni amovibili. La leggerezza di questo materiale apre possibilità di concatenamenti che hanno limite solo nella mancanza d’immaginazione o di tempo disponibile.

Oggi noi, la nuova generazione, reinventiamo l’avventura nella prossimità, come illustrato nel progetto Alpine line di Yann Borgnet e Yoann Joly.

Urgenza della concertazione tra le discipline
Ogni anno si assiste, sui siti internet o sulle riviste, a discussioni molto accese tra i difensori del “tutto a spit” e quelli del “senza spit”. Queste discussioni non fanno progredire il dibattito. Lo scopo non dev’essere quello di “far trionfare” una forma di scalata o di alpinismo a spese di un’altra, ma al contrario quello di far coesistere intelligentemente delle pratiche che si completano e si arricchiscono a vicenda.

Dispiace quindi lamentare l’assenza dilagante di concertazione in luoghi come la Chartreuse, dove la scalata chiavi in mano ha sopraffatto il territorio delle vie classiche parzialmente attrezzate a chiodi, in particolare quelle più facili, cioè quelle che servono per imparare.

In compenso possiamo registrare lodevoli iniziative di concertazione come quelle della convention équipement del Parc National des Écrins, la charte escalade di Sainte-Victoire o ancora quella della gestione del sito di Annot. In questi luoghi infatti, a dispetto di qualche tensione residua, un sistema condiviso di gestione permette di conservare un equilibrio tra le diverse discipline. E quindi anche il buon umore di tutti.

Giova ricordare che anche in altri luoghi non francesi esistono documenti condivisi: in Gran Bretagna, in Costa Blanca, Croazia, Gran Sasso e Dolomiti, per esempio.

Il Vallon des Étançons è esempio perfetto della coabitazione tra le pratiche e del successo della convenzione per la scalata nel Parc National des Écrins.
A La Bérarde si trovano subito i posti da monotiro. Un po’ più in alto, si può fare scalata su grandi vie chiavi in mano, in prossimità della Tête de la Maye e sui contrafforti del Replat. Si può, in giornata o dal refuge du Chatelleret, arrampicare su vie poco attrezzate vicino al Pilier Candau (Gandolière) o alla Tête Sud du Replat. La scalata più selvaggia e impegnativa si ha sulla parete sud della Meije (Allain, Chapoutot, Dibona, …), con l’alpinismo classico (Aigle, SSW des Cavales, Gény), sul misto (Z en face N, Pavé) o su neve (SE et NE del Râteau).

Se c’è un posto che illustra positivamente la pluralità delle discipline praticate è proprio questo.

Il Vallon des Étançons dalla Tête de la Maye

A noi giovani scalatori e alpinisti piacerebbe formulare un’intesa tra le discipline al fine di ridare a ciascuna di esse uno spazio d’espressione. In particolare ci sembra urgente:
– cessare la distruzione degli itinerari di scalata tradizionale che si ha con le attrezzature chiavi in mano;
– restituire alla scalate poco (o non) attrezzate il loro stato di terreno d’iniziazione all’alpinismo e di progressivo apprendimento, al fine che i principianti non si debbano trovare a debuttare direttamente su vie difficili o dal complicato accesso;
– lasciare spazi vergini nei quali la nostra generazione e quelle a venire possano esprimersi.

Forti di queste convinzioni siamo disponibili a organizzare un meeting con i seguenti obiettivi:
– fare dei giovani alpinisti e scalatori il motore della promozione della diversità delle discipline e della concertazione tra di esse;
– riunire quanti più praticanti indipendentemente dalla loro specialità;
– riaffermare che alpinismo e arrampicata sono in forme diverse che però sono unite dalla continuità, dalla scalata indoor fino alle grandi pareti alpine;
– costruire l’ossatura di un’intesa al fine di preservare il terreno comune dell’arrampicata e dell’alpinismo, a tutti i livelli e in tutte le forme.

Questo meeting, organizzato a Grenoble, sarà l’occasione per diffondere questo primo testo sulle problematiche centrali nell’ambito di un rinnovamento delle pratiche di alpinismo e di scalata:
– fino a che punto si deve pretendere e dove si deve rinunciare?
– come articolare le differenze che compongono queste pratiche diverse al fine di garantire un terreno di gioco gestito come bene comune, con un posto per ciascuno a seconda delle sue capacità e delle sue preferenze?
– occorre cambiare il nostro modo di attrezzare, al fine di ridare spazio alle pratiche che necessitano di poca o nessuna attrezzatura sulle falesie di una o più lunghezze?
– Un misto di pratiche e di attrezzature nei siti di scalata è possibile? Ce lo dobbiamo augurare?
– come possiamo garantire alle future generazioni terreni in cui si possano esprimere, con speciale riguardo alle aperture di vie nuove o al percorso di itinerari lasciati selvaggi (nessuna attrezzatura e poche informazioni?

Il meeting si concluderà con la stesura condivisa di un “manifesto” che abbia come obiettivo la promozione più incisiva di questa iniziativa e il sostegno per realizzare l’intesa a tutti gli stadi.

Grazie a tutti coloro che, attraverso le varie discussioni, hanno partecipato all’elaborazione di questo appello.

 

Invitiamo calorosamente tutti gli interessati e motivati a questa iniziativa a firmare questo testo e a unirci a noi per preparare il meeting di Grenoble.
Toi aussi deviens co-signataire de cet appel !

I firmatari iniziali dell’appello sono:
Robin Bonnet, Christophe Dumarest, Camille Caparros, Jeanne Cohendet, Vincent Gasset, Thomas Borgraeve, Aurélien Bessot, Camille Vasseur, Maxime Luiggi, Vincent Robine, Anne-Gaëlle Dacre-Wright, Marie Couliou, Gwenn Thibault, Nicolas Beaudrot, Joana Escobet, Clotilde Foyard, Rafael Wehrmeister Padilha, Pierrick Bouvier, Nicolas Gay, Guilhem Jamond,  Elin Beckers, Anaïs Hanus, Rémy Soulié, Lucile Nicolotto, Alexandre Salvadori, Vincent Bostoen, Guillaume Chevrier, Nicolas Vrigneaud, Martin Gascuel, Nicholas Armstrong, Mathilde Triquigneaux, Axel Desvignes, Sylvain Charaud, Victorien Vedrine, Thomas Ruhier, Etienne Lobelson, François Gouy, Nicolas Gamby, David Lavie, Rozenn Martinoia, Jean Annequin, Paul Cluzon, Rémi Songeon, Gilles Dieumegard, Christophe Huguet.

Ci appoggiano anche i nostri “vecchi”:
Bernard Amy, Antoine Cayrol, Claude Cerruti, Jocelyn Chavy, Eric Chaxel, Manu Delprat, Rémy Duhoux, Pascal Durand, Michel “tchouky” Fauquet, Leslie Fucsko, Xavier Giraudet, Manu Ibarra, Etienne Jaillard, Bernard Lasalle, Yann Lefort, Philippe Légier, Frédi Meignan, Vincent Meirieu, Bernard Pégourié, Yves Peysson, Sebastien Prat, Christophe Raillon, Pascal Rainette, Christian Ravier, Pascal Ravier, Ghislaine Signori, Rémi Thivel, Christian Trommsdorff, Jean-Luc Vanacker, Mathieu Vincent, Eric Vola, Nicolas Watteau.

Le strutture che ci sostengono (associazioni, ecc.) per ora sono:
Cordéo (bureau des moniteurs) e Fanatic Climbing (communauté facebook).

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Chiavi buttate o chiavi in mano? ultima modifica: 2017-02-06T05:34:49+02:00 da GognaBlog

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