Chiodatura sistematica

Chiodatura sistematica
di Lorenzo Merlo e Alessandro Gogna

Lettura: spessore-weight***, impegno-effort*, disimpegno-entertainment***

Al tempo in cui Walter Bonatti e Luciano Ghigo aprirono il loro itinerario sulla parete est del Grand Capucin (dal 20 al 23 luglio 1951) si parlò di chiodatura sistematica.

Chiodatura sistematica significava concepire una salita su un terreno evidentemente richiedente un cospicuo impiego di artificiale e di relativa chiodatura massiccia. Significava posare gli occhi dove prima non c’era niente di percorribile. Da un punto di vista storico è stata una novità.

Fino ad allora i passi e i tratti in artificiale erano liberamente impiegati ed eticamente irrilevanti. Ci furono anni infatti, in cui la stessa scala delle difficoltà gradava VI+ i tratti poi divenuti A1. Solo più tardi l’artificiale divenne proprietaria di una sua scala.

La nuova concezione di chiodatura sistematica nelle Occidentali ebbe seguito relativo: imprese come la Ovest dei Dru di Magnone e compagni o lo Spigolo Bonatti ne sono le sole espressioni. A causa di un impiego esclusivo di materiali da fessura, chiodi e cunei (sebbene non proprio esclusivo per Magnone) sono ancora da considerare salite tradizionali.

La parete est del Grand Capucin. La linea arancio disegna la via Bonatti-Ghigo (1951). Il segmento rosso individua il percorso della variante diretta percorsa da Bonatti (con Camillo Barzaghi) in un precedente tentativo alla parete, 24 luglio 1950.

Nelle Dolomiti, terreno roccioso di certo più sfavorevole alla chiodatura sistematica (fessure meno regolari e molto meno continue), si ebbero, in quegli stessi anni ‘50, imprese come il Diedro della Su Alto, che all’artificiale concedeva molto, più o meno accanto ad altre come la Philipp al Civetta che invece all’artificiale concedeva pochissimo.

Per avere un esempio di chiodatura sistematica orientale, si dovette attendere dapprima la Maestri alla Roda di Vael, 1960, poi l’apertura di Italia ’61 da parte di Bepi De Francesch. Si noterà che questi due itinerari, a parità di quantità di chiodi, in realtà differiscono enormemente dalla Bonatti al Grand Capucin. Mentre questa è una scala di chiodi e cunei normali, i secondi sono scale di chiodi a pressione.

La grande novità seguente, e forse in qualche modo introdotta involontariamente dalla visione di Bonatti al Capucin, fu dunque il chiodo a pressione che, nientemeno, poteva permettere di collegare fessure passando sui ponti lisci delle placche altrimenti inchiodabili ed eccessivamente superiori al talento del salitore. Di più, permetteva un tracciato completamente a goccia d’acqua (vedi le successive Concilio Vaticano II e la via dei Colibrì alla Nord della Grande di Lavaredo).

Walter Bonatti e Luciano Ghigo si preprano per la Est del Grand Capucin

In qualche modo perciò, c’è un filo sottile che lega la concezione di una salita con massiccio impiego di chiodatura tradizionale alle vie a goccia d’acqua, empie per l’impiego di materiali da carpenteria.

Il ridursi di salite rispettose dei punti deboli delle pareti, partecipò in quel periodo a istigare l’idea delle direttissime, delle superdirettissime e delle linee a goccia d’acqua.

Inoltre esse avevano un deciso magnetismo estetico. In qualche modo rappresentavano l’idea geometrica, ovvero la perfezione. Come rinunciarvi? Come non considerarlo una specie di passo in avanti rispetto a quelle linee arzigogolate vincolate dalle fessure. E poi, come non sentire il richiamo di andare a esplorare quelle placche che nulla o quasi avrebbero concesso con le vecchie modalità; essere i primi ad accarezzarne la pelle, ad esserne vis-à-vis?

All’epoca, i fautori delle vie a goccia d’acqua, liberi fruitori dei chiodi a pressione, erano protetti dal loro  entusiasmo e dal loro spirito, a tutti gli effetti – a loro avviso – assolutamente alpinistico.

Le superdirettissime corruppero, come mai era successo, la storia etica dell’alpinismo moderno. L’impiego dei chiodi a pressione, necessari per realizzare salite nel rispetto dell’idea della goccia d’acqua, era implicito e necessario.

Per qualcuno, più che una svolta, era una sbandata che avrebbe portato fuori dalla strada dell’alpinismo. Quel qualcuno, ebbe la prontezza e la lucidità per tenere il mezzo in careggiata. Il controsterzo si rivelò efficace.

Il più imponente dei tetti superati in direttissima sulla via Italia ’61 al Piz Ciavazes. Foto: Matteo Giglio

Messner, Cozzolino, ma anche Martini, Gogna e Dorigatti (solo per citare italiani) e certamente altri, si opposero intellettualmente e operativamente a quelle modalità di salita. Si parlò di morte dell’alpinismo in quanto con i chiodi a pressione si poteva proseguire su terreni che altrimenti avrebbero fatto recedere. Si parlò di ginnastica e circo in sostituzione all’esplorazione e all’avventura, soli cuori pulsanti dell’alpinismo doc.

Ma il cambio di rotta si deve anche all’imminente avvento del free e clean climbing. Sebbene di germe britannico, erano modalità e filosofia figlie della contestazione giovanile americana. L’Europa e l’Italia le adottò come proprie. Purtroppo del clean climbing, pugno in pancia all’inconsapevolezza ecologico-ambientale dell’epoca, rimase poco in termini spirituali. L’ulteriore imminente svolta sportiva, lo relegava ad una modalità strumentale. Fino a trasformarlo in semplice gingillo per annoiati del free-fix.

La chiodatura sistematica, forse anche perché opera di Walter Bonatti, non fu demonizzata. Aver fatto da apripista al chiodo a pressione, unico deus ex machina delle via a goccia d’acqua, fu trait d’union passato inosservato.

Con bergsoniana evoluzione creatrice, di tutto irrispettosa, le cose proseguirono — himalaysmo a parte — secondo due linee gemelle ormai adulte. La ricerca della libera e delle difficoltà.

L’himalaysmo, che potrebbe stare fuori da questo argomento, risentì a sua volta delle nuove dimensioni. Le sue gemelle ora sono quattro: alte difficoltà in quota; velocità; invernali agli 8000; stile alpino/ossigeno bandito.

Nuove scale suddividono da un po’ le modalità e i terreni di salita. Se non le mastichi tutti i giorni è facile perderne il significato e sentirsi neofiti, oppure vecchi. E come loro avere malinconia dei tempi andati, quando la chiodatura sistematica permise una delle più belle linee, su una delle più belle pareti che il sole illumina e tutti ammirano.

2
Chiodatura sistematica ultima modifica: 2018-02-02T05:48:26+00:00 da GognaBlog

12 pensieri su “Chiodatura sistematica”

  1. 12
    lorenzo merlo says:

    Merxis.

  2. 11
    Alberto Benassi says:

    “con le becche a banana di Hamish McInness.”

     

    Lorenzo, le becche a banana sono venute molto dopo . Hamisch Mcinnes ha realizzato il TERRORDACTYL attrezzo con manico dritto molto corto (forse troppo) la cui becca inclinata  a 45° era dritta, non a banana.

    Poi credo abbia anche fatto l’Hummingbird.

    “Intanto però ha mosso i cuori da sempre dimora dei miti.”

    Come diceva Motti:  “….. lo si voglia o no, è nel mito che possiamo trovare il senso del nostro esistere e la risposta ai grandi perché della vita”.

     

     

     

     

  3. 10
    lorenzo merlo says:

    Forse qualcosa si è arenato nella sabbia del mito Bonatti.
    Nel caso, l’inconveniente ha un po’ annebbiato la cornice storica dell’articolo.
    Intanto però ha mosso i cuori da sempre dimora dei miti.

    Come accennato la Est del Capucin è stata citata in merito alla questione della chiodatura sistematica per la sua valenza psicologica (superamento tabù) e storica (le gocce d’acqua/chiodi a pressione arrivano poco dopo).
    Quindi nessuno sfregio al mito, neppure tentato.

    L’accostamento voleva rendere esplicita la valenza di quella salita per ciò che è poi avvenuto nello spirito di altri alpinisti.
    Una valenza e una comunicazione subliminale, implicita nel nuovo passo di Bonatti, certamente non voluta e neppure da lui pensata.

    Tutto ciò avrebbe voluto essere contenuto nel termine trait d’union.

    In merito alla contagiosità/emulazione/messaggi subliminali, una dinamica simile la si trova, per esempio, con i ramponi, prima a dieci punte, poi con le punte frontali; con le becche a banana di Hamish McInness. Quest’ultimo, scozzese, fu provocato dal ripido terreno del Ben Nevis — le montagne di casa — a escogitare una piccozza che ne permettesse la frequentazione. In breve tutte le pareti oltre i 70° furono salite. Così come il dry tooling, che è forse più figlio dell’alpinismo misto su ghiaccio effimero di quanto non lo sia delle cascate.

    La relazione tra passione, idee, materiali e terreni lancia nuovi razzi.

    ——

    A pagina 69 de La Morte del chiodo, di Emanuele Cassarà, Zanichelli editore  1983, si legge:
    «A Bonatti che introdusse sulle Alpi la tecnica della chiodatura sistematica […]»

    È stato dunque stato ripreso un conio del famoso giornalista. Nulla di inventato.

  4. 9
    Alberto Benassi says:

    La est del Capucin è stato senza dubbio un salto di qualità e anche di quantità. L’impiego della chiodatura in modo continuato, ha permesso di salire una parete, altrimenti in quel tempo, impossibile.

    Come giustamente scrivono Alessandro e Lorenzo, fino ad allora, l’artificiale non era stato usato, in modo così massiccio. Ma si era limitato a brevi tratti, anche se risolutivi. Ma l’arrampicata libera era comunque preponderante.

    Può essere considerata la est del Capuncin la fiamma pilota, la musa ispiratrice, l’istigatrice  delle successive aggressioni a suon di chiodi a pressione delle pareti fino ad allora inacessibili?

    Potrebbe anche essere. Anche se Bonatti in tante altre salite ha dimostrato di essere un alpinista classico  a 360 gradi su tutti i terreni. Sopratutto quello dell’alta montagna . Rocciatore puro  ma anche ghiacciatore e anche grande specialista del misto.  Le sue salite sono li a dimostrarlo.

    Credo che la grande estetica della est del Capucin abbia attirato Bonatti, che ha si salito questa via con massiccio uso di chiodi. Ma l’ha fatto sempre cercando la soluzione alternativa dietro l’angolo,  senza mai forzare la via verso l’alto. E con l’impegno che difronte ad un muro compatto , o lo si aggira oppure si torna indietro.

    Se questa via è stata istigatrice, lo è stata nella misura in cui chi è venuto dopo ha sicuramente  travisato.

  5. 8
    Alessandro Gogna says:

    I primi salitori (vedi guida Monte Bianco di Gino Buscaini) impiegarono 160 chiodi. Togli una decina di chiodi di sosta, ne rimangono 150. Togli altri 10 chiodi per 4 tiri sicuramente in libera, rimangono 140 chiodi per otto lunghezze, circa 17,5 chiodi a lunghezza, ovviamente in media. Se consideri che, in media, una lunghezza di corda è di 30 metri di sviluppo, abbiamo un chiodo ogni 1, 7 metri di arrampicata. Questo è il rapporto che ti dicevo.

    7 febbraio 2018, ore 15.27

  6. 7
    Ulisse Carlino says:
    Capisco quanto dici  e, mi trovo più in accordo con le tue idee, se pur non ancora appieno.
    Nelle pagine da me prima citate Walter racconta che per il superamento della via, sono stati impiegati una quarantina di chiodi da roccia di cui una ventina persi o lasciati in parete per le doppie, non so in cosa consista il rapporto lunghezza via/chiodi impiegati, quali siano i massimi e i minimi per poter definire una chiodatura sistematica oppure no, se sarai gentile da chiarirmi questo aspetto te ne sarò ulteriormente grato.
    In ogni caso, non posso che confermare la mia fiducia di lettore nella tua professionalità.

    7 febbraio 2018, ore 12.55

  7. 6
    Alessandro Gogna says:

    Caro Ulisse, ti rispondo a spron battuto.
    Intanto grazie per le belle parole che usi nel confronto del mio blog.
    Quanto a Bonatti, posso assicurarti che io sono cresciuto alpinisticamente leggendo TUTTI i suoi libri, e che non esiste alpinista che io ammiri di più.
    Venendo all’articolo “Chiodatura sistematica”, in nessun modo vuole essere una “detrazione” di Bonatti, anzi. Mi dispiace che tu abbia frainteso. Quell’impresa fu comunque un’impresa fantastica, ma il numero di dislivello della via diviso per il numero di chiodi usato dà un rapporto completamente differente da quelli delle salite fino a quel momento (anni Trenta e anni Quaranta) fatte, tale da giustificare la definizione di “chiodatura sistematica”. Non c’è nulla di male in questo, nulla di denigratorio.

    7 febbraio 2018, ore 12.13

  8. 5
    Ulisse Carlino says:

    Sono, o almeno credo di essere, un’attento lettore di questo blog, inquanto appassionato d’alpinismo li trovo molto interessanti.
    E’ anche vero che per quanto riguarda la pratica dell’alpinismo sono effettivamente un neofita, ma ho dalla mia parte una grande spinta emotiva che mi fa apprezzare l’alpinismo in quasi tutte le sue forme.
    Dico quasi perchè oggi giorno, a mio avviso, si stanno affermando interpretazioni dell’alpinismo alquanto deplorevoli le quali non fanno altro che minare i presupposti moralmente costruttivi e avventurosi che offre tale pratica. Volendo fare un’esempio, la cosidetta “chiodatura sistematica” che lei tratta nel suo articolo credo proprio che rientri in quanto detto.
    Ecco che vengo al dunque, in uno dei suoi articoli intitolato “chiodatura sistematica” lei parla, appunto della chiodatura sistematica riferendosi a Walter Bonatti, per mia sfortuna, in quanto nato nel 1997, non ho avuto la possibilità di ammirare le sue imprese, ma, fortunatamente, Bonatti, oltre che essere stato un grande alpinista è stato un altrettanto grande scrittore, apprezzo tutti i suoi scritti, ho letto molta della sua bibliografia (sia libri che articoli giornalistici).
    Difatto Walter Bonatti è per me un fuoco che alimenta la spinta emotiva di cui sopra ho parlato, trovo che sia stato uno dei massimi interpreti della corretta pratica alpinistica.
    Come immagino lei abbia gia capito, per quanto abbia sempre trovato molto interessanti i suoi articoli, devo dissentire da quanto da lei affermato in tale articolo, la motivzione è semplicemente che l’alpinismo di Walter Bonatti NON prevedeva la chiodatura sistematica, le prove che potrei fornire in merito prolungherebbero troppo questa mail che Lei gia molto gentilmente lei sta leggendo, ma le potrà trovare tutte in un libro di Walter Bonatti: “Montagne di una vita” edito da rizzoli, precisamente da pagina 31 a pagina 45.
    Sono convinto che nella libreria di un esperto in materia come lei questo libro sia sicuramente presente, allora la invito a rileggere quelle pagine e, magari, a tornare sui suoi passi per (come dice Walter) non far parte della schiera di detrattori alle sue imprese.
    Lungi da me l’idea che Walter Bonatti sia il super uomo dell’alpinismo, Walter Bonatti era un’uomo come tanti altri, ma senz’altro uno dei massimi interpreti dell’ Alpinismo con la “A” maiuscola.

    7 febbraio 2018 ore 12.03

  9. 4
    lorenzo merlo says:

    Ciao Alberto.

    La licenza del richiamo alla chiodatura sistematica — così qualcuno la intitolò — per poi proseguire citando le vie a goccia d’acqua, ovvero l’impiego indiscriminato di chiodi a pressione e di terreni altrimenti inscalabili, sta tutto in una parola di questa frase:

    Aver fatto da apripista al chiodo a pressione, unico deus ex machina delle via a goccia d’acqua, fu trait d’union passato inosservato.

    La parola è trait d’union.

    Essa da sola è gia ampiamente sufficiente a scagionare Bonatti dalla responsabilità di aver indicato il chiodo a pressione come prosieguo della sua opera.

    Responsabilità che nessuno gli ha mai attribuito, né voluto attribuire, inclusi Alessando e il sottoscritto.

    Quindi il legame tra l’epoca delle superdirettissime e la Est al Capucin è solo storico e psicologico.

    È esclusivamente relativo al fatto che solo dalla chiodatura sistematica in poi si sono presi in considerazione operativa terreni che fino ad allora erano stati guardati con impotenza.

    La salita di Bonatti-Ghigo ha perciò semplicemente comportato un aggiornamento del tabù.

    A quel punto, per qualcuno è scattato il trait d’union.

    Ha guardato nuovamente le pareti che non gli avevano mai concesso speranza, si è messo bulino e chiodi a pressione in tasca e ha fatto il resto.

  10. 3
    Alberto Benassi says:

    Alessandro, capisco quello che vuoi dire. Ma per me, la differenza tra chiodare una fessura mettendo un chiodo dopo l’altro  e  chiodare una placca compatta  forando la roccia, la differenza è abissale.  La scelta personale, i limiti che ti poni, la concezione che hai per la scalata, diverse da una persona ad un’altra, fanno la differenza.

    Altre persone, diverse da Bonatti e Ghigo,  sulla est del Capucin nonostante le fessure, avrebbero ugualmente forato invece di fare tutti quei traversi. Magari per disegnare una linea più diretta, oppure per mancanza di intuito .

    Mi sembra di aver letto che nelle ripetizioni sono stati usati più chiodi rispetto alla prima. Si può dunque supporre che Bonatti e Ghigo abbiano fatto, durante l’apertura, più libera che  nelle ripetizioni.

    Ma queste sono solo supposizioni.

  11. 2
    Alessandro Gogna says:

    Alberto, fare da apripista non significa mescolarsi con ciò che viene dopo. Lungi da me e Lorenzo pensare che le due cose possano essere mescolate. Scendere un pendio innevato a neve fresca in un bosco e lasciare una traccia non è come seguire quella traccia con il gatto delle nevi. Di fatto però il gatto delle nevi ha seguito quella traccia. Seguire una serie di fessure e chiodarla sistematicamente è stato solo il passo storico precedente al voler fare le pareti a scale di chiodi.

  12. 1
    Alberto Benassi says:

    “La chiodatura sistematica, forse anche perché opera di Walter Bonatti, non fu demonizzata. Aver fatto da apripista al chiodo a pressione, unico deus ex machina delle via a goccia d’acqua, fu trait d’union passato inosservato.”

    Non credo proprio che la est del Capucin abbia fatto da apripista alla vie a goccia d’acqua.

    E’ si una via con chiodatura sistematica, anche se le ripetizioni hanno sicuramente aumentato la chiodatura, rispetto a quella usata nell’apertura. Ma non è una via a goccia d’acqua.  A parte il non uso del chiodo a pressione, sempre rifiutato da Bonatti. Lo stesso tracciato della via lo dice: un tracciato che non cerca la direttissima , ma segue una linea tortuosa, con tanti traversi,  che si adatta alla conformazione rocciosa, che cerca le fessure.

    Quindi il principio ispiratore della via è nettamente diverso dalle vie a goccia d’acqua realizzate a suon di forature su pareti o tetti altrimenti inchiodabili.

    Io ho ripetuto la Bonatti-Ghigo alla est del Capucin e l’ho trovata una via bellissima , che cerca sempre una soluzione senza forzature.

    E’ chiaro che Bonatti e Ghigo su di lì senza chiodi e cunei non ci sarebbero mai saliti, ma l’ hanno fatto con lo spirito che se avessero trovato una placca insuperabile, con i loro mezzi, non aggirabile. Prima di bucare , avrebbero rinunciato.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.