Ciao Ueli

Ciao Ueli
di Christine Kopp

Ciao Ueli.
Ripensando ai tanti incontri, colloqui, interviste e serate fatti con Ueli nei 15 anni che lo conoscevo, e rileggendo le sue parole conservate in tanti files e documenti, mi rendo conto di una cosa: Quasi sempre ho dormito male dopo aver parlato con Ueli. Un po’ perché con Ueli si beveva, nelle lunghe conversazioni, sempre troppo caffè pure troppo forte – inevitabile, se si trovano due caffeinomani (ma lui vincendo ogni volta alla grande per le quantità assorbite)…

Ma forse, mi rendo conto, soprattutto perché Ueli provocava e irritava e mi lasciava pensierosa e confusa. A partire dalla prima intervista fatta con lui 25enne, insieme a Jürg von Känel e Kurt Grütter – tre generazioni di grandi alpinisti svizzeri a confronto. E fino all’ultima serata fatta insieme il 18 novembre scorso e la lunga chiacchierata del mattino dopo a casa nostra davanti a, alla fine, tre moka enormi bevute in due. Oggi ripenso al suo cammino: dal giovane esordiente ambiziosissimo con una determinazione imparagonabile che per sopravvivere lavorava part-time in un negozio di sport a Meiringen all’uomo in un certo senso compiuto e arrivato che avevo davanti sei mesi fa: Terrò sempre a cuore questo ricordo – mi sembrava più maturo, più umano, più dolce.

Ueli Steck da solo sulla Nord dell’Eiger

Era l’Ueli uscito da anni sofferti, da un 2013 in cui sull’Everest aveva visto la morte in faccia e in cui sull’Annapurna aveva oltrepassato ogni limite umano. Due eventi che lo portavano alla depressione e insonnia, a una perdita di fiducia in tanta gente. Un po’ come Walter Bonatti dopo il K2 (un altro mio ricordo prezioso: l’incontro dei due a casa di Walter, con me traducendo a ruota libera). Ueli ha cercato aiuto nel momento più nero, ha cercato di capire e uscirne – e ci è riuscito.

Non era sempre facile sopportarlo, non piaceva a tutti – e lo sapeva bene – con la sua ricerca dichiarata della performance, del rischio, dei limiti, della meticolosità nella preparazione (incredibile la tabella di una settimana di lavoro e allenamento che conservo tra i miei documenti): Non c’era spazio per il romanticismo nella sua sete insaziabile di ambizione e prestazione senza compromessi. Ma tutto ciò lo rendeva l’alpinista geniale e visionario che era.

Ormai però non voleva neanche più piacere a tutti: Aveva capito che l’essenza era essere in sintonia con se stessi. E con le poche persone veramente vicine. Come Nicole, sua moglie: la donna forte e indipendente accanto a lui che lo lasciava fare, a condizione che lei non venisse cercata dai media o tirata dentro in qualche zuccherosa storia sulla loro vita. Nicole gli dava la calma e l’equilibrio, inoltre alla famiglia e qualche caro amico. Con lei poi tra le sue spedizioni e salite passava mesi in tutto il mondo a fare vacanze e ascensioni di cui non pubblicava niente, dallo Yosemite alla parete nord dell’Eiger allo Shivling nell’anno scorso.

I miei pensieri vanno a lei e alla famiglia. E a te, Ueli. Mi hai colpito e ispirato – al punto di passare qualche notte insonne, ancora adesso. In questi giorni berrò tanto caffè rileggendoti e ripensandoti. Buon viaggio e grazie, Ueli.

P.S. Ogni volta che incontravo Ueli, lo prendevo in giro per le sue gambe a O – le più storte del mondo… Per me è sempre stato un mistero che uno con delle gambe così poteva essere così veloce e bravo a scalare… E lui che mi rispondeva, ogni volta un po’ contrariato, che era veramente un problema…

Sullo stesso argomento:
https://www.gognablog.com/ueli-steck-padrone-del-gioco-mentale/
https://www.gognablog.com/annapurna-la-storica-salita-di-ueli-steck/

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Ciao Ueli ultima modifica: 2017-05-02T05:58:40+01:00 da GognaBlog

11 pensieri su “Ciao Ueli”

  1. 11
    Agostino Da Polenza says:

    “Addio Ueli Steck”
    Ueli Steck s’è guadagnato per la prima volta tutte le prime pagine dei quotidiani: il Corriere gli dedica una grande foto centrale nonostante la straripante mole di notizie sulle primarie del PD. Non le ottenne certo con una via nuova sull’Annapurna in 28 ore, andata e ritorno, o con il record reiterato all’Eiger, salito nel tempo durante il quale noi comuni esseri mortali ci sediamo a pranzo e ci rialziamo dopo il caffè, e tantomeno quando gli furono assegnati due Piolet d’Or.
    L’uomo dei record leggeri ma sportivamente pesantissimi, l’alpinista che dopo l’Annapurna aveva detto: “sto esagerando, devo riflettere”, e che prima di partire per questa sua traversata tra Everest e Lhotse aveva scritto: “Il mio fallimento sarà il giorno quando non tornerò più a casa”. È stato probabilmente travolto da una scarica di ghiaccio mentre si allenava sul Nuptse, la montagna dirimpettaia della parete Sud dell’Everest. Sotto quella parete passano tutti gli alpinisti che vanno all’Everest, tutti i 500 “sfigati” turisti d’alta quota e i loro accompagnatori professionisti. Bastava alzare lo sguardo per vedere il puntino Steck su quella parete, che per tutti loro rappresenterebbe un’impresa alpinistica formidabile e impossibile, ma per Ueli era un allenamento.
    Lo hanno visto cadere, lo hanno raggiunto alcuni tra gli Sherpa più bravi, con il suo compagno di quest’avventura estrema Tenji Sherpa, lo hanno recuperato e ricomposto in un sacco barella e portato in elicottero prima a Lukla e poi a Kathmandu.
    Paradossalmente il primo dei 10 alpinisti che Messner alcuni giorni fa aveva pronosticato come tributo di vite umane, in una stagione che assommava troppi pretendenti alla vetta dell’Everest, un calcolo non cinico ma semplicemente statistico, è il più forte al mondo tra gli alpinisti d’alta quota. Una follia dell’imponderabile che ancora una volta ci mette di fronte all’assurdo della vita e a qualche commento sgangherato, o forse semplicemte poco supportato da esperienza e competenza.
    Vogliamo salutare Ueli Steck con le parole di un altro alpinista, diverso ma egualmente grande, che ci ha lasciato troppo presto, Karl Unterkicher: “Siamo nati e un giorno moriremo. In mezzo c’è la vita. Io la chiamo mistero, del quale nessuno di noi ha la chiave. Siamo nelle mani di Dio… e se ci chiama dobbiamo andare. Sono cosciente che l’opinione pubblica non è del mio parere, poiché se veramente non dovessimo più ritornare, sarebbero in tanti a dire: “Cosa sono andati a cercare là? Ma chi glielo ha fatto fare?”. Una sola cosa è certa, chi non vive la montagna, non lo saprà mai! La montagna chiama”.
    Si è in bilico, come su una sottilissima cresta, tra la grandezza di uomini e imprese; il rammarico di non averli più con noi e la consapevolezza che quel loro osare supremo è stato il cemento con il quale hanno dato forza e bellezza alle loro imprese. La cantilena che contrappone un giorno del leone ai cent’anni della pecora insidia le nostre certezze, eppure sappiamo che l’umanità esiste perché è stata forgiata dai leoni e sfamata dalle pecore. Non me ne vogliano i vegani.
    Da Montagna.Tv, 1 maggio 2017, ore 15.02

  2. 10
    Agostino Da Polenza says:

    L’ultima corsa di Ueli Steck, la Swiss Machine
    Basta pronunciare quel suo nome fulmineo, Ueli Steck, per riassumere quel che ha rappresentato in questi anni per gli alpinisti e gli appassionati di montagne: la tecnica dell’arrampicata su roccia e ghiaccio portata all’estremo su grandi pareti e montagne, da salire con scioltezza, velocità, con un respiro lungo, nell’eleganza del gesto continuo che allarga gli orizzonti mentre sali verso l’alto. Persino nella comunicazione, anche quella commerciale riusciva ad essere discreto.
    Ueli, “la Swiss machine” era anche uomo di indubbia modestia nell’annunciare e nel raccontare le sue imprese, che vivono di luce propria, ma anche riflessa dalla competenza dei suoi tantissimi estimatori.
    Non starò ad elencare la formidabile serie delle sue imprese, no, non serve questa mattina, basta l’idea di quest’ultima sfida “maledetta” che stava affrontando: la traversata Everest Lhotse, pensata con la semplicità e la logica che solo un grande alpinista come lui poteva intuire per farne la propria originale via di salita del Tetto del Mondo e del suo gemello siamese il Lhotse. Un sogno accarezzato rozzamente da molti, ma che solo lui aveva trasformato in un’idea possibile e logica.
    Le sue gambe e le sue mani di acciaio, la sua determinazione e la leggerezza della sua azione, solo la montagna o il destino potevano frapporsi tra lui e il suo nuovo grande sogno. È accaduto, non sappiamo come, ma l’imponderabile ancora una volta ha avuto la meglio e ci ha riportato alla realtà dura e cruda dell’alpinismo che mantiene un’insidiosa pericolosità.
    Non vorremmo mai scrivere queste parole. Vorremmo dar retta agli ipocriti che i morti della montagna li seppellirebbero senza darne notizia, ma questa è la coda dolorosa dello sport, della passione che disperatamente amiamo.
    Non ci rimane, ancora una volta, che abbassare gli occhi di fronte alla tragedia e alla grandezza di un uomo, un alpinista che con la più grande dignità ci ha riempito di stupore per le sue imprese.
    Grazie Ueli.
    Da Montagna.Tv, 30 aprile 2017, ore 11.44

  3. 9
    Veronica Balocco says:

    Perla rara
    Diceva di sentirsi semplicemente un alpinista. Un uomo di montagna. Diceva di non seguire diete strane. Di non mangiare mai nulla di particolare prima di ogni sfida. Al massimo, quando proprio era il caso, si metteva d’impegno a perdere peso. Ma questo, diciamocelo, prima o poi lo facciamo tutti. Diceva di apprezzare la compagnia degli amici e di lasciarsi andare qualche volta a un bicchiere di vino per far festa con loro. Diceva di amare sua moglie. E di desiderare quei momenti in cui l’accompagnava su per i monti, a fare qualcosa che per lui era un’inezia. Ma che forse per lei era un’impresa.
    Chi l’ha conosciuto racconta che non aveva troppa fiducia nei giornalisti. A qualcuno decideva di credere, sì. Quelli seri. Quelli che non raccontavano quel che non esisteva. Quelli lontani da un sistema che di Ueli, e delle sue incredibili avventure, sembrava dimenticarsi troppo spesso. E allora lì, con loro, si apriva. Raccontava di sè. E spiegava quel che si portava dentro. Lo faceva con semplicità. E a chi, con insistenza, continuava a definirlo “Swiss machine” pensava un po’ con diffidenza, come se chi usava quei termini non avesse capito nulla. Nulla di lui. Di chi era davvero.
    Ueli Steck diceva di sapere bene che la montagna è sempre un rischio. E faceva di tutto per rispettare questa inferiorità. La guardava con l’occhio di chi comunque deve rendere conto a uno sponsor, la viveva nel massacro degli allenamenti, ma aveva deciso di non cedere a frizzi e lazzi commerciali. Era parte di un confronto impari, e non se lo negava. Eppure la sua, sino a quell’ultimo passo che domenica lo ha trascinato alla morte in Himalaya, è sempre rimasta la scelta di un uomo che voleva vivere la sua passione. Con coscienza. Ma anche in libertà.
    La montagna ha deciso, alla fine. E ha scelto così. Ha preferito portare via uno come noi. Uno che mangiava e beveva e passeggiava con la moglie e sorrideva agli amici. Perché? Non lo sapremo mai. Ma se è vero che a tutto c’è spiegazione, forse la vita anche qui ci insegnerà qualcosa. Che anche le più incredibili, impensabili, irreali imprese possono essere realizzate restando persone normali, ad esempio. Che la superiorità non è necessariamente sorella dell’invidia. E che la montagna può essere tranquillamente un posto nel quale vivere e lottare e sfidarsi e sudare, senza che per questo si trasformi in un inutile circo bisognoso di attenzioni.
    Ueli Steck era uno normale e uno speciale. Solo che questo secondo volto, a differenza di tanti di noi, lo mostrava solo con i fatti. E con quelle modeste parole che, ne saremo sempre grati, ci ha regalato per accompagnarci alla scoperta del suo mondo. Insegnandoci che anche l’impossibile puó diventare realtà.
    Da L’Eco di Biella, 6 maggio 2017

  4. 8
    Gabriella says:

    Sei caduto, Ueli Steck.
    Con la tua corsa leggera
    volevi salire fino in cima
    alla cima più alta del mondo
    e sei caduto,
    caduto fino in fondo
    al fondo più fondo della morte,
    della morte più pesante, più nera.

    Nessuno mai saprà
    se ti sei ribellato
    troppo
    o forse
    non abbastanza.

  5. 7
    mich says:

    Vite al limite che fanno sognare ,sempre cosi vicine al confine con la morte ma così affascinanti che diventano leggendarie….

  6. 6
    Simone says:

    Persone al limite come Bonatti ai suoi tempi ci dimostrano che il limite è spesso solo dentro di noi.
    Non c’è nulla da capire ma ammirare e ricordare un grande alpinista.
    Sono grato a Ueli per le emozioni che è riuscito a trasmettere , la passione e la meticolosa preparazione della Swiss Machine.

  7. 5
    Andrea Mancini says:

    A me piaceva a 360 gradi!!! Era il migliore!!! Io che lo avevo conosciuto ieri ho pianto come quando è morto mio padre!!!!
    Da facebook, 2 maggio 2017, ore 11.30

  8. 4

    sono con Gino! aggiungerei sommessamente e molto umilmente: prima di fare figli, smettiamo con l’estremismo e l’esposizione continua alla morte… perchè dopo non si può più vivere solamente per se stessi… ciao mitico Ueli

  9. 3
    Luca A. says:

    La speranza che voglio avere, per lui e per i suoi cari, è che sia morto inseguendo davvero un “suo” sogno, e una sfida che aveva anzitutto “dentro”, e non invece che sia stato stritolato da uno spietato gioco al rialzo in qualche modo “imposto da fuori”: dagli sponsor, dal mercato, o anche solo dal personaggio che si era costruito e che non poteva più non essere.
    R.I.P.

  10. 2
    Ezio Ramezio Ramello says:

    Avevo intuito il personaggio che era ma questo me lo fa ammirare ancor di più
    da facebook 2 maggio 2017, ore 9.05

  11. 1
    Gino says:

    Non rappresentava il tipo di alpinismo che amo, ma provavo rispetto per Ueli Steck … era la sua via, il suo modo di concepire e di vivere l’alpinismo, non voglio capirlo né tantomeno spiegarlo, sento solo di rispettarlo. Ciao Ueli.

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