Con Giusto Gervasutti sul Pilone del Frêney

Presentazione all’articolo di Paolo Bollini, di Armando Biancardi
A trent’anni dalla morte (oggi 72, NdR) di Giusto Gervasutti, avvenuta il 16 settembre 1946, la Sezione di Torino del CAI, e Scandere, desiderano ricordare agli amici il grande scomparso.
Con questo intento, viene data ripubblicazione di parte del brillante scritto di Paolo Bollini della Predosa sul Pilone di destra del Bianco dal Frêney. Diciamo “di parte” in quanto, esigenze di spazio ci impediscono di riportare anche i passi iniziali riguardanti i tentativi, l’ambientazione della salita (pure importante), il raggiungimento dell’attacco. Apparso sulla Rivista del CAI Le Alpi nel 1940-41 (n. 7-8 – pag. 197), il brano ebbe l’esatto titolo di Monte Bianco: prima ascensione per la parete sud. Questo titolo rispecchiava una realtà alpinistica che solo i tempi dovevano poi modificare profondamente. Oggi, attorno al Bianco, non esiste più ormai un solo pilone, piccolo o grande che sia, a non essere stato percorso.
L’impresa di Gervasutti e Bollini, del 13 agosto 1940, rinnovata in questi ultimi anni solo da cordate straniere, lo è stata anche per la prima volta da una cordata italiana nel 1976, quindi, a trentasei anni di distanza. La cordata in questione era composta dagli elementi di punta dell’alpinismo torinese Dino Rabbi e Roberto Bianco i quali portavano a termine la loro ripetizione in un paio di giorni, nonostante il maltempo. I due ripetitori non hanno esitato a riconoscere che si tratta di una scalata di gran classe. Quindi, al di sopra delle contestazioni, i campioni del passato vengono così ricordati nella solarità dell’azione, per le loro superbe imprese.

Con Giusto Gervasutti
di Paolo Bollini
(pubblicato anche su Scandere 1976)

Lettura: spessore-weight(1), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

Legatosi rapidamente a doppia corda, Giusto parte con un sinistro rumore di ferraglia, lasciandomi a districare una massa informe di cordame brulicante ed obbligandomi ad un faticoso inseguimento.

S’inizia una serie di passaggi non molto difficili, ma percorsi ad andatura che io giudico veramente eccessiva. Ad accentuare la mia sfavorevole impressione contribuiscono le corde sempre impigliate nelle più insignificanti sporgenze ed il peso del sacco che mi rallenta ed appesantisce i movimenti. Apprezzo quindi profondamente la gioia di potermi sdraiare su di una bella pietra al sole mentre Giusto è alle prese con una ribelle fessura, paragonata (fra uno sbuffo e l’altro) a quelle famose del Petit Dru.

Il Pilone di Destra del Frêney (chiamato anche Pilier Gervasutti) è quello a destra del più evidente e delineato Pilone Centrale

Nelle brevi soste, mentre le corde mi scorrono lentamente fra le mani, ho anche agio di constatare che la strada prescelta non ci consentirà più alcuno sconfinamento fino alla vetta. Infatti, il pilastro, come del resto tutti i suoi principali confratelli, è tagliato lateralmente come da un gigantesco colpo di scure e piomba sugli attigui canali con due salti ricoperti di ghiaccio che vietano, almeno nelle attuali condizioni, la possibilità di qualsiasi deviazione; possibilità già largamente preclusa, del resto, dal solo aspetto dei colatoi fiancheggianti.

Una placca grigio-rossa con qualche appiglio mobile ci offre un delicato ed interessante passaggio che il mio compagno supera con molta sicurezza. Poco più in alto ricorriamo a due chiodi per forzare un breve ma pronunciato strapiombo. Segue poi una strana fessura colle pareti tappezzate da uno spesso strato di roccia quarzosa che sembra offrire una scalinata comoda ed allettante. Purtroppo, dopo qualche metro mi accorgo che l’infelice conformazione degli appigli obbliga ai più delicati movimenti per non farli saltar fuori dalle loro malsicure sedi; e particolare attenzione esige l’uscita, friabilissima e strapiombante.

L’inclinazione della parete va diminuendo a mano a mano, ed a mezzogiorno il primo tratto roccioso può dirsi superato. Si sbuca su un breve pendio di ghiaccio durissimo nel quale Giusto intaglia ampi gradini coll’aiuto del martello.

Subito leviamo gli occhi in alto per vedere i nuovi ostacoli che ancora ci attendono. Abbiamo la netta sensazione che essi saranno di natura tale da appagare le nostre più accese velleità. Un gran salto rosso, nettamente strapiombante, ci sbarra completamente la via cento metri più in alto, senza svelare un sicuro punto d’attacco; un enorme placcone grigio, dall’apparenza invulnerabile, ne difende l’accesso. Di comune accordo ci fermiamo a mangiare, constatando che la vista delle difficoltà future non ha influito per nulla sul nostro invidiabile appetito. Del resto, è meglio alleggerire il più possibile i sacchi, non potendosi prevedere quando e dove ci sarà concesso il piacere di una nuova fermata.

Poco prima delle 13 ripartiamo velocemente, decisi, se possibile, ad evitare uno sgradevole bivacco. Ma presto siamo nuovamente fermi di fronte

ad imprevisti ostacoli. Gervasutti ha appena terminato di salire una breve paretina pochi metri sulla mia testa, quando lo vedo fermarsi e studiare

pensierosamente la via. Il suo rapido esame deve averlo convinto che nessun aggiramento è possibile perché lo sento raccomandarmi, contrariamente al suo solito, di assicurarlo con estrema attenzione, non essendo la possibilità di una caduta da scartarsi a priori. Posso seguire i suoi movimenti attraverso a quelli della piuma del suo cappello alpino, unica parte visibile al disopra del salto anzidetto. Lo vedo spostarsi orizzontalmente con estrema cautela. La corda scorre con una lentezza di cui non riesco ad intuire le cause. A tratti appaiono anche manico e puntale della piccozza che descrive ampi mulinelli nell’aria abbattendosi con suono smorzato. I minuti trascorrono lentamente mentre, irrigidito in una faticosa posizione, assicuro con coscienza il compagno su di una minuscola sporgenza, di valore certo puramente simbolico. Soltanto dopo un buon quarto d’ora mi giungono, insieme, un sospiro di soddisfazione e l’ordine atteso di prepararmi a partire. In due salti sono in cima alla paretina, a pochi metri di distanza da Gervasutti. Ci separa un intaglio profondissimo, cogli orli collegati dalla più alta e impressionante crestina di neve che mai abbia incontrato nelle mie peregrinazioni alpine. Strapiombante in alto, sottilissima in basso, sembrava un’onda solidificata mentre sta per abbattersi. Pareva impossibile che avesse sopportato il peso di un uomo senza sprofondare sulla sua fragile base. La percorro a cavalcioni, con le gambe penzolanti nel vuoto, concentrato nello sforzo di muovermi colla maggiore delicatezza possibile, gli occhi fissi a quell’ancora di salvezza che sono le rocce della sponda opposta, ove il caro Giusto, per fortuna in ottima posizione, tiene saldamente impugnata la corda. Ma il suo intervento non si rende necessario, che la crestina crede opportuno fornirci una seconda prova della sua insperata stabilità. Sarebbe però molto azzardato richiedergliene una terza: quindi ad ogni costo, bisogna riuscire a passare, che dietro di noi la via è chiusa.

Con una lunghezza di corda siamo alla base della placca. La solcano due larghe fessure di cui una si perde in alto, sotto un minuscolo nevaio sospeso, mentre l’altra la taglia diagonalmente in direzione dello spigolo destro. Sul gran salto, invece, l’unico punto vulnerabile si presenta all’estrema sinistra, né vediamo ancora se esista qualche possibilità di raggiungerne la base. Mi incastro in uno scomodo diedro, mentre Giusto, munitosi di tutti i chiodi disponibili, attacca con decisione la seconda fessura. Pochi passi estremamente difficili, poi l’arrampicata diventa impossibile. Bisogna ricorrere ai chiodi, cui la fessura larga e terrosa offre una sede malsicura. Per più di un’ora sono costretto ad una faticosa immobilità, mentre a perpendicolo sulla mia testa Gervasutti guadagna faticosamente quota, centimetro per centimetro. I chiodi entrano con un suono sgradevole, raramente sonoro, impedendo al capo cordata di appoggiarsi completamente sulle corde che io gli tengo in tensione. Dopo venticinque metri d’estrema ininterrotta difficoltà, Gervasutti si ferma e mi invita a raggiungerlo. Parecchi chiodi si arrendono al minimo sforzo, mentre altri mi obbligano ad un estenuante lavoro, giacché la corda, tesa diagonalmente, tende a strapparmi dalla fessura. Finalmente raggiungo il compagno, già alle prese con un altro tratto più breve, ma altrettanto impegnativo, che ci porta sull’orlo della placca. Da qui, con dieci metri di più facile arrampicata, si tocca la base della parete verticale. Il passaggio di oltre quaranta metri ci è costato quasi due ore; siamo quindi ben lieti di trovare una piccola cengia che ci consente di superare rapidamente la temuta traversata.

Sull’altissimo muro che ci sovrasta s’intaglia un camino superficiale, alto una quindicina di metri; ricco di appigli, ma così esposto e strapiombante da farmi dubitare dell’esito del tentativo. Ma senza darmi tempo di esprimere il mio pessimistico parere, Giusto lo attacca con tale decisione che un quarto d’ora e tre chiodi gli sono sufficienti per superare l’ostacolo.

Le difficoltà si susseguono senza un istante di tregua. A perpendicolo sul primo camino se ne innalza un secondo, più marcato e più liscio, coll’interno ingombro di una verticale cascata di ghiaccio e le pareti completamente rivestite da insidioso vetrato, fi mio compagno lo sale in spaccata, con movimenti cauti e sicuri, ricercando i pochi tratti di roccia scoperta di cui sfrutta abilmente i più microscopici appigli. Raggiunto poi un discreto gradino, si ferma a piantare due chiodi cui assicurarsi pel difficile tratto che segue.

Giunto il mio turno, mi slego per preparare la funicolare dei sacchi. L’operazione, delicata a causa delle piccozze sporgenti, ci costa un certo tempo e non poca fatica. Anche la corda non vuoi più saperne di ridiscendere fino a me, ma anzi, ad un ennesimo lancio, va ad incastrarsi in una bella fessura ben lontano dal mio scomodo terrazzino. I miei tentativi per liberarla segnano un netto insuccesso. Alternando abili manovre a strappi violenti, ottengo l’unico risultato di stancarmi inutilmente, perdendo minuti preziosissimi.

Eppure bisogna decidersi; un breve ritardo potrebbe costringerci senza scampo ad un bivacco che, a tutti i costi, è necessario evitare, giacché la parete, ormai completamente ghiacciata, non offre più alcun punto di sosta. Saldamente tenuto dall’alto, mi porto allora con un’aerea pendolata in un punto più favorevole donde con un energico strappo riesco a disimpegnare l’estremità della corda. Nello stesso istante, il contraccolpo mi fa sbalzare di tasca il martello che sparisce silenziosamente nell’abisso sottostante, accompagnato da una nutrita scarica delle più pittoresche imprecazioni del mio vocabolario. Con voce tremante comunico la triste notizia a Gervasutti, il quale, contro ad ogni mia attesa, l’accoglie con molta filosofia, certamente ben sapendo che questo è l’unico mezzo per non compromettere l’esito della salita e rialzarmi il morale un po’ scosso. Mi lascia quindi scivolare lungo la corda il secondo martello, invitandomi a raggiungerlo sollecitamente. Rinfrancato dalla sua olimpica calma, impugno il prezioso strumento dal quale ora dipende tutta la nostra salvezza, ed attacco il faticoso passaggio con rabbiosa energia. Impegnandomi a fondo per riguadagnare una parte del tempo perduto, in pochi minuti raggiungo il capo cordata. Ancora una lunghezza di corda su rocce più facili e siamo al termine del gran salto centrale.

La via di Gervasutti e Bollini è la numero 16

Ci appare improvvisamente il tratto finale del pilastro, finora celato dalla verticalità della parete. È un ampio crestone, dapprima facile e rotto, che più in alto si impenna in un appicco repulsivo, meno ripido ed alto dei precedenti, ma tutto corazzato da un terribile manto di ghiaccio. E ancora non abbiamo percorso i primi venti metri che già il ghiaccio ci arresta. Ci troviamo in quella zona ove tutta l’immensa parete si urta contro una fascia strapiombante che le preclude il calore del sole; ove anche i canali di neve si raddrizzano in gelide insuperabili cascate. E il vetrato riveste tutta la roccia di uno strato infido e sdrucciolevole, riempie le fessure, ricopre le placche, nasconde gli appigli e trasforma i tratti più elementari in rischiosi passaggi. Avanziamo con una lentezza esasperante, mentre già calano le prime ombre della sera. Rinunciamo a togliere qualche chiodo per affrettare la marcia. S’incomincia a tremare dal freddo. Le mani soffrono al contatto della roccia gelata che non permette di arrampicare coi guanti.

Non è possibile affrontare direttamente la parte verticale del salto. Una placca innevata che sembra offrire una facile via per aggirarlo sullo spigolo destro ci porta, invece, su di un insuperabile seguito di lastroni sfuggenti. Ridiscendiamo furiosi. Attaccheremo a sinistra, dove un canalino detritico completamente ghiacciato, terminante con un netto strapiombo, pare sbocchi sulla cresta finale. Dobbiamo impegnarci a fondo per superare senza ramponi e col solo aiuto del martello il ripidissimo pendio, sul quale poche rocce affioranti offrono provvidenziali appigli. Due lunghezze di corda ci conducono al passaggio finale, fortunatamente più mite di quanto il suo aspetto non ci facesse temere.

Finalmente, il pilastro è terminato. Soltanto più una larga cresta appiattita di roccia e neve ci separa dalla vetta, ancor alta e lontana, difesa da immense cornici diafane e rilucenti sotto l’ultimo pallidissimo raggio di sole. Il freddo è molto intenso. Ci investono in pieno le prime raffiche di vento, prodromi della bufera che ci accoglierà sulla vetta.

Mentre attendo l’ordine di partire, contemplo dal mio comodo pulpito i vertiginosi pendii che ci circondano. Tra le esili creste con cui i vari pilastri si allacciano alla cresta principale dì Brouillard, i canali di ghiaccio, liberi finalmente dalla morsa delle pareti rocciose, si allargano a forma d’immensi, ripidissimi imbuti. Penso con un brivido di terrore che sulle loro pareti dovremo aggirare quel gigantesco seracco che incombe, greve di minaccia, sulla cresta adducente alla vetta.

Di colpo, una scarica d’invettive proveniente dall’alto interrompe la mia muta contemplazione. Certamente la cresta non ha ancora svelato le sue ultime insidie: la corda infatti s’arresta, e solo dopo alcuni minuti ricomincia a scorrere con estrema lentezza. Ora il compagno è nuovamente fermo. Poi ridiscende e m’invita a raggiungerlo. In pochi salti sono vicino a lui. Dinnanzi a noi sta un’ennesima placca, alta forse una ventina di metri, solcata da una sola fessura troppo stretta per servire come via di salita ed insieme troppo larga per permettere l’impiego dei chiodi. Il primo tratto consente una difficile arrampicata su appigli piccoli e lontani, ma saldi e ben netti: poi soltanto più l’esile fessura rompe la liscia uniformità della placca, la cui uscita, nell’incerta luce del crepuscolo, appare assai problematica. L’unico mezzo per risolvere il passaggio appare quello di attaccarlo di slancio alla Dülfer, con l’assoluta certezza che, una volta impegnati, la minima esitazione od il minimo arresto riuscirebbe fatale. Il tentativo richiederebbe inoltre grande dispendio di energia senza offrire per questo una sicura garanzia di riuscita.

Ritto su microscopici appigli, mentre tasta la roccia con delicati e sicuri movimenti, Gervasutti mi comunica i suoi dubbi sulle possibilità di salita. Con convinta eloquenza mi riesce di far approvare il progetto di un sollecito ritorno con relativo aggiramento della placca sul suo versante sinistro. Sarebbe infatti spiacevole dover ricadere in pochi secondi sull’ormai lontano ghiacciaio, mentre neppure sarebbe gentile voler togliere a coloro che un giorno seguiranno le nostre orme, anche la soddisfazione di una prima variante diretta.

Ma neppure il nuovo itinerario è privo d’insidie. Dobbiamo salire un faticoso pendio ove tratti inclinati di ghiaccio vivo si alternano con placche di neve marcia e rocce sgretolate sulle quali grattano sinistramente le punte dei ramponi. Abbiamo quasi raggiunto le ultime rocce della parete. Con un vero senso di benessere posso approfittare di una breve fermata per infilarmi guantoni, passamontagna e cappuccio, giacché il vento e il freddo vanno sempre crescendo, quasi a ricordarci che stiamo per raggiungere la più alta vetta d’Europa.

Sono passate le 21 e la notte è ormai fonda. La misteriosa vita dei monti si è spenta in un silenzio di morte.

Sullo sfondo turchino del cielo compare, come ad un magico cenno, un’esile falce di luna. Sotto la sua luce spettrale, le rocce, simili ad esseri mostruosi improvvisamente pietrificati, disegnano sullo sfondo più cupo i loro profili contorti; il pendio assume inclinazioni vertiginose; il grande seracco verdazzurro sembra ingigantire in muto atto di sfida.

Un attacco frontale non è in alcun modo possibile. Il muro di ghiaccio protende verso di noi uno strapiombo così pronunciato, da incutere un senso di indefinibile terrore. Ai suoi lati, altri tratti verticali, altre cornici pericolanti difendono l’accesso al grande pianoro che ci deve condurre alla vetta. Ci fermiamo indecisi. A destra, in alto, pare di intravedere un passaggio. Per raggiungerlo si sale obliquamente in direzione d’una specie di cresta che si dovrebbe attraversare. Ma qui giunti, ci attende un’amara sorpresa: la neve, divenuta improvvisamente polverosa ed instabile, ci chiude inesorabilmente il cammino quando soltanto più pochi metri ci separavano ormai dalla méta.

Ritorniamo sui nostri passi. Prendiamo l’energica decisione di traversare orizzontalmente a sinistra, fino a trovare almeno un’apparenza di passaggio nell’ininterrotta serie di cornici strapiombanti.

14 agosto 1940. Da sinistra, Riccardo Cassin, Paolo Bollini, Giusto Gervasutti, Aldo Frattini e Molinato. Gervasutti e Bollini sono di ritorno dalla 1a ascensione del Pilone di Destra del Frêney; Cassin e gli altri sono di ritorno dalla Cresta dell’Innominata.

Ma uno sguardo ai pendii che ci attendono basta per farci rabbrividire. Sotto di noi si spalanca un imbuto senza fondo che s’inabissa con un salto terribile nell’oscurità della valle. Dobbiamo tagliarlo nella sua parte più ripida. A tratti affiora ghiaccio vivo che ci obbliga a un delicato lavoro, costituendo un insormontabile ostacolo alla penetrazione della piccozza. Ci si alterna percorrendo brevi tratti di pochi metri ciascuno, senza trascurare le ordinarie manovre di sicurezza, di cui, data la nostra posizione precaria, comprendiamo tacitamente lo scarso valore.

Così, per due interminabili lunghezze di corda: poi, finalmente, l’uscita. Sono tre metri verticali di neve che Giusto attacca con la consueta sicurezza, mentre sul mio malfermo gradino non posso far altro che attendere coi nervi tesi e la corda saldamente impugnata, pronto ad un eventuale disperato intervento. Ma l’abilità del mio compagno trionfa anche dell’ultimo ostacolo, e dopo pochi istanti possiamo stringerci la mano in segno di vittoria.

Sono quasi le 23: sulla vetta del Monte Bianco sembra che tutti i venti d’Europa si siano dati convegno per scatenarsi con folle violenza. Sulla lunga facilissima cresta che conduce alla vetta, raffiche urlanti ci colpiscono mentre nuvole di nevischio ci flagellano dolorosamente la faccia. Sembra di trovarsi in un mare in tempesta. Quando il vento ci investe alle spalle, basta non far resistenza per essere trasportati in avanti; quando l’abbiamo di fronte, sembra che una mano di ferro ci ricacci con terribile forza. Raggiungiamo la punta più alta mentre la bufera si scatena colla massima furia. A rotta di collo mi precipito dalla cresta delle Bosses che fortunatamente ho già percorso altre volte; e a mezzanotte, dopo diciotto ore di marcia quasi continua, possiamo finalmente riposare sui gelidi materassini della Capanna Vallot.

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Con Giusto Gervasutti sul Pilone del Frêney ultima modifica: 2019-04-16T05:58:55+02:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Con Giusto Gervasutti sul Pilone del Frêney”

  1. 2
    Carlo Crovella says:

    Pur non avendo conosciuto direttamente né Gervasutti né Bollini, essi sono dei personaggi talmente importanti per noi torinesi che (anche ai più giovani) sembra sempre di aver fatto gite tutti i giorni con loro.

  2. 1
    Renzo says:

    Nel 1939, avevo 13 anni, ho avuto l’onore di conoscere Gervasutti, che mi portò a fare un paio di gite con gli sci, ero avanguardista alpino…

    Nel 1945 ho avuto la fortuna di conoscere l’indimenticabile Paolo Bollini, persona umanamente eccezionale, alpinista eccellente, amico fraterno e mio maestro e amico carissimo.

    Leggere questo articolo mi ha commosso.

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