Consumiamo per produrre

Consumiamo per produrre
di Massimo Fini
(pubblicato su giornaledelribelle.com del 16 marzo 2019)

Qualcuno ci sta arrivando. Probabilmente fuori tempo massimo. Dove? A comprendere che il modello di sviluppo che abbiamo imboccato a partire dalla Rivoluzione industriale e che poi abbiamo cavalcato sempre più velocemente è sbagliato da ogni punto di vista, non solo ecologico, che è quello più intuitivo, ma economico e umano. Una direttiva Ue vuole obbligare le aziende ad “allungare la vita dei loro prodotti”. Questa misura, se davvero fosse applicata ed estesa (per ora riguarda solo gli elettrodomestici bianchi) è devastante. Va contro uno dei totem su cui si regge il nostro modello di sviluppo: “l’obsolescenza programmata del prodotto”, cioè un prodotto deve avere una vita breve, la più breve possibile, per non interrompere, ma anzi accelerare, il ritmo del consumo su cui si regge tutto il sistema. Ma il provvedimento va concettualmente molto più in là. Come nota sul Giorno Gabriele Canè “il mercato sforna sempre una serie nuova di qualunque cosa, pochi mesi dopo aver messo in vendita la precedente novità”. La cosa è particolarmente evidente nell’economia digitale dove uno smartphone di nuova generazione viene immesso sul mercato con varianti trascurabili rispetto a quello precedente per attirare l’uomo-consumatore che pressato da una pubblicità altrettanto incalzante ci casca regolarmente. Ma il concetto può essere tendenzialmente valido quasi per qualsiasi altro prodotto. Si tornerebbe così all’economia del ‘riciclo’ su cui ha vissuto, per secoli, il Medioevo europeo. Dice: questa è la legge del mercato. Certo, ma questo è proprio il meccanismo, basato sul mito delle crescite esponenziali, che ci porterà necessariamente al collasso, non tanto ecologico, perché l’uomo è un animale molto adattabile, ma economico. Inoltre sta inquinando e deteriorando da tempo la nostra esistenza.

Da questo punto la prende l’autorevole opinionista del Corriere della Sera, Galli della Loggia, in un editoriale del 7.3 “Lo sviluppo crea insicurezza”. Della Loggia la prende alla larga e con prudenza, ma in sostanza sostiene che l’uomo, nella sua ricerca affannosa di uno sviluppo sempre maggiore, si è troppo subordinato all’Economia e alla Tecnologia. Che è la mia tesi, sempre irrisa, almeno da quando pubblicai La Ragione aveva Torto? nel 1985. Abbiamo la possibilità di ricorrere a un esperimento ‘in vitro’. La Cina, che per ragioni culturali profonde che risalgono alla teoria dell’inazione cioè detto in termini molto semplicistici della non azione di Lao-Tse (Il libro della norma) si era fino a pochi decenni fa sottratta al modello di sviluppo occidentale, oggi vi è entrata con prepotenza. Ebbene, nell’odierna Cina il suicidio è la prima causa di morte fra i giovani e la terza fra gli adulti. La ‘ricchezza delle Nazioni’, per dirla con Adam Smith, non ha niente a che fare con il benessere e la qualità della vita dei suoi abitanti. Nell’Africa subsahariana, prendiamo la Nigeria, i Paesi più ricchi sono quelli che hanno il maggior numero di poveri o per meglio dire di miserabili.  Agli albori della Rivoluzione industriale Alexis de Tocqueville nel suo libro Il Pauperismo, nota, con stupore, come in Europa i Paesi che avevano imboccato per primi questa strada avessero un numero molto maggiore di poveri di quelli che erano rimasti fermi. Scrive Tocqueville: “Allorché si percorrono le diverse regioni d’Europa, si resta impressionati da uno spettacolo veramente strano, e all’apparenza inesplicabile. I paesi reputati i più miserabili sono quelli dove si conta il minor numero di indigenti, mentre tra le nazioni che tutti ammirano per la loro opulenza, una parte della popolazione è costretta, per vivere, a ricorrere all’elemosina dell’altra”. Sono cose che dovrebbero far riflettere se avessimo ancora capacità di riflessione. Ma poiché l’abbiamo perduta si continua imperterriti sulla strada di sempre: costruzione di infrastrutture sempre più pesanti e complesse, superstrade, superponti, supertrafori, il tutto per aumentare la produttività ed essere all’altezza della competizione globale. Noi dobbiamo produrre compulsivamente per poter, altrettanto compulsivamente, consumare. Peggio, le cose si sono ormai invertite: consumiamo per poter produrre. Siamo noi al servizio del meccanismo, non il contrario.Come si esce da questo automatismo infernale? Con un “ritorno graduale, limitato e ragionato, a forme di autoproduzione e autoconsumo che passano per il recupero della terra e un ridimensionamento drastico dell’apparato industriale e finanziario”. È la mia tesi, inascoltata in Italia e in Europa, ma non negli Stati Uniti i quali, essendo la punta di lancia dell’attuale modello, stanno proponendo i primi anticorpi, sia pur ancora molto di nicchia, nelle correnti di pensiero che si richiamano al bioregionalismo e al neocomunitarismo. Ma dubito molto che le nostre classi dirigenti abbiano letto non dico Lao-Tse ma almeno Alexis de Tocqueville che al pensiero occidentale appartiene.

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Consumiamo per produrre ultima modifica: 2020-01-30T04:35:25+01:00 da Totem&Tabù

9 pensieri su “Consumiamo per produrre”

  1. 9
    Giuseppe Balsamo says:

    Qualche piccola precisazione per Grazia (commento 5)
     
    Nel mio commento non ho confutato alcun “dato”, visto che l’articolo ne è completamente privo. Piuttosto ho confutato una affermazione dell’autore, inserita nel testo come un “fatto” ma senza essere supportata da alcuna prova.
    Affermazione che a me pareva del tutto inverosimile, ben prima di consultare qualunque “fonte” in merito (non solo wikipedia).
     
    Il fatto che wikipedia sia modificabile da chiunque, non implica che contenga informazioni inesatte.
    Anzi, a mio personale parere, la modifica “libera” è indice di contenuto privo di preconcetti.
    Ciò non vuol dire che wikipedia non contenga inesattezze, quindi una verifica delle fonti (wikipedia compresa) è sempre buona cosa.
    Le fonti di quanto affermato in una pagina di wikipedia sono generalmente elencate a fine pagina alla voce “References”.
    Questo in generale.
     
    Nel caso specifico delle pagine linkate nel mio commento, tali fonti sono in buona parte pubbliche e facilmente reperibili.
    Ne invito la consultazione. Come ho (parzialmente, lo ammetto – sono tante!) fatto io prima di scrivere il commento in questione.
    Fra queste appare anche il WHO, che riporta dati in linea con quanto si può trovare nelle pagine in questione.
    Per questo motivo, e perchè di più facile comprensione, le ho citate.

  2. 8
    Matteo says:

    L’auto elettrica può essere la soluzione a diversi problemi quali l’inquinamento urbano dell’aria o la crisi delle aziende automobilistiche, ma di sicuro non è la soluzione alla questione ecologica dell’inquinamento e riscaldamento globale.
    E’ del tutto evidente che produrre elettricità dal petrolio, distribuirla e usarla per muoversi ha un rendimento globale inferiore a bruciare direttamente il petrolio per farlo, ovvero, se si conta tutto, occorrono più litri di petrolio al chilometro.

  3. 7
    un climber qualsiasi says:

    Comm. 6: la Tesla mod. 3 e la C220 non sono equiparabili: della prima esistono 2 versioni, una da 351 CV e una da 462 CV, la Mercedes ha 170 CV. 
    Detto ciò, sulla questione ecco 3 link interessanti:
    https://eufactcheck.eu/factcheck/mostly-false-electric-cars-generate-higher-emissions-than-diesel-cars/
    https://attivissimo.blogspot.com/2019/12/antibufala-per-ansa-una-tesla-model-3.html
    https://onewedge.com/2018/10/31/lifecycle-ghg-emissions/?fbclid=IwAR0MSnPiHLHdTI37UPUaF3NV0cqF0xrj-fG_A9b_asmrXaK1Y8ER90c630E
     

  4. 6
    paolo says:

    Se si considera il ciclo di vita (produzione, funzionamento e smaltimento) un’auto diesel Mercedes ha un impatto ambientale che inquina il 14.7 % meno di un’auto elettrica di eguale potenza della Tesla.
    Con la tecnologia attuale la strategia dell’auto elettrica porterà a produrre molto più inquinamento di quello delle auto a combustione.
    Produzione di ulteriore energia elettrica, materiali rari per l’elettronica e batterie inquinano alla grande, ma non si dice o si legge mai.

  5. 5

    Ringrazio per l’articolo e per l’invito a ripensare al nostro stile di vita,  ben lontano dal benessere promesso con la rivoluzione industriale. 
    L’autoproduzione, gli acquisti a km zero e la riduzione degli oggetti sono certamente un passo importante verso la consapevolezza.
    Permettetemi di scrivere che per confutare dati non citerei wikipedia, le cui informazioni possono essere modificabili da chiunque. 

  6. 4
    paolo says:

    Leggevo la pubblicità del più grande produttore riciclatore di batterie a livello  mondiale.
    Ricicla ben il 4% del materiale delle batterie !!!!
    Invito a pensare a tutto ciò che usa batterie e accumulatori: pannelli solari, auto, bici, telefoni………….

  7. 3
    Fabio Bertoncelli says:

    Massimo Fini: “Se la realtà è in contrasto con il mio pensiero, tanto peggio per la realtà”  (a proposito di quanto osservato da Giuseppe nel commento 1).

  8. 2
    Giandomenico Foresti says:

    Ottimo commento.

  9. 1
    Giuseppe Balsamo says:

    Opinioni forse condivisibili ma sicuramente degne di rispetto in quanto opinioni.Peccato per la frase”nell’odierna Cina il suicidio è la prima causa di morte fra i giovani e la terza fra gli adulti. La ‘ricchezza delle Nazioni’, per dirla con Adam Smith, non ha niente a che fare con il benessere e la qualità della vita dei suoi abitanti“che doveva essere la “prova provata” (il cosiddetto esperimento “in vitro”) e invece mortifica l’intero articolo.Qual’è la fonte di questa affermazione ?Secondo Wikipedia (dati WHO, 2016) la Cina sarebbe al 103-esimo posto al mondo con un’incidenza di suicidi media di 8 su 100mila (dato del 2016).Tanto per fare un paio di confronti, l’Italia è a 142-esimo posto con 5,5 e la Francia a 48-esimo con 12,1.Vedi: https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_countries_by_suicide_rateSpecificatamente per la Cina, in questa pagina sempre di Wikipedia (fonti elencate in “references”) si analizza più in dettaglio il fenomeno, indicando un calo dell’incidenza del 58% rispetto al 1990 e individuando la causa (del calo)nella migrazione dalle aree rurali (verso aree di maggior benessere ?)Vedi: https://en.wikipedia.org/wiki/Suicide_in_China#StatisticsAltri dati sulle cause di morte in Cina aggiornati al 2017, escludono il suicidio dalle prime 10 cause di morte.Inoltre l’aspettativa di vita dal 1990 al 2017 è aumentata di 9.2 anni per le donne e 7.6 per gli uomini.Vedi: http://www.healthdata.org/chinaInfine, visto che si parla esplicitamente di giovani, qui ci sono statistiche divise per fascia di età (dati 2016):https://bmcpublichealth.biomedcentral.com/articles/10.1186/s12889-019-7163-9/figures/2Il suicidio è al 6° posto nelle fascia 0-14 e al 5° nella fascia 15-44, con incidenze relative, a me pare, piuttosto basse.Nelle fasce più “anziane” sparisce del tutto dalla “top-ten”.Insomma, per dare forza al proprio pensiero c’era proprio bisogno di fare un’affermazione di dubbia credibilità con una frase capace di parlare solo “alla pancia” di chi legge ?

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