Cos’è lo scialpinismo?

Cos’è lo scialpinismo?
di Carlo Crovella
(già pubblicato su Monti e Valli, notiziario della Sezione di Torino del CAI, caitorino.it/montievalli, il 16 novembre 2018)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

E’ arrivata la prima neve, seppure un po’ bagnata dalla pioggia: è quindi ora di attaccare le pelli di foca e partire per le prime gite di scialpinismo. Se non interverranno spiacevoli imprevisti, la stagione promette di essere lunga e gratificante.
Per alcuni questa potrebbe essere la prima stagione di scialpinismo. Prima di far ruggire i motori, è però bene fermarsi un attimo a riflettere, circondati solo dal silenzio della montagna innevata.

Foto Archivio Carlo Crovella
   

Sempre più diffuso è l’accesso allo scialpinismo come alternativa allo sci di pista, magari con una fase intermedia costituita dalla pratica di quello che oggi si chiama freeride, cioè discese in neve fresca con l’uso degli impianti. Lo sci di pista è in effetti ripetitivo a iosa e rapidamente conduce all’assenza di nuovi stimoli. Si inizia a cercare questi ultimi mettendo il naso fuori dalla piste battute, ma continuando a servirsi degli impianti di risalita. Magari per godere di una bella discesa occorre salire ad un colletto o scavalcare una cresta e ciò introduce all’uso delle pelli. Il passo successivo è darsi completamente alle gite di scialpinismo, avvicinandole grazie a combriccole di amici e, meglio ancora, iscrivendosi a Scuole e Corsi del CAI.
Chi registra questa evoluzione tende molto spesso a concepire lo scialpinismo come un’alternativa più avventurosa (e magari più economica) dello sci di pista o del free ride. In soldoni, salvo eccezioni particolari, si resta degli sciatori, principalmente interessati a divertirsi grazie alla discesa.
Non sempre è così, cioè non sempre ci si ferma a questo step, e magari si imboccano altri percorsi evolutivi, più sbilanciati verso risvolti atletici (fare tanto dislivello e/o farlo nel minor tempo possibile) o verso performance tecniche, attraverso la ricerca dei pendii ripidi.
Sono tutti approcci assolutamente legittimi. Nessuno può vietare l’accesso alle montagne o condizionarne le caratteristiche. Mi permetto però, da “vecchio zio” con oltre 50 stagioni di scialpinismo sul groppone, di illustrare alcuni elementi che rischiano di esaurire l’interesse per lo scialpinismo in un arco temporale relativamente breve.

Foto Archivio Carlo Crovella

In particolare ho notato che, negli ultimi 15-20 anni, la qualità della discesa ha assunto un’importanza sempre maggiore. Lo si evince, ad esempio, consultando le recensioni postate sugli appositi siti internet, dove uno dei parametri chiave (se non il principale) nella valutazione della gita recensita è appunto costituito dal numero di stelle attribuite alla discesa. Tante stelle: bellissima discesa, quindi bella gita, consigliabile ai lettori. Poche stelle: discesa insoddisfacente, ergo gita mediocre o addirittura brutta, sconsigliata.
Lungi da me propagandare un approccio masochistico costituito esclusivamente dalla ricerca di neve brutta! Tuttavia vorrei sottolineare che chi non supera questo modo di ragionare rischia di esaurire rapidamente il proprio interesse per lo scialpinismo.
Il fenomeno è estendibile anche agli altri approcci: ad esempio chi misura il tempo di salita (interessato alla performance atletica, magari in proiezione agonistica) ben presto arriverà a una situazione asintotica, cioè non riuscirà a concretizzare ulteriori miglioramenti di rilievo e, frustrato da ciò, rischierà di stufarsi. Analogamente chi ricerca il sempre più ripido, a un certo punto non riuscirà ad andare oltre alle pendenze raggiunte e, anche in questo caso, rischierà di stufarsi.
Insomma questi approcci (che nella realtà sono molto più sfaccettati, ma che qui, per semplicità, sono sintetizzati in alcuni archetipi) hanno un minimo comune denominatore: si basano sulla concezione che lo scialpinismo sia un semplice sport. Se la pensi così, quando perdi gli stimoli, passi con rapidità a un nuovo sport, dove la novità ti pone davanti rinnovati spazi di crescita (atletica o tecnica).

Foto Archivio Carlo Crovella

In particolare, però, stride chi non riesce a superare l’esclusiva ricerca delle “belle” discese. Al contrario lo scialpinismo, nel suo profondo, non è una semplice alternativa allo sci di pista. C’è di più, molto di più.
Mi affretto a precisare che io adoro sciare in discesa: in assoluto è la passione più intensa della mia vita, più dell’arrampicare su roccia, più del gusto della birra in gola, più di un bel libro… Di conseguenza mi piace moltissimo vivere un’intera giornata utilizzando gli impianti per concedermi lunghi percorsi sia in pista che fuori pista. Anche nelle aree super antropizzate (come in alta Val Susa), si trovano ancora discese fuori pista di parecchie centinaia di metri di dislivello. Almeno un paio di giornate all’anno le dedico a “togliermi la voglia” del puro sci.

Tuttavia il “mio” scialpinismo non è un semplice pretesto per altre discese con gli sci, ma è proprio un’altra “cosa”: è vivere la montagna nella sua veste innevata. Se io avessi fatto gite in sci esclusivamente alla ricerca di discese inebrianti, oggi sarei probabilmente molto deluso. Intendo dire che, in oltre 50 anni di ininterrotta attività, le “belle” discese coprono all’incirca il 25% del totale delle mie uscite. Spesso infatti la neve non è nelle condizioni ideali: gessosa, crostosa, ventata, ce n’è troppa o troppo poca. Poi si aggiungono le condizioni collaterali: visibilità, evoluzione meteorologica, stato di forma, umore…

Foto Archivio Carlo Crovella

Ben altre sono le motivazioni che mi hanno spinto a fare gite in sci: il silenzio dei boschi invernali, oppure l’immensità dell’alta montagna primaverile, la curiosità dell’esplorazione, l’emozione di vedere cosa c’è oltre un colle o una cresta, il vento che ti schiaffeggia il viso, il sole che ti cuoce sui ghiacciai, i pernottamenti nei rifugi incustoditi, il saper rattoppare una pelle squarciata da un sasso… insomma, lo scialpinismo è l’arrivare su una vetta e il saper tornare indietro muovendosi nell’ambito della montagna innevata con l’istinto di un animale.

Per tutti questi motivi, mi è stato mille volte rinfacciato (dai puristi delle discese) di avere una visione “alpinistica” dello scialpinismo, non nel senso che corro dietro al VI grado su roccia durante le gite in sci, ma perché della discesa complessivamente m’importa poco. Quello che m’intriga è l’andare in montagna nella sua accezione più estesa e quindi anche durante le stagioni propizie agli sci.

La montagna innevata è un immenso oceano bianco, dove le onde sono le creste cui seguono profondi valloni, tutti da esplorare. Come il marinaio, di fronte al mare, sente crescere dentro di sé il desiderio di avventura, anche io (calzando gli sci con le pelli) alzo la vela e parto…

Foto Archivio Carlo Crovella

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Cos’è lo scialpinismo? ultima modifica: 2018-12-02T05:06:07+01:00 da GognaBlog

3 pensieri su “Cos’è lo scialpinismo?”

  1. 3
    Gigi says:

    Mi piace molto la definizione che ho trovato qualche giorno fa su facebook, sul profilo di una guida alpina… “alpinismo con gli sci”, per differenziarlo dallo scialpinismo, ormai degradato a pura attività di fitness, fatto di tutine, carbonio, cronometri, zaino mini, piste battute.
    Sono giovane ma  ho ancora un’idea romantica dell’andare per monti, della comunione con la natura, della possibilità di emozionarmi vedendo uno scorcio o semplicemente vivendo quel momento, dell’andare o con un amico o niente, della consapevolezza che anche se fa brutto ed è meglio tornare in rifugio (o a casa), si impara sempre qualcosa e non è mai tempo perso. Di essere stati parte, almeno per qualche ora, di quella stessa montagna, sentirla un po’ tua  ed associarla indissolubilmente a uno stato d’animo, un odore, un sapore che hai in bocca  o un colore che indossi… Dell’aspettare chi è meno in forma, magari usando il tratto pianeggiante per lasciarsi andare ad una confidenza che ci pesa  troppo liberare in città, o fermarsi a rifiatare e bere con la scusa di una bella foto panoramica. Saranno cose banali, ma a fine giornata, quando le nostre tracce verranno coperte dal vento o da una nuova nevicata, ciò che rimane sarà quello. e non un record di dislivello.

  2. 2
    Nicolò Zuffi says:

    Per i puristi, e non solo, lo Sci-Alpinismo è un altro modo di raggiungere una vetta quando le condizioni non permettono di salire calzando semplicemente delle pedule/scarponi, con il vantaggio di scendere rapidamente a valle. Ecco perché ALPINISMO! Ormai è prevalente l’aspetto godereccio dell’impresa: dopo la fatica della salita, il piacere impagabile della discesa in neve fresca, inviolata. La sensazione di essere il primo, l’unico, protagonista di un’esperienza irripetibile. Infatti quasi sempre la scelta è in funzione delle probabili condizioni della neve, del versante più favorevole. Giustamente in vista del massimo piacere. Modernismo e consumismo hanno portato all’uso della montagna libera che esce dall’etica dell’Alpinismo, a cui non è possibile porre un freno, un limite, una regola morale. Trascrivo di seguito un mio testo preparato per altri scopi a proposito del Sentimento della Vetta.

    “Ancora più significativo é il caso di molti sci-alpinisti,tra i quali è ormai invalsa l’abitudine di concludere la salita su forcelle sia pure di un certo impegno o anticime ”sciabili” disdegnando di raggiungere le cime poste in prossimità con un ulteriore sforzo di 15/20 min. ma dovendo però dismettere i fidati attrezzi: gli sci, a volte, anzi spesso da sostituire con ramponi e piccozza.
    Si potrebbe dire che manca l’interesse a compiere l’opera se il suo compimento fosse il raggiungere la vetta. Ma il più delle volte per questo tipo di alpinisti l’opera si ritiene compiuta una volta terminata la via di arrampicata vera e propria o la parte sciabile più remunerativa.
    Questa é una scelta di fondo cosciente e deliberata che lascia poco spazio all’opportunità di far apprezzare la “gioia” della vetta, a una possibile ottimistica “rieducazione”. E’ forse uno stile di vita acquisito in una certa convulsa modernità di sfrenato consumismo e opportunismo, volto alla massima redditività con il minimo dispendio di tempo ed energie, che toglie ogni componente romantica e di intimo coinvolgimento a buona parte delle attività umane. Quello stesso atteggiamento che si manifesta negli adolescenti dei nostri giorni con la totale scomparsa dei giochi di gruppo nei cortili, nelle strade ormai perennemente interessate da un traffico convulso di automezzi, in cambio di interminabili sedute manovrando play station, game boy e computer.

    Cosa dire poi di coloro che praticano l’eliski, che la vetta la toccano solo se un elicottero (che li ha trasportati) si può posare su di essa? In questo caso parlare di “Sentimento della Vetta” mi sembra quasi una bestemmia, seppure qualche emozione, qualche stupore, un grande piacere si possa, si debba provare nell’ammirare il panorama circostante, visione ottenuta così facilmente e comodamente a pagamento e pregustando il piacere della lunga discesa su neve perfetta, senza la stanchezza accumulata durante la salita e il gioco appassionante di trovare l’itinerario migliore. Il tutto garantito da un’organizzazione efficientissima che assicura una quota giornaliera di dislivello, in proporzione alla cifra pagata, che a fine soggiorno permetterà (a pagamento) di aggiudicarsi gadget come giacche a vento, occhiali, berretti e guanti impressi come fosse un diploma con “25.000, 45.000, n-mila vertical feets”. Pur trovandoci in un “particolare, moderno Luna Park”, nel Manuale di presentazione non si trascura l’aspetto dell’Etica e impatto ambientale, coprendosi di una patina di perbenismo.
    Naturalmente c’è chi è pro e contro l’eliski. In questo manuale non vogliamo fare filosofia né cadere nelle incongruenze di chi assume posizioni estreme, ma intendiamo solo sottoporre alcuni dati oggettivi alla vostra valutazione.
    Prima di tutto occorre considerare dove si pratica l’eliski.
    Sulle Alpi esiste un livello molto alto di antropizzazione (unico al mondo) e dunque l’eliski può risultare spesso invasivo, per il disturbo agli altri frequentatori della montagna oltre che, a volte, anche agli animali.
    Alcuni paesi, come la Francia, lo hanno vietato. Molti vorrebbero vietarlo anche in Italia, ma altri sostengono che l’eliski è diventato un business importante per alcune valli e specialmente per le guide alpine che ci lavorano.
    Quindi in nome delle opportunità di guadagno per i valligiani viene mercificata un’attività sportiva, ricreativa, esplorativa in aree da sempre rimaste nella pressoché totale naturalità. In Canada, dove l’eliski è un’attività largamente diffusa e ben consolidata, gli spazi, la densità demografica, le grandi distanze, fanno si che l’impatto sull’ambiente si possa considerare tollerabile. Ma non si sa fino a quando. Forse, col tempo, anche il Sentimento della Vetta si evolverà per essere riconosciuto secondo questi nuovi parametri”.

  3. 1
    Enrico says:

    Condivido pressoché totalmente anche perché io vivo la montagna e la barca a vela circadue mesi d’estate… però penso che in una popolazione più giovane (under 40/45) queste considerazioni valgono meno, oggi i giovani vivono in un ottica competitiva anche stimolati dai mezzi di informazione…

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