Così l’Uomo Nuovo abbatte il sapere delle élite decadute

Come si è arrivati alla scissione tra classe dirigente e popolo? Perché si perde fiducia nella rappresentanza? Come la politica è arrivata al suo grado zero? Riflessioni dopo l’intervento su la Repubblica di Alessandro Baricco (vedi http://www.gognablog.com/e-ore-le-elite-si-mettano-in-gioco/)

Spessore 4, Impegno 2, Disimpegno 2

Così l’Uomo Nuovo abbatte il sapere delle élite decadute
di Ezio Mauro
(pubblicato su la Repubblica, 11 gennaio 2019)

La prima domanda, leggendo il breve saggio di Alessandro Baricco, è se possiamo vivere senza un’élite. La seconda è quanto tempo impiegheremo a considerare élite questa nuova classe di comando che ha spodestato la vecchia. E la terza, quella che conta, è dove, come e quando ha sbagliato il ceto dirigente del Paese, fino a suicidarsi nella disapprovazione generale del cosiddetto popolo ribelle. Fino a trasportare il termine élite nell’inferno delle parole dannate.
La teoria classica delle élite presuppone che sia sempre una minoranza a governare i sistemi complessi, nell’interesse generale. La massa dei governati, dunque, non può invocare il criterio di quantità per delegittimare le élite, in quanto il principio democratico della rappresentanza trasferisce ogni volta con il voto il potere dai molti ai pochi, che dovrebbero governare in nome di tutti. La guida di una società politica da parte dell’élite non è quindi di per sé in contrasto con il principio democratico, naturalmente a due condizioni: che esista una contrapposizione e una contendibilità permanente del potere, e non un blocco elitario unico, impermeabile e permanente, e che la formazione stessa dell’élite sia trasparente, aperta, dinamica, accessibile e revocabile, basata su criteri di merito riscontrabili e giudicabili dalla pubblica opinione.

Ezio Mauro

Sono esattamente i due punti-cardine del meccanismo che ha messo in crisi l’élite davanti ai cittadini. Ovviamente c’è stato nell’ultimo quinquennio un forte criterio distintivo tra forze e storie diverse all’interno del parlamento e degli altri corpi elettivi e decisionali che amministrano il Paese. Ma al di là delle appartenenze, degli schieramenti e delle tradizioni differenti, il “pensiero” – e, direi, la postura, il linguaggio, il costume, dunque l’antropologia – della classe politica nazionale è stato percepito come omogeneo, unificato, parificato, soprattutto teso a sostenere una lettura della fase che il Paese stava vivendo sostanzialmente omogenea. E nello stesso tempo, la classe dirigente italiana non è mai riuscita a diventare un vero establishment, capace di coniugare i legittimi interessi particolari con l’interesse generale, piegandosi in una serie di network autopromossi, autoriferiti, autogarantiti, capaci di perpetuarsi ma non di rigenerarsi, intrisi come sono di familismo, di corporativismo, avviluppati nei vincoli di relazione, nello scambio reciproco di garanzie.

Una bolla chiusa, dentro la quale – affinché nessuno si senta facilmente assolto – sono precipitati pezzi interi di quella società che continuiamo automaticamente a chiamare civile, vale a dire intellettuali, professori, giornalisti, imprenditori, vescovi, artisti e infine scienziati, tutti considerati portatori per quota di un privilegio elitario per aver contribuito a formare una cultura di vertice, e dunque tutti chiamati senza distinzione a rendere conto della funzione dirigente che hanno esercitato, ma più ancora – ognuno per la sua quota – dell’egemonia culturale che l’esercizio di quel potere d’influenza ha disteso sul Paese. Colpevoli per definizione, dunque, non per come hanno esercitato il potere intellettuale, ma per averlo fatto. Trattandosi non di una rivoluzione, ma comunque di un moto, la spinta di questo assalto alle élite nasce da un’emozione più che da una teoria. Potremmo definirlo il sentimento della confisca. C’è come la sensazione diffusa (non importa che sia fondata: trattandosi di un turbamento basta che agisca) di un esproprio di un pezzo di realtà, di una parte del meccanismo decisionale, di una quota di rappresentanza. Un atto abusivo, quasi un furto, comunque un’interposizione illegittima. Si potrebbe dire in termini giuridici: un abuso di posizione dominante, l’esercizio di un monopolio sull’interpretazione del reale, sulla rappresentazione del contemporaneo. Come se dal basso fosse salita improvvisamente questa denuncia: chi vi ha dato il diritto di sceneggiare il presente e di immaginare il futuro per noi?

L’élite, nel suo tempo libero dai compiti primari, in fondo fa proprio questo, e ovunque nel mondo libero: diffonde modelli di società, piega alla sua lettura la storia e la interpreta, detta le mode, fissa le consuetudini, costruisce un paesaggio indicando i libri, i film, la musica (e oggi bisogna aggiungere i cibi) da seguire, stabilisce cosa è “in” e ciò che è “out”, deposita la tela di una tradizione. Tuttavia non è una banale guida alle tendenze, ma molto di più. Col suo agire egemonico di vertice, fissa ogni giorno il metro che misura il divenire della società, disegna una razionalità del percorso collettivo indicando anche le nicchie in cui può sfogarsi l’irrazionale, costruisce cioè un’idea in continuo movimento di normalità, così come arbitra ogni effimera modernità, distinguendo tra ciò che va conservato e ciò che può essere speso, decretando fortune e oblio.

C’è un’unica cosa che l’élite non ha saputo fare: prendere la temperatura del Paese. Non ha ascoltato l’eco del Big Bang clamoroso tra la società più aperta della storia umana e la chiusura imposta dalla crisi economica più lunga del secolo. In questo, è uscita fuori dalla dialettica governanti-governati, si è separata, impegnata come spiega Baricco a proteggere se stessa dalle conseguenze della crisi. Quella dialettica si è interrotta e si è sventrata, e non producendo più uno scambio politico si è bloccata su un’altra coppia: dominanti- dominati. Ecco dove nasce la sensazione della confisca. Per elaborare la sua lettura della fase e della società, all’élite infatti non basta il comando. E questa è una buona notizia per la democrazia: occorre il consenso, una relazione costante con la cittadinanza, un dispositivo continuamente operante di riconoscimento reciproco. Sempre i classici spiegano che l’élite siede (si suppone scomoda) in cima alle tre piramidi della ricchezza, della deferenza e della sicurezza, che formano la cuspide del comando, e lo legittimano. Ma la ricchezza si è spostata tutta nel vertice della prima piramide, e l’élite non ha saputo tutelarla per tutti, e redistribuirla per molti.

Insieme, se n’è andata la sicurezza, perché la crisi attaccando il presente si mangia il futuro, arriva la paura, i fenomeni globali sono talmente ingovernabili da scavalcare il ruolo guida delle élite, svuotandolo, e diffondendo la sensazione di un mondo fuori controllo, con la politica – tutta – fuorigioco. In queste condizioni, può resistere la deferenza? Non c’è più il riconoscimento di un ruolo, per l’élite, perché salta la condivisione della sua funzione. La posizione che occupa appare quindi nuda, giustificata solo da se stessa. Appunto, una rendita di posizione. Un moderno patriziato. Un’aristocrazia dopo l’abolizione dei titoli nobiliari. Il venir meno di questa interpretazione riconosciuta e accettata del momento, da parte dell’élite, e della sua trasformazione in pensiero comune, genera il passaggio da cittadino a individuo, la solitudine repubblicana dei singoli, alimentata dall’unico sentimento collettivo superstite, il risentimento, che però per definizione si consuma in privato. Il risultato è che ognuno si sente autorizzato a pensare per sé, sciolto dai vincoli del sociale, libero non in quanto capace di esprimere al massimo le sue facoltà e i suoi diritti, ma in quanto liberato da ogni obbligazione di comunità, nei confronti degli altri. Un superstite solitario, dopo il naufragio collettivo della crisi. Ma con la convinzione di aver accumulato un credito politico che non riuscirà mai a riscuotere, e che appunto per questo si porta in tasca come una lunghissima cambiale di rancore privato, da sventolare ogni giorno in pubblico.

Col rancore non si costruisce un progetto politico: ma il rancore autorizza a presentare a chiunque il saldo delle insoddisfazioni, a chiedere conto dei fenomeni incontrollabili che ci sovrastano, soprattutto a dare una colpa universale alla classe generale che ha governato la crisi. E autorizza il populismo a ingigantire questa resa dei conti, ideologizzandola e mettendola a base non solo della sua politica, ma della sua natura.
Così l’élite diventa responsabile di tutto, al di là dei suoi limiti, dei suoi errori e delle sue colpe. Soprattutto, poiché l’individuo ribelle vuole essere trasportato nel luogo immaginario del “Punto Zero”, dove non c’è contaminazione col passato e tutto può essere reinventato sul momento, l’élite è colpevole della custodia della memoria e della trasmissione di una cultura che nasce dalla storia e dal divenire del Paese, e le interpreta. Tutto questo nel mondo nuovo in cui stiamo entrando è sospetto. Come è sospetto il sapere, la vera e fondamentale causa dello spodestamento delle élite. Il racconto dell’inganno permanente delle classi dirigenti, del loro autogolpe perenne, rende infida la scienza, pericolosa la perizia, nociva la cognizione. Se tutto quel sapere – ragiona l’uomo nuovo – non è servito a proteggere le mie condizioni di vita, ma viene consumato soltanto nella cerchia dei sapienti e dei garantiti, allora è una sorta di bit-coin a circolazione limitata e protetta, una valuta di riserva di cui soltanto l’élite conosce l’uso.

Il sapere suscita diffidenza perché è il linguaggio dell’élite, dunque ha un riflesso castale, quindi viene dal demonio. Il concetto di “nuovo” diventa vecchio. Bisogna andare oltre, fino all’uomo-vergine, incontaminato perché digiuno di politica, garantito perché viene dalla luna: innocente perché ignorante, nel senso più alto del termine, abitante dell’Anno Zero, senza vincoli di storia, di ideologia, di inclinazioni a destra o a sinistra. Asettico e spoglio di qualsiasi eredità, di qualunque coscienza del bene e del male che hanno segnato la vicenda del Paese, di ogni eredità pubblica e di ogni tradizione comune, è l’Uomo Qualunque del nuovo secolo, soggetto ideale per una politica ribaltata dove il carisma si è spostato nell’indistinto e chiunque può scendere in campo se fin lì lo porta l’onda del sovvertimento generale. Lo aveva già detto vent’anni fa Bourdieu: la forza degli uomini nuovi della politica sta proprio nella mancanza dei requisiti specifici che di solito definiscono la competenza, dando così garanzie a tutti.

È il rovesciamento dell’élite: oggi la garanzia viene dal non sapere, dal non essere conformi al linguaggio degli esperti. Così si bruciano, insieme coi vizi dell’élite, un deposito di conoscenza, un accumulo di sapienza repubblicana, una riserva di esperienza, una provvista di conoscenza. La figura politica che nasce da questo impasto è un governante d’opposizione, il tribuno romano che Max Weber fondava proprio sulla rottura, addirittura sull’illegittimità, senza alcun legame con lo Stato, e tuttavia “sacrosantus” perché protetto dall’indignazione e dalla vendetta popolare, oltre che dagli dei, corrivi. Ma in fondo, avevamo già visto tutto nell’età democristiana, con la vecchia polemica contro il Palazzo. E allora, anche per la nuova élite rivoluzionaria vale la pena di ricordare la profezia di Pasolini: «I potenti che si muovono dentro il Palazzo agiscono come atroci, ridicoli, pupazzeschi idoli mortuari, in quanto potenti essi sono già morti e il loro vivere è un sussultare burattinesco».

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Così l’Uomo Nuovo abbatte il sapere delle élite decadute ultima modifica: 2019-01-16T04:41:32+01:00 da GognaBlog

13 pensieri su “Così l’Uomo Nuovo abbatte il sapere delle élite decadute”

  1. 13
    paolo Panzeri says:

    Ridurre la disoccupazione  ?
    Basta dimezzare la rappresentanza politica/sindacale/corporativa/…

    Con una sua riduzione del 50% c’è un aumento del 20% dei lavoratori
    Se non ci credete guardate come è andata in questi ultimi 50 anni, esattamente al contrario e indipendentemente da fattori come crisi, tecnologia, guerre, meteo….

  2. 12
    lorenzo merlo says:

    Condivido Antonio.

    I grandi numeri tendono a generare contraddizioni che il sistema stesso tende ad assorbire o a reprime in nome del proprio ordine, della propria sopravvivenza.

    Il sistema tenderà a modalità di gestione sempre più restrittive e coercitive, seppur continuando ad impiegare modalità subliminali che cotinuino a farci sentire nel miglior mondo possibile.

    Il sistema per rinnovarsi ha a disposizione solo la morte.

    E l’agonia – come dice Antonio – non è riducibile.

    Quale anche fantasiosa idea potrà ridurre – non secondo sondaggi da avanspettacolo (coercitivi appunto) – la disoccupazione?

  3. 11
    lorenzo merlo says:

    Il tesoro è apparente se riempito da sentimenti che non controlliamo.

    È sostanziale quando è costituito dalla consapevolezza che se ci identifichiamo in quegli stessi sentimenti, non possiamo sfuggire all’orgoglio, perno centrale della ripetizione della storia, piccola o grande che sia.

  4. 10
    Alberto Benassi says:

    La storia si ripete indipendentenenre dalla memoria.

    Non si ripete dipendentemente dalle consapevolezze.

    si, ma bisognerebbe far tesoro della memoria, come dell’esperienza.

  5. 9
    Alberto Benassi says:

    un conto è fallire.

    Altro è fare gli illuminati ma in verità tradire chi  ti considera elite e per questo si fida di te.

  6. 8
    Antonio Arioti says:

    Se l’universo è un sistema isolato (il “se” è d’obbligo) l’entropia, cioè il livello di disordine, è destinata ad aumentare.

    Se le cose stanno così dovremo abituarci al disordine e d’altronde con una popolazione mondiale che è più che raddoppiata dal dopoguerra ad oggi diventa molto difficile immaginare il contrario.

    Quindi non c’è elite che tenga, anche la più illuminata è destinata a fallire.

     

  7. 7
    paolo says:

    Greci e cultura scientifica greca scomparsi per noi europei per 1500 anni… solo le filosofie restavano.

  8. 6
    paolo says:

    Salvatore, il problema è che questa non è un’alba e l’alternativa è scomparsa nelle tenebre. Sono contento per la tua fiducia, aggiungo tenebrosa 🙂 . Nessuno concretamente sa dire cosa fare, tutti si beano nei proclami.

    Già che ci sono ti ricordo Atene e la scomparsa dei greci.

  9. 5
    lorenzo merlo says:

    La storia si ripete indipendentenenre dalla memoria.

    Non si ripete dipendentemente dalle consapevolezze.

  10. 4
    Salvatore Bragantini says:

    Segnalo, in tema di élite, la efficacissima “Amaca” di Michele Serra oggi su Repubblica

  11. 3
    Salvatore Bragantini says:

    Lorenzo e Paolo,

    se pensate di raddrizzare il legno storto dell’umanità con questa alba nuova, sarete amaramente delusi. Di novità c’è gran bisogno, ma positive. Incompetenza e arroganza invece formano una miscela pericolosa, per chi la subisce ma anche per chi la esibisce ogni dì.

    Se continuano così, questi homines novi non dureranno, fortunatamente; altrimenti saranno capaci di farci rimpiangere non solo gli elementi migliori, ma anche quelli peggiori delle élite attuali.

    Chi dimentica la storia è condannato al rischio di ripeterla. Si sente nell’aria uno sgradevole afrore di anni ’20. Restiamo dunque razionali, e vigilanti.

  12. 2
    paolo says:

    Forse il troppo benessere non fa capire alla massa un solo significato del vivere e quindi la massa si aggrappa a tante futilità che la lasciano insoddisfatta.
    Chissà se la brexit e l’oriente ci faranno ragionare, o continueremo a applaudire i fanfaroni ignoranti che da decenni decidono tutto per noi.
    Lenin parlava di élite intelligente, ma subito è morto e più nessuno ne ha parlato come lui, almeno fino ad ora, forse alla gente non interessa.

  13. 1
    lorenzo merlo says:

    Il sapere e la competenza ad esso relativa che cita Mauro per alludere a ciò che è necessario al buon governo e a ciò che il populismo manda al rogo insieme a chi lo detiene, anche se non se ne avvede, è lo stesso che in medicina non è in grado di guarire, in farmacia di produrre salute, in ambiente di rispettare la terra, nell’istruzione di formare indipendenza di pensiero, in economia di prevedere le esplosioni delle crisi, in sicurezza di fare credere che esista, nella giustizia di averla paralizzata, nella burocrazia d’aver visto il garantismo, nella sovranità d’aver svisto che sarebbe andata perduta, nel patrimonio artistico un bene senza necessità di cura e così in quello turistico, nella scienza nient’altro che la pura verità, nells specializzazione la punta di diamante dell’intelligenza, nel progresso la sola attenzione, nei consumi il solo segreto del progresso, nei diritti la sola linea per restare in equilibrio sull’evanescente filo della democrazia, nell’opulenza la ricchezza, nella democrazia un valore assoluto, nel business il terreno bruciato dell’etica, nella competizione il primo valore educativo, nel pil e nello spread dei a cui prostrarsi

    È questo il punto zero, di cui non si avvede, più zero di quello che cita lui.

    Così, l’uomo vergine che ancora cita per colpevizzarlo – dopo averne spiegata l’insorgenza – e per ammonirci sulla sua vuotezza che ciecamente distrugge, è solo positivisticamente che commette peccato.

    Esso simbolicamente, energeticamente è invece una fase del ciclo, ultimato il quale correremo il rischio un’alba nuova.

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