Dal comico al tragico

Dal comico al tragico
(scritto nel 1999)

Lettura: spessore-weight(3), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(3)

Un racconto che si pone al livello della gente non è operazione nuova. Per esempio, anche il successo di Jon Krakauer, Aria sottile, risente delle stesse necessità ed è la rappresentazione di una tragedia. Vi si narrano le sorti tragicamente reali di alcune spedizioni all’Everest del 1996. Spedizioni che gli alpinisti non vogliono chiamare alpinistiche ma che definiscono, con disprezzo, commerciali. Una serie di fatalità e di errori provocò numerosi morti, e il libro fa sempre riferimento proprio alle spedizioni commerciali, composte da alpinisti non esperti ma da clienti che, pagando, si sono conquistati il diritto, con l’accompagnamento di guide, di provare a salire la più alta montagna della terra. Il fattore danaro è determinante per far capire alla gente ciò che la gente non ha mai capito: perché questi pazzi vogliono salire sull’Everest? Così, a costo di distorcere non solo la realtà delle spedizioni commerciali ma pure quella dell’alpinismo in generale, il cinismo che fa da carburante a tutta la narrazione lo si spiega con il danaro: i comportamenti aberranti che Krakauer ci riferisce e che hanno affascinato tante migliaia di lettori, sono fatti risalire al continuo tentativo di osservare le regole di un contratto, senza badare a ciò che succede attorno, perché gli affari sono affari e mors tua vita mea. Un artificio dunque, quello di Krakauer, per la necessità di creare un best-seller e non un libretto per pochi intimi. Un artificio non falso, ma in una realtà più complessa che si fonda anche su altri valori, questi sì molto difficili da capire, a volte non chiari neppure ai protagonisti.

K2

In un’altra storia, questa volta teatrale e del tutto estranea a riferimenti reali, due alpinisti, Righetti e Bolzoni, membri di una spedizione al K2, stanno scalando a 7.000 metri verso la vetta. Sono soli su una parete di roccia e ghiaccio, i compagni sono ai campi inferiori. Improvvisamente il capocordata scivola e travolge anche il secondo che gli faceva sicurezza. I due, però, fortunatamente atterrano su un piccolo terrazzo innevato, dove giacciono svenuti per tutta la notte. Questo l’antefatto.

La rappresentazione inizia proprio nel momento in cui Bolzoni si risveglia e, ancora incredulo d’essere in vita, si tasta per eventuali danni, per capire se ha qualcosa di rotto. Poi si ricorda del compagno, che vede giacere lì accanto senza dare segno di vita. Sono lì sul terrazzo, a tre metri dal pavimento del palcoscenico e sovrastati da una finta parete rocciosa.

Così appaiono in scena Alessandro Gas­sman e Bruno Armando in K2, atto unico scritto dall’americano Patrick Meyers. Una produzione attenta ai det­tagli, con una bella scenografia. Traduzione, adattamento e regia sono di Edoardo Erba, che non è nuovo ad esperimenti di questo tipo, dove il coinvolgimento fisico degli attori è spinto all’estremo. Per esempio in Maratona di New York, da lui scritta e diretta, l’attore Bruno Armando correva in scena per un’ora intera.

Nello spettacolo i due recitano con tute d’alta quota e imbragatura, in posizione assai scomoda sull’esiguo terrazzino. Bolzoni (Bruno Armando) arrampica su e giù quattro volte per la parete di cartapesta alta 5-6 metri. Il calore dei riflettori di scena, con quelle tute, dev’essere insopportabile. La fatica fisica dei due attori è evidente, e ancor di più lo si vede, alla fine dello spettacolo, dalle tute inzuppate di sudore.

Fu Alessandro Gassman quello dei due cui capitò di leggere il testo della rappresentazione originale: gli piacque e ne comprò i diritti per una versione italiana. Ma per mettere in scena una trama così semplice ed estrema occorreva una sensibilità particolare: una passione per la montagna in nuce, senza grandi esperienze in passato. Egli in un’intervista ha dichiarato che «la montagna è avventura, non business e calcolo».

Appare chiaro che Gassman ed Armando non si sono limitati ad imparare a memoria i testi e le battute. A parte qualche inesattezza tecnica trascurabile e qualche manovra di cui non si comprende l’effettivo nesso con una pretesa realtà, ci si può accorgere facilmente che i due, e con loro certamente anche Erba, hanno davvero «studiato». Antonella Strano, ex campionessa italiana di arrampicata sportiva, li ha portati ad arrampicare e ha insegnato loro i primi rudimenti di movimento su roccia e di linguaggio tecnico. Quando Bolzoni arrampica, sale veramente con il rischio di cadere; e veramente Righetti lo assicura con la corda, pronto a tenerlo in caso di caduta reale.

Questi elementi di realtà e di adesione a precisi schemi di arrampicata sono stati però limitati. La regia ha preferito lasciare alcune cose nel vago, usare termini che in montagna non si usano ma che la gente crede che si usino. Perché l’eccessiva preoccupazione della credibilità porta uno spettatore inesperto di montagna e di K2 a non capire più nulla. La situazione rappresentata è così estrema, così fuori dai normali schemi di esperienza che può essere del tutto rifiutata da uno spettatore. E si riesce ad essere più comprensibili e ad andare al cuore della gente lasciando un particolare nel vago, non badando a imprecisioni di gergo e di tecnica, andando cioè incontro con benevolenza all’ignoranza dello spettatore piuttosto che a scontrarsi con essa con pedanti precisazioni.

Righetti, nella caduta, ha riportato una frattura esposta alla gamba destra ed è immobilizzato. Bolzoni cerca di recuperare una corda rimasta in alto ma, di fronte ad un’altra scarica di ghiaccio da loro stessi provocata mentre cercavano di riappropriarsi di quella corda, l’inutilità dei loro tentativi appare alla fine evidente. E alla fine sarà solo Bolzoni a scendere, cercando di raggiungere i compagni in basso e con l’obiettivo di portare poi soccorso a Righetti in un secondo tempo. Ma tutti sanno che questi non potrà resistere tanto tempo.

Alessandro Gassman

La tragedia dunque si gioca sull’ineluttabilità di quella situazione che porterà comunque alla morte di almeno uno dei due e sul sentimento di amicizia e sul vago dovere morale che impedisce a Bolzoni di allontanarsi subito da solo.

La montagna può essere assai severa, e una delle regole mai scritte ma comunque ben chiare a tutti è che chi subisce un infortunio grave possa anche essere abbandonato sul posto se non vi sono alternative. E tutta l’ora e trenta di spettacolo è tesa, nel dialogo, alla ricerca di questa alternativa. I due si urlano addosso cose irripetibili, poi si consolano, si scusano; strepitano contro la cattiva sorte, poi cercano ancora razionalmente l’idea che li porterà fuori da quel terribile tunnel. Perfino lo spettatore, nella tensione, cerca nella sua mente una possibile soluzione. Ma lo scacco è decisamente matto. E finirà che il sopravvissuto sentirà per sempre quel vago senso di colpa per aver abbandonato l’amico ed essersi salvato. Colpevole di esistere perché colpevole di aver scelto deliberatamente un’avventura così estrema.

Il monologo finale di Righetti-Gassman, poco prima di cedere definitivamente la corda al compagno che è ormai in basso e deve continuare la sua discesa, è veramente straziante e chiude una narrazione che al contrario è rimasta per tutto il tempo in sospeso tra il comico ed il tragico.

Infatti, a differenza della versione originale di K2 andata in scena a Broadway e della versione in francese, quello italiano è un adattamento che concede, in mezzo a continui bagliori di tragedia, molti spunti spiritosi.

Di sicuro è poco credibile che due alpinisti, in quelle condizioni di isolamento e di paura, passino molto del loro tempo a farsi battute, a sfottersi e produrre riassunti della loro vita che aggiungono delirio al delirio. Righetti fa il fisico, Bolzoni è giudice. E così riescono a discutere di lavoro, di politica, delle donne, fino all’assurdo, schernendosi, a volte accusandosi di meschinità ed insultandosi.

Bruno Armando

Eccolo dunque l’artificio di cui dicevo prima. Portare in scena due alpinisti reali con motivazioni reali e gesti del tutto congrui alla situazione non è teatro. «In una rappresenta­zione di un’ora e mezza filata»spiega Armando in un’intervista «dovevamo trovare il modo di far risaltare l’amicizia di questi due perso­naggi, che si prendono anche un po’ in giro, ma che fonda­mentalmente si rimettono in discussione. Dovevamo trovare l’equilibrio tra commedia e tra­gedia, con due amici che si sbeffeggiano, che litigano e che dicono anche cose che non vor­rebbero, per esempio accen­nando involontariamente alla morte, che, loro malgrado, sen­tono incombere. Dal momento in cui prendono coscienza della situazione, quello che c’è tra lo­ro è un lungo addio». E Gassman aggiunge: «Il passag­gio dal comico al tragico è re­pentino e il pubblico se ne rende conto. Tutto si svolge nella tradizione della commedia all’italiana, di film come La Grande Guerra o Il sorpasso, nei quali si scherza­va per tutto il tempo per finire in maniera drammatica».

Alla base del teatro è, vissuto coralmente, quel mistero che nella nostra società si riduce di giorno in giorno perché abbiamo la pretesa di regolamentare di giorno in giorno il nostro futuro. Lo svanire progressivo del mistero ha un limite nel pericolo di morte, la cui suspense è dunque efficace per rappresentare con semplicità le grandi tensioni di sentimento che sono alla base del teatro. Perché la morte è da tutti condivisa. In K2 non vi sono gesta di coraggio, anzi. Due uomini sono soli contro la morte, e noi ne subiamo il fascino, attori e spettatori. Ecco quindi dove K2 recupera credibilità, godibile e ricco di tensione. Se l’alpinismo raggiungerà mai vette artistiche, sarà in un’opera che lo scomporrà e ricostruirà con i canoni artistici propri del mistero, eliminando ciò che, tecnico e preciso, lo ha racchiuso finora nell’artigianato sia pur di livello: il libro, la rappresentazione teatrale o qualsivoglia forma si sia scelta, dovrà rivalutare il mistero. Perché la montagna è avventura, non business o calcolo, proprio come dice Gassman.

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Dal comico al tragico ultima modifica: 2019-05-12T05:52:37+02:00 da GognaBlog

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