Dieci anni dopo


Il numero 157 della Rivista della Montagna (ottobre 1993), un numero speciale intitolato Roc, speciale arrampicata, presenta un editoriale di Andrea Gobetti seguito a ruota da un suo ricordo di Gian Piero Motti nel decennale della morte. Li presentiamo qui uno dopo l’altro, nella convinzione dell’esistenza del forte filo rosso che unisce questi due scritti.

Lettura: spessore-weight(3), impegno-effort(3), disimpegno-entertainment(2)

Editoriale (RE 007a)
di Andrea Gobetti

Se diventare grandi è il sogno di ogni bambino incosciente, è altrettanto vero che il desiderio della giovinezza si rafforza, se non è stato esaudito a tempo e luogo, addentrandosi nelle contorte radici della terza età dell’uomo. Nasce così un desiderio di libertà senile, senza rischi, una libertà vigilata dalla morte ma ricca nei costumi, nella parlata, nei rapporti, di tutti i luoghi comuni che fanno giovinezza, irresponsabile giovinezza.

Caporal: Danilo Galante risale una corda fissa.

Ed è su questa tela di fondo che si sviluppano le attuali storie d’arrampicata “sportiva”. L’irrazionale desiderio di ritornare giovani o di rimanerlo si scontra con il legittimo desiderio di crescere, farsi conoscere ed essere rispettato.

Questo numero di Roc, nel decimo anniversario della dipartita di Gian Piero Motti, intende rivisitare in parte le idee sconfitte e invincibili che tracciano la via per diventare un uomo, come lo fu il nostro maestro d’arrampicata mentre distruggeva la retorica della vetta, l’obiettivo raggiunto, la vittoria sulle rocce, per sostituirlo con l’utopia dell’altopiano, del cogliere il fiore magico dell’arrampicata che cresce su tutte le pareti, le falesie, i sassi del mondo, indipendentemente dalla loro altezza e difficoltà.

Il movimento a cui lui diede il via purtroppo ci superò e ci travolse; chi all’inizio era stato assolutamente insensibile alle idee di rinnovamento, in seguito cercò di farlo dimenticare estremizzando quello che era un ritorno a una dimensione più umana e gioiosa dell’arrampicata.

 L’idea di principio era l’esaltazione della dignità dell’arrampicata in sé medesima, non come mezzo per raggiungere una vetta. Si trattò di affermare l’arte del gesto, libera dai terrori dell’alta montagna (i fulmini, le valanghe, la morte di freddo e sfinimento), e libera altrettanto dal fardello anti-arrampicatorio che bisognava portarsi dietro per difendersi da quelli. Il risultato fu raggiunto.

Si sognò molto in quel tempo, anche in città si camminava sulle nuvolette, mentre in parete un sapiente uso dei nut liberava dal peso del martello e l’ideale era passare in roccia senza lasciar traccia, come fanno gli elfi, i coboldi, gli spiriti della natura.

I nostri zelanti successori, invece, dopo averci apostrofati come froci e drogati, anarchici e corruttori di gioventù, estremizzarono il nostro movimento e ci spiazzarono. Noi avevamo voluto ridurre i pericoli dell’arrampicata all’essenziale, alla caduta, e loro cancellarono anche quella, spezzando così i legami tra l’arrampicata e la storia dell’alpinismo. Ma, insieme alla paura di cadere, tolsero all’arrampicata il senso che spinge l’uomo a cercare una nuova libertà nel mondo verticale, snaturarono un’arte, un via di conoscenza di sé, uno sfogo al senso epico dell’uomo. La paccottiglia da oratorio che sopravvisse fu chiamata sport.

Allora c’era l’amicizia a rallegrare l’arrampicata, c’era il primo in cordata che insegnava a prendersi rischi e responsabilità e il secondo che imparava. C’erano le cordate a comando alternato che sancivano un’amicizia fra uguali. Ci si dava la mano alla fine della via, e questa fu un’usanza che, nonostante tutto, non sono mai riuscito a considerare retorica, forse perché si compiva dopo aver stretto molti appigli.

In quegli anni rivoluzionari, Gian Piero Motti si batteva contro un’immagine dell’arrampicata sfocata perché troppo vecchia, carica di grigio, di pesi, di forme dolorose di ferri e scarponi ereditati e conservati religiosamente dai tempi di guerra. Ma fu sopraffatto da un’analoga perversità che distorce l’immagine dell’arrampicata in luce giovanilista, in esaltazione ginnica, sciopero mentale, toccasana contro il rischio di maturare in uomini.

Se ero perfettamente d’accordo con Gian Piero nel dileggiare una montagna vissuta con dolore, grigiume e grossolanità dagli scarponari del passato, altrettanto negativo è il mio giudizio sull’irresponsabilità giovanilistica, impastata con l’edonismo farabutto degli anni ’80, che recinta l’arrampicata ai soli terreni attrezzati come parchi giochi, la priva del rischio di incontrare sia la morte che la vita e cancella la possibilità di poter leggere la roccia, sostituita da quel marasma di chiodi e appigli artificiali che sono le opinioni degli arrampicatori.

Tralasciando queste ultime, avverto che è in corso un ritorno ai monti nel mondo dell’arrampicata: lo sentono i divi francesi e gli scatenati spagnoli, lo avvertono quelli che, tra maestro d’arrampicata e guida alpina, preferirebbero diventar quest’ultima, e infine quelli che sono nuovamente stregati da antiche parole magiche quali “l’andare in spedizione” o “tentare una nuova via”.

E in ogni caso, se da più parti si nota un forte interesse affinché pure l’alpinismo si snaturi sportivamente e venga regolamentato con premi e precise scale di valori, c’è anche chi, in odio e schifo allo sport, dedica questo numero di Roc all’arrampicata libera, “figlia prediletta “dell’alpinismo.

Dieci anni dopo (RE 007b)
Un ricordo di Gian Piero Motti
di Andrea Gobetti

L’altro ieri (era il 20 giugno) scalavo col mio amico Icaro la via del Gran Diedro di sinistra al Bec di Mea, sopra Breno, in Val Grande di Lanzo. Una via del 1968 firmata da Gian Piero Motti, Gian Carlo Grassi, Ugo Manera e Carlo Carena che, ormai fuori dal tempo, dai sentieri, dagli interessi odierni degli arrampicatori e dalle attenzioni dei preti verdi, ci offre la visione della completezza. Tanto più che la riuscita dell’arrampicata sull’itinerario in questione si regge su forza, coraggio, intuizione e tecnica. Salendo accorti tra cunei e friend, oppure di slancio nelle dülfer, su quei diedri di magnifico granito ci si ricorda d’essere nei luoghi dove, per la prima volta in Italia, fu sentita la necessità di nuovi attrezzi: scarpette morbide, fettucce, nut. Accessori assolutamente necessari per sottolineare un’arrampicata più spavalda, fine ed elegante. Al Bec di Mea e su pareti analoghe, gli “occidentalisti “si liberarono dal preconcetto che li voleva irrimediabilmente meno agili degli “orientalisti”. Da quelle rocce vicine alla sua casa estiva, Gian Piero Motti, assieme ai suoi amici, rinunciò in parte alle astuzie e alle tensioni del “misto ” e delle salite d’alta quota, per imprimere nella roccia solare tutta la sua tensione creativa. Così il gruppetto scavalcò le Alpi Occidentali e scoprì il Vercors, la Provenza, le Calanques e il Verdon, il paradiso delle falaises destinato in seguito ad esprimere la massima fantasia gestuale nella storia dell’arrampicata. L’esser figli d’una grande città, allora in fermento, fece il resto; le nuove idee entrarono nel bagaglio genetico di questa rivista, allora neonata, ed ebbero la forza per camminare oltre i segnavia del CAI.

Guido Morello e Gian Piero Motti, a La Palud 11 luglio 1973, preparano il materiale per la Mollier-Payot alla Tour Ronde, fatta il giorno dopo. Foto Roberto Bianco.

Per l’inizio di questo Roc abbiamo estratto dagli scrìtti di Gian Piero Motti, che prossimamente verranno pubblicati in antologia dal CDA, un testo molto importante per ragionare sullo sviluppo e sulla la caduta in disgrazia delle nostre idee. In Riflessioni, del 1971, si esprime il malessere che acuisce il contrasto fra la vita in città e quella in parete, e drammaticamente vien fuori quella “molla”, quella spinta all’arrampicata, fonte di grandi imprese ma anche di rischi d’alienazione sociale e mentale. Da queste riflessioni si apre la strada per il rifiuto nei confronti all’alpinismo doloroso e alienante (vedi I falliti, 1972), sino a trovare uno spiraglio di luce inferiore (L’ultima avventura, stesso anno) che inonderà il mondo dell’arrampicata: il “Nuovo mattino”. Leggendo questi pensieri, rivisitando una letteratura di ricerca abbandonata come il granito del Bec di Mea, capisco come chi ha arrampicato con Gian Piero abbia vissuto con lui la più intensa stagione della sua vita. Si scalavano pareti, si raggiungevano vette o altipiani, si immaginavano vie nuove o si ripercorrevano i monumenti della storia, ma nell’obbiettivo c’era qualcosa che dava un senso a qualunque rischio, un mistero che moderava ogni entusiasmo. Eravamo noi stessi l’obiettivo da raggiungere, oltre il diedro, o forse durante.

Segue (nella Rivista della Montagna) il saggio Riflessioni.

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Dieci anni dopo ultima modifica: 2019-07-02T05:12:30+02:00 da GognaBlog

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