Dieci zone wilderness in meno? Non proprio

Dieci zone wilderness in meno? Non proprio
di Roberto Dini e Stefano Girodo

L’uscita su GognaBlog del post del 13 luglio 2020 ci impone alcune doverose precisazioni, fiduciosi in un proficuo dibattito in futuro.
Capiamo la retorica necessaria per alimentare il dibattito sul web, ma il nostro articolo su domusweb.it non difende proprio niente, né tantomeno noi siamo “evidentemente di opinione contraria” al post https://www.gognablog.com/dieci-zone-wilderness-in-meno/ qui apparso (che peraltro riporta informazioni – se ci è concesso – un po’ pretestuose, innanzitutto perché di “wilderness” integrale, intorno alla maggior parte dei bivacchi descritti, non ce n’è molta: ci sono sentieri, rifugi, alpeggi, rovine, itinerari codificati e frequentati; e in secondo luogo, per parte di essi si tratta di sostituzione di manufatti preesistenti. Vero è che alcuni, come quello alla Dormillouse o quello in Val di Sea, non hanno utilità in termini alpinistici).

Bivacco Craveri, tipico bivacco a botte Ravelli

L’articolo descrive una panoramica di quello che, piaccia o meno, sta avvenendo oggi in tema di costruzione di bivacchi sulle Alpi. Per ragioni editoriali e di pubblico di riferimento di domusweb.it, è molto stringata e non entra nel merito delle questioni generali relative alla fruizione del territorio alpino.
La frase che bolla come “serva di un linguaggio volutamente tecnico che in sostanza difende la sperimentazione di nuove forme” dice semplicemente che il bivacco fin dalla sua origine – con le semibotti Ravelli del 1925 – non ha mai avuto una forma “tradizionale” condivisa e si è sempre delineato come un oggetto estraneo al contesto, con forme determinate di volta in volta dalla prestazione tecnica; solo la sua diffusione e il tempo hanno fatto diventare in seguito l’Apollonio un oggetto “familiare” e accettato dall’opinione degli alpinisti.
Le considerazioni sulle forme dei nuovi bivacchi (per non parlare della loro utilità) sono naturalmente opinabili, come del resto lo è ogni espressione estetica o antropica in generale.

Ciò che riteniamo piuttosto sgradevole dal punto di vista personale è però il fatto di volerci far passare per “cementificatori” delle Alpi, quando invece abbiamo dedicato la nostra intera storia professionale e di ricerca sui temi di cui ci occupiamo (l’architettura) proprio alla tutela e alla valorizzazione dei territori di montagna.
Da molti anni lavoriamo (attraverso l’impegno progettuale, accademico e divulgativo) a stretto contatto con le realtà montane: comuni, comunità, associazioni, fondazioni, enti, privati, ecc., con molti dei quali abbiamo condiviso percorsi e progetti, volti appunto a promuovere invariabilmente un approccio al contesto alpino più attento alle peculiarità ambientali, culturali, sociali ed economiche del territorio. Ed è una posizione che ribadiamo costantemente all’interno di tutte le attività di divulgazione portate avanti con l’associazione Cantieri d’alta quota, e in ogni altra occasione.
Inoltre essendo noi progettisti, se ci viene attribuito un incarico in montagna, in particolare lo seguiamo al meglio delle nostre possibilità, con la massima attenzione e passione, incentrandolo sui principi dell’impatto minimo, su una filiera sostenibile, sulla rimovibilità dell’intervento. Lavori in cui non c’è spazio per velleità estetizzanti, smanie di protagonismo, o volontà positiviste di “colonizzare” alcunché. Anzi.
Prima di parlare di “colonizzazione” del territorio montano andrebbe inoltre a nostro avviso approfondito ogni singolo caso per comprendere cosa ci sia dietro la realizzazione di ogni bivacco (il che non vuole dire che siano tutti utili, legittimi, ben fatti, ecc.).

Bivacchi tipo Apollonio

La maggior parte dei progetti nasce, non a caso, su proposte provenienti da realtà locali con il condivisibile intento di valorizzare il proprio territorio. Si tratta di iniziative spesso inserite in progettualità più ampie, atte a promuovere forme di turismo più consapevole (rispetto ad esempio all’onnivoro turismo di massa della stagione dello sci da discesa), e con l’intento di innescare meccanismi di microeconomia locale per le persone che nelle valli vivono e lavorano, come guide alpine ed escursionistiche, falegnamerie e imprese, esercizi commerciali che si giovano delle presenze a valle: anche questo è un aspetto della sostenibilità.
Tali strutture permettono infatti, in maniera semplice e democratica, anche a persone che non sono in grado di bivaccare à la belle étoile di fruire dell’esperienza della notte in montagna, o di inframezzare un’ascensione impegnativa o una traversata sul territorio; non tutti sono alpinisti estremi.

Queste considerazioni ci fanno poi riflettere su come il concetto di “wilderness” a cui si fa sovente riferimento, applicato indistintamente a tutte le Alpi, non sia che un punto di vista tendenzialmente borghese, elitario e generalmente urbano con cui guardare al territorio montano.
Chi è nato, vive e lavora a stretto contatto con le realtà alpine sa bene quanto sia importante contribuire a far sì che le comunità montane possano creare delle forme di sussistenza e di economia “in loco”, proprio per contrastare quella visione che contrappone città (luogo dello sviluppo) e montagna (luogo del margine). Una visione in cui nella maggior parte dei casi la “wilderness” non è che un idealtipico scenario illibato (che però è ormai qualcosa di ben diverso da ciò che “vedevano” Emerson e Thoreau) in cui, nella ristretta cornice dell’outdoor, poter praticare delle attività in ambiente alpino, abbandonando – ovviamente in modo temporaneo (generalmente per la lunghezza di un weekend o delle ferie) – le condizioni di comfort in cui generalmente si vive nelle proprie quotidiane esistenze urbane. Senza contare che anche le esperienze individuali nella montagna selvaggia, soprattutto quelle mediatizzate, procurano un – seppur lieve – impatto ecologico.

Insomma molte volte, i generici appelli alla “wilderness” che provengono dal mondo dell’alpinismo, non sembrano altro che l’altra faccia della stessa medaglia di un modello di sviluppo che da un lato accetta una certa (la solita) forma di sviluppo nei contesti urbani ma che difende a spada tratta l’intoccabilità più assoluta dei contesti montani.

Bivacco Gervasutti

Superare le pericolose contraddizioni che si celano dietro la “wilderness” della domenica è un passo, che riteniamo fondamentale, per immaginare modelli di abitare più consapevoli e più “intelligenti” non solo in montagna, ma in tutti i luoghi della terra, perché vorremmo – in maniera molto pragmatica – poter pensare che l’uomo possa tornare a coesistere in modo armonico con l’ambiente.
Crediamo che “agevolare” e “accompagnare” le persone verso una frequentazione consapevole della montagna sia un modo importante per sensibilizzare e aumentare la responsabilità di tutti i cittadini proprio nei confronti dei temi dell’ambiente, per educare alle socialità che la montagna richiede (pensiamo ad esempio al bivacco o al rifugio come luogo della condivisione dello spazio e dell’utilizzo parsimonioso delle risorse), della natura e della cultura specifica di ogni luogo.

Ricordiamo infine che l’impatto, in termini di scala dimensionale e impronta ambientale e paesaggistica, del ciclo di vita che ha un bivacco all’interno dell’ambiente alpino è tecnicamente misurabile. E generalmente è oggettivamente molto ridotto, soprattutto se confrontato alle enormi infrastrutturazioni turistiche, trasportistiche e produttive presenti e in divenire su tutto l’arco alpino.
E visto che anche i più recenti studi glaciologici dimostrano che l’inquinamento non conosce confini di altitudine e le sue tracce si trovano fino nei luoghi alpini più remoti, per un discorso su vasta scala, complessivo e non strumentale, sull’ecologia in montagna sarebbe estremamente interessante riuscire a calcolare l’impatto che hanno non solo i bivacchi, ma tutte le nostre attività, anche “urbane”: dai nostri spostamenti ai nostri consumi di acqua ed energia, fino ai server che ospitano i nostri blog, siti e articoli.

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Dieci zone wilderness in meno? Non proprio ultima modifica: 2020-07-16T05:21:00+02:00 da GognaBlog

80 pensieri su “Dieci zone wilderness in meno? Non proprio”

  1. 80
    Matteo says:

    La contemporaneità ci obbliga a costruire molto bene e solo se strettamente necessario, questo dovrebbe essere il primo elemento del progetto, anche nell’interesse a lungo termine delle comunità montane. Sappiamo che la conservazione del capitale naturale e paesaggistico sta diventando il miglior volano per l’economia delle zone montane, costruire, non mi sembra vada in questa direzione, nascondere dietro a  bassi impatti ambientali (ma evitabili per bivacchi inutili), fantomatici ritorni economici (direi marginali) o wilderness già compromessa dai sentieri (ci autorizza a fare ciò che vogliamo?). Potrebbero essere proprio alcune delle questioni che alimentano una visione elitaria della montagna, una montagna modificata ad hoc per la fruizione domenicale degli uomini (che se lo possono permettere). Una montagna che è già democratica nella sua essenza, è lì per tutti, da salire, infatti l’alpinismo come lo conosciamo  è stato “inventato” dalla classe operaia, non di certo dal duca degli Abruzzi.
    Quindi (altre) 10 zone wilderness in meno, si! Ce ne faremo una ragione, ma almeno dobbiamo esserne consapevoli. 

  2. 79
    Simone Di Natale says:

    Mi avete convinto…anche perchè in realtá ero giá d’accordo con voi in partenza.
    La mia era una provocazione ad alta voce, anche nei confronti di me stesso.
    Personalmente non ho mai digerito neanche la sky-way ne’ i musei in quota del buon Mesner.
     
    Alberto se può consolarti sono fra coloro che nelle ristrutturazioni degli edifici in pietra usa quasi esclusivamente legno e malta di calce per le strutture….
     

  3. 78

    Pasini 73, giustamente parli di sperimentazione legata anche al concetto di evoluzione. Fin qui siamo d’accordo. Quando però un esperimento non riesce, il suo risultato negativo non dovrebbe invadere l’altrui libertà. Le costruzioni “sperimentali” di certi bivacchi sono, per chi non li approva esteticamente, degli aborti che però restano lassù davanti agli occhi di tutti. Non credo che un’amante del nuovo e moderno sperimentale si possa scandalizzare se un bivacco viene progettato e costruito secondo canoni estetici classici. La moderna architettura di montagna ( ne ho una certa esperienza sia per passione che per professione) ha inventato ben poco a livello energetico, funzionale e estetico in funzione del clima, perché in costruzioni centenarie a quote elevate si trovano elementi architettonici e funzionali assolutamente attuali. Ovvio che materiali e tecnologia hanno cambiato molte cose ma certi concetti “arcaici” non sono così distanti da quelli di Klima Haus. Provare per credere.

  4. 77
    Alberto Benassi says:

    bravo Crovella !!!
     
    Le opere d’arte sono le montagne NON le costruzioni dell’uomo che dovrebbero essere il meno possibile invasivi e visibili i quei luoghi.
    L’evoluzione culturale per il futuro non dovrebbe essere nel costruire nuove strutture , ma nel toglierle e far ritornare quei luoghi liberi come mamma natura li ha fatti, in modo tale che, chi  li vuole vivere ed assaporare ad adattarsi, NON viceversa.

  5. 76
    Matteo says:

    Ovviamente Simone ha ragione quando dice “se tu avessi sempre visto…forse il tuo giudizio sarebbe differente”, se non altro perché è nella natura umana adattarsi e abituarsi a (quasi) tutto in qualsiasi campo.
    Ed è altrettanto vero che i bivacchi Apollonio non sono belli e “staccano” anche loro dall’ambiente, visto che sono pitturati in arancione proprio per essere visti.
    La differenza credo che stia nel fatto che gli Apollonio sono costruiti per uno scopo (ricovero e emergenza) e a quello si attengono, sfruttando tutte le cognizioni della loro epoca, ma usandole al minimo necessario. Per questo sono “belli”, non perché qualcuno ha avuto velleità estetiche.
    Penso che in ambiente sia necessario aggiungere il meno possibile; provate a pensare a cosa succederebbe se volessimo aiutare l’orientamento di sentieri o normali con velleità artistiche, tipo pittogrammi o loghi identificativi fluorescenti progettati da grafici di grido.
    In montagna (ma in ambiente in genere, penso alle cinque terre o a selvaggio blu, ecc.) l’estetica, la filosofia, la tecnica devono nascere dalla montagna (o dall’ambiente) non essere sovraimposte. Altrimenti si colonizza, si deturpae si banalizza.
    Secondo me questo vale per tutto, dalla musica (di Jovanotti), all’arte (la scultura di Pistarino o come diavolo si chiamava…) e particolarmente per le strutture permanenti
     

  6. 75
    Carlo Crovella says:

    La domanda 71 è fondata e intelligente per cui quindi formulo con piacere una risposta: non è la forma a botte che mi piace per abitudine consolidata, ma il concetto in me molto forte che il “riparo umano” debba camuffarsi il più possibile con l’ambiente. Il concetto, poi, si inserisce nel più ampio concetto che la presenza umana nel suo complesso debba camuffarsi il più possibile. Lassù le “opere d’arte” sono le montagne, le vette, le pareti, le creste, gli spigoli, non i manufatti umani. Ciò che mi urta dei “nuovi” bivacchi (che siano a binocolo o a vela come in altre foto dell’articolo precedente) è proprio la pretesa dei committenti e/o progettisti di volersi distinguere dall’ambiente circostante, anziché camuffarsi. I bivacchi “strani” attirano subito l’attenzione: è come se dicessero “ecco, ci sono! sono io, mi vedete?!”. I bivacchi strani e moderni pretendono di oscurare le vere opere d’arte che sono invece le montagne. Un bivacco (o anche un piccolo rifugio) magari estremamente funzionale ma ottenuto con la ristrutturazione di una casermetta o di una baita (se in media montagna) o con una forma bassa e minimal (se in alta quota), si camuffa con l’ambiente, per così dire si sfuma, non si distingue dal circondario e questo manda in crisi i progettisti e anche i committenti, che invece hanno un incontenibile bisogno “psicologico” di affermare il proprio ego. (se vedono il bivacco che ho costruito è come se vedessero me). Le considerazioni che ho esposto sul Bivacco Gervasutti non sono limitate a questo specifico manufatto, ma valgono per tutti i bivacchi nuovi e anomali. La storia dell’architettura può proseguire benissimo in altre terreni e ad altre altezze. In montagna (come in molti altri risvolti dell’outdoor) l’obiettivo prioritario, oggi come oggi, deve essere l’attenuazione dei segni e dei simboli umani come primo passo per l’attenuazione della stessa presenza umana: il contenimento dell’inquinamento muove proprio da questo concetto. Se “molliamo” sui bivacchi, il problema si estenderà a macchia d’olio, coinvolgendo i grandi rifugi, poi gli alberghi in quota e poi strade, impianti, mega caroselli sciistici. Se molliamo sui bivacchi, non stupiamoci che si arrivi alle problematiche dell’Alpe Devero (vedi articoli), perché le cose sono consequenziali. Buon proseguimento!

  7. 74
    Alberto Benassi says:

    Caro Pasini, non è che non voglio capire. Capisco eccome ma non mi adeguo, non sono d’accordo.
    E’ rigidità mentale?? 
    Può darsi.
    Non siamo tutti flessibili e mentalmente e culturalmente aperti come te a voler:  analizzare, scusare, giustificare, capire, porgere l’altra guancia. Lo so che la vita non è sempre nero e bianco ma non si può nemmeno sempre navigare nel grigio sprando nella comprensione. Anche perchè chi fa troiai spesso e volentieri si approfitta di chi ha comprensione, di chi poi, nonostante tutto, cerca il confronto rispettoso.

  8. 73
    Roberto Pasini says:

    Desidero, a conclusione (almeno per me) di questa interessante discussione sulla sperimentazione di nuove forme delle costruzioni in montagna, esprimere una percezione soggettiva. Prendetela per quello che è. Mi sembra, a volte, che emerga nel blog un fenomeno di distacco e di ostilità quasi risentita verso la contemporaneità, ben descritto da Bisacca in un’altra discussione relativamente ad una scuola di alpinismo del CAI. Sono ben lontano da un’adesione acritica al presente, per orientamento e storia personale, ma penso che una visione “classicista” di tutto ciò che riguarda le terre alte, se troppo rigida, sia un ostacolo a capire le molte sfaccettature dell’epoca che viviamo e a cogliere il filo di luce dell’evoluzione, che si dipana in modo tortuoso anche attraverso contraddizioni e oscurità. Come ho detto non è una critica a nessuno, solo una testimonianza, magari una distorsione, dovuta non a bontà, caro Benassi, ma allo sforzo di combattere “ the Winter of our discontent” e quella rigidità di pensiero e di emozioni che anche negli anni eroici mi sembrava prima di tutto uno spreco. Detto ciò saluto tutti con grazia e mi dedico all’estate, che spero se non “glorious” , almeno decente.

  9. 72
    Alberto Benassi says:

    Per Alberto:Così come a volte mi sembra tu abbia sostenuto per gli alpinisti, anche per i tecnici vale la regola che non è la categoria a fare l’individuo. Detta in modo meno contorto….non esiste il geometra/ingegnere/architetto ma esistono persone, fra loro molto diverse, che di professione fanno il geometra, l’ingegnere, l’architetto. Ovviamente io sono parte in causa.

    Giusto Simone e mi sono scusato con te. Ma non sono io a denigrare la categoria. Sono i tuoi colleghi che a differenza tua prestano il fianco.
     
    Comunque un professionista che progetta una struttura dovrebbe mettere un pò da parte il suo ego e tenere ben conto di quello che gli sta intorno. Altrimenti si crea struttura che non ha nulla a che fare con l’ambiente in cui è inserita.
    Questa è la mia opinione, ma so già che Pasini mi demolirà.

  10. 71
    Simone Di Natale says:

    Per Alberto:
    Così come a volte mi sembra tu abbia sostenuto per gli alpinisti, anche per i tecnici vale la regola che non è la categoria a fare l’individuo. Detta in modo meno contorto….non esiste il geometra/ingegnere/architetto ma esistono persone, fra loro molto diverse, che di professione fanno il geometra, l’ingegnere, l’architetto. Ovviamente io sono parte in causa.
    Per Crovella:
    Giusto per dial0gare, perchè non è affatto detto che tu non abbia ragione….ti sei chiesto perchè il bivacco a “botte” è per te un oggetto accettabile ed il “canocchiale” del Gevasutti no?. O meglio: se fin da piccolo in montagna tu avessi visto sempre bivacchi a “binocolo”, penseresti comunque che non sono adatti all’ambiente montano e accoglieresti a braccia aperte i nuovi bivacchi a “botte”?

  11. 70
    Carlo Crovella says:

    Resta il quesito di fondo: i bivacchi “moderni”, con forme “strane”, a “vela”, a “stella”, a “tubo”, con vetrate, oblò, innovazioni tecnologiche, wi-fi ecc… sono “diamanti” o “letame”?
     
    Ci sono foto, soprattutto quelle allegate al primo di questi due articoli, che illustrano bene la tendenza dei “nuovi” bivacchi progettati da architetti… Che necessità c’era di farli in quel modo anziché nella forma chalet (se di media montagna) o semibotte (se in alta quota)? La risposta che do io è che c’è la volontà di inserire dentro al paesaggio naturale l’inutilità del pensiero umano . Le strutture d’appoggio (per alpinisti-escursionisti) dovrebbero invece amalgamarsi all’ambiente, esserne una componente “naturale” e non umana. La componente umana di tali strutture “strane” è solo la proiezione dell’ego di chi ha progettato o di chi commissionato il nuovo bivacco.
     
    Gli alpinisti che adesso dormono al nuovo Bivacco Gervasutti, il giorno dopo fanno un grado di più sulla roccia solo grazie alla maggior “comodità” della struttura  rispetto alla vecchia capanna puzzolente? Non credo proprio…

  12. 69
    Alberto Benassi says:

    Alberto va bene criticare i palazzinari….ma non è che tutti i tecnici siano li solo per far cassa (anche perchè di questi tempi cadrebbero male!!).

    Simone sei un architetto/geometra/ingegnere ?
    Magari sei uno dei pochi che non presta il proprio fianco ai palazzinari. Se lo sei mi scuso con te. Ma solo con TE!!
     
    I palazzinari hanno bisogno di questi tecnici per le carte e spesso e volentieri vanno a braccetto.
     

  13. 68
    Alberto Benassi says:

    . Anche nella ristrutturazione di un cesso c’è “cultura” e infatti la forma….

    For Roberto Pasini
    trovi sempre una giustificazione a tutto…sei troppo buono.

  14. 67
    Roberto Pasini says:

    For Carlo. “Dai diamanti non nasce niente…..” Un’azienda cliente per la quale ho lavorato, leader nella produzione di accessori per il bagno, aveva allestito in uno dei suoi stabilimenti una sorta di museo della storia del cesso/bagno, di come gli uomini lo hanno organizzato e arredato e della sua posizione nella casa (o fuori dalla casa). Meraviglioso. Anche in questo campo, il gusto e lo stile italiano  hanno fatto scuola nel mondo. Infinite possono essere le manifestazioni del bello (e del brutto). Un cesso può essere bellissimo e una stazione sciistica una vera merda. Su questo siamo d’accordo.

  15. 66
    Carlo Crovella says:

    Son più frustrazioni che aspirazioni, le mie idee mondane, perche’ purtroppo la cultura (specie se sabauda) “soffoca” la natura. Interessante però l’altra annotazione, cioè che esiste una cultura anche sui e per i cessi… non tutto è perduto. Ma la natura è ancora meglio: usa il letame per rivitalizzare la vita (se metti lo stallatico nelle aiuole, vedi ben che bei fiori vengono su). Chissà che non capiti anche con i bivacchi alpini…

  16. 65
    Roberto Pasini says:

    For Alberto. Ho usato il termine cultura contrapposto a natura. Come d’uso. Cultura è ciò che l’uomo produce e che trasforma in un oggetto il suo mondo interno. Anche nella ristrutturazione di un cesso c’è “cultura” e infatti la forma dei cessi è cambiata nel tempo in funzione della visione diversa che l’uomo ha sviluppato delle funzioni che avvengono in quel luogo. E visto che siamo in tema,  siccome nel mondo interno c’è anche la merda, a volte le produzioni “culturali” dell’uomo sono di merda e se nessuno le abbatte restano a testimoniare la sua mancanza di rispetto per se stesso prima che per l’ambiente.For Carlo. Biricchino. Ecco quali fantasie si nascondono dentro la corazza sabauda. L’avevo sospettato da alcuni indizi letterari e conoscendo il lato oscuro del lineare e geometrico accampamento romano poi diventato la città del fordismo italico. Come dice il saggio, l’inconscio compensa le esagerazioni dell’io. Comunque quello delineato è un bel programma. A fine estate lo organizziamo. 

  17. 64
    Simone Di Natale says:

    Alberto va bene criticare i palazzinari….ma non è che tutti i tecnici siano li solo per far cassa (anche perchè di questi tempi cadrebbero male!!).
    Poi come accade in tutti i campi ci sono architetture che soddisfano certi palati e ne disgustano altri….
    Ovviamente ognuno è libero di esprimere il proprio parere, un po’ meno di denigrare il lavoro altrui semplicemente in base a dei gusti personali.

  18. 63
    Alberto Benassi says:

    Costruire un edificio o un oggetto significa sempre lasciare un segno, quindi fare cultura.

    infatti le vele di Scampia sono un bell’esempio di cultura e integrazione.

  19. 62
    Roberto Pasini says:

    For Matteo. Ogni anno, nel tardo autunno, quando la natura cambia colore, vado a fare di corsa la traversata Monte Lema – Monte Tamaro e ritorno, in un giorno feriale. Quando arrivo al Tamaro potrei tagliare il pendio al colletto e tornare indietro. Invece scendo alla chiesa di Botta. A me tapascione costa, perché perdo quota e poi devo risalire e il ritorno è faticoso e la sera arriva presto. Qualche hanno il pellegrinaggio mi ha fregato e sono dovuto tornare con la frontale. Ma quando sono dentro e magari fuori c’è grigio e nevischio, anch’io, ateo e miscredente, sento qualcosa dentro di me, anche se sotto corre l’Autostrada e di fianco arriva la cabinovia e c’è un orribile parco giochi estivo. Quegli spazi e quegli arredi, così diversi da quelli a cui siamo abituati in una chiesa, hanno comunque un effetto e sono convinto che lo faranno anche in futuro, qualunque nefandezza svizzera gli costruiranno intorno. Perché Botta è appunto un bravo architetto ed esprime in forme moderne cose molto antiche che stanno dentro di noi. Poi c’è il Gervasutti …ma ho solo visto le foto e quindi mi fermo. 
     
     
     

  20. 61
    Carlo Crovella says:

    Eddai, barbagianni meneghino, stànati da buco nel muro e unisciti a noi che stiamo organizzando una gran figata di festa al Bivacco Gervasutti. Porta il risotto allo zafferano, molti ingredienti per i drink e, già che ci sei, una dozzina di sbarbine raccattate a Brera e dintorni. Useremo l’energia elettrica prodotta dai pannelli solari per luci psichedeliche e musica a palla! I corvi allibiti verranno tutti a vedere il miracolo della tecnologia umana. Poi, tutti ubriachi, con il wi-fi scriveremo a venti mani il resoconto della festa da mettere on line sul Blog, con tanto di selfie che Salvini dovrà imparare da noi come si fanno. L’importante è che non ti porti dietro l’architetto Fuksas che sennò a fianco del bivacco ci piazza una delle sue “nuvole”… Bonne journée!

  21. 60
    Roberto Pasini says:

    Costruire un edificio o un oggetto significa sempre lasciare un segno, quindi fare cultura. Poi dipende dalla cultura di cui uno è portatore. Anche chi fa cose orribili esprime cultura: cultura del brutto. Ma non sono d’accordo che tutto il costruito contemporaneo sia brutto. In ogni caso, tra il limitarsi a riprodurre modelli e forme del passato e non fare nulla in natura, io credo in una terza via. Lasciare un segno di chi eravamo, dei nostri valori e della nostra visione del mondo. Ovviamente poi dipende dalla qualità e dalla quantità di questi segni. Mi commuovo quando in posti improbabili,una volta wild, trovo un ricordo magari ricoperto di muschio dei nostri predecessori, ovviamente di qualità, anche solo un muretto o una vasca di pietra, un simbolo, un graffito. Noi siamo stati qui, qui abbiamo vissuto ed eravamo così, nel bene e nel male. Meraviglioso. Non dobbiamo vergognarci di essere questa specifica forma di vita, anche se la nostra evoluzione è piena di infamie, ma guardando i ricordi della parte migliore di noi, e il nostro Paese è pieno di questi ricordi, dovremmo essere stimolati ad essere degni in forme contemporanee di questo lascito.
     
     
     

  22. 59

    In effetti per produrre cultura non credo basti una laurea in architettura. A questo proposito segnalo il libro Trash in Italy di Fondati e Molinari.

  23. 58
    Matteo says:

    “L’architettura è un forma che deve recepire la cultura del proprio tempo, reinterpretarla. Perché una cappella oggi dovrebbe essere diversa da quella fatta 2000 o 20 anni fa? Perché interpreta il nostro essere, il nostro modo di essere uomini sulla terra. […] È sempre lo specchio, a volte impietoso, della società”
    Ben detto. Non so se sia proprio vero o che conclusioni trarne (se non che  non  i viene in mente nemmeno una chiesa moderna che sia anche solo guardabile) ma comunque ben detto.
    Forse è la nostra società che fa cagare…o magari gli architetti che dovrebbero ricordarsi di essere dei tecnici e non credersi degli artisti.
    Comunque, continuo a pensare che parlando di Wilderness (o qualcosa del genere) la cultura architettonica non c’entri nulla e che il bivacco Gervasutti avrebbe potuto avere tutti i benefit sbandierati (e comunque ancora da verificare) come durabilità, autosufficienza energetica, comodità, wi-fi, resistenza alle valanghe senza sembrare un lanciasiluri pitturato da bomboniera e puntato su Courmayeur!

  24. 57
    Alberto Benassi says:

    . Se tiri in ballo un’architetto è chiaro che stai chiedendo di produrre cultura

    in linea teorica, come aspettativa, può darsi. Ma nella pratica non direi proprio. Non direi proprio che tutti gli studi di architettura fanno cultura. Anzi direi  che fanno BRUTTURA come quelli di ingegneria e dei geometri. Basta guardarsi intorno.

  25. 56
    Alberto Benassi says:

    Cmq ottimi i tortelli alla versiliese!

    TorDelli non torTelli

  26. 55
    Roberto Pasini says:

    Io sono solo un povero orecchiante che ha avuto una brava professoressa di storia dell’arte. Ricordo vagamente il dibattito tra classicismo, razionalismo e architettura organica. Se tiri in ballo un’architetto è chiaro che stai chiedendo di produrre cultura. Ma anche se fai fare la capannuccia tipo lego dal geometra del paese (con tutto il rispetto per i geometri)  non è che non fai qualcosa di segnato da una scelta culturale. Cito le parole di un architetto svizzero che ha fatto cose importanti, anche in ambienti montani, Mario Botta. Possono non piacere ma il Fiore di Pietra al Monte generoso o la chiesa al monte Tamaro sicuramente hanno un loro impatto, come ogni rifugio che l’uomo ha costruito per se’ nei secoli.
    L’architettura è un forma che deve recepire la cultura del proprio tempo, reinterpretarla. Perché una cappella oggi dovrebbe essere diversa da quella fatta 2000 o 20 anni fa? Perché interpreta il nostro essere, il nostro modo di essere uomini sulla terra. […] È sempre lo specchio, a volte impietoso, della società».

  27. 54
    Carlo Crovella says:

    sporcarli (i luoghi), e non “sporcarmi”…

  28. 53
    Carlo Crovella says:

    Beh certo, luoghi completamente non toccati dall’uomo ormai non ce ne sono più. Credo in ogni parte del globo, figuriamoci in Europa. L’importante e’ sporcarmi il meno possibile. Cmq ottimi i tortelli alla versiliese!

  29. 52
    Matteo says:

    Grazie del bentornato Roberto; non era mia intenzione polemizzare con nessuno, ma solo sottolineare che nella situazione di non-Wilderness delle Alpi (ma anche degli Appennini) non credo che l’estetica e la filosofia architettonica siano una giustificazione.
    E comunque la filosofia architettonica dell’aggiunta che deve “staccare” dall’esistente non mi ha mai convinto troppo, come le orribili cremagliere rosse di fianco al forte di Bard!  Nelle Alpi poi mi pare che si sia aggiunto fin troppo.
    Carlo, anche le Arolle  non si possono certo definire “non toccate da mano d’uomo” e anche per le Arolle vale il discorso di non aggiungere nulla di nuovo. Come  auspichi anche tu!
     

  30. 51
    Alberto Benassi says:

    ai posteri la sentenza.

    magari i posteri lo smonteranno quel bivacco riportando alla naturalezza quel luogo e, chi vorrà bivaccare, lo farà sotto le stelle.
     
    Crovella non sono ne livornese, ne viareggino, poi li in quel luogo il cacciucco non si addice. Meglio un bel vassoio di tordelli versiliesi con i quali ci sta bene anche il Barolo.

  31. 50
    Carlo Crovella says:

    Oggi io non c’entro proprio niente! Oltretutto a questo punto (cioè con nuovo bivacco ormai costruito e che si è guadagnato una certa nomea) non sarei dell’idea di smontarlo. Bisognava prendere un’altra strada in sede di progettazione. In parallelo segnalo che non è fondatissimo sostenere che per trovare wilderness nelle Alpi occorre muoversi almeno sul 6b. L’articolo sulle Arolle (II e III grado a dir tanto) dimostra che microcosmi poco frequentati esistono ancora, eccome. Speriamo che non ci piazzano subito un bivacco con wifi e jacuzzi  mulripla. Circa il Gervasutti, perché non facciamo un mega incontro lassù? Io porto polenta concia, Benassi il cacciucco e Pasini la cassoela (si scrive così?). Il vino…?

  32. 49
    Roberto Pasini says:

    Qualche vecchio barbagianni, perseverando nei colpevoli vezzi del tempo delle fiabe, cerco’ sommessamente di difendere le ragioni della modernità dei tubi accessoriati e di altre mirabilia,  visto che su quel ramo dell’albero di Gogna pochi lo facevano. Forse perché i giovani fringuelli irriverenti e discoli frequentavano altri alberi del bosco? Chissà? Ma tutto fu invano. Un grido di indignazione si levo’, rotearono gli artigli delle aquile sabaude e non solo sabaude, ma anche padane e anarchiche. Un coro di voci cristalline e decise nelle loro certezze sommerse il patetico tentativo: “Gervasutti (new) Delendum  est!!!!”. I barbagianni ripiegarono le ali un po’ spelacchiate, si rintanarono nei loro buchi consolandosi con l’antico pensiero che mantiene sempre vivo un briciolo di speranza quando sei in minoranza: ai posteri la sentenza. Bentornato Matteo e arrivederci alla prossima puntata. La serialita’ ha un fascino potente. Difficile resistere. 

  33. 48
    Alberto Benassi says:

    E non valgono i dotti argomenti del buon Pasini, perché il punto è che le Alpi sono troppo antropizzate e qualunque idea ci sia dietro l’architettettata, tutto ciò che non va nella direzione del minimo impatto credo sia da combattere

    completamento d’accordo e definirlo un TUBO è già essere buoni.

  34. 47
    Matteo says:

    Credo che parlare di “Wilderness” riferendosi alle Alpi sia totalmente improprio e fuorviante, considerando che per trovare (con molta fatica) qualche metro quadro mai toccato dall’uomo devi fare il 6a minimo.
    Perciò penso che non andrebbe costruita alcuna struttura nuova (né bivacchi, né rifugi, né strade, né funivie o piste) e anche gli interventi manutentivi o di rinnovo dovrebbero essere molto cauti.
    Non mi scandalizzano gli aspetti innovativi del Gervasutti e potrei perfino apprezzarli (anche se per la durabilità del tutto dovremo aspettare qualche anno): è proprio la forma che mi fa cagare!
    E non valgono i dotti argomenti del buon Pasini, perché il punto è che le Alpi sono troppo antropizzate e qualunque idea ci sia dietro l’architettettata, tutto ciò che non va nella direzione del minimo impatto credo sia da combattere.

  35. 46
    Simone Di Natale says:

    Per Crovella.
    Una scelta per me più che condivisibile.
    Come apprezzo gli articoli dove descrivi itinerari al di fuori delle zone ormai famose e sovraffollate.
    La battuta era rivolta a quando indossi l’ armatura del duro e puro a tutti i costi…viviamo in una societá e qualche piccolo compromesso/ concessione, nostro malgrado, dobbiamo pur accettarla
     

  36. 45
    Carlo Crovella says:

    @43 sono scelte personali. Così personali che sfuggono alla comprensione degli altri. La mia contrarietà alla tipologia del progetto era nota fin dall’origine, ma ho preferito scegliere di defilarmi per i motivi citati. Ognuno è libero di prendere le scelte che ritiene adeguate. (Oltretutto, come ho accennato, fra chi si è impegnato ci sono state, cammin facendo, delle frizioni anche molto forti, al limite del contenzioso legale, per cui sono molto contento, a posteriori, della mia scelta di defilarmi). In questa sede ho preso spunto dalla vicenda di tale bivacco per elaborare delle considerazioni generali circa la mia contrarietà complessiva verso l’idea dei nuovi bivacchi, specie se con forme “strane”. Sei stato su una volta e me ne compiaccio, ma non si può prendere un solo dato per trarne conclusioni statistiche. Infine ti tranquillizzo che, oltre ai libri, continuo a consumare anche la suola degli scarponi (e le solette degli sci in stagione scialpinistica). Buona domenica a tutti!

  37. 44
    Simone Di Natale says:

    Mi correggo…due anni fa, non l’ anno scorso.
    Lo scorso anno siamo andati al Boccalatte, poco prima che lo chiudessero, dove abbiamo avuto il privilegio di scambiare  quattro chiacchere con Perlotto e la strizza di vederci rotolare non lontano delle belle scariche di sassi e ghiaccio.

  38. 43
    Simone Di Natale says:

    I suoi pregi li ha. La vista da quell’ oblò di notevoli dimensioni non è cosa usuale per un bivacco.
    Certo Crovella che da uno che vanta sopra nomi da duro e puro come te mi meraviglia un atteggiamento tanto arrendevole nei confronti degli amici di sezione per poi tornare cosī critico nel blog. Sarebbe stato più opportuno combattere prima.
    Io comunque l’ anno scorso non ho trovato grandi code n’è file di persone a scrivere messaggi….di gite con la guida neanche l’ ombra…ed era pieno agosto!!
    Forse è il caso di fare meno ricerche e consultare meno libri e tornare un po’ di più a toccare con mano.

  39. 42
    Roberto Pasini says:

    @Fabio. Non ha bisogno di chiederlo. Lui lo sa già senza consultare gli archivi: quante volte l’hai fatto, se da solo o in compagnia. Su questo faccio conto per ottenere uno sconto rispetto ai 100 anni. Buona domenica. 

  40. 41
    Fabio Bertoncelli says:

    «Però nella preistoria andavo a trovare gli amici al mitico Ghiglione e spero ne terranno conto al momento del giudizio.»
    … … …
    San Pietro: «Dimmi, mio buon Pasini, quante volte hai salito la Brenva?».
    Roberto Pasini: «Nessuna, san Pietro».
    San Pietro: «Allora ti condanno a un secolo di Purgatorio».

  41. 40
    Roberto Pasini says:

    Estimatore è una parola grossa. Diciamo che lo trovo un tentativo interessante. Peraltro ho letto che si può smontare in due giorni e che i russi ne hanno comprati tre. Ognuno di noi ha i suoi peccati e li sconterà al momento giusto. Però nella preistoria andavo a trovare gli amici al mitico Ghilione e spero ne terranno conto al momento del giudizio. Ciao. 

  42. 39

    Pasini, mi sono sbagliato ma perché non si capiva ci fossero degli estimatori del bivacco Gervasutti. Ora so che ci sono.

  43. 38
    Carlo Crovella says:

    A costo di risultare petulante, ripeto per evitare incomprensioni: io non sono in polemica con le guide, che fanno legittimamente il loro mestiere come ha ben descritto Cominetti. Le guide sfruttano una “opportunità” (chiamiamola così) che, con il rifacimento del bivacco, è stata messa a disposizione rispetto al passato. La responsabilità di quello che ho descritto è di chi ha “spinto” verso quello specifico progetto. In più c’è la mia avversione personale nei confronti dell’attuale società occidentale che eleva e idolatra parametri consumistici. Appunto incuriosisce e attira un orpello perché “spaziale”, mentre se fosse un normalissimo bivacco a botte nessuno lo degnerebbe di uno sguardo (a parità di ambiente naturale circostante). Chissà per quanti altri “nuovi” bivacchi capita lo stesso fenomeno. Ecco perché sono complessivamente contrario ai “nuovi” bivacchi. Meglio, dove possibile ovviamente, ristrutturare manufatti esistenti (casermette, baite ecc).
     
    In ogni caso se siete in Val Ferret, vi suggerisco da amico di andare a mettere il naso nell’alto vallone del Freboudze. E’ davvero un posto che merita, maestoso e selvaggio come pochi altri (anche nello stesso massiccio del Bianco). Ma andateci per ammirare da vicino le Jorasses e non per toccare con mano un tubo con il wifi! Buona domenica!

  44. 37
    Roberto Pasini says:

    Ti sbagli Marcello. A me piace ma voglio vederlo dal vivo. E piace anche ad altri appassionati del giurassico che conosco. Infinite sono le perversioni dell’animo umano. La decorazione anteriore mi commuove perché mi ricorda proustianamente un maglione bianco e rosso da sci che mi aveva fatto mia madre, come andava di moda in un certo periodo. Forse era anche questa l’intezione rammemorativa dell’autore. Una cosa però è la dimensione del mi piace o non mi piace e un’altra la lettura storico critica dei manufatti prodotti dall’uomo. Peccato che in proposito non intervengano più gli arch. Dini & co. Sono dei seri professionisti e hanno scritto un libro molto bello su una cinquantina di struturre più o meno recenti. Conoscono bene l’argomento e potrebbero dare un contributo anche ai non specialisti. Poi c’è il tema crovelliano dell’impatto ma è un altro discorso, anche se collegato. Io sono del partito che è disposto a correre il rischio “ cannibale “ per mettere la bellezza a portata di molti, ovviamente in modo ragionevole, con un po’ di fatica e di sforzo da parte delle persone. Ma di questo abbiamo gia’ discusso a lungo e stiamo diventando noiosi, perciò chiudo qui. 

  45. 36

    Visto che anch’io ogni tanto vengo frainteso, faccio un esempio con un luogo molto noto. Vicino a casa mia c’è il rif. Giussani che si trova tra le Tofane a 1 ora di normale cammino dal rif. Dibona, dove si lascia l’auto. Fino a poco tempo fa era considerata la gita più facile e breve (e pure molto bella) di tutta la conca di Cortina. Oggi la stessa gita (né le Tofane, né il Giussani si sono spostati) è per molti un itinerario estremo che richiede ore di cammino e per molti è inaffrontabile. Una volta le guide era difficile che lo proponessero tra le loro gite ma oggi è una delle proposte possibili in zona. Non mi addentro nella tipologia di frequentatori perché sarebbe argomento vasto e difficile da trattare (ognuno cammina secondo le sue motivazioni, che sono infinite) ma riscontro questo cambiamento e ne prendo atto.
    Se i miei colleghi di Courmayeur propongono la salita al bivacco Gervasutti descrivendolo come costruzione originale (ognuno usa poi la sua terminologia: cagata, figata, ecc) aggiungendo che c’è perfino il wifi, non ci vedo niente di scandaloso. 
    Le guide locali non fanno altro che accompagnare ovunque chi lo richieda, incluso allo spaziale bivacco Gervasutti, che comunque una mano “esterna” gli ha piazzato lassù. 
    Mi sembra molto più scandaloso (perché esteticamente è orribile) che la Sezione del Cai proprietaria ce l’abbia messo approvandone le fattezze che, a quanto mi risulta dai commenti di tutti i partecipanti a questa discussione, non piace a nessuno. 

  46. 35
    Roberto Pasini says:

    Fabio, attenzione. Col tempo le cagate possono diventera figate e viceversa. È successo per molte opere/costruzioni/oggetti. Non possiamo prevedere. Sicuramente in ogni epoca c’è qualcuno che dice che è un’epoca di merda come mai si è vista.Altra faccenda il tema della fruizione della bellezza e dell’impatto che certi interventi possono avere sulla sua frequentazione. Qui emerge sempre la stessa differenza di posizioni. Credo che ormai ce ne siamo fatti una ragione e abbiamo imparato, con civiltà, a conviverci. Io comunque, visto che sono patologicamente curioso, appena posso vado a vederlo. Le fotografie non mi bastano. Altri interventi illustrati su Meridiani Montagne, visti dal vivo mi sono piaciuti.

  47. 34
    Carlo Crovella says:

    Non è sotto indagine l’attività, assolutamente legittima, delle guide in montagna. Il punto di riflessione è unn altro: se il nuovo Bivacco Gervasutti, anziché “spaziale” e tecnologicamente all’avanguardia, fosse un normalissimo bivacco molto tradizionale, le guide lo proporrebbero come meta per escursioni in giornata? Manca la controprova, ma io ho la sensazione di no. Il tutto a parità di ambiente naturale circostante. Ciao!

  48. 33
    Fabio Bertoncelli says:

    Per me il Bivacco Gervasutti è una cagata pazzesca (copyright Fantozzi rag. Ugo).

  49. 32

    Certo che le forme del nuovo Gervasutti sono assai discutibili e anch’io avrei preferito una costruzione più sobria e che si integrasse in quell’ambiente.
    Il fatto che un bivacco diventi meta di un’escursione per alcuni è più legato al fatto che i frequentatori della montagna sono aumentati di numero (e diminuiti in genere di qualità, ma chi stabilisce gli standard di qualità?) e così facendo gli obiettivi di molti sono divenuti cose più tecnicamente semplici. Questo è, secondo me, dovuto alla bassissima qualità di vita nei grandi centri urbani, dove a fronte di un gran consumo immediato di oggetti, manca totalmente il vero valore del benessere inteso come elemento che infonde serenità. Il contatto con la natura rappresenta questo importante tassello mancante e l’accorgersene e il ricercarlo non passa per molti attraverso esperienze estreme ma semplicemente anche per itinerari all’aperto di bassissimo livello tecnico. Questo lo spiego con l’aumentata richiesta alle guide alpine e accompagnatori di vario titolo, di percorsi facili dove viene da chiedersi a cosa serva la guida? 
    Vi assicuro che ho dei clienti americani che senza la guida non escono dall’hotel perché hanno paura, che prendono il taxi per fare 30 (dico: trenta!) metri e che per loro un prato con l’erba falciata da attraversare è un’esperienza estrema in cui devono essere guidati e aiutati costantemente. Certo che se posso non ci vado perché lo trovo umiliante e noioso, ma l’ho fatto (ho fatto anche di peggio) perché quel giorno se volevo lavorare non c’era alternativa. D’altronde credo che in ogni professione ci siano cose belle e meno belle che si devono fare. Non finirò mai di dire che fare la guida alpina è un lavoro come un altro e come tale va affrontato, ma questo non significa che manchi di dignità e deontologia quando si fanno cose che ai più appaiono strane e slegate dal contesto spesso retorico e legato a tradizioni ferree anche assurde. 
    Fare la guida alpina significa anche avere una visione disincantata della montagna pur conservandone l’ideologia romantica che ognuno le vuole attribuire. 

  50. 31
    Carlo Crovella says:

    Non voglio arrivare da nessuna parte, se non a cercare di tutelare/ripristinare la wilderness dell’alto Vallone del Frebouzde (dove è posto il bivacco). Conosco l’intera vicenda del bivacco in questione perché faccio parte storicamente della Sottosezione torinese che è proprietaria del cespite fin dalla sua origine (1949). Ne ho seguito tutte le evoluzioni (ricostruendo il pregresso prima della mia nascita attraverso interviste a chi allora si era dato da fare e attraverso l’analisi storica della documentazione) e in particolare ho seguito la diatriba della ricostruzione (2011-13), pur defilandomi da un impegno attivo per i motivi che ho già citato (cioè ho voluto evitare di incrinare rapporti di amicizia/conoscenza). Posso dire che non è andata come forse si può immaginare dall’esterno, ma non voglio addentrarmi nei meandri della problematica perché a fine lavori ci sono state delle code molto antipatiche giunte a un pelo dal contenzioso legale (però non hanno coinvolto me, io ero fuori dall’impegno diretto, anche se sono al corrente di tutti i risvolti). Non è andata, nella fattispecie precisa, come può apparire a un osservatore esterno, per esempio come ipotizzato, in linea generale, da Di Natale nel commento 27. Quello che è certo, avendo tutti noi consoci storici il polso della situazione degli accessi al bivacco (io personalmente fin dai primissimi anni ’80), è che, finché c’era la vecchia capannuccia ammuffita, era molto raro trovare escursionisti in giornata che facevano il pellegrinaggio a detta capannuccia. Io personalmente non ne ho mai incontrati: non posso escludere che in assoluto qualcuno sia andato con quell’approccio, ma erano cmq pochissimi. Il vallone era per lo più disantropizzato: anche le cordate alpinistiche (obiettivi: cresta des Hirondelles, spigolo sud delle Petites, patere SE delle Petites, non parliamo della Est delle Grandes…) si contavano in una media di 15, massimo 20 per ogni stagione estiva, qualche volta anche meno di 10. Ho già detto che il bivacco era inagibile e andava ricostruito, ma io pensavo a uso e consumo degli “alpinisti” non per scampagnate in giornata. E’ andata invece come temevo: con l’attrattiva della nuova struttura “spaziale”, c’è stato un periodo di alcune estati in cui si vedeva proprio la processione di gente (ora pare che sia leggermente ridimensionata, forse l’effetto novità si è stemperato). Segnalo un punto concettualmente molto importante. Il meccanismo pare che agisse al contrario rispetto a quanto ipotizzato da Pasini al 26. Cioè NON erano individui che, letto Meridiani Montagne (o altre riviste), provavano il desiderio di andare fin lassù e, non sentendosi sicuri, assoldavano una guida. Questo sarebbe già un male ai mie occhi, ma decisamente minore. No, pare che sia capitato proprio il contrario: erano le guide che proponevano ai propri clienti “oggi vi portiamo a vedere una figata spaziale, il nuovo bivacco Gervasutti”.  I clienti in quanto tali manco sapevano dell’esistenza del bivacco Gervasutti. Per i clienti, la “figata spaziale” (cioè il bivacco tecnologicamente avanzato) potrebbe essere in qualsiasi vallone, per loro ciò che conta è la figata spaziale in sé, non il luogo con le sue bellezze naturali. Usano il wifi alla cazzara perché vanno su stuzzicati da quanto loro detto dalle guide, ovvero che lassù possono collegarsi da un luogo insolito (in mezzo a un ghiacciaio) e spedire foto in diretta o caricarle subito sui social: comportamenti cannibaleschi al massimo (stile selfie di Salvini al Papete…). Senza il nuovo bivacco con tali caratteristiche “spaziali”, nel vallone del Freboudze, oggi come oggi, avremmo molti meno cannibali, forse addirittura nessuno. Per questo dico che si potrebbe mettere la figata spaziale (ovvero il bivacco tecnologicamente evoluto) come attrattiva in Piazza Duomo e per molti cannibali indifferente: andrebbero in Piazza Duomo a vedere la figata spaziale e non avrebbero l’esigenza emotiva di andare nel vallone del Freboudze, perché delle Jorasses non gliene può fregare di meno. Da questo punto di vista il nuovo bivacco, con l’immagine da civiltà consumistica che si porta dietro, è un cavallo di Troia che porta un sacco di cannibali in un vallone dove, senza “quella particolare” attrattiva, i cannibali non sentirebbero l’esigenza di andarci. Mi sono dilungato sulla fattispecie del Bivacco Gervasutti perché la conosco a fondo, ma il tema potrebbe essere replicato sulla maggior parte dei bivacchi di recente posa o ricostruzione. Li considero inutili, salvo rare eccezioni, e addirittura dannosi per gli effetti consequenziali che comportano a danno dell’ambiente circostante. Buona giornata a tutti!

  51. 30
    Roberto Pasini says:

    Carlo, il tuo punto di vista è perfettamente chiaro. Io volevo solo far presente che il lavoro di un professionista, in qualunque campo, può essere duramente criticato e anche respinto, ma va rispettato. Mi sembrava un po’ riduttivo che si presentasse il Gervasutti solo come un tubo col wifi. Non c’è dubbio che quando metti da qualche parte una costruzione innovativa per il suo tempo aumenta la frequenza. È accaduto anche nei secoli scorsi, con le tante opere che ora ci sembrano tradizionali ma non lo erano allora e che furono piazzate in luoghi oggi quasi urbani ma in passato wild e generarano visite e pellegrinaggi, come le chiese alla testata delle vallate della VdA , ad esempio. È quello che succede quando l’uomo lascia i suoi segni, anche i commoventi graffiti nelle caverne. Io vivo a Milano nella zona del Lazzaretto, vicino al nuovo quartiere di Bosco Verticale e del palazzo Unicredit, che hanno sostituito l’area degradata delle Varesine. Mi vengono quasi le lacrime agli occhi oggi a vedere il nuovo quartiere quasi deserto, senza le torme dei turisti domenicali, anche se egoisticamente passeggiare nel silenzio in una giornata come oggi e ammirare la forma di quegli edifici ha un suo fascino. Forse molti miei concittadini condividono questa tristezza.  Purtroppo c’è sempre un prezzo da pagare per ogni tappa del nostro sviluppo, poi sicuramente è legittimo discutere dell’entità di questo prezzo. 

  52. 29

    Per una guida anche il pilone centrale del Freney è una proposta commerciale e anche prima del nuovo bivacco Gervasutti, le guide locali accompagnavano chi lo richiedeva fin lassù e/o la proposta rientrava tra quelle proponibili nell’area e destinata non ad alpinisti super esperti e allenati a salire pareti.
    Dire con certezza che il wifi serva a cazzeggiare non capisco su cosa si basi. Ognuno lo userà come meglio crede. Comunque è meglio usarlo per cazzeggiare che per chiamare soccorso. Infatti il soccorso è un’emergenza, non una condizione normale.
    Ogni proposta a scopo di lucro mercifica qualcosa, per questo si percepisce uno stipendio necessario a vivere se si lavora in qualsiasi campo. Non capisco dove si voglia arrivare…
     

  53. 28
    Carlo Crovella says:

    Vi sfugge un particolare dei miei ragionamentri. Però si tratta del particolare determinante. Finché c’era il “vecchio” bivacco Gervasutti (capannuccia addossata alla paretina rocciosa), a nessuno era venuto in mente di promuovere l’idea “commerciale” di escursione in giornata fin lassù. Tale programma è diventato abbastanza di moda solo dopo la ristrutturazione. La conclusione è che ciò che fa la differenza è la nuova struttura, in particolare per le sue novità: non a caso l’escursione “a pagamento” viene sbandierata come il raggiungimento di qualcosa di “speciale”, per la forma, per l’oblò a sbalzo sul ghiacciaio sottostante e anche per il wifi (che non viene utilizzato, nella stragrande maggioranza dei casi, per chiamare i soccorsi, ma per cazzeggiare su internet…). Manca la controprova, ma io sono convinto che se la ristrutturazione del vecchio bivacco (che era inagibile, come ho ricordato più volte, e andava oggettivamente sostituito) avesse seguito criteri più tradizionali (per esempio con un banalissimo bivacco a botte, capace magari di NON marcire, ma senza l’immagine spaziale dell’attuale forma), oggi il “fascino commerciale” del Gervasutti non sarebbe così eclatante. Ci andrebbe qualcuno in giornata, per carità, m,a non così tanti (come pare accada in piena stagione). A me questa mercificazione della montagna non piace. Non è l’unico esempio, è uno dei tanti esempi. Ciao!

  54. 27
    Simone Di Natale says:

    Chi ha progettato quel bivacco ci ha messo sicuramente una sua logica, un suo pensiero, filtrato anche dalle richieste del committente e dalle esigenze economiche. Ha quindi una sua ragion d’ essere che poi può essere condivisa o meno. 
    Ai giorni d’ oggi spesso e volentieri la libertá del progettista è molto limitata, influiscono molto di più i dettami dei regolamenti e i voleri politici. Quindi la progettazione si riduce alla mera applicazione di una serie di dettami.
    Detto ciò si torna al punto che l’ oggetto possa piacere o addirittura Dar fastidio.

  55. 26
    Roberto Pasini says:

    Il Gervasutti (come altre opere illustate nel numero di Meridiani Montagne) può legittimamente non piacere o essere considerato inopportuno. Se tuttavia leggete l’articolo di Domus, noterete che dietro c’è un pensiero, un’ipotesi progettuale, una serie di scelte estetiche, strutturali e tecnologiche che vanno oltre la curiosità del wifi e che possono giustificare, oltre alla meraviglia del luogo, una visita. E se uno non si sente sicuro è legittimo e segno di responsabilità che si faccia accompagnare da una guida. Quindi caro Marcello, se posso permettermi, fregatene dei criticoni se ci porti qualcuno. 

  56. 25
    Roberto Pasini says:

    Se apriamo il discorso estetico la faccenda diventa complessa. Sarebbe interessante intervenisse qualche architetto. Se affidi l’opera ad un architetto evidentemente e correttamente esprime qualcosa di più che non una mera soluzione funzionale. Qui la scelta del rapporto con l’ambiente è complessa a quanto dicono gli esperti . Rottura voluta da un lato ma ripresa di alcuni temi classici delle costruzioni in montagna dall’altro. Consiglio a chi è interessato di leggersi questo articolo su Domus.Prima sempre cercare di capire, poi……
    https://www.domusweb.it/it/architettura/2011/11/23/imparare-dal-vuoto.html
     
     

  57. 24
    Alberto Benassi says:

    Non è il wifi che mi da noia, è solo un modo più moderno rispetto al vecchio telefono di emergenza.
    E’ la struttura del bivacco che è veramente una bruttura. Come tante altre brutture oggi vengono realizzate sull’intero territorio italiano. E chi le realizza magari sono anche dei blasonati architetti.

  58. 23

    Dimenticavo: neppure a me piacciono i bivacchi nello stile del Gervasutti, perché mi sembra che non si inseriscano bene nell’ambiente naturale in cui sono posizionati. Quindi penso che chi li progetta non faccia la cosa giusta, ma è una mia idea. Però se la struttura non marcisce come i Ravelli/Apollonio, è isolata termicamente e produce energia utile tramite pannelli o pale eoliche e anche se ha il wifi, ben venga! Un modo per comunicare erano anche i vecchi telefoni d’emergenza o la radio che si trovavano in certi bivacchi o locali invernali di certi rifugi, non ci vedo differenza. Se poi uno pensa di essere piu bravo non usando il wifi per magari comunicare un’emergenza e si lascia morire, lo faccia pure, cosi come per mandare una foto o un saluto all’amata è bello disporne della libertà.

  59. 22

    Anch’io non penso che chi sale al Gervasutti nuovo lo faccia per il wifi. Per carità, di cazzari il mondo è pieno, ma per arrivare lassù il percorso fa una selezione naturale. Secondo me non è visto di buon occhio che ci siano guide che ci accompagnino i clienti perché sa di pura mercificazione, ma, da guida mi dico: non ci dovrei andare per accontentare chi non è d’accordo? E perché? Starà a me guida semmai educare quel tale agli altri valori dell’andar per monti, esattamente come quando porto qualcuno che vuole fare una ferrata e mentre stiamo insieme gli racconto che potrebbe fare tranquillamente una via di quarto grado per provare qualcosa di più alpinistico con pari sforzo. E lo sapete la risposta qual’é il 98% delle volte? Che fatta la via é stato interessante, ma la ferrata é meglio. E a questi cosa devo fare? Cambiare il cervello come in Arancia Meccanica per farli diventare degli alpinisti appassionati? Non funziona così, purtroppo per chi pensa che a tutti debba piacere quello che piace a noi. Ho imparato con l’esperienza che la natura umana di ognuno si forma da bambini e dopo i 5 anni di età è difficile forgiare le persone, anche se in moltissimi pensano sia possibile.

  60. 21
    Simone Di Natale says:

    Alberto non mi riferivo a te.
    Sono anche io fra quelli che preferiscono il bivacco vecchio stile. Tanto è vero che al Gervasutti sono andato e tornato in giornata mentre al Rainetto sono rimasto a dormire.

  61. 20
    Alberto Benassi says:

    Simone , io non ho dipinto nessuno. Ho solo espresso la mia sensazione, la mia emozione.
    Non nego che quello di adesso sia più comodo, più caldo, più sicuro, più, più, più…. ma per  me quelle tavole di legno erano più a misura di uomo che questa specia di tubo per la TAC.
    Non siamo fatti tutti uguali, ognuno di noi ha le proprie segue mentali.

  62. 19
    Simone Di Natale says:

    Quando sono stato al Gervasuti io non ho trovato persone che cercavano di connettersi al wifi. Ho trovato persone che guardavano il paesaggio, esploravano i dintorni ed erano incuriositi dalla vetra-oblò che ti fa vedere un panorma notevole anche mentre sei seduto al tavolo.Poi certo c’era la curiosità di scrivere la traccia del proprio passaggio su di una tastiera, invece che sul diario; come di vedere il funzionamento di un bivacco sicuramente fuori dagli schemi classici …ma penso sia normale.
    Non ho comunque avuto la senzazione che qualcuno fosse li solo per inviare messaggi utilizzando la rete wi-fi invece del proprio traffico dati
    Ad ogni modo ci sono stato una sola volta….però mi sembra che a volte si esageri nel dipingere “gli altri”

  63. 18
    Fabio Bertoncelli says:

    «Benassi, tieni alta la bandiera!»
    (cfr. «Casarotto, tieni alta la bandiera!», falesie della Gran Bretagna, fine anni ’70).

  64. 17
    Carlo Crovella says:

    Anche perché oggi non si va a quel bivacco “nuovo” contenti di pernottare in modo più confortevole al fine di realizzare più agevolmente la via del giorno dopo…. no, la maggior parte raggiunge il bivacco sostanzialmente per provare l’ebbrezza di agganciarsi al wifi in mezzo la ghiacciaio… dopodiché… tornano giù in giornata. Se anziché un bivacco ci fosse un mega modem in mezzo al ghiacciaio, per loro sarebbe lo stesso. Questa cosa qui non ha niente a che fare con l’andar in montagna: ecco perché non vedo di buon occhio (“eufemismo”…) il proliferare a tappeto di nuovi bivacchi “spaziali”, specie se piazzati a casaccio. (Nel caso del Gervasutti, ricordo però che il vecchio era ormai inagibile e andava in ogni caso sostituito, vedi commenti precedenti: lì un bivacco ci va per esigenze alpinistiche, eccome se ci va). Ciao!

  65. 16
    Alberto Benassi says:

    quando siamo andati a ripetere la Bonatti-Mazeaud alla Petites Jorasses, pernottando al vecchio Gervasutti, abbiamo potuto respirare la storia dalle muffite tavole del bivacco.
    Adesso c’è il wifi.
    Lo so questa è retorica, ma che volete sono anziano anche io.

  66. 15
    Carlo Crovella says:

    Per Roberto che ha ben descritto i riti “pagani” o arcaico-religiosi (vedi finale del suo ultimo intervento) e per tutti gli interessati/curiosi sulla storia del Bivacco Gervasutti segnalo questo link:
    https://www.sucai.it/bivaccogervasutti/la-storia1.html

  67. 14
    Carlo Crovella says:

    @Pasini: guarda che io condivido in pieno quello che tu dici sui bivacchi. Il punto è, almeno cosi sembra da voci di corridoio, che l’escursione giornaliera a pagamento proposta da alcune guide con obiettivo il Gervasutti, non è presentata come la descrivi tu, ma come una visita alla nuova struttura tecnologicamente “spaziale”. Allora c’è chi paga per andare a vedere di persona un tubone con il wifi, ma quello lo potrebbe vedere anche se fosse in Piazza Duomo. Non credo che questi signori percepiscano il fascino dell’ambiente circostante nel vallone del Freboudze. Invece un vero curioso di montagne pagherebbe per essere portato a vedere di persona la Est delle Jorasses, non per provare l’ebbrezza di agganciarsi al wifi del tubone in mezzo a un ghiacciaio. Ma in questo caso non è colpa dei clienti, essi aderiscomo alla proposta di alcune guide. Discorso completamente differente per la gita socisle dells Sottosezione allo stesso Gervasutti: li’ scattano le tematiche che ti hai ben illustrato e io non ho niente da recriminare, anzi. Ciao!

  68. 13
    Carlo Crovella says:

    Vorrei citare in positivo l’esempio di un “nuovo” bivacco, esistente gia’ da una 15-20 anni circa. Si tratta del bivacco Tornior in Val Thuras (alta Val Susa), sotto la Ramiere versante ovest.
    https://www.visitvaldisusa.it/bivacco-andrea-tornior/
    Lo cito come esempio positivo per due motivi. 1) quando lo costeuirono ero molto scettico sull’utilita e quindi sulla frequentazione. Mi dicevo: “Abbiam sempre fatto la Ramiere in giornata dal basso, anche se e’ una bella tirata, che bisogno c’è di questo bivacco?” Invece, con piacere, devo dire che la localizzazione è risultata molto azzeccata, perché permette sia di spezzare l’ascesa alla Ramiere sia di farci tappa nell’ambito di trekking estivi o di raid scialpinistici. Per cui è piuttosto frequentato. Quindi preciso che non e’ vero, in assoluto, che non ci sono più location utili, ci sono ancora, ma sono poche e occorre saperle azzeccare con precisione (spesso invece i nuovi bivacchi sono messi a capocchia oppure seconda altri criteri). 2) il bivacco Tornior ha una forma molto classica: è uno chalet di legno scuro con tetto spiovente e base pressoché quadrata. Si inserisce con molta armonia nel paesaggio circostante, a differenza delle “opere d’arte modetna’ che eccitano cosi’ tanto i progettisti odierni dei bivacchi.  Se i nuovi bivacchi fossero piu simili (per location azzeccata e forma armonica) a questo, personalmente sarei meno rigido nella mia posiziond contraria. Buona serata a tutti!

  69. 12
    Roberto Pasini says:

    @Crovella. Il Tubo Gervasutti in piazza Duomo sarebbe un’altra cosa. Come un’altra cosa è il “bivacco”, peraltro storico, nel quale mi sono imbattuto settimana scorsa, in mezzo a un bosco da funghi, in Val D’Aveto. Anche solo andare  al Gervasutti e magari passarci la notte a molti produce sensazioni forti, che lasciano qualcosa e che non sono da buttare sul piano dell’esperienza individuale e collettiva. Non è come andare al Torino in funivia. Un pacchetto di emozioni che comprende l’ambiente maestoso che induce rispetto, una salita non banale, la novità del manufatto attuale, la sensazione di essere piccino ma protetto da una tana costruita dall’uomo in un posto improbabile. Non era diverso in passato,  negli anni ‘70 , quando passavo l’estate a Courmayeur e ogni tanto andavo a trovare alcuni amici e compagni di corda che gestivano il bivacco sopra la Brenva. Un postaccio arcaico e spartano ma carico di storia e di fascino. Ci trovavo alpinisti famosi ma anche “gitanti” magari con guida. Loro contenti e contenta anche la guida che ci guadagnava onestamente la sua giornata. Mi hai stimolato ricordandomi il rito dei pellegrinaggi delle sezioni del Cai ai “ loro” bivacchi. Una  piccola comunità, affratellata da valori comuni che permettono, almeno temporaneamente di superare le differenze economiche e di status, costruisce con i suoi soldi un eremo in un luogo impervio, a protezione non solo dei suoi membri ma di tutti gli uomini e gli dà il nome di un martire, caduto nell’esercizio della passione comune. Una costruzione coraggiosa e innovativa per la sua epoca. Ogni anno, a ricordo di quel gesto, va in processione, guidata dal suo leader, cercando di far arrivare tutti sani e salvi e poi celebra il rito di condividere il cibo e il vino e canta gli inni sociali che parlano di amore, vita, morte e natura. Che sapore antico e al tempo stesso familiare per noi che siamo cresciuti, più o meno tutti, immersi in una certa cultura devozionale. 

  70. 11
    Simone Di Natale says:

    Dipende anche dalle zone in cui sono posti i bivacchi.
    Nell’appennino Tosco-Emiliano sono molti e spesso risultano utili per chi vuole percorrere la GEA senza portarsi dietro una tenda. Sono quasi sempre in punti non visibili da lontano e hanno strutture in pietra e tetto in legno, come si usava un tempo. Non li trovo ne’ fuori luogo ne’ antiestetici. Non comportano eccessivi affollamenti, vi assicuro che in buona parte dell’anno sono pressochè deserti. Ovviamente non è il caso di andarci il 15 di agosto. In vari di essi ci ho passato l’ultimo dell’anno senza la compagnia di altri frequentatori che non fossero gli amici con i quali ci sono andato.
    Non mi piace quando da bivacchi diventano rifugi/ristorante al quale arrivare magari anche in fuoristrada.
    I bivacchi della Val Veny e della Val Ferret li ho visitati quasi tutti dal più moderno al più vetusto e per me sono sempre state belle esperienze. Fatti tutti in giornata tranne un paio di casi nei quali sono rimasto a dormire per far provare l’esperienza di una notte in quota a mio figlio, ovviamente dopo aver  appurato di non “rubare” il posto a nessun alpinista che il giorno dopo avesse dovuto proseguire per una ascensione.
    E’ vero che si può farne anche a meno. Personalmente dormo tranquillamente anche in tenda…anzi ad essere preciso resto sveglio sia in tenda che nel bivacco, ma questo è un mio problema. 
    Trovo molto più deleterio che in sempre più strade forestali possano transitare impunemente moto Jeep di cacciatori e amici degli amici….quello si che toglie respiro a chi va cercando un po’ di tranquillità.
    In ogni caso per un verso o per l’altro non ho difficoltà a trovare condivisibili un po’ tutti gli interventi fin’ora letti.
     
     

  71. 10
    Carlo Crovella says:

    Il punto è che molte di queste “opere d’arte moderna” pare che attirino per la loro essenza innovativa, non per il luogo in cui sono poste. Se uno sale nel vallone del Freboudze dovrebbe andarci perché attirato dall’idea di vedere de visu la Est della Jorasses, non perché c’è un tubo col wifi. Se queste opere d’arte moderna attirano in quanto tale, allora le possono mettere in Piazza Duomo a Milano e gli interessati vanno a vederle lì, senza bisogno di avere gente che va al Freboudze senza essere interessata al Freboudze.

  72. 9
    Alberto Benassi says:

    Il bivacco simbolicamente è una piccola tana protettiva che difende le nostre fragilità dall’immensità della natura e dai suoi pericoli.

    Pasini mi hai tolto le parole di bocca.

  73. 8

    Poco sopra casa mia c’è questo: https://rifugiocolgallina.com/Ita/starlight-room-360.php
    Non ci sono nessi alpinistici né località remota perché a piedi si raggiunge in mezzora, però, proprio per questo ha un esito enorme. Io non so cosa pensare.
    D’altronde è posto in un luogo super antropizzato anche se di bellezza straordinaria. 
    Certo che rendere un bivacco la meta di una gita è una cosa strana, visto che non c’è manco il ristorante, ma ognuno ha i suoi gusti. 

  74. 7
    Roberto Pasini says:

    Il bivacco simbolicamente è una piccola tana protettiva che difende le nostre fragilità dall’immensità della natura e dai suoi pericoli. Ho provato nella cuccetta in barca le stesse sensazioni. Non mi meraviglia il pellegrinaggio al Gervasutti. Io stesso ne sono stato tentato dopo aver visto le foto su Meridiani Montagne e aver visitato nelle mie corsette solitarie alcuni degli esempi riportati in quel numero  L’Italia è piena di eremi posti in località improbabili e bellissime, difficili da raggiungere e senza alcuna reale utilità (a differenza del Gervasutti). Alcuni risalgono all’anno 1000 o anche prima. Ne ho visitato qualcuno e ogni volta ho provato sensazioni forti. Ci andavano in pellegrinaggio, con fatica e a volte rischio, spesso accompagnati dal sacerdote/guida, che poi celebrava la messa e al ritorno si sentivano migliori, più forti e pronti ad affrontare con più serenità la vita. C’è roba molto antica dentro di noi. Sopravvive a volte anche nei riti moderni e laici, senza che ce ne rendiamo conto, perché abbiamo rimosso dalla nostra mente razionale alcune dimensioni del nostro essere, ma loro sono sempre lì e possono venir fuori quando meno te lo aspetti e in forme nascoste o mascherate, anche se poi parliamo di pannelli e di coibentazione e facciamo finta che il problema sia solamente pratico e operativo. Salvo ricontattare queste parti di noi quando ci stiamo magari dentro una notte , al freddo, mentre fuori nevica e abbiamo paura di non riuscire a tornare oppure siamo costretti a stare chiusi nel nostro bivacco urbano perché fuori si aggira un nemico mortale. 

  75. 6
    Luigi Varello says:

    Buon giorno, vorrei aggiungere una nota alle considerazioni del sig. Crovella sul bivacco Gervasutti: il costo di €400000 per tale opera, se è vero mi pare inadeguato allo scopo.

  76. 5
    massimo ginesi says:

    molto interessante la riflessione di Pasini, che getta una luce di lettura decisamente ampia sul fenomeno, anche se a mio avviso non esaustiva ma che mi ha fatto riflettere. 
    Non credo sia solo un problema di lasciare il segno, plausibilmente qualche ricovero ha davvero una destinazione funzionale apprezzabile, sì che distinguerei fra ecomostri (più o meno mostri) connessi alla fruizione dell’alpe da un nesso funzionale da ecomostri simbolici, che personalmente farei fuori tutti dalla più piccola crocetta alla più ridondante chiesona/moschea/altra struttura (così salvaguardiamo la pluralità religiosa) . 
    Del ragionamento di Crovella condivido la tesi di recuperare, per quanto possibili manufatti esistenti, anche se nei luoghi di elezione di un bivacco difficilmente credo ne esista uno (ma la tesi vien buona per rifugi, punti di ristoro et similia, e penso anche a molti chioschi a caso e orribili che compaiono non solo in montagna ma anche lungo i sentieri delle 5 terre…).
     
    meno condivisibile mi pare la tesi che tutti i punti necessari siano già stati coperti, poichè l’evoluzione alpinistica e l’apertura di itinerari in luoghi selvaggi potrebbero rendere non inutile un nuovo punto di appoggio, così come non necessariamente è inutile il bivacco in vetta (si pensi al badile o al crozzon di brenta, che se uno esce tardino lo scatolo che trova gli farà assai piacere), tuttavia convengo con lui che taluni che si vedono nelle foto e posti su qualche montarozzo di bassa o media valle gridino vendetta… 
     
     
     

  77. 4
    Carlo Crovella says:

    Ottima analisi quella di Pasini, come sempre. Sposo la conclusione del suo punto 2: l’obiettivo deve essere sostituire o recuperare/ristrutturare piuttosto che impiantare nuovi manufatti. Invece comprendo, ma non condivido completamente, il discorso della colonizzazione. Intendo allo stato attuale dell’antropizzazione. Le location logiche come “punti di appoggio” per alpinisti/escursionisti sono in gran parte già occupate dopo 200 anni e fischia di alpinismo. Per cui molti nuovi bivacchi vengono messi sulle vette (???): che senso hanno? Nessuno va a dormire in vetta per fare un’ascensione/escursione il giorno dopo. Ciò dimostra che è incontenibile e irrazionale la “voglia” di mettere nuovi bivacchi, in vetta come nel bel mezzo in un agglomerato di baite (dismesse) a metà vallone. Ci sono “altre” motivazioni e (data l’invasione antropica già così avanzata) sarebbe preferibile evitare o assottigliare al massimo l’ulteriore posa di nuovi manufatti.
     
    A proposito del Bivacco Gervasutti in Val Ferret: io non ho mai visto di buon occhio le caratteristiche del progetto del rifacimento realizzato circa 8-10 anni fa, ma c’erano così tanti amici, a me cari, della Sottosezione SUCAI Torino (proprietaria del bivacco) davvero entusiasti che io mi sono defilato e non ho posto nessun ostacolo per evitare di incrinare rapporti consolidati da decenni e decenni. Intendiamoci: il precedente manufatto, datato 1961 (mentre il primissimo risaliva al 1949), era giunto agli ultimi e andava inderogabilmente sostituito. La location (isolotto roccioso in mezzo al ghiacciaio) è molto utile da un punto di vista logistico (come base d’appoggio per le ascensioni di questo vallone per es alle Grandes e Petites Jorasses), ma è esposta a slavine e frane di roccia e ghiaccio che nei mesi invernali rovinavano sistematicamente il manufatto. La nuova struttura, che a me non piace né come forma (decisamente fallica: un vero prolungamento dell’ego virile) né come colori (scelti per la maggior visibilità in situazioni di emergenza), sembra aver il vantaggio di essere più defilata (rispetto alla capannuccia addossata alla roccia) nei confronti del tiro delle valanghe. Almeno finora non risulterebbero danni e questa constatazione da sola potrebbe giustificare la diversa esteriorità del ricovero, che, ideologicamente parlando, a me pare invece un pugno in un occhio (anche se, ribadisco, non ho mai messo ostacoli agli amici che si sono fatti un mazzo tanto al tempo della ricostruzione: anzi approfitto per ringraziarli pubblicamente). Ma onestamente a guardare la foto allegata all’articolo, c’è qualcosa che “non torna” con l’idea di un bivacco in quota.
     
    C’è poi un altro risvolto ancora, che mi ispira proprio il nuovo Bivacco Gervasutti, ma che riguarda il tema in generale. Mi sono giunte voci (sono però pronto ad accettare smentite) che alcune guide alpine hanno inserito nel loro catalogo l’escursione in giornata a tale bivacco. Nulla di illegittimo, per carità, anzi ben vengano iniziative del genere. Ma fa riflettere che “improvvisamente” il bivacco Gervasutti abbia conquistato una capacità d’attrattiva commerciale solo perché si va a visitare un manufatto insolito, con soluzioni tecniche d’avanguardia, fra cui, il collegamento wifi (tutta l’energia è fornita dai pannelli solari), per cui da lassù ci si collega e si può spedire una foto in diretta agli amici o caricarla immediatamente sui social… Ditemi voi se non c’è del “cannibalismo” in tutto ciò… Ma come, prima di ‘sto tubone l’alto vallone del Fréboudze non meritava una visita? Non basta la vista mozzafiato della Parete Est delle Grandes Jorasses o dell’affilato Spigolo Sud delle Petites? Ora questo vallone è diventato interessante per il grande pubblico solo perché c’è un tubone bianco e rosso con il collegamento wifi? Questo è un tema sul quale invito tutti a riflettere, anzi (esteso all’argomento generale) ritengo che sia il vero nocciolo dell’intera questione.
     
    Precisazione a scanso di equivoci: la Sottosezione SUCAI Torino organizza ogni anno una gita sociale al “suo” bivacco, ma l’iniziativa esisteva anche prima della ricostruzione e, seppur infittitatisi di partecipanti dopo la ricostruzione, si inserisce nella tradizione, molto diffusa fra le Sezioni e Sottosezioni CAI, di un “pellegrinaggio” annuale verso i manufatti di proprietà, cui spesso i soci hanno dedicato molto del proprio tempo libero (sottraendolo all’attività alpinistica individuale), senza alcuna remunerazione e sovente senza neppure presentare richiesta del rimborso dei costi vivi sostenuti individualmente. La gita sociale non ha quindi lo stesso carattere descritto nel paragrafo soprastante. Buona giornata a tutti!
     

  78. 3
    Roberto Pasini says:

    Sul tema dei canoni estetici delle nuove costruzioni/ricostruzioni in montagna è uscito l’anno scorso un numero interesante di Meridiani Montagne. Mi sembra riduttivo confinare il tema bivacchi al loro valore d’uso. I bivacchi come i rifugi, i simboli religiosi, gli ometti, le bandierine hanno un forte valore simbolico. Esprimono il bisogno dell’uomo di dire: io sono stato e sono qui  (questo è anche il mio territorio) e questo valore simbolico fa si che risentano dei canoni delle diverse epoche: dalla simil-capannuccia all’astronave, dalla piccola croce di legno alla megastatua che brilla nella notte. Secondo qualcuno un bisogno “coloniale” (lo abbiamo fatto anche sulla Luna e può essere che in futuro lo faremo anche su altri pianeti con bivacchi ad hoc). Questi segni della nostra presenza possono poi essere discreti o invasivi,  coerenti con l’ambiente o distonici. I temi di discussione allora sono due. Possiamo rinunciare a questo bisogno di “segnare” il territorio wild (tema che negli anni ‘70 era emerso anche a proposito delle protezioni sulle vie) e rimuovere o ridurre al minimo questi manufatti, compresi alcuni ecomostri religiosi, tema delicato (tesi radicale)?Secondo:  Se è un bisogno insopprimibile e comunque ormai il costruito è parte della storia, allora dobbiamo uscire dal discorso generale ed entrare nel merito dei singoli manufatti, valutare la loro qualità anche estetica e formale e proporre soluzioni diverse: dalla ristrutturazione alla sostituzione. 

  79. 2
    Alberto Benassi says:

    ma il nuovo bivacco Gervasutti che sembra un’astronave aliena l’hanno progettato questi Signori??
    Se sono loro che cambino mestiere.
    Meno male che ho avuto la fortuna di poter assaporare il profumo di muffa  delle gloriose  tavole del  vecchio bivacco Gervasutti.

  80. 1
    Carlo Crovella says:

    Ho già espresso la mia contrarietà ideologica sul tema “nuovi bivacchi e rifugi” nel commento n. 3 del precedente articolo: non sono l’unica causa del troppo affollamento in montagna, ma anche loro contribuiscono. Rimando però a quel commento e non riscrivo tutti i concetti. Aggiungo solo che mi schiero completamente  all’opposto di chi  si illude (come scritto, ingenuamente, nell’articolo odierno) che per “agevolare” e “accompagnare” le persone verso una fruizione più consapevole della montagna sia utile o addirittura piazzare “scatolette” artificiali qua e là a casaccio (perché ormai i “nuovi” bivacchi così sono, visto che i posti “logici” come punti d’appoggio funzionali sono ormai occupati da svariati decenni – salvo rarissime eccezioni). Il fatto poi che i progettisti intervengano perché l’iniziativa “a monte” (scusate il gioco di parole) parta da altri soggetti (singoli individui, comunità montane, comuni d’alta quota…) non modifica la mia conclusione. Non sarà “colpa” dei progettisti, bensì dei loro committenti, ma il fenomeno in quanto tale è sempre una cosa inutile è dannosa. Lasciamo perdere ogni iniziativa di “nuovi” bivacchi (e nuovi rifugi) che ce ne sono già abbastanza e, se proprio proprio se ne vuole posare uno nuovo, si ristrutturino unità già esistenti, come casermette semidistrutte, baite abbandonate, stalle in disuso.

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