Dolomiti di Fassa – 2

Dolomiti di Fassa – 2 (2-6) (AG 1964-017)
(dal mio diario, 1964)

Lettura: spessore-weight*, impegno-effort*, disimpegno-entertainment***

25 luglio 1964. Antonio Bernard ed io dovevamo andare alla via Dimai della Punta Grohmann, di IV-, slegati e senza corda. Lui doveva salire sulla corriera a Pozza di Fassa. Alla fermata c’è invece la madre che mi dice che il figlio non può venire, ecc. Arrabbiatissimo proseguo il viaggio fino a Campitello, poi Col Rodella con seggiovia. E senza indugio all’attacco dei camini Schmitt alla Punta delle Cinque Dita 2996 m: sono giunto a questa risoluzione insana e ormai sono lanciato.

In un attimo supero le rocce iniziali e sono sulla sommità del “barbacane” a 2840 m c., alla base dei camini. Il tempo è molto bello e non desta preoccupazioni. Questo bellissimo itinerario, fra i più storici delle Dolomiti, fu percorso dai primi salitori della cima, Robert Hans Schmitt e Johann Santner, 8 agosto 1890: risale la linea di camini che scende verso est dalla Forcella dell’Indice. Dal “barbacane”, un piccolo pulpito a metà parete sotto al settore più verticale, ben visibile nella foto, sono 124 i metri di distanza dalla Forcella dell’Indice. Questa salita è oggi un documento storico, all’inizio dei cambiamenti nelle tendenze alpinistiche. Penso proprio a questo rifocillandomi con del cioccolato, sotto ai neri camini che si perdono nella verticale. C’è sempre il rischio di rimanere intrappolato, senza poter scendere, perché sono senza corda. Dopo un primo tratto senza problemi, trovo un po’ di difficoltà nella traversata in fuori della “grotta”. Poi ci sono i camini, uno dietro l’altro, con le uscite invariabilmente a strapiombo, fino al punto in cui bisogna deviare sulla parete a sinistra. Arrivo così alla cengia, dalla quale in spaccata sopra i camini passo sulle rocce dell’Indice. Ormai è facile, e arrivo alla Forcella dell’Indice. Farò una capatina sull’Indice dopo, per ora salgo non difficilmente alla “finestra” della via comune e da lì in cima.

Non sono per nulla stanco, sono solo un po’ depresso. Non ho quella soddisfazione che proverei se avessi fatto la salita in modo più prudente. Mi sento un ladro. In discesa seguo la via normale (con deviazione sulla vetta acuminata dell’Indice 2980 m) fino alla Forcella del Pollice. Rinuncio alla salita di questa guglia perché dovrei poi riscendere difficoltà di IV grado senza corda. E allora scendo per il facile pendio roccioso e per un ultimo risalto verticale fino alla base.

L’avventura è finita, ma per oggi non mi basta ancora. Dal Passo Sella, dopo aver controllato se è arrivato Piergiorgio Ravajoni, vado al Col Rodella: ma non prendo la seggiovia, bensì scendo alla base della parete sud-ovest per tentare la via Rizzi (camino occidentale), la cosiddetta via dei Preti, ma non vengo a capo di nulla. Tra l’altro la roccia è cosparsa dei rifiuti del sovrastante rifugio. Così ripiego sulla parete sud-est, con difficoltà meno aspre (una via di III e IV).

27 luglio 1964. Il versante orientale del Catinaccio è il più caratteristico e alpinisticamente interessante. Anticima Sud, Cima principale, Anticima Nord corrispondono ai tre settori della parete est, divisi tra loro dai due grandi catini pensili, l’orlo inferiore dei quali è posto a circa tre quinti dell’altezza della parete. Il fianco intero, alto 5-600 metri sulle verticali massime, è largo quasi 900 metri misurato al piede. L’itinerario che ho scelto è il n. 299IIIa della guida del Tanesini, quello di Hepperger e Mayrgründter, aperto il 5 settembre 1926, che segue una caratteristica serie di camini nel settore estremo sinistro della parete e presenta difficoltà di III+. La marcia di avvicinamento la faccio a cuor leggero, cercando solo di individuare la via. Questa volta ho con me la corda. Non ho difficoltà a trovare l’attacco e così incomincio subito. So che mi aspettano 500 metri di parete, e sono tanti. Ogni tanto scruto le cime vicine, di cui conosco a memoria le quote, per vedere quanti metri mi restano. E non ho difficoltà a seguire la via, che si svolge interamente nel camino. Ma, più o meno a due terzi, noto che un po’ più in alto il camino si divide in tre rami. La guida non dice nulla in proposito. Eppure sono sulla via giusta, ed effettivamente finora le difficoltà di III+ corrispondevano. Tronco ogni discussione interiore e tiro diritto per il camino più diretto. Ora comincio a essere un po’ stanco, e non vedo l’ora d’essere fuori. Sempre più spesso mi fermo ansante, dato che per la fretta mi trovo a correre su passi di III come niente fosse. A un certo punto però mi accorgo di avere scelto il camino sbagliato, perché le difficoltà stanno crescendo. Ora sino sul IV e, alzando la testa, scorgo che il camino è chiuso da un tetto. Per di più è nero, umido e molto esposto. Arrivo sotto al tetto e scorgo un chiodo. Molti pensieri mi si agitano dentro: è solo questione di questo passaggio, oppure dopo è anche peggio? Mi consolo pensando che ho la corda e posso fare un’eventuale doppia. Così affronto il tetto e, dopo due minuti, sono al di sopra, ansante e mezzo sfinito. Due minuti di estrema tensione. Avevo a pochi centimetri da me il chiodo e non lo potevo usare! Senz’altro è almeno un passo di V-. Ma non è tanto la difficoltà che mi dava fastidio quanto il pensiero che se muovevo un arto era verso qualcosa di ignoto e non di risolutorio. Invece, per fortuna, sopra è facile. Riparto infatti immediatamente per un canalino, fino a una forcella sulla cresta sud del Catinaccio. Sono fuori, ben 40-50 metri al di sopra dell’uscita della vera via Hepperger. Infatti la paretina gialla ed esposta della cresta sud, caratteristica della via che ho tentato l’anno scorso (vedi https://www.gognablog.com/tra-roccia-e-autostop/), è sotto di me quando invece la guida del Tanesini dice espressamente che l’Hepperger esce proprio al di sotto di quella.

Per facili rocce, alcuni spuntoni e relative forcelle, arrivo in vetta all’Anticima Sud 2913 m, e di seguito, per altra forcella, arrivo in vetta al Catinaccio. Il tempo è ora un po’ più nuvoloso, ma sempre buono. La discesa per la via comune mi offre ancora una bella arrampicata. Ma in fondo non mi basta ancora, così dal Passo Santner mi dirigo alle Torri del Vajolet. Il mio obiettivo è una via che passa sul fianco est della Torre Stabeler, percorsa durante la traversata delle tre torri. E’ una via IV- che faccio molto facilmente. Prima vado nel camino tra la Stabeler e la Winkler, fino alla Forcella Stabeler. Da lì fino alla Falsa Forcella Stabeler e per un caminetto alla Spalla della Stabeler. Senza neppure consultare i miei appunti, credendo di proseguire per la via comune, mi vado a cacciare su una variante di IV che, per un camino sulla paretina finale settentrionale, va a sboccare nella forcella tra cima e anticima orientale. E finalmente sono in vetta. Riscendo in doppia alla Spalla, traverso il versante nord fino alla Falsa Forcella Delago e da lì a doppie fino alla base.

Ma non sono ancora stufo. Anche se ormai è tutto nuvoloso, vado ad attaccare il famoso spigolo sud-ovest della Torre Delago, di III+. E qui, cosciente d’essere guardato dal rifugio Re Alberto, e perciò un po’ infastidito, arrampico piuttosto veloce. Negli ultimi trenta metri piove e in cima continua. Tutta la discesa è a doppie sotto la pioggia, solo quando arrivo al rifugio smette. Non mi fermo neppure e scendo verso il Gardeccia e Ciampedie, ma stavolta prendo la funivia per Vigo.

    

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Dolomiti di Fassa – 2 ultima modifica: 2017-09-20T06:01:58+02:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Dolomiti di Fassa – 2”

  1. 2
    Giancarlo Venturini says:

    La tua storia Alpinistica.. diventa sempre , più interessante, da queste letture ,   Tutto quello che non avevo letto….!  fa capire , le tue grandi doti di Alpinista…e di imprese al limite….Grazie per tutto..! Un saluto G.C.

     

  2. 1
    Luca Visentini says:

    Avevi proprio spiccato il volo in pochissimo tempo. E dopo che tu avevi cavalcato le cime, mentre scendevi dal Ciampedie, io ero ancora lì a giocare alle dighe con i sassi nel torrente sottostante.

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