Dove sei? Le app che ti localizzano

La tragica conclusione della vicenda che ha coinvolto l’escursionista francese Simon Gautier nel Cilento ha portato alla ribalta mediatica il tema della localizzazione degli infortunati, specie se solitari. In un’ottica di divulgazione del know-how esistente, riportiamo alcune informazioni che possono tornare utili a chi frequenta territori non antropizzati. Tuttavia questa informazione non significa necessariamente che si condivida la diffusione a tavoletta di tali tecnologie. Anzi, l’impressione è che l’eccesso di apparati tecnologici consenta o addirittura spinga una frequentazione fuori misura. Non si fa riferimento allo specifico caso, rispetto al quale occorre mantenere una linea di rispettoso silenzio. Però, ragionando in generale, alcune perplessità rimangono, anzi si infittiscono. Osservando in giro, si nota questo quadro complessivo: non scatta più il freno inibitore del buon senso e si “osa” comunque, affidandosi completamente alle braccia protettrici del Grande Fratello che ti localizza ovunque. A giudizio dello scrivente, la testa sul collo resta sempre la miglior protezione dai pericoli. Il dibattito è aperto (Carlo Crovella).

Basta un app, ma non affidatevi al cellulare
(intervista a Ruggero Bissetta, responsabile della centrale operativa piemontese del Soccorso Alpino)
di Carlotta Rocci
(pubblicato su La Repubblica (Cronaca di Torino), il 21 agosto 2019

Era partito da Grugliasco uno dei tentativi di localizzare Simon Gautier, l’escursionista francese di 27 anni, precipitato il 9 agosto a San Giovanni a Piro, nel Cilento. La centrale operativa del soccorso alpino, con sede nella prima cintura della provincia torinese, è referente in Italia per il sistema chiamato Sms Locator, un sistema di geolocalizzazione capace di inviare ai soccorritori la posizione di un disperso. «La persona però deve autorizzare la localizzazione attraverso un link», spiega Ruggero Bissetta, responsabile della centrale operativa piemontese.

Simon Gautier

Perché l’sms non ha potuto localizzare Gautier?
«Perché non è stato possibile interagire con l’escursionista che non è riuscito ad attivare il link. È il limite di questo strumento che si è dimostrato utilissimo per rintracciare persone che hanno perso la strada e non riescono a descrivere quello che hanno intorno per aiutarci a localizzarli su una mappa. A volte questo strumento ci consente di indicare la strada a chi ha perso l’orientamento direttamente dalla centrale. Però funziona solo se la persona autorizza la localizzazione collegandosi al link che l’Sms Locator invia sul loro cellulare».

Cosi, però, è meno efficace.
«Ci siamo posti il problema. Dallo stesso sviluppo di progetto che ha portato a Sms Locator è nato anche GeoResQ. Questo servizio è un’app che si scarica sul proprio cellulare e permette di essere tracciati durante il percorso e non solo geolocalizzati in caso di allarme. La centrale può ripercorrere la mia traccia fino a quando il mio telefono è stato in grado di fornire la mia posizione. È gratuito per tutti gli iscritti al CAI».

Sembra uno strumento per frequentatori assidui della montagna, non un servizio che hanno tutti, sbaglio?
«Ė più probabile che lo usi un alpinista e non un escursionista occasionale».

Non esistono strumenti di localizzazione che non richiedono l’intervento della persona dispersa?
«C’è un sistema europeo, attivo solo in alcuni paesi e non in Italia. Con questo strumento il telefono associa a una chiamata al numero unico di emergenza anche un dato di posizione. E’ una tecnologia molto nuova e anche in questo caso non è un sistema del tutto automatico, serve comunque una prima telefonata di allarme. In altre situazioni è capitato, collaborando con le forze dell’ordine, di riuscire ad accedere all’account Google di un disperso, su cui vengono salvati anche dati di localizzazione».

Nonostante tutti i limiti, questa tecnologia facilita il lavoro dei soccorsi?
«Il Corpo Nazionale di Soccorso Alpino ha investito molto nella tecnologia perché da un lato rende più rapidi i tempi di localizzazione, dall’altro la cartografia digitale sempre più accurata rende più sicuro il lavoro dei soccorritori».

Eppure avere un cellulare acceso in tasca non basta.
«Molti sono convinti di avere un’àncora di salvezza a portata di mano. È un errore perché ci sono posti dove non c’è campo e dove il cellulare è inutile. Una volta c’era l’abitudine di lasciar detto ai rifugi o a conoscenti la propria meta, oggi questo si è un po’ perso ed è una precauzione che andrebbe salvaguardata. Le principali difficoltà nei soccorsi derivano dai problemi di comunicazione».

La tecnologia: come funziona e dov’è attiva
di Paolo Virtuani
(pubblicato su Corriere della Sera del 19 agosto 2019)

La geolocalizzazione con gli smartphone è possibile. Els (Emergency Location Service) e Aml (Advanced Mobile Location) sono i sistemi di geolocalizzazione per le emergenze installati sugli smartphone (il primo per Android, il secondo per iPhone). In Italia non sono ancora attivi, una direttiva obbliga i Paesi Ue ad adeguarsi nel 2020.

Per la precisione sono stati attivati in 9 nazioni UE (Austria, Belgio, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lituania, Olanda, Regno Unito e Slovenia), in altri tre Paesi europei (Norvegia, Islanda e Moldavia), in USA, Emirati Arabi, Nuova Zelanda.

Els è installato dal 2016 nel sistema operativo Android Ics 4.0 (Google), Aml in iOS di Apple (versione 11.3) da marzo 2018. Nella maggior parte delle nazioni dove sono in funzione, la geolocalizzazione avviene con entrambi i sistemi operativi. In Austria e Slovenia (Paesi dove è disponibile solo in alcune zone), Olanda, Moldavia ed Emirati Arabi soltanto con Android.

Ecco come funziona: quando parte una chiamata a un numero di emergenza (112 in Europa, 91l negli Usa, 111 in Nuova Zelanda, 999 negli Emirati), lo smartphone attiva il Gps e/o il Wi-fi per segnalare la posizione esatta da dove è partita la chiamata. Le coordinate vengono inviate automaticamente con un sms ai soccorsi. Dopo 30 secondi il software disattiva Gps e Wi-fi. Serve però una piattaforma in grado di ricevere i dati e di inoltrarli ai soccorritori. L’Italia ha effettuato dei test tra il 2016 e il 2017 grazie a contributi europei.

Secondo Eena (European Emergency Number Association) i due sistemi migliorano di 4 mila volte la semplice posizione di chi ha fatto la chiamata d’emergenza: essi inoltre, grazie al Wi-fi, rilevano la posizione anche all’interno degli edifici dove il Gps è inefficace. Sono in grado di restringere la posizione di chiamata a un raggio di 56 metri, che scende a 42 metri quando sono attivati sia Gps che Wi-fi. Senza Els/Aml è possibile individuare solo l’ultima cella di telefonia agganciata dallo smartphone, che però ha un raggio di 3 km.

Il grande vantaggio offerto da Els e Aml è che chi chiama non deve dire dove si trova. Magari è ferito e non è in grado di farlo, si è perso o è in stato confusionale. A volte le chiamate di emergenza sono state fatte da bambini che non sapevano fornire indicazioni sulla posizione. Con Els/Aml basta solo far partire la telefonata di emergenza. Per Eena le funzioni, che non sono una App ma sono installate nei sistemi operativi, potrebbero salvare 7.500 persone nel mondo nei prossimi dieci anni.

Al riguardo dei problemi di privacy, Apple non aveva installato Aml sugli iPhone per dubbi sulla privacy. Poi è prevalsa la linea che l’attivazione avviene solo quando è effettuata una chiamata di emergenza, spegnendosi poco dopo. In questo modo i dati sensibili dovrebbero essere più tutelati.

Quanto a ulteriori accorgimenti, «Consigliamo di addestrarsi a ricavare le coordinate con gli orologi da trekking e le App facilmente disponibili. Portare con sé un fischietto o accendere fuochi di segnalazione non serve», dice Walter Milan del Soccorso alpino nazionale. «A volte bastano accorgimenti banali», aggiunge Vincenzo Torti, presidente del CAI. «Se si va in un bosco è meglio evitare una tuta mimetica. Comunque la cosa più importante è la preparazione e non fare percorsi al di sopra delle proprie capacità».

Where are U
di Carlo Crovella

Oltre a soluzioni artigianali (di recente una turista romana, colta da malore durante un’escursione solitaria nei boschi dell’Isola di Ischia, ha inviato la sua posizione Gps tramite WhatsApp all’operatore del 118), segnalo l’esistenza di un servizio, o meglio di un’app, di cui ho letto qua e là. Si chiama Where are U. Pare che abbia registrato circa 19.000 download nel solo giorno successivo al ritrovamento del corpo dell’escursionista francese. Come una specie di corsa a procurarsi per tempo il talismano della salvezza. In ogni caso questa app è accreditata di un totale di circa 1 milione di download, quindi non è un fuoco di paglia conseguente al solo evento di cronaca. Seppur elaborata in Lombardia, è diffusa sull’intero territorio nazionale, ma le sue funzioni (tra cui l’indicazione del luogo) sono efficaci solo dove è già attivo il nuovo numero di emergenza 112 (secondo fonti giornalistiche, tale numero è operativo al momento solo a Roma e in Sicilia Occidentale, Liguria, Friuli Venezia Giulia, più le provincie di Trento e Bolzano). Da quanto ho appreso leggendo sui giornali, l’app funziona in questo modo: sullo smartphone compare il logo 112, si appoggia il dito sopra e parte la chiamata, con le informazioni connesse (tra cui la geolocalizzazione). Se non è disponibile il canale trasmissione dati, parte un sms. Se l’utente ha preventivamente compilato il form con tutti i suoi dati (nome, indirizzo, ecc.), l’operatore immediatamente sa tutto di lui.

Già, ma – aggiungo io – sappiamo tutti benissimo che negli spazi outdoor, e quelli in montagna specialmente, spesso non c’è campo. O meglio: il campo va e viene, adesso c’è, adesso non c’è. Per caso stiamo preconizzando un prossimo futuro con montagne invase dagli “smombie”? Chi sono costoro? Il termine smombie (crasi fra smartphone e zombie) è stato coniato circa un paio di anni fa in Germania per indicare quei passanti che barcollano e incespicano perché hanno gli occhi costantemente incollati sullo smartphone. Per caso li vedremo ondeggiare anche sulle creste affilate delle montagne, alla costante ricerca del campo per il timore di non essere geolocalizzati in caso in incidente? E se fosse proprio questa loro propensione a condurli verso gli incidenti? Ho già visto un sacco di (presunti) alpinisti che, smaniosi di selfie, mettono i piedi ramponati alla rinfusa…

Ho letto che di recente nella cittadina di Manchester (UK) hanno inaugurato delle corsie pedonali riservate ai soli pedoni smartphonizzati: pare infatti che una ricerca universitaria abbia accertato che il 38% degli smombie britannici si sia già scontrato con un loro “simile”.

Il futuro di una montagna mappata per obiettivi di geolocalizzazione sarà per caso quello di vie di arrampicata riservate ai climber smombie?

Personalmente vedo con angoscia un’ipotesi del genere. Più che preoccuparmi di avere il cellulare connesso, io mi preoccuperei di aver sempre connesso il cervello.

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Dove sei? Le app che ti localizzano ultima modifica: 2019-10-14T05:49:48+02:00 da GognaBlog

29 pensieri su “Dove sei? Le app che ti localizzano”

  1. 29
    Alberto Benassi says:

    Infatti ho premesso che la preparazione è basilare ma non usare quello che è a disposizione per principio deve essere una scelta personale

    Anche il doverla usare deve essere una libera scelta.
    E qui  vengono dei dubbi. 
    Chi mi garantisce che non ci sia localizzazione con tutta la tecnologia che ci gira intorno?

  2. 28
    Fausto says:

    Infatti ho premesso che la preparazione è basilare ma non usare quello che è a disposizione per principio deve essere una scelta personale

  3. 27

    La trave di paleari insegna che è meglio avere sempre connesso il cervello piuttosto che il cellulare. Mi è sembrato.

  4. 26
    Fausto says:

    Premesso che la tecnologia oggi aiuta molto, internet fornisce ottime relazioni su cosa si pensa di andare a fare in montagna, io porto sempre carta e bussola ma anche Georesq e Orux cosciente comunque, per Georesq, che la rete spesso non c’è ma essere invisibili, scelta che rispetto, mi sembra forse troppo.
    La TRAVE di Paleari  insegna……

  5. 25
    andrea dolci says:

    I servizi di localizzazione non sono un obbligo, sono facilmente disinseribili e ognuno deve avere la libertà di usarli o meno rispettando la libertà altrui. Qui mi sembra di vedere invece sotto traccia l’idea che chi va in montagna e si trova in malaffare, se ha il cellulare o altri gingilli tecnologici, quasi quasi se l’è meritata come se il 100% degli interventi in montagna fosse dovuto immancabilmente ad inesperienza o superficialità.
    La tecnologia è una opportunità e non un obbligo; quello che però non è accettabile è uno Stato inadempiente ( e sanzionato in sede UE)  nel mettere in funzione un sistema di geolocalizzazione automatico in caso di chiamata al numero di emergenza, che esiste, è stato già comprato e testato ma che resta inutilizzato per inspiegabili pastoie burocratiche e pigrizie ministeriali.
     

  6. 24
    Alberto Benassi says:

    ognuno deve essere libero di scegliere quello che per SE STESSO (!!!) ritiene meglio.
    Vuoi essere   localizzato quindi per fare questo controllato ?  Bene !
    Ma io voglio invece goglio rivendicare il diritto  di fare esattamente il contrario. Voglio proteggerre la mia riservatezza, la mia libertà.
    Il pericolo è proprio questo: che la reservatezza e la libertà personale vadano a farsi friggere. E’ lo scotto, che verrà pagato da TUTTI sull’altare della sicurezza, una sicurezza imposta !! anche a chi alla sua sicurezza ci vuole pensare da se.
     

  7. 23
    Simone Di Natale says:

    Mi intrometto perchè mi sembra che ognuno dica la sua senza ascoltare l’ altro.
    Penotti sta dicendo che è a favore di una tecnologia capace di localizzare un telefono quando questo chiama dei soccorsi. 
    Direi che se io sto chiamando aiuto “voglio” essere localizzato, ovvero ho scelto di  “mettermi il casco”.
    Questo non vuol dire essere monitorati 24 ore su 24.
    Chi non vuole essere soccorso è libero di non chiamare aiuto.
    Mi sembra che non sia un ragionamento scorretto.
    Poi si può parlare del fatto che i soccorsi vangano chiamati troppo spesso o a sproposito, ma è un altro discorso.
     

  8. 22

    Un mio conoscente è caduto con gli sci e ha dato una zuccata su una roccia. Mi ha detto: per fortuna avevo il casco. Ma questo non significa che anch’io debba sciare col casco.

  9. 21
    Giuseppe Penotti says:

    Benassi ti riferisci al mio intervento?  In caso positivo ti prego di rileggerlo con più attenzione…. o nel caso sia stato poco chiaro sollecitami un chiarimento….  Fate orbitare sempre tutto intorno alla vostra montagna “ideale” ma nella vita c’è anche altro. Una persona che conosco  nel pieno della sua maturità fisica a seguito di un incidente in moto notturno  in una strada isolata ha perso la gamba perché il soccorso da lui chiamato non è riuscito ad arrivare in tempo per mancanza di indicazioni precise.  Non bisogna mai confondere la tecnologia con l’uso o l’abuso della stessa. In qualsiasi contesto. 

  10. 20
    Alberto Benassi says:

    Ma è possbile che si voglia rovinare, cancellare, quel poco di libero, anarchico che è rimasto in questa attività, con la mania della sicurezza.
    Ma vi piace così tanto che si sappia dove siete ogni idtante della vostra vita?!?!?
    Bohh??

  11. 19
    Giuseppe Penotti says:

    Intendo le app che tracciano la posizione in automatico alla eventuale chiamata. 
    Ovviamente. 

  12. 18

    Penotti, essere tracciati di default lo trovo davvero nazista, per non esagerare.Anch’io credo che certe funzioni tecnologiche siano molto utili ma il rendere costantemente informati tutti su dove siamo mi sembra una brutta cosa.
    L’escursionismo è sempre stata l’attività che registra più incidenti in percentuale ma attualmente credo, che chi si avventura senza la minima idea di cosa stia facendo, sia decisamente in aumento, numericamente parlando. Sui sentieri si vedono sempre più persone che camminano guardando il telefono rischiando di inciamparsi e che magari erano partite confidando su una qualche app di turno pronta a garantire cime e sorrisi. Che tristezza.Per i terremoti, credo che se ti crolla la casa in testa non è detto che tu abbia il cellulare in tasca. Io, per esempio, a casa lo tengo lontano perché i campi magnetici fanno male alla salute. Sarà per quello che vivo in una casa tutta di legno.

  13. 17
    Giuseppe Penotti says:

    Non sono molto d’accordo con la demonizzazione dei sistemi di tracciamento.
    In realtà  non mi sembra una problematica tipicamente “alpinisitica”. Su 9.554 interventi del CNSAS nel 2018 solo il 6,2% riguarda attività alpinistica. Parliamo di 592 interventi in tutto il 2018 distribuiti su tutto l’arco alpino e appenninico che vanno dall’incidente grave alla manifesta incapacità. Dobbiamo anche considerare che in determinate condizioni l’uso dello smartphne è inutile e non solo per la connettività. Per esperienza diretta quando hai un congelamento serio alle mani o a causa di un forte trauma il telefono in mano non riesci a tenerlo, figuriamoci usarlo.
    E’ invece oggettivamente ragionevole pensare che riguardi maggiormente l’attività escursionistica dove gli interventi sono stati ben 3.795 in una attività che  ha, o avrebbe, meno pericoli e dove realmente sarebbe necessario creare sensibilità su maggiore formazione e preparazione di chi approccia attività escusionistica. Ma una cosa non esclude l’altra.
    Il caso Gautier ha avuto un forte eco mediatico, ma tracciamento o no, quel povero diavolo sarebbe comunque morto.
    Non sono contrario, anzi favorevole aisistemi di tracciamento al punto che auspicherei fossero  installate di default sugli smartphone in quanto è una tecnologia che in caso di disastri naturali come i terremoti permetterebbe di salvare molte vite.

  14. 16
    Alberto Benassi says:

    ma ho dei colleghi che più gingilli hanno e più sono contenti.

    forse sono specializzati in GINGILLOMETRIA…che non è proprio il massimo del riconoscimento.

  15. 15

    È interessante notare che, eccetto il commento di Alfieri n.3, tutti concordino sul non fare affidamento esclusivamente sulla tecnologia ma sui propri sensi. È fuori discussione che la tecnologia odierna sia d’aiuto per orientarsi, farsi soccorrere e soccorrere, ma che anche il Cai promuova l’uso di app e diavolerie varie, lo trovo estremamente fuori luogo.
     Mi domando solo, in caso di incidente e quindi di responsabilità da attribuire a qualcuno, come si comporti chi debba giudicare. Io sono perito del Tribunale di Belluno e saprei come svolgere il mio compito e le mie opinioni sono qui descritte, ma ho dei colleghi che più gingilli hanno e più sono contenti. 

  16. 14
    Riva Guido says:

    Io porto sempre e solo con me un piccione viaggiatore. Non si sa mai!

  17. 13
    Enrico Defilippi says:

    La dipendenza da certa tecnologia  e’ un problema che oramai tocca il quotidiano vivere di tutti oltre che chi va in montagna…mi chiedo se mai arrivasse il giorno dove energia elettrica, rete e mezzi collegati andassero in black out per un lungo periodo cosa succederebbe…e ho la sensazione che comunque prima o poi qualcosa succedera’. Solo chi avra’ saputo mantenere viva la sensibilita’ per la natura e i suoi segnali potra’ essere ‘ di aiuto e guida agli altri. Non solo in montagna.

  18. 12
    Giandomenico Foresti says:

    Rimane comunque una questione di testa. Io il cellulare me lo porto sempre dietro, anche in montagna, ma non per questo ci faccio affidamento.
    Ciò su cui faccio affidamento è me stesso, punto!
    Il problema è un altro e riguarda coloro che non vanno in montagna ma che però, magari, si trovano a giudicare e, quindi, per non aver rogne di nessun tipo si attaccano a cose senza senso.
    Ma tanto, tranquilli (anche perchè molti di noi non ci saranno più), arriverà il giorno che tutti avremo un bel chip sottopelle con cui interagire in rete. Saremo tutti tracciati, come i pagamenti elettronici. A quel punto si entrerà nell’era dello smart man.

  19. 11
    Matteo says:

    Io vorrei una app che mi faccia sparire da qualunque possibile tracciamento: esiste?

  20. 10
    Alberto Benassi says:

    molti mi dicono, ma come non porti il cellulare in montagna?!!?
    E come fai??
    Come ho sempre fatto quando il cellurare non c’era: con i piedi, le mani e la testa.
    Ora nessuno nega l’utilità di questo attrezzi, ma che senza non si possa fare, sinceramente mi sembra un pò eccessivo e anche riduttivo per la considerazione di noi stessi.

  21. 9
    Giacomo says:

    Mi spiegate come faceva la gente a salvarsi prima che ci fosse tutta questa roba e questi sistemi di soccorso? 
    Erano più pochi, o sapevano di più quello che facevano ?
    Magari ne morivano tantissimi ?
    Ogni tanto mi sembra che tutto sia fatto da tutti, tranne i malcapitati, per far girare soldi.

  22. 8
    DinoM says:

    Io la penso come Cominetti anche se negli ultimi anni mi piace sempre di più fare gite di sci alpinismo da solo in giornate lavorative quando non c’è gente. In più spesso lavoro in falesia sempre da solo. Grazie al cielo (tocchiamo ferro) non ho mai avuto bisogno d’aiuto; mi chiedo però se alla prova dei fatti sarei così “coraggioso” oppure maledirei il fatto non avere certi orpelli. 

  23. 7
    Paolo Gallese says:

    Farsi trovare è desiderio di chiunque si scopra in pericolo. Ma diciamola bene: il cell sui monti per la gran parte non prende. Molti lo scoprono lì per lì. Chi invece lo sa, si affida a vecchi sistemi ed alla sua esperienza.
    Ma vedrete che prima o poi legislatore, istituzioni e gestori inventeranno qualcosa per tutti…
    Anche per chi potrebbe voler semplicemente svanire. Sarà vietato. Come tante altre cose, pian piano.

  24. 6

    Dove sei? Cazzi miei.

  25. 5

    Se vado in montagna per conto mio, anche con moglie e figli e/o amici, lascio il cellulare a casa. Lo porto quando guido clienti paganti, più che altro per prenotare rifugi o chiamare taxi.
    Quando lasciai il soccorso alpino sbattendo più o meno la porta un “collega” (era convinto di esserlo lui ma non ero dello stesso avviso io) mi disse: prega di non avere mai bisogno del soccorso alpino! Non sono rancoroso ma come potrei dimenticarlo? Per me la vita è una prova continua e se vado in montagna per mio piacere, vorrei essere lasciato libero di farlo come meglio credo. Se faccio la guida è diverso, ma mi adeguo solo per motivi legali e non pratici restando convinto che i pericoli maggiori della montagna siano i clienti e non le rocce e le valanghe, al cui confronto, certi personaggi che mi sono trovati legati alla corda, erano ben più pericolosi per la mia incolumità. Inorridire pure, benpensanti diligenti, ma lasciateci liberi di morire dove vogliamo! Grazie

  26. 4
    Aldo Mancini says:

    Io sono dell’idea che carta e bussola rimangono sempre gli strumenti più sicuri da usare quando si va in montagna o nei boschi sconosciuti. Se non altro ti obbligano a restare con il cervello connesso e funzionano sempre.

  27. 3
    Giovanni Alfieri says:

    Buongiorno a tutti, 
    segnalo un’applicazione che agevola il lavoro dei soccorritori in quanto la posizione è descritta con tre parole, ed è quindi facile da trasmettere, si chiama, appunto, what3words 
    https://what3words.com/diritti.singola.svelti
    Richiede che la persona sia in grado di interagire, ma è, nella mia limitata esperienza, molto precisa (3mq) e copre tutto il mondo
    Buona giornata
    Gio

  28. 2
    Paolo Panzeri says:

    Ho comperato in offerta un “robo” da polso e ieri l’ho provato.
    Però ho sbagliato, ho camminato troppo e le batterie si sono scaricate.
    Una persona su un pendio scosceso si ostinava a seguire una traccia, non il bel sentiero: il gps ha un errore rilevante, non è militare.
    Secondo me la selezione naturale viene facilitata con questi strumenti tecno. 🙂 

  29. 1
    Roberto Scala says:

    Articolo interessante, concordo con le considerazioni di Carlo. La deresponsabilizzazione sta diventando, se non è già, un dato acquisito, ci si muove in montagna o in altri ambienti delegando la propria sicurezza agli altri, vedi anche la recente assurda sentenza che condanna il parco di Paneveggio a risarcire un escursionista che è caduto in una cavità risalente alla Grande Guerra, fuori dal percorso, perché non segnalato! Probabilmente il giudice non ha neanche idea della traforazione delle Alpi Orientali per motivi bellici. Un’unica osservazione: purtroppo il connettere il cervello prima di agire e di parlare non è più molto di moda.

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